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riassunto della pagina

Ai tempi di Buddha viveva una bellissima cortigiana, chiamata Ambapālikā.

Malgrado la sua attività poco virtuosa, ella giunse a realizzare il Dhamma con successo, grazie ad una giusta applicazione degli insegnamenti di Buddha.

la cortigiana Ambapālikā

Ripugnandole l'idea di nascere nel ventre di una donna, la futura Ambapālikā espresse il desiderio di venire alla luce in un modo diverso dal parto comune, se fosse nata nel mondo umano. Grazie ai suoi numerosi kusala ella realizzò la sua aspirazione, quando rinacque nel mondo umano, in un mango del regno di Vesālī. Bebè, venne raccolta ed allevata dal guardiano del giardino di manghi, ove era apparsa. Ma, lei aveva creato, un tempo, un akusala, insultando una monaca, con l'appellativo di cortigiana. Per tale ragione, in questa esistenza, fu destinata ad essere una prostituta.

Divenuta adulta, fu tanto bella che ognuno volle averla per sé. Divenne l'oggetto di tante dispute, che nessuno poté sposarsi con lei, poiché avrebbe rischiato di farsi uccidere dai numerosi uomini gelosi, che la desideravano avidamente. Per superare questo problema, il re Licchavī ebbe l'idea di attribuire ufficialmente alla splendente Ambapālikā il titolo di cortigiana di Vesālī. Lo Stato le assegnò una somma di 1.000 «valute» dell'epoca, al mese, e lei ne prendeva 50 da ogni uomo con cui passava la notte. A causa di questo alto costo, solo gli uomini ricchi avevano modo di godere dei suoi amori. Lo stesso re Bimbisāra non seppe resistere dal trarre del piacere da ella, tanto e così bene da renderla incinta. Quando il bambino nacque, ed era un maschio, lei lo chiamò Vimala. Giunto all'età di quindici anni, il figlio di Ambapālikā divenne discepolo di Buddha, come sāmaṇera, prima di farsi monaco, all'età di venti anni. Allorché si disciplino in modo corretto in satipaṭṭhāna divenne arahant.

Un giorno, Buddha giunse con il saṃgha nel giardino di manghi di Ambapālikā. E la famosa cortigiana lo invitò a pranzo, per l'indomani. Egli accettò l' invito. Ma, la famiglia reale di Licchavī si recò anch'essa dal Beato, a porgli la medesima richiesta, per il giorno dopo. Lungo il cammino incrociarono la cortigiana Ambapālikā, che rientrava a casa sua, per preparare l'ospitalità dell'indomani. Incantata, diceva ad alta voce di avere avuto l'onore di potere accogliere da lei Buddha ed il saṃgha, per il pasto. Poiché teneva ad averlo presso di sé, il re Licchavī le propose immediatamente di comprarle quell' invito.

«Oh, Ambapālikā! Permetteteci di acquistarvi l'onore di questo invito!

— Oh, Sire! Non ho l'intenzione di vendere questo invito.

— Vi offro un'immensa quantità d'oro per averlo.

— Anche se voi mi donaste l'intero reame di Vesālī, non vi rinuncerei!»

Furioso, il re e la sua famiglia proseguirono il loro cammino, sino a che giunsero da Buddha, davanti al quale si sedettero in una posizione conveniente, si prosternarono e pronunciarono alcune parole di cortesia, prima di rivolgersi direttamente a lui:

«Oh, Nobile Buddha! Sappiamo che la cortigiana Ambapālikā  vi ha invitato per il pasto di domani, con il saṃgha. Tuttavia, visto che io anche desidero avere l'onore di offrirvi un invito, nello stesso giorno, penso che sarebbe più conveniente, per voi e per il saṃgha, prendere il pasto nel mio palazzo. Così, vogliate accettare il mio invito per il pranzo di domani, Venerabile Buddha!

— Domani andrò, con il saṃgha, al convivio da Ambapālikā , poiché ho già accettato il suo invito. Quando un monaco accetta un invito per il pasto, da chiunque esso sia, non va a mangiare altrove.

Dopo il pranzo, composto di riso e di dolce, serviti con grande rispetto, Ambapālikā  offrì il suo giardino di manghi al Beato e fece costruire per lui un monastero. Quando ebbe, poi, ascoltato Buddha esporre un suo insegnamento, ella abbandono ogni sua cosa ed adottò la vita da monaca, all'interno del saṃgha femminile. Suo figlio la istruì al satipaṭṭhāna, che prelude la vipassanā. Lei vi si dedicò con sforzo e perseveranza, e, dopo non molto tempo, divenne arahant.

Buddha ed i suoi discepoli, per quanto li riguardava, giunsero in un piccolo villaggio, situato lì vicino, e chiamato Veluva. Poiché il monsone stava per cominciare, Buddha decise di trascorrervi il suo ultimo vassa.

(Vedere anche il capitolo «L'ultimo vassa di Buddha»)


info su questa pagina

Origine: Opera francese

Autore: Monaco Dhamma Sāmi

Traduttore: Guido Da Todi

Data: Gennaio 2004

Aggiornamento: 29 settembre 2011