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riassunto della pagina

Analisi dettagliata di qualche esistenza passata del monaco Ānandā.

Durante queste ultime, egli sviluppò le qualità richieste per il ruolo che occupò presso suo cugino Buddha, nella la sua ultima esistenza.

a proposito del Venerabile Ānandā

Buddha Padumuttara e la sua famiglia

100.000 kappa fa, nel regno di Haṃsāvatī, viveva la sua ultima esistenza il principe Uttarakumāra — futuro Buddha Padumuttara — il cui padre era il re Ānandā (nulla a che vedere con il Venerabile Ānandā) e la madre, la regina Sujātā. Quando egli scoprì i quattro grandi segni, rinunciò all'esistenza principesca e partì per la foresta. Pervenne al risveglio, dopo sette giorni di ascetismo.

Nota: Una volta iniziata le loro rinuncia, nell'ultima vita, tutti i Buddha giungono al risveglio, in sette giorni. Tuttavia, Buddha Gotama, lui, dovette praticare le severe austerità per sei lunghi anni, poiché questo fu un suo desiderio, quando era boddhisatta (futuro buddha). In effetti, ogni buddha, ben prima di arrivare alla sua ultima esistenza, formula un desiderio particolare, per la sua ultima vita. Il futuro e prossima Buddha Arimetteyya avrebbe, per quanto lo riguardava, desiderato un aspetto identico, per tutti gli umani, durante la sua ultima vita.

Quando Buddha Padumattara si incamminava fino al bosco, dove andava a dare il suo primo sermone, un fiore di loto si aprì, sotto ognuno dei suoi passi. Ecco, perché egli si chiamava Padumuttara: paduma significa loto; uttara, significa nobile. I suoi più importanti discepoli maschi erano i Venerabili Devala e Sujāta; le due più importanti discepole femminili, erano le Venerabili Amitā e Asamā; mentre, il suo servitore titolato era Mahā Sumana. A quei tempi, la speranza di vita era di centomila anni ed il saṃgha si componeva di centomila monaci.

A volte, Buddha Padumuttara faceva visita alla sua famiglia, al palazzo reale, accompagnato dai suoi discepoli. Il re Ānandā aveva mandato suo figlio cadetto Sumkana — il futuro Venerabile Ānandā — in una piccola città, distante 120 yūjanā dalla capitale. E, di tanto in tanto, anche lui veniva a trovare la sua famiglia, nel palazzo, oppure presso il suo grande fratello, Buddha Padumuttara. Un giorno, quando scoppiò un conflitto alla frontiera del regno, il re mandò il giovane figlio, con degli elefanti, dei cavalli, dei carri e degli arcieri, con la missione di interromperlo. Quando vi riuscì, con grande successo, questi si affrettò a mandare al padre un messaggero, per informarlo del fatto.

Il permesso del re

Gioendo per il successo di suo figlio, il re Ānandā inviò due dei suoi ministri, per chiamarlo a sé. Nella strada che li conduceva al palazzo del padre, il giovane si intrattenne con i ministri:

«Se mio padre decide di soddisfare uno dei miei desideri, cosa sarebbe bene chiedergli?

— Potete domandargli degli elefanti, dei cavalli, dei villaggi, dell'oro...

— (L'altro ministro era molto più saggio) Tutti questi beni sono solo materiali: è molto facile ottenerli. Tuttavia, i beni lokuttara sono molto più difficili da avere. Se vostro padre re si impegna ad esaudire uno dei vostri desideri, sarebbe più giudizioso chiedergli che vi conceda di consacrarvi al sostegno di Buddha e del suo sāsana.

— (Il principe) Ecco un eccellente consiglio! Non avrei potuto immaginare un'idea più ricca.»

Giungendo al palazzo, il principe andò a salutare rispettosamente suo padre. Come previsto, il monarca volle ricompensarlo del suo successo:

— Mio caro figlio! Fatemi sapere quel che desiderate, qualunque cosa sia; mi impegno a realizzarla.

— Non voglio elefanti, né cavalli, né villaggi, né oro...Ho un solo desiderio, padre: vorrei solo che mi permetteste di occuparmi del mio nobile fratello Buddha, sino alla fine della mia vita.

— Questo è impossibile; non posso accordarvelo. Domandatemi qualcos'altro!

— Perché vi rimangiate la parola? Vi eravate impegnato a realizzare il mio desiderio, qualunque esso fosse!»

— Il re non poteva rinnegare completamente il suo impegno, o avrebbe perso il suo onore; poiché, a quell'epoca, mancare in una promessa era considerata una imperdonabile offesa. Il re acconsentì di accordare a suo figlio il tempo dei tre mesi del successivo vassa, per soddisfare il suo desiderio. Difatti, la vita intera avrebbe rappresentato, per il re, una tale richiesta esigente, che gli sarebbe stato più facile staccare la luna. Bisogna sapere, a proposito, che, tenuto conto della durata media di vita degli uomini, a quel tempo, tre mesi avevano proporzionalmente il decorso di due ore e qualche minuto, per l'epoca del Buddha Gotama (la nostra età, insomma).

— Il giovane principe si mise a fantasticare:

«L'autorizzazione del re è una fortuna inaspettata. Ora, bisogna solo che Buddha accetti i miei servizi, presso di lui. Debbo andare a domandarglielo.»

La richiesta del principe Sumana a Buddha

Buddha Padumuttara aveva terminato il proprio pasto, quando il suo giovane fratello, il principe Sumana, giunse al monastero. Poiché il Beato era andato a riposarsi nella camera, il principe non lo vide, giungendo; scorse solo dei monaci. Avvicinandosi ad un gruppo di essi, congiunse rispettosamente le mani e indirizzò loro qualche parola di cortesia, prima di annunciare il motivo della sua visita:

«Oh, nobili Venerabili! Sono il principe Sumana, il fratello di Buddha. Avreste la compiacenza, ve ne prego, di indicarmi dove posso trovarlo? Chi sarebbe in grado di condurmi da lui?

— Ora, non osiamo disturbarlo. Vi preghiamo di attendere il tempo necessario.

— Se voi non osate condurmi da lui, chi potrebbe avere il coraggio di farlo?

— Il mahāthera Sumana, che è il servitore titolato di Buddha, è in grado di aiutarvi.

— Potreste, ve ne prego, condurmi da questo mahāthera Sumana?»

I monaci condussero subito il principe Sumana dal mahāthera Sumana. Giungendogli accanto, il principe giunse rispettosamente le mani e rivolse qualche parola di cortesia, prima ancora di reiterare la sua richiesta:

«Oh, nobile Venerabile! Sono il principe Sumana, il fratello di Buddha. Avreste la bontà, ve ne prego, di permettermi di incontrare Buddha?

— Certo; vi chiedo solo un breve istante.»

Con l'aiuto dei suoi poteri psichici, il mahāthera Sumana si ritrovò, in un lampo, nella camera del Beato — ambiente profumato di loto, dai monaci che si prendevano cura di lui.

«Oh, nobile Buddha! Vostro fratello, il principe Sumana, è appena venuto da me; desidererebbe incontrarvi.

— Dov'è?

— Fuori, tra i monaci.

— Preparate un posto, là dove si trova, affinché io lo riceva.»

Il mahāthera Sumana ritornò tanto velocemente come quando era andato ad avvisare Buddha della presenza di suo fratello. Preparò, rapidamente e facilmente quanto lo schioccare di due dita, un posto appropriato per potersi sedere, prima di ritornare — non meno speditamente — a riferire al Beato che tutto era pronto. Vedendolo muoversi in tal modo, il principe pensò:

«Quali elevati poteri ha questo mahāthera Sumana! Come desidererei essere, proprio come lui, il servitore titolato di un prossimo buddha!»

Buddha Padumuttara non tardò a raggiungere il suo giovane fratello che, dopo essersi prosternato davanti lui, gli disse subito, di fronte all'intero saṃgha:

«Oh, nobile Buddha! Giungendo qui, ho chiesto ad un gruppo di monaci dove potevo trovarvi. Poiché essi non osavano venire nella vostra camera, ho domandato di contattare qualcuno che fosse più intrepido. Mi hanno, allora, condotto dal mahāthera Sumana, che è venuto immediatamente a cercarvi. Nell'intero saṃgha, trovo che questo monaco è particolarmente amabile e degno di apprezzamento. Nutro molta ammirazione per lui.

— Il mahāthera Sumana è il mio servitore titolato. E' colui che si occupa sempre di me e che mi nutre quotidianamente. Ovunque io vada, egli mi accompagna. E'molto bravo.

— Nobile fratello Buddha, che genere di kusala bisogna sviluppare per divenire, come il mahāthera Sumana, il servitore titolato del prossimo buddha?

— Per fare questo, opportuno curarsi del Buddha e del saṃgha, occupandosi di compiti o di offerte, che li possano aiutare nelle loro pratiche del Dhamma (vipassanā, studio, insegnamento, procedure del vinaya, ecc.), ed osservare, se stessi, un eccellente sila. Facendo questo, è pensabile che si possa divenire il servitore titolato di un buddha.

— Per offrirmi l'occasione di divenire, un giorno, il servitore titolato di un buddha, vogliate accettare il mio invito, con tutto il saṃgha, per il pasto di domani.

Appena Buddha Padumuttara accettò l'invito silenziosamente, il principe Sumana lo salutò con rispetto e rientrò a casa sua per organizzare il pasto dell'indomani. Quando Buddha e gli altri monaci vennero a mangiare, il principe rinnovò il suo invito. E fece lo stesso, per i sette giorni seguenti. Il settimo giorno, alla fine del pasto, il principe Sumana si rivolse al suo fratello Buddha:

«Oh, nobile Buddha! Nostro padre mi ha permesso di occuparmi della vostra Persona, lungo i tre mesi del vassa. Vogliate accettare, per voi e per il saṃgha, il mio invito, per la durata di questi mesi!»

Il Beato rifletté un stante, per sapere se fosse opportuno accettare un sì lungo invito, in funzione delle pāramī di un futuro servitore titolato di un buddha. Poiché lo era, restò silenzioso. Ogni volta che un buddha resta in silenzio, mentre gli si formula un invito, ciò significa che egli accetta. Comprendendo l'approvazione del suo nobile fratello, il giovane principe fornì i dettagli del suo invito:

«Nella città che io governo, farò costruire un monastero, che potrà ospitare l'intero saṃgha, e riparerò la strada che conduce ad esso. Quando tutto sarà pronto, invierò un messaggero, per tenervene informato.»

Allorché il principe Sumana rientrò al palazzo reale, relazionò suo padre dell'incontro avuto con Buddha Padumuttara.

Ritornato in città, acquistò un vasto parco da un ricco uomo, chiamato Soṇa, per costruirvi un monastero. Che gli costò un totale di 300.000 «valute» dell'epoca: 100.000 per il terreno, 100.000 per l'edificio, gli alberi, i fiori, ecc.. e 100.000 di mano d'opera. A ciò si deve aggiungere il costo della nuova strada — lunga 120 yūjanā. Appena i lavori di rifinitura furono terminati, il principe mandò, come promesso, un messaggero, per avvertire il re, Buddha Padumuttara ed il saṃgha.

Buddha e tutti gli altri monaci partirono in anticipo, per arrivare prima del vassa nella città del principe Sumana. Quando furono ad un yūjanā di distanza dal luogo dell'invito, il principe li raggiunse per accoglierli. Giunti presso la città, egli li condusse al parco dove si trovava il monastero, che egli ebbe la grande gioia di offrire a suo fratello Buddha. Inoltre, donò ad ogni monaco gli otto oggetti obbligatori per i monaci: una veste inferiore, una superiore, una veste doppia, una ciotola, una cintura, un filtro dell'acqua, un rasoio ed un ago con del filo. Quindi, riunì i suoi subalterni, dichiarando ad essi:

«Ho fatto venire il mio nobile fratello Buddha nella mia città. Tutti i buddha si curano del Dhamma. E non accordano alcun interesse alle cose materiali. Con lo stesso stato d'animo, durante l'intera durata dei tre mesi del vassa, indossando la veste brunastra, adottando i dieci precetti, andrò ad abitare nel monastero di Buddha. In tal modo, mi troverò nelle migliori condizioni per occuparmi degli interessi del saṃgha e per prendermi cura di Buddha. Attingendo a tutta la fortuna — oro, denaro, gioielli, riserve di riso, ecc. — che si trova nella mia banca, occupatevi accuratamente del saṃgha, facendo attenzione a rispondere alle sue minime necessità.!»

Il desiderio del principe Sumana

Così, per la durata dei tre mesi del vassa, i ministri si occuparono di nutrire il saṃgha e di badare a tutte le necessità, grazie ai beni del principe Sumana. Al termine del vassa, il principe offrì un corredo di tre vesti, per un valore di 1.000 «valute» del tempo, ad ogni membro del saṃgha. Si avvicinò, quindi, al Beato, e si prosternò, rispettosamente, davanti a lui, con le mani giunte, prima di esprimere il suo desiderio:

«Oh, nobile Buddha! Non voglio essere re dei deva, né re degli uomini. Con tutti i kusala che ho appena compiuto in questi sette giorni, possa io diventare, come il vostro nobile discepolo, il Venerabile mahāthera Sumana, servitore titolato di un prossimo buddha!»

Grazie ad anāgataṃsa ñāṇa, che è una conoscenza propria ad un buddha, che gli permette di predire un lontanissimo avvenire, basandosi notoriamente sui fattori molto complessi del kamma degli esseri e dell'evoluzione delle loro pāramī, il Beato esaminò le probabilità che si offrivano al principe Sumana. Quindi, gli rispose:

«Sumana, tutte le condizioni sono favorevoli: da qui a 10.000 kappa diverrete un upaṭṭhāka etadagga (il migliore servitore di Buddha). In questo kappa ci saranno cinque buddha: prima, Buddha Kakusanga, seguito da Buddha Koṇāguma; quindi, Buddha Kassapa. E, dopo, Buddha Gotamo, del quale nascerete lo stesso giorno. Vostro padre si chiamerà Amitodana e sarà uno dei fratelli del re Sudoddhana, e sarete conosciuto con il nome di Ānandā».

Il principe, gioendo, pensò:

«Un Buddha non si sbaglia mai. Quando dice qualche cosa, ciò non è vano; quando predice una situazione, essa si produrrà; non può essere altrimenti.»

I meriti ed i demeriti del futuro Venerabile Ānandā

Da allora, salvo qualche eccezione, il futuro upaṭṭhāka etadagga non smise di sviluppare le pāramī, praticando la generosità, la virtù e la concentrazione. Poco dopo la conferma del suo desiderio, da parte di Buddha Padumuttara, egli incontrò l'eremita Jatila, che era il futuro Buddha Gotamo, e che si dedicava, dunque, da molto tempo allo sviluppo delle pāramī necessarie all'onniscienza. Sino alla sua morte, il futuro Venerabile Ānandā si occupò, allora, con zelo, del futuro Buddha Gotamo, con la più grande cura e in maniera sommamente rispettosa.

Rinacque nel mondo dei deva, nella sfera Tusitā; a cui succedette una vita umana; dopo la quale rivisse numerose volte, in esistenze regali: trenta vite come re dei brahmā, mille vite come re dei deva, mille vite come re degli umani e un numero innumerevole di vite, come re «ordinario» (a capo di un regno). Al tempo del Buddha Kassapa, prese nascita come bramino. Un giorno, rinunciò ai suoi vestiti, che portò ad un monaco molto virtuoso, affinché ne facesse una custodia per la sua ciotola. Grazie a questo kusala, gli apparve dell'oro. Proseguì le sue attività meritorie, senza rilassare mai i suoi sforzi. Quando giunse al termine di questa esistenza, prese nascita sette volte di seguito, come re dei deva, prima di entrare nel mondo umano, alla testa del regno di Bārāṇasī. A quei tempi vi erano cinquantotto pacceka buddha, che vivevano sulla montagna di Gandhamādana, per i quali offrì un alloggio a ognuno.

Tra le sue esistenze, fu, una volta, un orefice, tanto ricco, che bello. Menando una vita da seduttore, egli si impadroniva frequentemente delle donne altrui, abbandonandosi ad una cattiva condotta sessuale. Al termine di tale vita, rinacque come figlio di un uomo ricco. Trascorse, felice, l'intero corso della sua vita, poiché i risultati degli akusala, dovuti alla cattiva condotta sessuale, non erano ancora maturati. Durante questa esistenza, sviluppò dāna, sīla, mettā e bhāvanā, sino alla sua morte. Ma, subito dopo, riprese nascita nell'inferno Yoruva, nel quale conobbe una realtà molto dolorosa. I risultati degli atti sani compiuti durante l'intera sua esistenza precedente non erano ancora maturati. Per contro, furono le cattive azioni prodotte prima della sua ultima vita che lo erano.

Dopo questa triste esistenza, dato che gli rimanevano ancora degli akusala kamma da subire, il futuro Venerabile Ānandā riprese nascita nel mondo animale, come caprone. Ed era un grande e bell'animale; fu castrato e ridotto a divertimento degli altri; i bambini lo montavano, ed anche gli adulti. Divenuto vecchio, il caprone venne mandato al mattatoio, dove fu ucciso per la sua carne. Nella vita seguente, fu una scimmia. Il capo del clan di cui faceva parte era geloso di lui; temeva che, una volta divenuto grande, sarebbe stato un suo rivale. A causa di questo timore, gli schiacciò i testicoli e lo uccise. La vita seguente fu un toro. Poiché era forte ed in buona salute, i suoi proprietari lo evirarono, per poterlo impiegare come mezzo di trasporto, nei carichi pesanti. Quando si indebolì per l'età, lo mandarono al mattatoio. Riprese nascita, come essere umano sprovvisto di sesso; cioè, egli non fu né uomo, né donna. In seguito a questa esistenza disgraziata, nacque per cinque volte di seguito nel mondo dei deva, come femmina di deva. Alla quinta vita di deva, egli fu Rūcā, la figlia del re Aṅgati. Tutte le esistenze penose che il futuro Venerabile Ānandā conobbe, sino a quello in cui fu la figlia del re Aṅgati, furono il risultato della sua cattiva condotta sessuale, commessa quando era un ricco orafo.

Al termine di questa esistenza, egli rinacque nella quarta sfera del mondo dei deva, ove incontrò il futuro buddha Gotamo, allora pervenuto alla sua penultima vita. Al termine delle loro esistenze, essi vennero concepiti nel medesimo istante, apparendo, contemporaneamente, nel ventre delle loro rispettive madri. Tutti e due nacquero lo stesso giorno — dieci mesi più tardi; ma, il futuro Buddha Gotamo, un po' prima del futuro Venerabile Ānandā. Quando quest'ultimo raggiunse l'età adulta, entrò nel saṃgha, con i suoi cinque amici principi, ed il dāyaka Upāli.

(Vedere anche il capitolo "A proposito del principe Anuruddhā").

I nove primi servitori titolati di Buddha

Durante i venti primi vassa di Buddha (i primi venti anni che seguirono il suo risveglio), nove membri del saṃgha si succedettero per occupare il compito di servitore titolato del Beato — otto monaci ed un novizio: il Venerabile Nāgasamāla, il Venerabile Nāgita, il Venerabile Upavāna, il Venerabile Sunukkhatta, il sāmaṇera Cunda, il Venerabile Cunda, il Venerabile Sāgata, il Venerabile Rādha ed il Venerabile Meghiya. Durante questo periodo, il Venerabile Ānandā si occupò solo molto occasionalmente di suo cugino Buddha.

Un giorno, il primo di questi servitori titolati, il Venerabile Nāgasamāla, accompagnò Buddha in uno dei suoi spostamenti. Poiché aveva l'incarico di occuparsi di Buddha, portava la sua ciotola e la sua veste doppia. Giunsero ad una biforcazione di due strade, ognuna delle quali conduceva in una direzione diversa. Quando il venerabile Nāgasamāla propose al Beato di imboccare una delle due direzioni, quest'ultimo rifiutò, dicendo che si trattava di un senso da evitare. Malgrado tutto, il suo discepolo insistette tre volte di seguito, sottolineando la sua preferenza per il percorso che aveva scelto. Pazientemente, Buddha gli ripeté che non conveniva prenderlo. A dispetto dell'interdizione del Perfetto, il monaco abbandonò gli oggetti del suo Maestro al suolo e si apprestò ad intraprendere la via sconsigliata. Buddha gli ordinò di raccogliere le sue cose, per rimettergliele educatamente nelle mani. Appena ciò avvenne, ognuno proseguì il proprio cammino: il servitore titolato, lungo la via proibita, e Buddha per l'altra.

Poco tempo dopo, il Venerabile Nāgasamāla incontrà una banda di briganti, che lo percosse, sino a farlo sanguinare, prima di derubarlo di tutto ciò che aveva. Quando costoro se ne andarono, il monaco pensò:

«Eccomi tutto solo, senza aiuto, spogliato delle mie cose. Avrei fatto meglio ad ascoltare Buddha.»

Tornò sui propri passi, prese l'altra direzione e corse, sino a raggiungere il Maestro. Quando Buddha vide il suo discepolo, spogliato di quanto possedeva e con la testa che sanguinava, gli chiese:

«Cosa è successo?

— Mi sono fatto malmenare e derubare dai briganti.

— Avete subito l'akusala commesso in una vita passata. Abituatevi a far nascere in voi della benevolenza verso tutti gli esseri.»

Un giorno, nel regno di Pācīnavaṃsa, Buddha partì in viaggio con il suo ultimo servitore titolato, il Venerabile Meghiya. Quando giunsero nella foresta di manghi Migadāvana, il monaco servitore fu molto ispirato dalla località. A punto tale, che non volle più ripartirne:

«Oh, nobile Buddha! Vorrei trattenermi qui, per meditare in perfetta tranquillità.

— Non restate qui; questo posto non è adatto.

— Il luogo è veramente meraviglioso; non ho la minima voglia di lasciarlo.»

— Il Venerabile Meghiya insistette a tre riprese, per rimanere nella foresta, mentre Buddha gli proibì altrettante volte di farlo, prima di proseguire, da solo, il cammino. Rifiutandosi di ascoltare il Perfetto, il giovane monaco si fermò nella foresta di mango, dove, immediatamente, iniziò la sua meditazione. Più tardi, avrebbe confessato a Buddha che era fallito nella sua pratica, con la mente imbrattata di desideri sensuali, di malevolenza e di crudeltà.

La ricerca di un servitore titolato permanente

Quando il Beato giunse a Sāvatthi, riunì tutti i monaci:

«Oh, monaci! Tra i monaci titolati che mi hanno accompagnato, certuni rifiutano di prendere la mia stessa strada; mi abbandonano, lasciando in terra le mie cose; altri, vogliono restare in un posto, mentre io proseguo il viaggio da solo; altri ancora, non mi prestano la minima attenzione. Oggi, mi trovo in un'età avanzata (cinquantacinque anni). Se fossi costretto a portare le mie cose, durante gli spostamenti, mentre vi sono numerosi giovani monaci in piena salute, nel saṃgha, la gente si metterebbe a criticare, trovandolo inaccettabile. Penso, dunque, che sarebbe necessario che io possa disporre in permanenza di un monaco che sia il mio servitore titolato; che abbia a cuore il suo compito, sapendosi occupare correttamente di me. Ho bisogno di un volontario, per questo impegno.

— (Il Venerabile Sāriputtarā) Oh, nobile Buddha! Ho sviluppato con sforzo le pāramī durante un asaṅkhyeyya e 100.000 kappa, allo scopo di servire la sāsana di un essere nobile, quale voi siete. Il mio desiderio è sempre stato quello di aiutare Buddha, nel suo nobile compito, sino al parinibbāna. Nel vostro sāsana non vi è un monaco (al di fuori di Buddha, naturalmente) che possegga tanta saggezza quanto la mia. Per queste ragioni, sono perfettamente degno di occuparmi di voi. In virtù di questo, lasciatemi essere il vostro servitore titolato!

— (Buddha) L'insegnamento — del Dhamma — che voi date alla gente è lo stesso che propongo io. E'inutile che voi rimaniate vicino a me, mentre avete un'ineguagliabile capacità di insegnare in un posto, allorché io lo faccio altrove. Per questa ragione, non posso accettarvi come servitore titolato. Non ho bisogno di un aggasāvaka per questo compito.

— (Il Venerabile Mahā Moggalāna) Oh, nobile Buddha! Ho sviluppato con sforzo le pāramī durante un asaṅkhyeyya e 100.000 kappa, allo scopo di servire la sāsana di un essere nobile, quale voi siete. Il mio desiderio è sempre stato quello di aiutare Buddha, nel suo nobile compito, sino al parinibbāna. Nel vostro sāsana non vi è un monaco (al di fuori di Buddha, naturalmente) che abbia tanto sviluppato i poteri psichici come me. Per queste ragioni, sono perfettamente degno di occuparmi di voi. In virtù di questo, lasciatemi essere il vostro servitore titolato!

— (Buddha) Il servizio che rendete al Dhamma, con l'aiuto dei vostri poteri psichici, è lo stesso di quello che offro io. E'inutile che voi restiate accanto a me, quando possedete un'ineguagliabile abilità nell'insegnare il Dhamma, con l'aiuto dei vostri poteri psichici in un luogo, mentre io mi trovo altrove. Per questa ragione, non posso accettarvi come servitore titolato. Non ho bisogno di un aggasāvaka per questo compito.

Allo stesso modo, i Venerabili Anuruddhā, Bhaddiya, Upāli e tutti gli altri mahā sāvaka di Buddha, che erano 80 di numero, proposero, a turno, di diventare essi stessi i servitori titolati; ma, ogni volta, egli declinò la loro offerta, dando sempre una risposta simile a quella che fornì ai Venerabile Sāriputtarā e Mahā Moggalāna.

Il Venerabile Ānandā, servitore titolato di Buddha

Tra tutti gli altri monaci capaci di sostenere questo onorevole compito, non uno solo si offrì volontario. Conoscendo l'esemplare rispetto che il Venerabile Ānandā aveva per suo cugino Buddha, dei monaci non tardarono ad incitarlo affinché proponesse se stesso per l'incarico:

«Venerabile Ānandā! Voi, che siete degno di questo compito, perché non domandate a Buddha che vi scelga come servitore titolato?

— Non voglio sollecitare alcunché al nostro nobile Maestro. Se egli pensa che io sia adatto a questo compito, me lo chiederà lui stesso.

— (Buddha) Oh, Monaci! Il Venerabile Ānandā prova un amore illimitato per me. Inoltre, più di voi tutti, è colui che ha maggior vīriya. Il Venerabile Ānandā va molto bene, per prendersi cura di me.

— (Dei monaci) Venerabile Ānandā! Cosa attendete? Sbrigatevi ad alzarvi e andate vicino a Buddha!»

Benché il Venerabile non ne avesse ancora preso coscienza, il Perfetto sapeva bene che suo cugino aveva sviluppato le pāramī, in vista di divenire il suo servitore titolato.

Le 8 condizioni del Venerabile Ānandā

Obbedendo alle raccomandazioni dei monaci, il Venerabile Ānandā si alzo, si avvicinò a Buddha, e si prosternò rispettosamente davanti a lui, prima di dichiarare, con le mani giunte:

«Oh, nobile Buddha! Vi indicherò 4 privilegi, di cui rifiuto di beneficiare e 4 privilegi, che desidero avere. Se vi degnate di accogliere queste 8 condizioni, accetto di essere il vostro assistente.

— Quali sono i 4 privilegi di cui rifiutate vi faccia beneficiare?

— (1) Che io indossi le vesti di qualità che vi vengono offerte. (2) Che io mangi il cibo raffinato che vi viene donato. (3) Che io dimori con voi, nella vostra camera profumata. (4) Che io vi accompagni agli inviti che vi vengono fatti.

— Perché desiderate che io vi rifiuti questi 4 privilegi?

— (1) Per evitare di suscitare la gelosia di coloro che, vedendomi indossare delle belle vesti, possano dire che ciò è dovuto al fatto che io mi occupo di voi. (2) Per evitare di suscitare la gelosia di coloro che, vedendomi mangiare del cibo raffinato, possano dire che ciò è dovuto al fato che io mi occupo di voi. (3) Per evitare di suscitare la gelosia di coloro che, vedendomi rimanere nella vostra camera profumata, possano dire che ciò è dovuto al fatto che io mi occupo di voi. (4) Per evitare di suscitare la gelosia di coloro che, vedendo che vi accompagno agli inviti, possano dire che ciò è dovuto al fatto che io mi occupo di voi. Non ci tengo proprio ad occuparmi di voi, per ottenere tali privilegi. Ecco la ragione per cui desidererei che voi mi rifiutiate questi 4 privilegi.

— Quali sono i privilegi che volete io vi accordi?

— (1) Che voi andiate a tutte le chiamate che io accetto per voi, quando delle persone vengono ad invitarvi, mentre non ci siete. (2) Che voi offriate la vostra presenza, sempre, ai visitatori che vengono da lontano, quando sono condotti da me. (3) Che voi mi chiariate tutti i punti sui quali appare un dubbio. (4) Che voi mi riportiate integralmente tutti gli insegnamenti che avete dato, durante la mia assenza.

— Perché desiderate che io vi accordi questi 4 privilegi?

— (1 e 2) Nel caso io fossi il vostro servitore titolato, se non posso aiutare la gente a rendervi omaggio, o ad accettare gli inviti che vi fanno, verrò criticato:» Non è neppure capace di condurci da Buddha. A quale scopo è stato designato per essere il suo servitore titolato?» (3 e 4) Perché io possa memorizzare l'integralità della vostra parola, di sorta a potere sempre rispondere quando mi si chiederà, a proposito di un insegnamento:» Dove è stato fatto? Quando? In che giorno? A chi era indirizzato? Di quale jātaka si tratta?»; o, se no, si dirà di me:» Non è neppure capace di rispondere alle nostre domande. A quale scopo è stato designato per essere il servitore titolato di Buddha?» Ecco le ragioni per le quali desidero che mi accordiate questi 4 privilegi.

— Accetto codeste 8 condizioni. Vi attribuisco, dunque, la distinzione particolare di upaṭṭhāka (servitore titolato).»

Così, le pāramī sviluppate dal Venerabile Ānandā, durante 100.000 kappa, oltre alle sue grandi qualità, lo portarono, in quel momento, a divenire il servitore titolato di Buddha.

Nota: Buddha conosceva perfettamente quale era la ragione di ognuna delle condizioni poste dal suo cugino Ānandā. Egli aveva l'abitudine di porre delle domande, di cui conosceva la risposta, allo scopo che anche altri ne fossero informati.

La funzione di servitore titolato di Buddha

Il Venerabile Ānandā, si alzava presto, il mattino, prima di Buddha. E passava la scopa nella stanza del Beato. In ogni monastero ove si recava, Buddha aveva la sua stanza personale, profumata di fiori di loto. Una camera chiamata gandha kuṭī (gandha significa profumo e kuṭī alloggio monastico). Quindi, preparava tre bastoncini sfilacciati — uno morbido, uno medio ed uno duro — affinché Buddha si pulisse i denti; dell'acqua fredda e dell'acqua calda, perché potesse lavarsi il viso. Quando Buddha si alzava, si lavava il volto. Il Venerabile Ānandā gli asciugava i piedi, prima che intraprendesse la sua marcia. Mentre il Venerabile la compiva, il suo servitore gli preparava una zuppa di riso. E quando Buddha se ne nutriva, gli allestiva le sue vesti per andare a fare la colletta del cibo. Quando il Beato si cambiava, suo cugino prendeva le sue vesti inferiori, per andare a sistemarle, e gli disponeva una coperta, affinché potesse sedersi, prima di andare lui stesso a prepararsi per accompagnare il suo Maestro nella colletta quotidiana.

Quando ritornavano, il Venerabile Ānandā asciugava i piedi di Buddha, gli allestiva nuovamente un posto per sedersi, e andava a stendere le vesti del Maestro, dopo avergli dato quelle inferiori. Quindi, si incaricava di quanto gli necessitava per il pasto. Lo serviva, gli riscaldava gli alimenti (ottenuti dalla colletta mattutina), gli portava e gli serviva dell'acqua per bere. Dopo il pasto, batteva via la polvere dalla coperta del suo letto, prima che Buddha facesse una breve siesta. Appena terminata quest'ultima, il servitore gli recava dell'acqua da bere e dell'acqua per rinfrescarsi.

Quando Buddha aveva degli indolenzimenti, il suo fedele cugino lo massaggiava. Quando egli dava un insegnamento, gli preparava il posto sul suo trono, come anche quelli occupati dai monaci che lo venivano ad ascoltare, scopando, sistemando le coperte per sedersi, ecc.

Quando Buddha si recava in qualche posto, egli lo accompagnava, portandone la ciotola e la sua veste doppia, e servendolo lungo tutta la giornata, rendendogli tutti i preziosi servizi necessari. Le rare volte che Buddha non poteva sposarsi con il Venerabile Ānandā, gli ripeteva, parola per parola, tutti gli insegnamento che aveva dato, durante la sua assenza. Quando il Beato si era dovuto recare all'esterno, durante la giornata, al ritorno, la sera, il Venerabile Ānandā gli portava dell'acqua pulita, perché potesse bere e calda, per lavarsi i piedi., e perché si potesse fare la doccia. Ed un'asciugamani, con il quale gli asciugava i piedi. E, mentre si faceva la doccia, gli strofinava il dorso. Quando voleva riposare, gli sistemava una coperta spessa. Al cadere della notte, il fedele servitore accendeva la lampada ad olio.

Il Venerabile Ānandā rimase il servitore titolato di Buddha, sino al parinibbāna di quest'ultimo; ossia, per venticinque anni. Nato lo stesso giorno del Beato, che scomparve all'età di ottanta anni; il Venerabile Ānandā morì a centoventi anni.

(Vedere anche il capitolo "La quotidianità di Buddha".)

Le 5 distinzioni particolari del venerabile Ānandā

Qualche tempo dopo, mentre erano al monastero di Jetavana, Buddha riunì il saṃgha, davanti al quale narrò le esistenze passate del Venerabile Ānandā, dettagliando le pāramī che lo avevano condotto a divenire quel che era. Quindi, assegnò i cinque etadagga (distinzioni particolari) al Venerabile Ānandā, per valorizzare le sue eccellenti qualità: (1) bahussuta, eccellente cultura generale (aveva delle conoscenze rimarchevoli, in ogni campo); (2) satimanta, eccellente memoria (poteva memorizzare, parola per parola, dei lunghissimi discorsi, dopo averli ascoltati solo una volta; egli memorizzò, d'altronde, tutti gli insegnamenti di Buddha, fatto che lo ha posto all'origine dei suttanta e dell'abhidhamma); (3) gatimanta, eccellente capacità di collegare tra di loro diversi punti (per esempio, di una frase insegnata da Buddha, sapeva all'istante farne il raffronto; darne il significato, indicare da quale sermone era tratta, con quale insegnamento presentava dei legami; quando, dove, a chi ed in quale contesto era stata insegnata); (4) dhitimanta, eccellente capacità di assimilazione (quando egli ascoltava un insegnamento, vi era perfettamente concentrato sopra, lo comprendeva immediatamente, e l'assimilava con una facilità ed un entusiasmo ineguagliabili); (5) upaṭṭhāka, eccellente capacità di occuparsi di Buddha (nei compiti quotidiani più diversi).

Cento giorni dopo il parinibbāna di Buddha, dato che egli era stato il solo capace di memorizzare l'integralità degli insegnamenti di Buddha, benché ancora sotāpana, il Venerabile Ānandā venne scelto per condurre il primo concilio. Tuttavia, dopo una notte di vipassanā, applicato con uno sforzo senza pari, giusto all'alba del primo concilio, egli raggiunse lo stato di arahant. Di conseguenza, si liberò del tutto da nuove esistenze, poiché, sprovvisto di kamma, le sue azioni non avrebbero generato più dei risultati.

(Vedere anche il capitolo "Il primo concilio".)


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Origine: Opera francese

Autore: Monaco Dhamma Sāmi

Traduttore: Guido Da Todi

Data: Gennaio 2004

Aggiornamento: 29 settembre 2011