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riassunto della pagina

Narrazione di qualche esistenza-chiave di colui che diverrà il Venerabile Anuruddhà, all'epoca di Buddha Gotama.

A volte molto povero, a volte molto ricco, egli sviluppa il merito in maniera sempre molto rimarchevole.

il passato del Venerabile Anuruddhā

Il ricco Apākaṭa

Un tempo, 100.000 kappa fa, viveva Buddha Padumuttara, nel regno di Haṃsāvatī. Una sera, elargì un insegnamento del Dhamma ad un largo pubblico di monaci e di laici. Davanti, stavano il re ed i membri della famiglia reale; dietro, i loro ministri; infine, i ricchi ed i bramini, seguiti dai rappresentanti delle altre caste; sino alle più infime, che si trovavano in fondo. Un uomo ricchissimo, che si chiamava Apākaṭa, aveva modestamente preso posto dietro a tutti, e si trovava celato dall'oscurità. Alla fine dell'insegnamento, Buddha Padumuttara attribuì la distinzione particolare di dibbacakkhu etadagga al monaco che era degno di beneficiarne, presentandone la competenza al pubblico:

«Questo monaco è capace di vedere tutto: le cose nascoste, le cose che distano molto e quelle che sono microscopiche. Può vedere tutto, molto distintamente, con grande facilità.»

Pieno di ammirazione per questo monaco, il ricco Apākaṭa desiderò immediatamente e vivamente diventare, anche lui, il monaco dibbacakkhu etadagga, durante il tempo di un prossimo buddha. Attese tranquillamente che tutti lasciassero il luogo, sino a che si ritrovò solo con Buddha Padumuttara. A quel punto, si alzò, si avvicinò al Beato, e gli rivolse qualche parola gentile, prima di sedersi in una posizione conveniente, di lato, per parlargli:

«Oh, nobile Buddha! Vogliate accettare, con tutto il saṃgha, un invito, per il pasto di domani, da me.»

Il Beato accetto, con il suo abituale silenzio.

La trasmissione del byāditta al ricco Apākaṭa

L'indomani, quando Buddha, con il saṃgha, avevano aderito al suo invito, il ricco Apākaṭa lo prolungò di sette giorni, durante i quali nutrì copiosamente e rispettosamente l'intero saṃgha. Alla fine dell'ultimo pasto, offrì un corredo di tre vesti a Buddha ed a ognuno dei monaci. Avvicinandosi al Perfetto, si prosternò rispettosamente davanti a lui, prima di formulare il suo grande desiderio:

«Oh, nobile Buddha! Per i numerosi kusala che ho compiuto, non voglio essere il re dei brahmā, non voglio essere il re dei deva, non voglio essere il re degli umani; tutto questo non mi interessa affatto. Desidero, come per il monaco a cui avete attribuito il dibbacakkhu etadagga, beneficiare anche io di questa distinzione particolare, durante un prossimo buddha sāsana. Possa io divenire un dibbacakkhu etadagga

Grazie a anāgataṃsa ñāṇa, che è una conoscenza propria ad un buddha e che gli permette di predire un lontano avvenire, basandosi notoriamente sui complessi fattori del kamma degli esseri e dell'evoluzione delle loro pāramī, il Beato esaminò le probabilità che si offrivano al ricco Apākaṭa. Quindi, gli rispose:

«Apākaṭa, tutte le condizioni sono favorevoli.: da qui a 100.000 kappa, voi diverrete un etadagga. In quel kappa ci saranno cinque buddha: prima, Buddha Kakusandha, seguito da Buddha Koṇāguma; poi, da Buddha Kassapa, e, infine, da Buddha Gotama; dopo di che, voi sarete dibbacakkhu etadagga, con il nome di Anuruddhā.»

Lo sviluppo dei kusala necessari al dibbacakkhu etadagga

Il ricco Apākaṭa chiese, allora, al Beato:

«Quali sono i kusala che debbo sviluppare per ottenere le pāramī necessarie al dibbacakkhu etadagga?

— Conviene offrire delle lampade ad olio; ciò è molto propizio per il dibbacakkhu etadagga

(Le lampade ad olio costituiscono l'illuminazione che permette di vedere a chi si trova nell'oscurità)

Il ricco Apākaṭa prese il triplice rifugio, si mise ad osservare i cinque precetti, e, poi, non smise più di rispettarli. Senza rilassare i suoi sforzi,sviluppò continuamente e del suo meglio gli akusala necessari alla realizzazione del suo desiderio. Sino al parinibbāna di Buddha Padumuttara, venne ogni sera a offrirgli delle lampade ad olio per dargli luce. In seguito, le reliquie del Beato vennero conservate in un cetiya d'oro. Quel giorno, egli dispose mille lampade ad olio, come offerta, attorno a quel cetiya. Morto di vecchiaia, rinacque come il re dei deva, nella sfera Tāvatiṃsā, mille volte consecutive (una per ogni lampada ad olio offerta, attorno alle reliquie). Nel suo palazzo di re dei deva, ogni cosa brillava di una luce viva, sino ad un yūjanā di distanza. In seguito, egli rinacque un numero incalcolabile di vite, come re a capo di un regno, di cui un centinaio di volte quale re di tutta l'umanità.

Un giorno, incontrò il Buddha Sumedhā, a cui offrì duemila lampade ad olio. Le vite successive, egli conobbe trenta esistenze, quale re dei deva e ventidue vite come re del mondo umano, sino a rinascere quale uomo, ai tempi del buddha Kassapa. In quella vita, egli fu un ricco abitante di Bārāṇasī, che possedeva 400.000.000 di valuta dell'epoca. Quando Buddha Kassapa entrò nel parinibbāna, egli offrì mille lampade ad olio, nelle quali mise dell'olio di burro, che accatastò attorno al cetiya, costruito per proteggere le reliquie del Beato Kassapa. Il ricco uomo visse sino all'età massima per quell'epoca, senza mai cessare le sue azioni meritevoli, prima di rinascere nel mondo dei deva.

Il povero Annabhāra

A causa di un akusala, egli rivisse nel mondo umano, in seno ad una famiglia povera del regno di Bārāṇasī. Poiché il suo lavoro consisteva nel portare del riso, lungo l'intera giornata, tramite una cesta sulle spalle, gli venne attributo il nome di Annabhāra, che significa «colui che porta il riso». Più tardi, andò a servire un ricco uomo, chiamato Sumana, che donava generosamente un tetto a coloro che non lo possedevano, ed offriva del cibo ai mendicanti ed ai rinuncianti.

Un pacceka buddha, chiamato Uparitta, viveva sulla montagna Gandhamādana. Un giorno, allorché si trovava assorbito nel nirodha samāpatti (assorbimento, nella cessazione di ogni coscienza), si chiese, appena uscito da quello stato:

«Oggi, chi posso incoraggiare nel suo viluppo dei kusala

Cercando, con l'aiuto dei suoi poteri psichici, scorse il povero Annabhāra, che possedeva delle grandi pāramī. Spiccando il volo, fendette l'aria, sino a che giunse davanti alla piccola casa di Annabhāra, situata accanto alla grande proprietà del ricco Sumana. Annabhāra rientrava proprio in quel momento. Non appena vide il pacceka buddha fu invaso da una gioia profonda. Si affrettò ad entrare nella casa, per chiedere alla sua sposa se avesse preparato la sua razione alimentare quotidiana. Poiché quella rispose di sì, le chiese di versargliela in un recipiente, e corse verso il pacceka buddha Uparittha, offrendogli rispettosamente tale cibo, benché fosse il solo pasto della giornata. La sposa dell'uomo si mise a riflettere:

«Mio marito ha degnamente sacrificato la sua parte del vitto, malgrado la grande fatica, causata dal suo lavoro nella foresta. Io, che sono rimasta tranquillamente a casa, perché mai non potrei offrire il mio pasto quotidiano a questo pacceka buddha

Spinta da codesta riflessione, ella si affrettò di offrire la sua porzione quotidiana al pacceka buddha. Dato che il nobile Uparitta aveva ottenuto del nutrimento ben sufficiente al suo pasto, la giovane coppia lo invitò a consumarlo nella casa. Appena egli accettò, essi prepararono un posto conveniente, gli portarono dell'acqua e si occuparono di lui, perché potesse mangiare nelle migliori condizioni. Dopo il suo pasto, il pacceka buddha espose un insegnamento del Dhamma, a proposito di dana e di sila (un pacceka buddha non è in grado di condurre altri al nibbāna). Quando fu finito, il povero Annabhāra si rivolse a lui:

«O Venerabile! Noi siamo poveri, in questa vita; non possediamo nulla per noi, neppure questa casa (essa appartiene al ricco Sumana), poiché abbiamo commesso delle cattive azioni in passato. Grazie ai kusala che abbiamo appena compiuto, che noi si sia risparmiati dalla sfortuna e dalla miseria, per tutte le vite che ci restano da vivere, sino al parinibbāna! Che noi si possa restare soddisfatti nei nostri minimi bisogni, sì da ignorare anche da dove proviene il riso che mangiamo!

— Possano i vostri desideri venire rapidamente realizzati; possano essere colmati, come è piena la luna al suo apogeo!»

In quel momento, la devī che viveva sopra la casa del ricco Sumana, e che aveva assistito attentamente all'invito del nobile Uparitta, piena di gioia per il meraviglioso akusala compiuto, lasciò esplodere la propria euforia, gridando:» Sadhu! Sadhu! Sadhu!», in modo sufficientemente forte perché il ricco Sumana potesse sentire. Il quale interpellò immediatamente la devī:

«Perché dite:»sādhu!», con aria gioiosa?»

— A causa delle nobile offerta di cibo, che hanno appena compiuto il povero Annabhāra e la sua sposa.

— Anche io offro del nutrimento; sfamo dei rinuncianti e dei poveri, ogni giorno. Malgrado tutti questi kusala, non vi sento mai dire «sādhu!», per me!

— Il povero Annabhāra, lui, benché non abbia compiuto che una sola offerta, ha dato il proprio pasto ad un essere immensamente nobile, molto degno di donazioni. Poiché si tratta di un essere, dal sila eccezionale, il dono fattogli diviene causa di un beneficio enorme.»

La natura invendibile dei meriti

Mentre il ricco Sumana sognava, durante il dire della devī, gli venne l'idea di acquistare dal povero Annabhāra il grande merito che aveva appena guadagnato., Appena il pacceka buddha se ne fu andato, egli si accostò ad Annabhāra per fargli la sua proposta:

«Annabhāra! Chi è il nobile essere a cui avete donato il vostro pasto?

— Il suo nome è Uparitta; si tratta di un pacceka buddha.

— Vendetemi il merito che avete acquisito, grazie a questa offerta! Ve lo compro per una «valuta» (l'unità della valuta di quell'epoca rappresentava già una grande somma).

— Questo merito può essere compiuto solo una volta. Non voglio venderlo.

— Lasciatemelo acquistare per due «valute», se lo preferite.

— La cosa non è fattibile; non voglio.

— Vi do tre «valute» per questo merito. Vendetemelo!»

Mentre continuavano i rifiuti del povero Annabhāra, il ricco Sumana aumentò progressivamente il suo prezzo di acquisto, sino a raggiungere la considerevole somma di 1.000 «valute». Annabhāra finì per dire fermamente al suo interlocutore:

«Non vi venderò nulla di nulla, qualunque prezzo mi offriate!»

— Poiché non mi lasciate comprare il vostro merito, vi chiedo, almeno, di dividerlo con me.

— Ignoro se si può fare. Vogliate attendere un istante: vado ad informarmi.»

— Visto che il nobile Uparitta camminava lentamente, non era andato ancora molto lontano; fatto che permise ad Annabhāra di raggiungerlo rapidamente. Quando gli fu vicino, gli chiese:

«Oh, nobile Uparittha. Si possono dividere i meriti?

— Quando si accende una lampada ad olio, per illuminare una casa, e, con l'aiuto della sua fiamma, si accende una seconda lampada ad olio, il fuoco della prima diminuisce?

— No, nobile Venerabile. Resta identica.

— La fiamma della seconda lampada ad olio è più piccola della prima?

— No, nobile Venerabile. E' identica.

— Allo stesso modo, quando si spartisce un merito, esso rimane identico per sé e per colui che beneficia di questa divisione. Quando, dopo avere offerto una ciotola di cibo ad un rinunciante, una persona divide i meriti ottenuti da questo dono con dieci persone, ognuna di queste dieci persone beneficia del merito come se essa stessa avesse offerto una ciotola di nutrimento a quel rinunciante. Di conseguenza, vi incoraggio pienamente a dividere i vostri meriti. Non esitate a farlo; ciò, è molto benefico.»

Quando il povero Annabhāra ritornò, egli divise il suo merito con il ricco Sumana. Fatto ciò, il facoltoso uomo volle offrirgli del denaro:

«Vogliate accettare queste 1.000 «valute».»

«Non voglio questo denaro. Se ho diviso il kamma con voi, è per pura compassione.

— Ed io, se desidero offrivi questa somma, è per la stessa ragione, e non per acquistare il valore che voi avete appena ripartito con me.»

A queste condizioni, Annabhāra accettò tale somma colossale, che liberò lui e la sua sposa dal dovere continuare a lavorare per questo uomo.

L'incoraggiamento del re

Giunta la sera, il ricco Sumana decise di fare una visita al re. Visto che cercava un persona che lo accompagnasse al palazzo, portò con sè il solo individuo che si trovava nei paraggi: Annabhāra. Appena tutti e due giunsero nella sala del trono, il re badò solo ad Annabhāra, senza prestare la minima attenzione a Sumana. Offeso, il ricco uomo finì per chiedere al re:

«Sire, come mai guardate questo uomo con tanto interesse, senza accordare a me la minima attenzione?

— E' perché non l'ho mai veduto prima.

— (Sumana rifletté un poco) No, Sire. Io credo, piuttosto, che la ragione stia nel fatto che egli ha sviluppato degli eccellenti kusala.

— Che genere di kusala ha prodotto?

— Ha offerto il suo pasto ad un pacceka buddha

(e, a questo punto, narrò l'intera storia al re).

— (Il re) Se è stato degno di ricevere da voi 1.000 «valute», come ricompensa, allora è degno che, a mia volta, gli faccia un dono.»

Appena pronunciate queste parole, il re elargì ad Annabhāra un bel terreno al margine del recinto del palazzo, dove fece costruire una casa, destinata ad accogliere Annabhāra e la sua sposa. Dall'indomani mattina, gli uomini del re si dettero da fare sul terreno, per renderlo piano e regolare. Allora, ai primi colpi di pala e di zappa, dalla terra spuntò una considerevole quantità di oro. Avvertito di questa inattesa scoperta, il re dichiarò:

«Questa è la terra del mio regno; quindi, mi appartiene. Portatemi tutto quell'oro!»

Nel preciso istante il cui gli uomini utilizzarono le loro pale per caricare l'oro nei carri, che si sarebbero recati al palazzo reale, esso si trasformò il terra volgare. Appena ne fu avvertito, il monarca finì per confessare:

«Dopo tutto, ho donato questo terreno ad Annabhāra; la terra è, dunque, la sua. Scavatela per lui!»

Il ricco Mahāsumana

Appena gli uomini proseguirono il loro lavoro di estrazione della terra, tenendo in mente che il terreno e tutto ciò che vi si trovava apparteneva ad Annabhāra, essa si trasformò ancora in oro. Ne trovarono una tale quantità che una collina di oro massiccio finì per venire accumulata per l'intera lunghezza adiacente al recinto del palazzo. Stupefatto da questo spettacolo che si offriva ai suoi occhi, il re convocò i suoi ministri, interrogandoli:

«Guardate tutto questo oro, che rappresenta la proprietà di Annabhāra. V'è, nel nostro intero regno, una persona che sia più ricca di lui?

— No, Sire. Nell'intero reame, nessuno lo supera in ricchezza.»

Da quel giorno, battezzato con un nuovo nome, Annabhāra fu conosciuto come "il ricco Mahāsumana". Il re gli donò un vestito, che solo i ricchi indossavano. Ed il ricco Mahāsumana non cessò di produrre mai dei meriti, durante l'intera sua vita, al termine della quale rinacque come re dei deva. Dopo questa esistenza regale, conobbe numerose esistenze, sia nei mondi devici, che in quello umano, sino a rinascere nel tempo di Gotamo Buddha, nel regno di Kapilavatthu. In questa esistenza, l'ultima, fu il figlio del fratello giovane del re Sudoddhana, e portò il nome di Anuruddhà.


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info su questa pagina

Origine: Opera francese

Autore: Monaco Dhamma Sāmi

Traduttore: Guido Da Todi

Data: Gennaio 2004

Aggiornamento: 29 settembre 2011