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riassunto della pagina

Buddha incontra un eremita, a capo di una setta di 500 persone. Questo eremita è dotato di un sì grande orgoglio, da essere convinto di avere maggiore saggezza e poteri di Buddha.

Sottilmente, il beato perverrà , pian piano, a fargli prendere coscienza del suo errore, e fargli intendere che la migliore cosa che gli resta da fare è adottare il suo insegnamento...

l'ingresso dei tre fratelli Kassapa nel saṃgha

L'incontro dell'eremita Uruvela Kassapa con Buddha

Un tempo, esistevano tre fratelli, noti sotto il nome di «fratelli Kassapa». Il più anziano si chiamava Uruvela Kassapa, poiché viveva nel bosco di Uruvela. Il cadetto si chiamava Nadi Kassapa, poiché viveva ai bordi di un fiume (Nadi significa fiume, in pali). Il beniamino, Gayā Kassapa, visto che abitava accanto al grande fiume Gayā (nel quale si gettava il corso d'acqua che si trovava presso le abitazioni degli altri due fratelli). Il primo aveva cinquecento discepoli; il secondo, trecento, ed il terzo, duecento. Questi tre fratelli, con tutti i loro discepoli, si dedicavano agli attakilamathā nuyoga (pratiche, che opprimono, sfibrano il corpo). Erano tutti convinti che questo trattamento fosse in grado di condurli alla più alta delle saggezze. Un giorno, spostandosi all'interno della foresta di Uruvela, Buddha giunse al kuṭī dell'eremita Uruvela Kassapa. Mentre si avvicinava, gli domandò:

«Permettereste che io trascorra un po' di tempo con voi?

— Non vedo alcuna obiezione, in proposito, ma non vi è un posto per alloggiarvi, qui.

— Posso dormire non importa dove; la cucina mi andrebbe molto bene.

— E'proprio in cucina che non dovete andare; un potente dragone-serpente vi si è sistemato, ed è molto pericoloso.

— Non vi preoccupate per me; non azzardo nulla.

— Come volete voi; a vostro rischio e pericolo!»

Buddha entrò nella cucina e si sedette sull'erba, che, lì, stava sparsa in terra, concentrandosi, pacificamente, su ānāpāna. In quel momento, ed a sua volta, il dragone entrò in cucina. Vedendo qualcuno seduto al suo posto, si vide immerso in una collera immensa. Sputò fuoco e fumo addosso a Buddha. Avvalendosi dei suoi poteri, il Beato proietto, a sua volta, del fuoco sul dragone-serpente. Dal di fuori, si poteva vedere la cucina, avviluppata da larghe fiamme, come se si fosse completamente incendiata. Accorrendo precipitosamente per osservare questo spettacolo inquietante, l'eremita si dispiacque per Buddha:

«Poveretto! E' morto mentre era così giovane! Era di così bell'aspetto!»

Il combattimento durò l'intera notte, senza che nessuno osasse avvicinarsi, a causa delle potenti e pericolose fiamme. All'alba, Buddha decise di sottomettere il dragone, con la forza della benevolenza. Vinse, allora, la creatura, divenuta inoffensiva, senza farle alcun male. Poiché intendeva mostrare il dragone all'eremita, senza spaventarlo, lo rimpiccolì, in modo da farlo entrare nella sua ciotola. Divenuto così piccolo, quello non osava neppure sputare il fuoco. Quando Buddha uscì dalla cucina, si avvicinò all'eremita, stordito dallo stupore. Tendendogli la ciotola, ne aprì il coperchio, per mostrargli il contenuto:

«Eccolo qui, il vostro dragone-serpente!»

Doppiamente sorpreso, l'eremita Uruvela Kassapa pensò:

«Questo rinunciante ha dei grandi poteri, mentre io non ne posseggo alcuno. Tuttavia, egli non è ancora arahant come me!»

Buddha, che conosceva perfettamente i pensieri dell'eremita, restò in silenzio.

L'eremita era persuaso di essere più realizzato di Buddha. Tuttavia, riconosceva che il suo invitato era degno di rispetto; ed aveva molta ammirazione per lui:

«O grande rinunciante! Restate, dunque, con me! Vi darò il cibo quotidiano, ogni giorno.»

I tributi dei deva e del brahmā

La notte seguente, i quattro grandi deva incaricati di sorvegliare l'universo, ad ognuno dei quattro punti cardinali, vennero da Buddha. Mentre i loro corpi radiavano una luce sublime, essi si prosternarono rispettosamente davanti al Beato. Quanto se ne andarono, i loro corpi splendevano sempre della stessa luce. L'indomani, l'eremita Uruvela Kassapa venne a cercare Buddha, per il pasto. Quando ebbero terminato il pasto, l'eremita non trattenne più a lungo la sua curiosità:

«Chi vi è venuto a visitare, la notte passata?

— Sono venuti a trovarmi i quattro grandi deva. Ho insegnato loro il Dhamma, e si sono occupati di me.»

— L'eremita Uruvela pensò:

«Ha dei grandi poteri, questo rinunciante; mentre, io non ne ho alcuno. Cionondimeno, non è ancora arahant come me!»

Buddha, che conosceva alla perfezione i pensieri dell'eremita, restò in silenzio.

La notte successiva, Sakka, il re deva, venne a visitare Buddha, con il corpo scintillante di una luce nettamente più viva di quella dei quattro grandi deva della notte precedente. Si prosternò molto rispettosamente davanti al Beato, il quale gli rilasciò un insegnamento del Dhamma. Più tardi, il deva Sakka ripartì, splendendo come quando giunse, non senza essersi ben preso cura di Buddha. L'indomani mattina, dopo il pasto, l'eremita Uruvela Kassapa si informò, presso il Beato. Quando seppe chi fosse colui che era venuto a visitare il suo ospite, pensò:

«Questo rinunciante ha dei grandi poteri; mentre io, non ne ho. Eppure, non è ancora arahant come me!»

Buddha conosceva a fondo i pensieri dell'eremita; ma, restò silenzioso.

La notte seguente, fu il turno di un brahmā, che rese visita a Buddha, con il corpo ancor più splendente di quello del re deva Sakka. Egli si inginocchiò, molto rispettosamente, innanzi al Beato, che gli rilasciò un insegnamento sul Dhamma. Più tardi, il brahmā se ne ripartì, risplendendo tanto vivamente come quando giunse, non senza essersi preso cura di Buddha. L'indomani mattina, dopo il pasto, l'eremita si informò, ancora, presso il Beato. Quando seppe chi fosse colui che era venuto a fare visita , la sera prima, al suo ospite, pensò:

«Ha dei grandi poteri questo rinunciante; mentre io, non ne ho alcuno. Però, non è ancora arahant, come me!»

Buddha era al corrente perfettamente dei pensieri dell'eremita; ma, restò silenzioso.

I tentativi dell'umiliazione dell'orgoglio dell'eremita Uruvela Kassapa

Allo scopo di disgregare l'orgoglio smisurato dell'eremita Uruvela Kassapa, Buddha decise di dare una dimostrazione pratica dei propri poteri psichici. Nessuna di queste dimostrazioni, tutte egualmente affascinanti, mancò di sorprendere l'eremita. Nondimeno, il Beato dispiegò più di un migliaio di poteri, senza che l'orgoglio dell'eremita ne fosse minimamente alterato. Tra questi numerosi poteri...

Buddha si recò in un lampo sull'isola di Sīhaḷa (attuale Sri Lanka), per prendere il proprio pasto. Quando, poi, l'eremita gli chiese dove avesse pranzato, gli rispose semplicemente che lo aveva fatto sull'isola di Sīhaḷa.

Andò in un ossario, situato vicino al villaggio Senā (dove viveva Sujātā, la madre del Venerabile Yasa) per raccogliervi un tessuto abbandonato, arrotolato attorno ad un cadavere. Fu tanto sorprendente che un essere così nobile potesse impadronirsi di una cosa talmente ripugnante come questo pezzo di tessuto rosicchiato dai vermi, che la terra ne tremò. Nel vedere ciò, il re deva Sakka discese, onde fare apparire una grande pietra piatta, allo scopo di fare asciugare facilmente il tessuto abbandonato, raccolto da Buddha, una volta che fosse stato lavato. Quando l'eremita passò nei paraggi, vide questa pietra piatta immensa. Sbalordito, chiese al Beato da dove provenisse, poiché, in precedenza, egli non l'aveva mai notata; e costui gli rispose che Sakka — il re dei deva — l'aveva espressamente creata, perché potesse asciugare la veste che aveva appena trovato.

Tra le numerose pratiche adottate da questi eremiti, una consisteva nel bagnarsi dentro l'acqua fredda di un fiume. Un'altra, nel rimanere molto vicini ad un grande fuoco. Esse, secondo quanto credevano, erano propizie a purificare dai kilesā, ossia dalle impurità mentali. Come ogni mattina, l'eremita fece un bagno nel fiume, ancora freddo, a causa della debole altezza del sole. Subito, volle scaldarsi rapidamente, uscendo dal fiume; per cui, avrebbe dovuto subito tagliare dei pezzi di legno, per accendere un fuoco. Ma, poiché questi erano troppo grossi, egli non ci riusciva. Pensò, subito, a Buddha:

«Il nostro rinunciante è dotato di poteri prodigiosi: potrà aiutarmi ad accendere un fuoco grande.»

Quando ebbe comunicato il suo desiderio a Buddha, questi fece sì che cinquecento ceppi si spaccassero, grazie ai suoi poteri. Ma, poiché essi erano ancora troppo verdi, l'eremita non poté farli ardere, per farne una fiamma. Sollecitò, dunque e ancora, l'aiuto del Beato, che venne in soccorso di tutti gli eremiti; accese, in un batter di ciglia, cinquecento fuochi: uno, accanto ad ogni eremita. Per compassione verso di essi, fece la stessa cosa, per ogni giorno che seguì. L'eremita Uruvela Kassapa si rimise a pensare:

«Il grande rinunciante ci dona cinquecento fuochi al giorno, con l'aiuto della sola parola. Ha dei grandi poteri, mentre io non ne ho. Tuttavia, non è ancora arahant, come me!»

Una volta ancora, Buddha vide il pensiero dell'eremita; e restò silenzioso.

Un giorno, piovve abbondantemente. L'acqua aveva invaso ogni cosa, e scorreva nei più piccoli angoli. Sempre con l'intenzione di mostrare i suoi poteri, Buddha camminava senza il minimo inconveniente. Il livello dell'acqua era salito molto; malgrado ciò, i suoi piedi non toccavano l'acqua, ed una grande nuvola di polvere si innalzava da essi, quando egli avanzava; proprio come se camminasse sopra un terreno completamente secco.

Vedendo tutta quest'acqua invadere i dintorni, l'eremita pensò che Buddha ne sarebbe stato trascinato via; o, addirittura, che fosse annegato. Partì, subito, in suo soccorso, con l'aiuto di una barca. Quando lo vide, del tutto asciutto, sopra le acque, fu molto sorpreso. E lo interpellò:

«Temevo che voi foste in pericolo. Sono corso in vostro soccorso, ma resto sollevato nel constatare che sembrate sano e salvo; non toccate neppure la superficie dell'acqua!»

Il Perfetto raggiunse, allora, la barca, facendo volare il suo corpo, in un modo tranquillo e grazioso. Una volta di più, l'eremita si mise a pensare:

Ha dei grandi poteri, questo rinunciante; mentre io, non ne ho. Malgrado questo, egli non è ancora arahant come me!»

Questa volta, Buddha riflesse:

«Dopo i numerosi poteri — più di un migliaio — di cui gli ho dato dimostrazione, il gigantesco orgoglio di questo eremita non ha subito la minima alterazione! Per renderlo più modesto, gli parlerò.»

Avvicinandosi all'eremita Uruvela Kassapa, gli fece prendere consapevolezza della sua attitudine, che straripava orgoglio:

«Avete un orgoglio smisurato, Kassapa! Dopo quanto avete visto, osate ancora pensare di essere un arahant, e più saggio degli altri. Siete esattamente come un verme brillante, che si crede più luminoso del sole!»

Il ripudio delle proprie credenza, da parte dell'eremita Kassapa

Direttamente toccato da queste parole, l'eremita ridusse il suo orgoglio e si prosternò davanti a Buddha, chiedendogli, senza attendere:

«Prendetemi come discepolo!

— Prima di ciò, occorre che tutti i vostri discepoli vengano avvertiti che voi vi integrate nel saṃgha.

— (dopo avere raccolto tutti i suoi discepoli) Informo tutti voi che la pratiche che vi ho insegnato non sono quelle giuste. Vi informo, anche, di avere deciso di diventare monaco, presso il Venerabile Gotama.

— (I discepoli) Vogliamo anche noi integrarci nella comunità del Venerabile Gotama, da che lo conosciamo. Non aspettavamo altro di meglio, se non che lo faceste voi stesso. Poiché vi siete deciso di unirvi al nobile rinunciante Gotama, tutti noi, egualmente, vogliamo divenire monaci.

— (Buddha, indirizzandosi a tutti) Le pratiche alle quali vi dedicavate sino ad oggi sono delle pratiche sterili, che non permettono affatto lo sradicamento dei kilesā; tali quali: bagnarsi nel fiume freddo; riscaldarsi il corpo, vicinissimi al fuoco; restare del tutto nudi; adottare il digiuno estremo; le austerità ascetiche; opprimere il proprio corpo, in ogni modo....Tutto ciò non permette di cancellare i kilesā. Soltanto praticare gli otto maggaṅga consente di estinguere i kilesā. Solo chi adotta tale preparazione raggiunge il nibbāna

Al termine di questo insegnamento, Buddha disse:

«Venite, Monaci!»

Attraverso queste due parole, i cinquecento eremiti divennero tutti dei nuovi monaci. Per marcare simbolicamente il ripudio della loro vita da eremita, essi gettarono tutti gli antichi oggetti nel fiume. Quando Nadì Kassapa e Gayā Kassapa, i due fratelli dell'ex eremita Uruvela Kassapa, ed i loro discepoli, che dimoravano al bordo ad a valle di questo fiume, videro tutti gli oggetti trasportati dalla corrente, immaginarono che era successo un grave incidente. Si inquietarono tanto che partirono subito verso i loro amici. Quando li raggiunsero, furono sollevati di vederli in buona salute e molto sorpresi di trovarli seduti attorno a Buddha, con le mani rispettosamente giunte. Dopo un breve scambio di parole, questi cinquecento eremiti raggiunsero gli altri, portando il numero dei nuovi monaci ad un migliaio. E allorché ciascuno di essi fu equipaggiato delle vesti e di una ciotola, Buddha rilasciò loro un insegnamento, che sarebbe stato l'oggetto del sutra dittapariyāya. Questo insegnamento dice, in sostanza:

«Il corpo è una cosa particolarmente ripugnante. Si può paragonare ad un fuoco, tanto vi bruciano dentro i kilesā. Il corpo è come una casa incendiata, perché è sotto l'influenza dei kilesā: il fuoco della collera, il fuoco dell''avidità, il fuoco dell'ignoranza, il fuoco dell'orgoglio...E' tramite l'aiuto della generosità, della virtù e di vipassanā bhāvanā che si può placare il fuoco dei kilesā

Quando questo insegnamento fu terminato, tutti i monaci presenti divennero arahant. Dopo, accompagnato da tutti questi monaci, Buddha proseguì il suo cammino, sino a Rājāgaha.


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Origine: Opera francese

Autore: Monaco Dhamma Sāmi

Traduttore: Guido Da Todi

Data: Gennaio 2004

Aggiornamento: 29 settembre 2011