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riassunto della pagina

Percorso attraverso il quale il futuro Buddha si addestrò alle 10 paramī, sino allo sviluppo della saggezza richiesta per divenire un buddha.

le 10 pāramī del boddhisatta

La maniera per sviluppare le 10 pāramī

Durante tutto il tempo in cui egli fu boddhisatta (individuo che si allena a divenire un buddha ed il cui desiderio di esserlo venne certificato da un buddha onnisciente), il futuro Buddha si esercitò senza posa allo sviluppo delle pāramī con una volontà ineguagliabile. Coltivò ognuna di queste dieci pāramī con l'aiuto dei 5 bhāvanā: 1) cīrakāla bhāvanā: sviluppo esteso in un lunghissimo periodo; 2) nirantara bhāvanā: sviluppo continuo, senza tregua; 3) niravasesa bhāvanā: sviluppo completo, senza limita e senza fare eccezioni; 4) sakkacca bhāvanā: sviluppo in una umiltà ed un rispetto completi; 5) abhirati bhāvanā: sviluppo nella gioia, senza il minimo atto prodotto a malincuore.

Il futuro Buddha applicò costantemente questi cinque bhāvanā, per ognuna delle dieci pāramī.

Espressione della generosità (dāna pāramī)

Durante tutto il tempo in cui manifestava le dieci pāramī, il boddhisatta (futuro buddha) si educò in dāna, la pratica della generosità, del dono, dell'abbandono dei propri beni agli altri. Quando era il re Sīvi, offrì tutto ciò che poteva; molto denaro e molte cose di ogni genere. Tuttavia, restava sempre insoddisfatto nella sua volontà del dare. Quando non ebbe più nulla da regalare, non sopportò l'idea di non potere seguire la sua pratica di generosità. Decise, allora, di offrire i suoi occhi ad un cieco. Lo seppe il re dei deva Sakka e, poiché nessun cieco osava venire dal re Sīvi, lo volle mettere alla prova. Fece, allora, apparire un bramino cieco. Il boddhisatta chiamò, subito, un chirurgo, per togliergli gli occhi; il quale lo sconsigliò vivamente di disfarsene:

«Non fatelo! Un re non può permettersi di essere cieco.

— Non importa, prendete i miei occhi!

— Rifletteteci bene, dopo sarà troppo tardi.

— Basta con le chiacchiere! Toglietemi questi occhi, senza perdere tempo!»

Così, il re offrì i suoi due occhi al bramino cieco. Pieno di ammirazione per il gesto del re Sīvi, il re Sakka gli confessò:

«Ho creato questo bramino cieco, per provare la vostra generosità. Constato, con grande soddisfazione, che essa è senza limite.»

Il re Sakka ricompensò l'atto del boddhisatta Sīvi rendendogli la vista, con due nuovi occhi, affinché potesse continuare il suo addestramento allo sviluppo delle pāramī nelle condizioni migliori.

Il numero di esistenze, durante le quali il futuro Buddha offrì i suoi occhi furono tanto numerose, quanto le stelle visibili nel cielo, in una notte senza nuvole.

Quando il boddhisatta fu il re Vessantarā, egli donò la sua sposa e i suoi due figli (vedi il capitolo "il re Vessantarā").

Ecco come, tra altre innumerevoli volte, il futuro Buddha si educò allo sviluppo di dāna pāramī.

Acquisizione della virtù (sīla pāramī)

Durante tutto il tempo in cui sviluppò le dieci pāramī, il boddhisatta si educò in sīla, la pratica della virtù, della condotta pura, dell'astinenza da tutto ciò che è nocivo. Era tanto determinato ad incrementare la virtù, che avrebbe preferito morire, piuttosto che rischiarne una minima violazione, per quanto trascurabile. Quando fu il nāga Saṅgakhagāla, diceva a se stesso:

«Che facciano quello che vogliono della mia carne e delle mie ossa!»

Abitava su di un monticello, ai bordi della strada. Spesso, quando un cacciatore lo vedeva, iniziava a martirizzarlo. Alcuni, gli davano dei colpi di bastone, altri si divertivano a infilargli un bastoncino nelle nari. Un giorno, un cacciatore scoccò verso di lui una freccia. Ad ogni colpo che gli veniva inferto, egli restava immobile, senza reagire, per non danneggiare il proprio sīla.

In un'altra esistenza, quando fu il principe Mahāpaduma, egli viveva con il padre, che era il re e con la sua matrigna. Un giorno, mentre il genitore era assente, la sua sposa sedusse il principe, per offrirglisi in una relazione amorosa. Avendo il boddhisatta fermamente rifiutato, lei si riempì il corpo di unghiate. Quando il re rientrò e vide la pelle della propria sposa coperta di graffi, in ogni parte, questa mentì:

«Il principe Mahāpaduma ha voluto corteggiarmi. Poiché ho rifiutato, mi ha graffiata dappertutto.»

Benché suo figlio ne smentisse le parole menzognere, il re credette alla sua sposa maligna, di cui era ciecamente innamorato. Arrestò il figlio e lo fece gettare da una scogliera. La caduta del principe venne attutita da folti alberi e dall'atterraggio sul dorso di un coccodrillo. Poiché il principe era ricco di un intenso sīla, l'animale lo percepì e non gli fece alcun male. Al contrario, lo protesse e lo portò in seno alla foresta, dove il principe Mahāpaduma visse un'esistenza da eremita. Un cacciatore, avendolo una volta visto, ne informò il re, che volle incontrarlo. Presa conoscenza della perfidia di sua moglie, egli si pentì amaramente di avere voluto uccidere suo figlio. A questo punto, scaraventò dalla scogliera la donna, verificando che non vi fosse nulla ad attutirne la caduta. Quando ritrovò il figlio nella foresta, volle condurrò nuovamente al palazzo:

«O figlio! Ritornate al palazzo! Voglio mettervi sul trono!

— Questo, non ha il minimo interesse, per me. La vita nella foresta mi procura una felicità totale. Voi pure dovreste fare altrettanto. Praticate la meditazione e sviluppate un buon sīla

Il re rientrò al palazzo. Il principe Mahāpaduma rimase solo, nella tranquillità della foresta, ove ebbe tutta la possibilità di estendere le sue pāramī.

Ecco come, tra innumerevoli altre volte, il futuro Buddha si allenò alla nascita di sīla pāramī.

Realizzazione della rinuncia (nekkhamma pāramī)

Mentre accresceva le sue dieci pāramī, il boddhisatta, seguiva nekkhamma, la pratica della rinuncia, che consiste nell'abbandonare la vita sociale, a favore della vita solitaria, la vita da eremita, o di monaco. Si trattava di nekkhamma quando egli era il principe Mahāpaduma e preferì rimanere nella foresta. E quando fu il re Mahājanaka, partì egualmente per restare solo nella foresta, rinunciando al suo trono ed a tutti i beni che il reame gli offriva..

Ecco come, tra innumerevoli altre volte, il futuro Buddha si allenò al rafforzamento di nekkhamma pāramī.

Acquisizione della saggezza (pañña pāramī)

Per l'intero tempo in cui incrementò le dieci pāramī, il boddhisatta, si allenò ad acquisire pañña, la pratica della saggezza; cioè, lo sviluppo del sapere, della comprensione e della riflessione analitica. Quando era ministro di un re, che si chiamava Mahosadha, aiutava efficacemente la gente, utilizzando la sua potente intelligenza. Grazie a lui, giustizia venne resa a numerose persone. Esaminando dei detenuti che si proclamavano innocenti, scopriva chi poteva essere rilasciato, risparmiandogli, così, una inutile carcerazione. Formidabile magistrato, riusciva a scoprire i colpevoli di grandi delitti, mandandoli, così, in cella, e mettendoli,di conseguenza, in condizione di non nuocere alla popolazione. Ineguagliabile come diplomatico, aveva una marcata abilità a portare pace nei conflitti che esplodevano tra più regni, evitando, in tal modo, delle guerre sanguinanti.

Ecco come, tra innumerevoli altre volte, il futuro Buddha si allenò allo sviluppo di pañña pāramī.

Acquisizione dello sforzo (vīriya pāramī)

Mentre accresceva le sue dieci pāramī, il boddhisatta, seguiva vīriya, la pratica dello sforzo. Quando fu un ragazzo, chiamato Mahājanaka, allora dell'età di 16 anni, fece un viaggio in battello, sul mare. L'imbarcazione si capovolse ed il boddhisatta fu il solo che sopravvisse. Nuotò per tutto il giorno verso il continente, ed anche tutta la notte; e fece lo stesso per i giorni seguenti, senza rilassare il suo impegno. Dopo sette giorni di nuoto indefesso, una devī gli si avvicinò:

«Cosa fate?

— Cerco di raggiungere la riva.

— Non ci riuscirete mai, è troppo lontana. Le vostre fatiche sono vane.

— I miei sforzi non sono inutili; in questo istante, le altre persone che stavano con me sul battello sono morte, perché non hanno cercato di nuotare come sto facendo io. Sono sette giorni che mi impegno ed è grazie a ciò che oggi potete incontrarmi.»

Piena d'ammirazione per il giovane Mahājanaka, lei lo aiutò, deponendolo direttamente sulla terra ferma, nel giardino reale. Sfinito, il giovane si addormentò in un sonno profondo. Poiché il re era appena morto, senza lasciare un successore, i ministri applicarono la procedura che la tradizione impone, in questa situazione. Vennero attaccati quattro cavalli ad una carrozza, chiamata Phussa, nella quale erano stati deposti cinque attributi regali, che erano appartenuti al re defunto: la spada corta, le scarpe, il ventaglio, la corona e l'ombrello bianco. Si lasciò vuota la carrozza, con i cavalli liberi di andare dove volessero. La prima persona davanti alla quale il cocchio si sarebbe fermato sarebbe stato il nuovo capo del reame.

Una volta lasciati andare, dopo una breve corsa, i cavalli entrarono nel giardino reale, con sicurezza. Giunti presso il giovane Mahājanaka, ancora profondamente addormentato, gli girarono tre volte attorno, prima di arrestarsi, immobili, davanti a lui. Fu così che egli divenne re, ancor prima di uscire dal suo sonno profondo.

Aveva chiesto al suo barbiere di avvisarlo quando avesse trovato un capello bianco sulla sua testa. Un giorno, il barbiere ne scoprì uno e glielo mostrò. Sgomento, il re Mahājanaka esclamò::

«Sono vecchio! Debbo abbandonare la via regale, senza indugio, per consacrarmi allo sviluppo della conoscenza!»

Lo stesso giorno, partì per la foresta, abbracciando, a quel punto, la vita di eremita, sino alla fine dei suoi giorni.

Ecco come, tra innumerevoli altre volte, il futuro Buddha si allenò allo sviluppo di vīriya pāramī.

Acquisizione della pazienza (khantī pāramī)

Mentre accresceva le sue dieci pāramī, il boddhisatta, seguiva khantī, la pratica della pazienza, qualsivoglia fossero gli atti e le parole degli altri su di lui. Quando era l'eremita Khantīvādī, si recò nel parco del re, dove incontrò il generale in capo dell'armata reale. Un giorno, il re privò delle sue funzioni uno degli uomini che lavoravano per il regno. Abbattuto dal fatto di ritrovarsi senza lavoro, questi andò a tormentarsi , in solitudine, nel giardino. Quando scorse l'eremita Khantīvādī, lo importunò:

«Gli eremiti sono dei buoni a nulla. Sono senza prestigio e non portano alcun beneficio agli altri!»

Concluse la sua frase, sputandogli sulla testa, con aria sprezzante, e se ne andò. L'indomani, il re gli rese le funzioni che gli aveva sottratte la sera prima. Poiché questo uomo immaginò di avere riacquistato il posto, grazie al suo atto di disprezzo verso l'eremita, creò una superstizione, dalla quale nacque una triste abitudine: nella speranza di ritrovare un posto di lavoro, tutti coloro che perdevano un impiego si recavano nel giardino reale, a sputare sul capo dell'eremita, che subiva pazientemente, senza dire nulla.

Una giorno, in cui il tempo era propizio, il re e la sua sposa andarono a fare un picnic nel giardino reale. Quando il re si immerse in una profonda e pacifica siesta, la regina si accostò all'eremita ed ascoltò rispettosamente l'insegnamento che quello le dette, rapita dalla saggezza del suo discorso. Allorché il re emerse dal suo sonno, rimase sorpreso di non trovare nessuno attorno a lui. Appena egli scorse la sua sposa vicino all'eremita che, contrariamente alla donna, egli non apprezzava affatto, venne colto da una collera nera. Si precipitò sull'eremita, urlando, con voce sdegnata e rabbiosa:

«In cosa credete, voi?

— Credo nella pazienza.»

Volendo mettere rudemente alla prova la pazienza dell'eremita. Il re gli tranciò un braccio, prima di chiedergli, con aria sadica:

«E adesso, in cosa credete?

— Il mio credo è la pazienza, e sarà sempre la pazienza.»

Il re gli tagliò, allora, l'altro braccio e le due gambe, ponendogli la stessa domanda, dopo ogni amputazione. La risposta dell'eremita restava, ancora, sempre la stessa. Il re non sopportava la vista di questo eremita, che lo guardava con la più grande pazienza, gli occhi pieni di compassione per lui, benché si stesse vuotando di tutto il sangue, mutilato come si trovava delle due braccia e delle due gambe. Agitato, gli tranciò di netto il naso, e gli chiese per l'ultima volta:

«Ed ora, in cosa credete?

— La mia fede è la pazienza, e sarà sempre la pazienza.

— Ebbene, pazientate e morite!»

Esprimendo con forza la sua ultima frase all'eremita Khantīvādī, il re gli sputò addosso, prima di rientrare al suo palazzo. Un attimo dopo giunse nel parco il generale in capo dell'armata, che si impietosì nel constatare la sinistra opera del re. Desolato, dichiarò all'eremita:

«Sono profondamente avvilito; sono addolorato che si sia giunti ad una tale sventura. Possiate voi essere capace di sopportare una simile cosa!

— Non ve la prendete per me, io la posso ben tollerare; ma, i deva - loro - no, non la sopporteranno. Soprattutto non rimanete in questo regno, andate a rifugiarvi altrove!»

Dopo avere pronunciato queste parole, l'eremita soccombette alle sue ferite mortali, mentre il generale, avendo fiducia in lui, fuggì verso un altro regno. Il giorno seguente, i deva fecero piovere dell'oro, come se fosse un rovescio di acqua, per costringere l'intera popolazione a riversarsi all'esterno delle case. Quando tutti furono usciti - tra cui le persone che avevano perseguitato, senza alcuno scrupolo, l'eremita Khantīvādī - con la faccia rivolta al cielo, i deva fecero piovere dei coltelli e delle lance su ogni codardo, distruggendo il reame maledetto.

Ecco come, tra innumerevoli altre volte, il futuro Buddha si allenò allo sviluppo di khantī pāramī.

Acquisizione della verità (saccā pāramī)

Mentre accresceva le sue dieci pāramī, il boddhisatta, seguiva saccā, la pratica della verità, che consiste a dire solo quello che è giusto, e mai ciò che è falso. Quando fu il re Mahāsutasoma, il re di un altro reame, conosciuto sotto il nome di Porisāra - il futuro Aṅgulimāla–, - si fece bandire dalla propria popolazione, in rivolta, perché si nutriva esclusivamente di carne umana. Respinto da tutti, egli se ne andò, allora, a vivere nella foresta e mangiava tutti coloro che avevano la sventura di avventurarvisi. Un giorno, numerose persone si unirono per ucciderlo. Appena il cannibale Porisāra scorse questo impressionante gruppo di persone furiose, che gli si avvicinava velocemente, armato di bastoni, di asce, di pietre e di vari attrezzi agricoli acuminati, egli si mise a correre, con grandi falcate, intenzionato, solo, a salvarsi la pelle. Nella fuga, pestò un pezzo di legno aguzzo, che gli attraversò il piede, da parte a parte. Andò, quindi, a nascondersi in un boschetto, pazientando sino alla partenza degli altri. Poiché non poteva correre dietro le sue prede, andò sotto un grande albero, dove si pensava alloggiasse un deva, implorandolo:

«Curatemi presto il piede! Se riuscirete a guarirlo, prima di sette giorni, vi offrirò in sacrificio il sangue della gola squarciata di cento ed uno re.»

In sette giorni il piede guarì da solo, senza le cure del deva. Poiché quello si persuase che il deva fosse stato la causa di tale risanamento, egli fece prigionieri cento re, aiutato dalla fedele orca, che aveva addestrato ad assisterlo nelle sue necessità. Questa orca era stata uno dei suoi grandi amici, durante un'esistenza passata. La situazione immerse il deva in una grande inquietudine. Egli pensava:

«Crede di essere guarito grazie alle mie cure, mentre io non ho fatto nulla. Ha preso cento re, che sta per uccidere, credendo di ricompensarmi con il loro sangue. Che debbo fare?»

Si recò, allora, da Sakka, il re dei deva, che gli dette un consiglio:

«Il re Mahāsutasoma ha studiato con lui; un tempo ne era grande amico. Porisāra ascoltava sempre ogni cosa che egli raccomandava. Dovete solo dirgli:"Mi offrirete un sacrificio degno solo quando mi avrete offerto il sangue del re Mahāsutasoma." Non oserà mai fargli del male.»

Il deva si rivolse a Porisāra, chiedendogli ciò che Sakka gli aveva suggerito; ma, contrariamente all'ipotesi configurata dal re deva, quando questi imprigionò Mahāsutasoma, decise di ucciderlo. Mahāsutasoma gli disse:

«Ieri, ho promesso ad un bramino di assistere all'insegnamento che avrebbe dato domani. Poiché ho preso un impegno, tengo a non romperlo. Lasciatemi partire, e domani, quando l'insegnamento sarà finito, ritornerò da voi.»

Rifiutandosi di credere al re, l'altro pensò:

«Se lo lascio andare, non tornerà più. Cerca un pretesto per fuggirsene, perché ha paura.»

Vedendo che Porisāra non voleva accordargli la fiducia, il boddhisatta gli fece ritornare la memoria:

«Quando noi eravamo giovani, abbiamo studiato assieme per molti anni, vi ricordate? Mi avete mai visto, anche una sola volta, mancare alla parola data? Mi avete sentito mentire, solo per una volta?

— No, lo riconosco.»

Per il rispetto verso l'onestà senza macchia di cui aveva dato prova il suo antico amico Mahāsutasoma, il cannibale Porisāra lo rilasciò. E, l'indomani, il re boddhisatta poté andare tranquillamente ad ascoltare l'insegnamento del bramino. Una volta che costui ebbe terminato, egli ritornò da Porisāra, che, malgrado tutto, sorpreso di rivederlo, pensò:

«Come mai ritorna? E come lo ucciderò? Non ha paura di morire?»

Incuriosito, chiese al re Mahāsutasoma:

«Quale insegnamento avete ascoltato, oggi? Ripetetemelo!

— Si tratta di un insegnamento non destinato ai mangiatori di carne umana!

— Mi impegno a realizzare quattro vostri desideri, se me lo insegnerete.

— Va bene, in questo caso ve ne faccio parte. Ascoltate bene:

Associatevi con delle persone sane! Non unitevi con chi è malsano! Se frequenterete gente retta, sarete sempre felice. Se vi accompagnerete con persone malvagie, sarete sempre infelici.

— Ecco un meraviglioso insegnamento! Sono entusiasta di averlo ascoltato! Quali sono i vostri quattro desideri?

— Il mio primo desiderio è che io possa vedervi in buona salute per i prossimi cento anni.

— D'accordo, vi lascio in vita affinché voi possiate vedermi in buona salute.

— Il mio secondo desiderio è che voi liberiate i cento re, che avete imprigionato.

— D'accordo, li libero.

— Il mio terzo desiderio è che voi riconduciate ogni re nel suo reame.

— D'accordo, li riaccompagno tutti nel loro regno.

— Il mio quarto desiderio è che voi cessiate di mangiare carne umana.

— Questo, non ve lo posso accordare. Non riesco a vivere senza mangiarne.

— Vi avevo detto che non volevo darvi questo insegnamento, perché non eravate degno di riceverlo. Malgrado tutto, l'ho fatto, perché mi avete promesso qualche cosa. Voi rompete il vostro impegno; non siete che un furfante, una persona malsana!»

Vergognandosi, Porisāra concesse il quarto desiderio al re Mahāsutasoma. Così, ne risparmiò la vita, liberò i cento re che aveva imprigionato, li riportò nel regno rispettivo e non mangiò mai più carne umana.

Ecco come, tra innumerevoli altre volte, il futuro Buddha si allenò allo sviluppo di saccā pāramī.

Acquisizione della determinazione (adhiṭṭhāna pāramī)

Mentre accresceva le sue dieci pāramī, il boddhisatta, seguiva adhiṭṭhāna, la pratica della determinazione. Quando fu il principe Temi, nella sua giovanissima età, ebbe la capacità di ricordarsi del suo passato e realizzò di avere subito la spaventosa esistenza nel mondo degli inferi. Inorridito, volle assicurarsi di mai più sperimentare esperienze tanto orrende. Così, risolse di non succedere mai a suo padre, poiché un re è, a volte, costretto ad applicare delle sanzioni crudeli ed il giovane Temi non volle più essere responsabile del minimo atto cattivo. Affinché lo si lasciasse tranquillo, decise fermamente di non prendere mai alcuna iniziativa, da che fu nell'età di parlare; si stendeva solo se lo facevano stendere, si sedeva solo quando lo facevano sedere e camminava solo quando lo spingevano a camminare. Non mangiava altro che il cibo che portavano alla sua bocca; si lasciava nutrire come se fosse paralizzato. Si determinò anche a fingere di non potere ascoltare nulla e a non lasciarsi sfuggire un suono dalla bocca, lasciando credere di essere sordo e muto.

Il re fece controllare suo figlio da grandi specialisti, che si trovarono tutti d'accordo nell'affermare che egli non presentavano alcun segno di sordità, di impotenza, o di mutismo. E siccome non volle credere più a pretesi handicaps del figlio, fece di tutto per assicurarsi che questi potesse ascoltare e per indurlo parlare. Numerose volte gli fece bruscamente paura, di dietro; ma, Temi aveva sviluppato una tale attenzione ad ogni istante, che non sussultava mai. Diverse volte lo pose tra le braccia di una giovine donna, per incitarlo a muoversi da solo, sotto l'effetto dell'eccitazione; ma, Temi restava insensibile ed immobile. Tante volte lo percosse, sperando di farlo piangere; ma, Temi rimaneva insensibile. E, ancora molte volte, lo privò di cibo per diversi giorni; ma, Temi non ne chiese mai.

Quando il principe ebbe sedici anni, suo padre decise di sbarazzarsene:

«Questo figlio non vale proprio nulla! E' incapace di fare alcunché, e non serve a niente. Che lo si uccida!»

In base a questa rude decisione, lo fece condurre nella foresta, affinché lo si interrasse vivo. Mentre gli uomini del re scavavano la fossa, il principe Temi attendeva nel carro. Poiché lo stavano per uccidere, volle reagire; fece un po' di esercizio fisico, per distendere le membra, di cui non si era mai servito. Dopo avere eseguito alcuni movimenti fisici per la prima volta, in sedici anni, pronunciò la prima parola per la prima volta dopo tanto tempo, indirizzandosi ai becchini:

«Che fate? Perché scavate quel fosso?»

Senza voltarsi, gli uomini, persuasi della sordità e del mutismo del principe, credettero di rispondere ad un estraneo.

«E' per seppellire vivo il principe.

— Perché volete ucciderlo?

— Non parla, non sente e resta sempre immobile. Il re vuole sbarazzarsene perché lo giudica inutile.»

Il principe Temi insegnò loro, in risposta, un sermone sul Dhamma, basato sui benefici della generosità, della virtù e della concentrazione. Quando i becchini si girarono verso di lui, restarono, alla volta, stupefatti e felici di vederlo parlare, ascoltare e muoversi. E lo vollero subito ricondurre al palazzo, per avere la gioia di portare al re un figlio che parlava, che ascoltava e che si muoveva. Tuttavia, egli rifiutò di accompagnarli, preferendo rimanere nella foresta, dove cominciò, senza indugio, un'attività di pura concentrazione..

Il re e la regina vennero a trovarlo nella foresta, non appena furono messi al corrente dell'assenza di handicaps di loro figlio, e lo sollecitarono a divenire re. Ciononostante, Temi rifiutò.

«Per non divenire re, mi sono ingiunto a sopportare una vita intollerabile per sedici anni. Resto qui a meditare, perché è solo nella solitudine della foresta che posso essere soddisfatto!»

Ecco come, tra innumerevoli altre volte, il futuro Buddha si allenò allo sviluppo di adhiṭṭhāna pāramī.

Acquisizione della benevolenza (mettā pāramī)

Mentre accresceva le sue dieci pāramī, il boddhisatta, seguiva mettā, la pratica della benevolenza verso ogni essere. Quando era il re di un piccolo regno, il re di un reame vicino, nettamente più grande del suo, lo invase e fece prigioniero il re boddhisatta, per impadronirsi del suo impero. Rinchiuso in un torrione, nel palazzo del re invasore, il re prigioniero radiò amore e benevolenza verso il malvagio. Incapace di sopportare questo amore dalla forza incomparabile, quello non poté rimanere in pace, sentendol' intero corpo che pareva si infiammasse. Con la coscienza torturata dalla sua azione dannosa, egli non riuscì a fare a meno di rendere la libertà al boddhisatta che aveva catturato.

Ecco come, tra innumerevoli altre volte, il futuro Buddha si allenò allo sviluppo di mettā pāramī.

Acquisizione dell'equanimità (upekkhā pāramī)

Mentre accresceva le sue dieci pāramī, il boddhisatta, seguiva upekkhā, la pratica dell'equanimità, non reagendo né alle situazioni gradevoli, e né a quelle sgradevoli. Quando era un uomo ricco, si disfece di ogni sua proprietà, compresa la propria casa, ed andò a sistemarsi in un ossario, situato in un quartiere, abitato da gente brutale. Vedendolo vivere tra i cadaveri, tutti lo presero per pazzo. Gli lanciavano delle pietre, gli sputavano addosso e l'insultavano. Malgrado questi cattivi trattamenti, il boddhisatta restava calmo, perfettamente neutrale, di fronte le aggressioni.

Per l'intera sua esistenza, ebbe l'abitudine di vivere esclusivamente in luoghi che erano sorgente di disturbi di ogni genere, mettendo così a dura prova la sua equanimità.

Ecco come, tra innumerevoli altre volte, il futuro Buddha si allenò allo sviluppo di upekkhā pāramī.


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Origine: Opera francese

Autore: Monaco Dhamma Sāmi

Traduttore: Guido Da Todi

Data: Gennaio 2004

Aggiornamento: 29 settembre 2011