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riassunto della pagina

Obbedendo ciecamentge al suo professore, il giovane Ahmsaka uccide delle persone, per appropriarsi delle loro dita. Così, sotto la sua spada, muoiono numerosi individui.

Mentre sta per uccidere sua madre, incontra Buddha.

Aṅgulimāla, il tagliatore di dita

La nascita di Ahiṃsaka

Nel regno di Sāvatthi viveva il re Pasenadī Kosala. Uno dei suoi consiglieri era il bramino Antaka, che, con sua moglie Mantānī, vide nascere un figlio - che sarebbe divenuto Aṅgulimā - dopo dieci mesi di gravidanza della donna. Quando vide la luce, durante la notte, tutti i coltelli del regno scintillarono. Suo padre, dotto in astrologia, fu sorpreso da questo strano presagio. Consultò le stelle e predisse che il bimbo sarebbe divenuto iun brigante. Allora, gridò:

"Buon sangue! Questo bambino diverrà un assassino!"

L'indomani mattina, egli andò dal re, per metterlo al corrente del fatto:

«Sire! Questa notte mi è nato un figlio. Ahimè, diverrà qualcuno dallo spirito malvagio.

— A proposito, durante la notte ho veduto tutti i coltelli scintillare. Cosa significa, questo? Potrei essere in pericolo?

— No, questo è solo un segno che indica la venuta al mondo di mio figlio.

— Molti altri bambini, sono nati, come vostro figlio, stanotte?

— No, Sire. Non vi preoccupate. Mio figlio è il solo.

— In tal caso, non si tratta di un fatto grave.

— Per evitare ogni futuro pericolo, lo ucciderò.

— No, lasciatelo vivere! Un solo criminale non è difficile da prendere."

Il padre dette a suo figlio il nome di Ahiṃsakadāgāmi, che significa: "assenza di oppressione", per sollecitarlo a restare inoffensivo, ogni volta che ascoltava il proprio nome, poiché i presagi prevedevano il contrario.

L'esigenza del professore

Quando Ahiṃsakadāgāmi divenne un giovanotto, il padre lo mandò da un professore rinomato, in una grande università, frequentata da numerosi studenti. E questi si mostrò, in breve tempo, il più brillante, il più obbediente ed il più istruito degli allievi.

Per limitare il rischio che suo figlio potesse commettere delle cattive azioni, il padre lo aveva lasciato senza denaro, obbligandolo a restare sempre accanto al suo professore. Occupandosene, quest'ultimo lo educò a non sviluppare l'orgoglio. Egli si prese, dunque, cura del proprio maestro e di sua moglie. Ma, poichè era il migliore in tutte le materie, gli altri studenti si ingelosirono di lui. Di conseguenza, inventarono delle critiche senza fondamento alcuno, che riferivano al professore, affinchè cessasse di apprezzare il suo migliore allievo.

"Maestro! Ahiṃsaka commette delle cattive azioni con la vostra sposa."

La prima volta che ascoltò queste parole, il professore non dette ad esse alcun credito. Quando, poi, poco a poco, gli altri studenti – d'accordo tra di loro – gli ripetettero la stessa calunnia, egli divenne diffidente e cominciò a nutrire dei dubbi. Non apprezzò più il suo migliore allievo, al punto che volle ucciderlo. Pensò, tuttavia:

"Non posso ucciderlo;è il più brillante dei miei allievi. Se lo facessi, rischierei di offuscare la mia reputazione. Il re mi arresterebbe, mettendomi in prigione. Debbo cercare di farlo sparire in un'altra maniera."

Un giorno, quindi, convocò il suo allievo:

"Ahiṃsaka! Siete molto intelligente. Apprendete con facilità. Per questa ragione, voglio insegnarvi delle conoscenze speciali, che nessuno possiede. In cambio, dovrete soddisfare una mia esigenza, ed io ve le trasmetterò.

— Oh, sì, maestro! Esponetemi quel che nessuno sa! E, per questo, cosa debbo fare?

— Dovrete portarmi mille dita umane."

Nota: le Scritture non precisano di quali dita sì trattasse, nè di quante persone; esse indicano soltanto "mille dita". I Birmani propendono per due indici a individuo (quindi, cinquecento persone); mentre, secondo il Thais, si tratterebbe di un pollice a persona (dunque, mille persone).

La raccolta delle dita

Dopo avere rispettosamente salutato il suo professore, il giovane Ahiṃsaka partì per la foresta, armato di una spada. Fu a malincuore che egli andò alla ricerca di mille dita; ma, poiché aveva un'immensa sete di conoscenza, era pronto a tutto per beneficiare di quegli insegnamenti sconosciuti e promessi dal suo professore. Malgrado fosse dotato di grande intelligenza, egli agiva senza riflettere. Così, uccidette, con la lama della sua spada, tutte le persone che incrociavano il suo cammino, e tranciò le loro dita. All'inizio, le conservò in un angolo della foresta, per recuperarle al momento opportuno, poiché questi pezzi di osso e di carne lo disgustavano. Ma, quando li volle riprendere, essi erano tutti spariti, divorati dagli animali. Consapevole, allora, del suo errore, dopo avere ucciso tante persone senza avere saputo conservarne le dita, egli custodì quelle delle sue successive vittime attorno al collo, appendendole ad un filo, come fossero una ghirlanda. Da allora, quando le persone ebbero veduto questa lugubre collana, lo chiamarono Aṇgulimāla; che significa "ghirlanda di dita".

Visto che nessuno più osava avventurarsi nella foresta, egli cominciò ad entrare nei villaggi, durante la notte, e ad assassinarne gli abitanti nel sonno. A volte, della gente si armava e creava dei gruppi per tentare di ucciderlo. Ma, egli era talmente forte, agile e rapido, che riusciva sempre a fuggirsene. In gran numero, allora i cittadini si recarono dal re Pasenadī Kosala:

"Catturate e sopprimete questo assassino, che devasta i nostri villaggi!

— Manderò la mia armata; domani lo prenderanno e lo uccideranno."

Quando il padre di Aṇgulimāla seppe che il re stava per mandare ad eliminare il proprio figlio, ne avvisò la moglie:

"Prenderanno nostro figlio. Ammazza molte persone e taglia le loro dita. Allora, la gente ha sollecitato il re di acchiapparlo e dargli la morte, affinchè non nuoccia più a nessuno.

— Oh! Figlio mio! Non voglio che venga soppresso!"

La madre del tagliatore di dita partì immediatamente in direzione della foresta, per cercare suo figlio, allo scopo di salvarlo. Quel mattino, intanto, Aṇgulimāla aveva contato le dita già accumulate e constatato che erano novecentonovantanove. Doveva, quindi, uccidere ancora un'ultima persona, per giungere al numero richiesto dal suo professore. Spinto a finirla, egli prese una ferma decisione:

"La prima persona che incontrerò, oggi, la ucciderò. Ritornerò, allora, dal mio maestro, che mi darà il suo insegnamento speciale, ed io potrò, allora, rientrare a casa mia."

Subito dopo, vide sua madre, che gli gridò:

"Oh, figlio mio! Fate attenzione, perchè il re ha mandato la sua armata per uccidervi."

L'incontro di Aṇgulimāla con Buddha

Pronto ad ammazzare non importa chi pur di ottenere il suo ultimo dito, Aṇgulimāla corse, con la spada in pugno, verso la madre, senza ascoltare quello che lei gli aveva detto. Buddha giunse proprio in quel momento, ponendosi tra lui e sua madre. Quel giorno, mentre Buddha copriva l'universo con il suo sguardo - come era sua abitudine fare ogni mattino - egli vide Aṇgulimāla sul punto di farsi prendere ed uccidere dall'esercito del re, e sua madre, che stava per farsi togliere la vita dal figlio. Ecco perchè decise di intervenire, onde evitare il pericolo. Prima che partisse, gli abitanti del villaggio esclamarono, per tre volte, verso il Beato:

"Oh, Venerabile Buddha! Non andate da Angulimala. E' troppo pericoloso!"

Senza ascoltare i consigli degli abitanti del villaggio, Buddha si incamminò per salvare la madre del tagliatore di dita e dello stesso Aṇgulimāla, di cui conosceva, malgrado il suo smarrimento, le pāramī eccellenti. Quando Aṇgulimāla scorse Buddha, lo caricò con la propria arma, pensando:

"Meglio uccidere un estraneo, così eviterò di assassinare mia madre."

Allorché si precipitò verso Buddha, quest'ultimo volò, a grande velocità, senza alcuno sforzo, scivolando tranquillamente sull'aria, come un uccello, che plana. Più Aṇgulimāla correva veloce, e più Buddha si allontava da lui. Senza fiato ed irritato di non potere prenderlo, per tagliargli un dito, quello gridò:

"Frematevi! Fermatevi!

— Io sono fermo. Siete voi che correte ancora.

— Perchè dite questo? Non mentite. Vi state allontanando da me con una velocità incredibile!

— Io parlo del saṃsarā. Mi sono fermato dal correre nel ciclo infernale delle rinascite, mentre voi ne siete lamentosamente coinvolto ."

Aṇgulimāla prese cosciernza della sua situazione, grazie alle parole del Beato, che approvò immediatamente. Realizzò anche che stava attirando a sè le peggiori disgrazie, a causa di un professore folle, che esigeva da lui qualcosa di insensato. E, dopo avere gettato via la sua spada, lanciandola nella boscaglia, si prosternò davanti a Buddha, chiedendogli:

"Proteggetemi! Insegnatemi la vostra dottrina!"

Dopo che Buddha lo ebbe illuminato con un insegnamento completo, egli divenne arahant. Il Beato lo integrò, alora, nella sua comunità monastica, con la frase abituale:"ehi bhikkhu!!"

Nota: Buddha intervenne in tempo, poichè una persona che uccide sua madre non può più realizzare il dhamma in questa vita, essendogli impossibile risparmiarsi delle lunghe e dolorose esistenze nei mondi infernali.

Il nuovo monaco seguì Buddha sino a Sāvatthi. Affinchè tutti sapessero che Aṇgulimāla era stato integrato nel saṃgha, Buddha fece il giro di tutto il villaggio, con il suo discepolo, prima di giungere al monastero di Jetavana. Appena la notizia giunse alle orecchie del re Pasenadi Kosala, egli venne a visitare Buddha, accompagnato da mille soldati. Giunto, si prosternò davanti al Beato e lo mise in guardia:

"Oh, nobile Buddha! Aṇgulimāla è un assassino! Non accogliete un assassino in seno alla vostra nobile comunità!

— Non è più un assassino. Gli ho insegnato il dhamma. Ora è un arahant."

Estasiato di saperlo, il re si prosternò davanti al nuovo monaco e gli domandò di accudire alle sue necessità.

Quando il Venerabile Aṇgulimāla andò a raccogliere il cibo nella sua ciotola, la gente che lo riconobbe lo bombardò con delle pietre. Egli rientrò con la ciotola vuota e la testa sanguinante. Appena venne ad informare Buddha di questo incidente, quest'ultimo gli spiegò:

"Questo è un fatto del tutto normale. Si tratta degli akusala che avete sviluppato per tutti gli omicidi da voi commessi. Per placare l'odio che la gente ha verso di voi, vi insegnerò una gāthā, che reciterete alle donne che trovano dei problemi nell'avere dei figli: "Da che sono arahant, non uccido più nessuno. Come è vero quanto vi ho detto, possiate voi dare la nascita a numerosi bambini!"

Ogni volta che egli incontrava delle donne, con questo problema, egli recitava loro questa gāthā ed esse ottenevano facilmente dei figli. Così, dopo avere soppresso delle vite, egli contribuì a favorire delle nascite. Poco a poco, la gente si rimise a considerare il Venerabile Aṅgulimāla ed a rispettarlo per quel che era divenuto.


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Origine: Opera francese

Autore: Monaco Dhamma Sāmi

Traduttore: Guido Da Todi

Data: Gennaio 2004

Aggiornamento: 29 settembre 2011