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riassunto della pagina

Il principe Siddhattha fa quattro incontri, che lo marcano profondamente: un vecchio, un malato, un morto ed un rinunciante.

Questi elementi costituiscono la spinta di tutto il suo cammino futuro: la ricerca di una soluzione al ciclo senza fine delle morti e delle rinascite.

i 4 grandi segni

Il vecchio

Un giorno, quando aveva l'età di ventotto anni, il principe Siddhattha uscì fuori dal suo palazzo, per recarsi nel sontuoso giardino reale di Kapilavatthu. La scorta che lo accompagnava nel giardino era costituita da quattro cavalli, dalla principessa, da un cocchiere che guidava i cavalli, da soldati e da qualche membro della corte. Un deva della sfera Tusitā (quarta sfera) vide che si avvicinava il tempo, per il principe Siddhattha, di rinunciare all'esistenza principesca, e partire per la foresta. Proprio poco prima che la diligenza entrasse nel giardino reale, questo deva fece apparire il primo dei quattro grandi segni. Creò un vecchio tutto sdentato, con i capelli bianchi, la pelle raggrinzita, rugoso, il dorso curvato. Tremava, mentre stava appoggiato al suo bastone. Pieno di anni e dall'apparenza malandata, il vecchio se ne stava davanti all'entrata del giardino. Il deva fece sì che solo il principe ed il suo cocchiere lo potessero vedere. Il principe, che aveva conosciuto solo dei giovani, fu molto sorpreso da questa visione. Scioccato, chiese al cocchiere:

«I suoi capelli non sono come gli altri; sono tutti bianchi. Anche il suo corpo non assomiglia agli altri; sembra usato, mentre il suo dorso è curvo. Gli sono caduti tutti i denti. Pare che abbia soltanto la pelle sulle ossa, Trema tutto. Chi è?

— E' un vecchio. Una persona che ha raggiunto la vecchiaia.

— Prima di oggi, non avevo mai visto persone con i capelli bianchi (e ripeté tutta la descrizione); e non ne avevo mai sentito parlare. Come mai è ridotto così? Spiegatemelo!

— Quando la vita raggiunge una certa durata, si diviene così: tutto l'organismo deperisce.

— Anche io sarò inevitabilmente così, un giorno?

— Tutti invecchiano in questo modo. Il fatto di avere un corpo porta fatalmente a conoscere la vecchiaia.

— Posso anche io, dunque, conoscere la vecchiaia. Sono così scombussolato, che non voglio più andare nel giardino. Fate un semicerchio e ritorniamo al palazzo!»

La vista del primo dei quattro grandi segni provocò nel giovane principe una profonda presa di coscienza. Rimase spaventato all'idea che avrebbe potuto conoscere, senza fallo, la vecchiaia. Sbalordito di vedere la diligenza ritornare così presto al palazzo, il re interrogò il cocchiere:

«Come mai non siete rimasti nel giardino reale?

— Il principe non vi è voluto neppure entrare, tanto era sconvolto, Sire.

— E che cosa lo ha tanto sconvolto?

— Ha visto un vecchio, Sire.»

Il re comprese subito ciò che il figlio potesse avere risentito, in questa visione. Molto preoccupato che potesse scoprire gli altri tre segni, il monarca fece allargare con una seconda distanza, dalla quale non si potesse ascoltare una vacca muggire, il perimetro vergine di ogni elemento suscettibile di fare scoprire al principe uno dei tre altri segni. Fece anche moltiplicare le gioie e le distrazioni di cui il principe già disponeva, per tentare di cancellare la sua disillusione.

Il malato

Qualche mese più tardi, desiderando nuovamente recarsi al giardino reale, il principe Siddhattha fece attaccare la diligenza principesca e si mise in cammino, scortato da soldati e da qualche membro della corte. Giusto poco prima che la carrozza entrasse nel giardino, il deva ( quello che aveva fatto apparire il primo dei quattro grandi segni) fece vedere il secondo dei quattro grandi segni. Creò un malato, con il corpo ricoperto di pustole, roso dalla malattia, immerso lamentosamente nei propri escrementi ed urine. Non aveva la forza di sollevarsi, né di allungarsi, da solo. Profondamente segnato dal dolore, con l'apparenza cadaverica e privo di salute, il malato se ne stava davanti all'entrata del giardino. Il deva fece in modo che solo il principe ed il cocchiere potessero scorgerlo. Il principe, che non aveva conosciuto altro che persone in piena salute, restò molto sorpreso da questa visione. Scioccato, si informò presso il cocchiere:

«Gli occhi di questa persona non sono come quelli degli altri. Sono grigiastri ed appena socchiusi. La sua voce non è come quella degli altri. Geme, come se fosse continuamente in preda al dolore. A differenza del resto del mondo, sembra essere condannato da un'immensa debolezza. Di che si tratta?

— E' un ammalato. Una persona sofferente di malattia.

— Prima di oggi, non avevo mai visto una persona dagli occhi grigiastri ed appena socchiusi (egli ripeté tutta la descrizione), e neppure ne avevo sentito parlare. Come mai succede tutto questo? Spiegatemelo!

— Questo uomo ha contratto una malattia. Cioè, un'infezione si è impadronita del suo corpo. La malattia fa in modo che egli non sia consapevole della sua postura: egli non sa se sta in piedi, oppure seduto. Esistono, inoltre, numerose altre malattie.

— Io anche, un giorno, dovrò, inevitabilmente, soffrire di una malattia, come questo uomo?

— Tutti sono soggetti alla malattia, nessuno ne viene risparmiato, nessuno resta eternamente in perfetta salute. Il fatto stesso di possedere un corpo porta, in maniera inevitabile, un giorno oppure l'altro, a sopportare dei mali fisici diversi.

— Quindi, posso conoscere anche io la malattia. Ne sono tanto sconvolto da non potere più proseguire per il giardino. Fate un mezzo giro e rientriamo al palazzo!»

La vista del secondo dei quattro grandi segni provocò nel giovane principe una profonda presa di coscienza. Rimase sgomento all'idea che avrebbe sperimentato in modo inevitabile la malattia. Stupito di vedere la diligenza tornare così presto al palazzo, il re interrogò il cocchiere:

«Come mai non siete rimasti nel giardino reale?

— Il principe non vi è voluto neppure entrare, tanto era sconvolto, Sire.

— E che cosa lo ha tanto sconvolto?

— Ha visto un ammalato, Sire.»

Il re comprese subito cosa avesse dovuto provare il figlio, in questa visione. Molto preoccupato dall'idea che egli potesse scoprire gli altri due segni, il monarca fece allargare di una terza distanza, dalla quale non si potesse udire una vacca muggire, il perimetro vergine di ogni elemento suscettibile di fargli scoprire uno dei segni rimanenti. Fece, ancora, moltiplicare le gioie e le distrazioni, di cui disponeva già suo figlio, per tentare di eliminare la sua disillusione.

Il morto

Quattro mesi dopo, provando nuovamente il desiderio di recarsi nel giardino reale, il principe Siddhattha fece preparare la diligenza principesca e si mise in cammino, scortato da soldati e da qualche membro della corte. Proprio poco prima che la vettura entrasse nel giardino, il deva fece apparire il terzo dei quattro segni. Creò un morto, disposto nel palanchino mortuario, che stavano allestendo e circondato da un gruppo di persone. Il deva agì in modo che questa processione, che iniziava davanti all'entrata del giardino, non fosse discernibile che dal principe e dal cocchiere. Incuriosito da questa scena, il principe Siddhattha chiese al cocchiere:

«Cosa fa questo gruppo di individui?

— Prepara un palanchino per trasportare un morto.

— Sino ad oggi, non avevo mai visto un morto, e neppure ne avevo sentito parlare. Conducetemi a vedere questa persona morta.»

Quando il cocchiere ebbe accostato la diligenza, il principe ne discese e si avvicinò al morto, per osservarlo da vicino. Il cadavere aveva la pelle biancastra, di un aspetto lugubre, già rosa dalla decomposizione. Molto sorpreso nel vedere una apparenza tanto macabra, espressa da un essere umano, il principe, che aveva conosciuto solo persone in vita, domandò al cocchiere:

«Come spiegate la morte?

— Quando si giunge alla morte, non si rivede mai più la propria famiglia, né i propri amici.

— Anche io morirò, un giorno? Conoscerò forzatamente la morte? Anche io non rivedrò mai più la mia famiglia, né i miei amici? (Il principe non sapeva che sua madre era morta, poiché nel giorno del suo decesso aveva solo sette giorni, e , da allora, tutti gli avevano lasciato credere che la regina Mahāpajāpati Gotamī fosse sua madre biologica).

— Ogni essere che popola gli universi conoscerà inevitabilmente la morte. Ad un certo momento dell'esistenza, ogni corpo finisce per deperire in questo modo, raggiungendo inevitabilmente la morte. Anche voi, un giorno, morirete e, così, cesserete di vedere, per sempre, la vostra famiglia.

— Conoscerò, dunque, come tutti, anche io, la morte. Ne sono esterrefatto, tanto che non voglio più recarmi nel giardino. Fate mezzo giro e ritorniamo al palazzo!»

La vista del terzo dei quattro grandi segni provocò, nel giovane principe, una profonda presa di coscienza. Egli rimase affranto dall'idea che avrebbe conosciuto in modo sicuro la morte. Stupito ancora di vedere la diligenza tornare così presto al palazzo, il re interrogò il cocchiere:

«Come mai non siete rimasti nel giardino reale?

— Il principe non vi è voluto neppure entrare, tanto era sconvolto, Sire.

— E che cosa lo ha tanto sconvolto?

— Ha visto un morto, Sire.»

Il re comprese subito cosa mai avesse dovuto provare suo figlio con questa visione. Molto preoccupato all'idea che egli potesse scoprire l'ultimo segno, il monarca fece allargare di una quarta distanza, oltre la quale non si può ascoltare una vacca muggire, il perimetro vergine di ogni elemento capace di fargli scoprire uno di questi tre altri segni. E fece, ancora una volta, moltiplicare le gioie e le distrazioni di cui già disponeva suo figlio, per tentare di cancellarne la disillusione. Tuttavia, il principe volle rimanere solo nella sua camera, tanto era abbattuto da questa terza visione. Egli pensò:

«Quindi, ognuno è destinato a morire, nel mondo, un giorno o l'altro. Nessuno ha scoperto come sfuggire a questo destino. Ma, ci dovrà pur essere un modo per riuscirci! Debbo farlo io, di modo che tutti gli esseri ne possano beneficiare!»

Il rinunciante

Quattro mesi dopo, sentendo nuovamente il desiderio di recarsi al giardino reale, il principe Siddhattha fece attaccare la diligenza principesca e si mise in cammino, scortato da soldati e da qualche membro della corte. Poco prima che la vettura entrasse nel giardino, il deva fece apparire il quarto dei grandi segni. Creò un rinunciante, con il cranio e il mento rasati, vestito con un semplice tessuto ocra, seduto ed immobile, assorbito in un profondo samādhi. Esprimendo un'apparenza nobile e serena, il rinunciante si trovava davanti all'entrata del giardino, sì che soltanto il principe ed il cocchiere potessero scorgerlo. Il principe, che aveva sino ad allora veduto solo persone frettolose, ossessionate dalle attività effervescenti del mondo, rimase molto sorpreso da questa visione. Incuriosito, chiese al cocchiere:

«Questo personaggio non somiglia a nessun altro. Non ha capelli, né barba. L'abito che porta — tinto con il colore ocra — non è come gli altri. Chi è?

— E' un rinunciante.

— Cosa significa "rinunciante"? Spiegatemelo!

— Si tratta di una persona che si disciplina, per ottenere la liberazione dalla vecchiaia, dalla malattia e dalla morte. La sua generosità è illimitata. Si allena nobilmente e senza posa allo sviluppo delle dieci kusalakammapathadhamma. Consacrando la sua vita solo a questo, indossa questo abito ocra, e rinuncia ad ogni godimento della vita laica. Una persona simile è chiamata rinunciante. Un rinunciante è chi è vicino al Dhamma, non commette errori, osserva una condotta pura. E sa che la sua pratica è cosa buona. Non opprime gli altri esseri, si prende sempre cura del prossimo, interessato solo il bene di ognuno. E comprende che ciò è bene. Ecco cosa è un rinunciante.

—Ho molta ammirazione per simili persone, che si allenano per liberarsi della vecchiaia, della malattia e della morte (enuncia qui ogni definizione che il cocchiere gli ha appena esposto). Ecco una nobile maniera di vivere!»

Poiché il principe desiderava parlare direttamente al rinunciante, gli si avvicinò, e gli indirizzò le stesse questioni che aveva posto al cocchiere. Visto che il rinunciante gli dette le medesime risposte, il principe concluse il dialogo con le stesse parole di felicitazione.

Molto felice, il principe entrò nel giardino reale. Prese posto all'ombra di un boschetto ed assaporò la deliziosa atmosfera e la delicatezza dei profumi generosamente offerti dai fiori di ogni specie, il cui degradare dei colori nulla aveva da invidiare ai più bei cieli, creati dal tramonto del sole. Con il pensiero fisso sulla scoperta che aveva appena fatto, egli irradiava la felicità più intensa.

Nota: Riguardo al futuro Buddha Gotama, lo spazio di tempo tra le apparizioni dei quattro grandi segni fu di quattro mesi; ma, per altri buddha, questo periodo può essere di cento anni — in proporzione alla loro durata di vita. Secondo gli insegnamenti del Dhamma, ad ogni antarakappa la durata della vita umana si allunga progressivamente sino ad un numero astronomico di anni, per diminuire progressivamente, poco a poco, sino ad un'età di dieci anni. Tuttavia, un buddha non appare mai in un periodo, in cui la speranza di vita umana eccede i centomila anni. La ragione sta nel fatto che se la loro vita fosse così lunga, gli esseri umani, dimenticando completamente la propria nascita, non accetterebbero l'insegnamento del Dhamma, rifiutandosi di credere che i loro corpi abbiano da subire la venuta al mondo, la vecchiaia, la malattia e la morte. Benché questi punti siano la sola ragione che spinge gli esseri alla pratica del Dhamma, rari — già tra coloro che hanno una vita sufficientemente corta per esserne pienamente consapevoli — sono coloro che si motivano a scegliere la via della liberazione, sino al successo. Inconsapevoli di questi punti fondamentali per desiderare la liberazione, nessuno — in un'epoca in cui si vive sino a centomila anni — vorrebbe fare il minimo sforzo per sperare di sfuggire a delle sofferenze invisibili (poiché troppo lontane per essere avvertibili).

La nascita di Rāhulā

La principessa Yasodharā non era presente in quest'ultima uscita, poiché era incinta. Il principe Siddhattha restò sino alla fine del giorno nel giardino reale, dilettandosi pacificamente della sua bellezza e della sua tranquillità. Nel frattempo, la sua sposa metteva al mondo un maschietto. Un messaggero giunse, in fretta, dal palazzo al giardino, per informare il principe dell'avvenimento. Prendendo conoscenza della nascita del figlio, il giovane principe ne fu completamente costernato, il suo viso si oscurò, del tutto desolato e rannuvolato. Pensò ad alta voce:

«Provavo dell' attaccamento per la mia sposa e, ora, il problema si trova moltiplicato. Questa nascita costituisce un legame supplementare, che mi imprigiona ancora di più. L'improvvisa prostrazione del mio spirito è comparabile alla luna, che si immerge, all'improvviso, nell'ombra di un eclisse.»

Coloro che intesero queste parole andarono a riportarle al re Sudoddhana. Di conseguenza, il monarca chiamò il suo nipote appena nato: Rāhulā, che significa:«eclisse di luna», in pali. Dopo avere trascorso l'intera giornata nel giardino, al calar della notte, il principe Siddhattha rientrò nel suo palazzo, dove si svolgeva una grande festa, organizzata dal re, il quale aveva convocato i migliori danzatori e cantanti del regno per celebrare la nascita del suo nipotino; ma, soprattutto, per risuscitare la gioia nel cuore di suo figlio, che non era più soddisfatto della sua esistenza, all'interno del palazzo principesco. Il re era molto preoccupato della felicità del principe, poiché la sua più grande ambizione era di assicurarne la successione al trono.

L'esclamazione spontanea della principessa Kisāgotamī

Sul cammino del ritorno, poco prima di arrivare al palazzo, il principe Siddhattha incrociò una giovane principessa, di nome Kisāgotamī, che esclamò, spontaneamente, appena scorse il principe:

«Oh! Come deve essere colma di felicità la madre di questo uomo! Come deve essere pieno di felicità il padre di questo uomo! Come la sposa di questo uomo deve essere immersa nella felicità!»

Ascoltando queste parole, il principe pensò:

«Non è possibile! Come potrebbero la madre, il padre e la sposa di un puthujana essere pieni di gioia? Solo quando si sarà spento il fuoco dei kilesā, che sono lobha, dosa, e moha (l'avidità, l'avversione e l'ignoranza) apparirà materia che potrà venire riempita di gioia. Solo quando la nascita, la vecchiaia, la malattia e la morte saranno eliminate, si esprimerà la possibilità di essere felici.»

Di seguito a questa riflessione, decise:

«Questa notte partirò per la foresta, alla ricerca della pace del nibbāna. Mi sforzerò di trionfare sulla nascita, sulla vecchiaia, sulla malattia e sulla morte.»

Felicissimo per le parole della giovane Kisāgotamī, che lo avevano spinto a rinforzare la sua presa di coscienza, il principe Siddhattha le offrì un collier di perle, dal valore di 10.000 unità della valuta di quel tempo. Il che ebbe l'effetto di inondare la principessa di una intensa gioia, poiché ella pensò di piacere al principe. Ed interpretò questo presente come un regalo d'amore. Stimando che la principessa Yasodharā fosse già vecchia, per avere avuto un figlio, lei si convinse che il principe l'avrebbe sposata e che, un giorno, sarebbe così divenuta la regina.


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Origine: Opera francese

Autore: Monaco Dhamma Sāmi

Traduttore: Guido Da Todi

Data: Gennaio 2004

Aggiornamento: 29 settembre 2011