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riassunto della pagina

Dalla più giovane età, il principe Anuruddhā possiede della qualità, apprezzate da tutti, ed un kamma eccezionale.

Una volta, suo fratello maggiore gli espose i vantaggi della vita monastica e gli inconvenienti della vita laica. Da quel momento, il giovane principe non esitò più: il suo posto era nella comunità del Beato.

a proposito del principe Anuruddhā

Il miglior dolce del mondo

Il re Suddodhana aveva un giovane fratello, che si chiamava Sukkodana, e che, a sua volta, aveva due figli: i principi Mahānāma et Anuruddhā. Il più giovane, il principe Anuruddhā, era il più bello. Era anche molto affabile, gradevolmente garbato, e piuttosto amabile. Oltre a tutto, era estremamente delicato. Beneficiava di un kamma eccellente. Le sue necessità si realizzavano, prima ancora di apparire. Qualunque esse fossero, egli non ascoltò mai un «non ce n'è»; oppure» è finito»; a tal punto che ignorava del tutto il significato di queste espressioni. Ciò si giustifica, con il desiderio molto intenso che espresse, prima di questa esistenza, ripetendo frequentemente, dopo innumerevoli atti meritori:

«Possa io, in avvenire, trovarmi tanto protetto da eventuali bisogni, da ignorare del tutto la formula: "non ce n'è"!»

Una volta, quando era bambino, il giovane principe Anuruddhā giocava con altri amici principi, a testa o croce. Il perdente avrebbe dovuto dare un dolce a chi avesse vinto. Avendo perso, il giovane Anuruddhā mandò un valletto da sua madre, perché costei gli desse un dolce. Quando il valletto fosse tornato dal giovane principe, costui avrebbe potuto offrire quanto dovuto a chi aveva vinto la partita. Proseguendo il gioco, egli perdette ancora; e mandò di nuovo il valletto a reclamane un dolce dalla madre. Non volendo rimanere in perdita , il giovane Anuruddhā continuò a scommettere, fallendo una terza ed una quarta volta consecutive. Dopo avere consegnato tre dolci ai vincenti, inviò una quarta volta il valletto, per ottenere il quarto dolce, che aveva perso al gioco. Quando questi giunse dalla madre del giovane principe per chiederle ancora l'oggetto della scommessa, lei gli rispose che i dolci erano finiti. Vedendo ritornare il servo a mani vuote, Anuruddhā gli esclamò:

«Perché non avete portato il mio dolce?»

— Il dolce? Non ve n'è più, principe.

— Portatemi, dunque, questo dolce» non ve n'è più»!»

Non volendo contrariare il giovane principe — che non comprendeva il senso di questa formula — il valletto si accontentò di andare a riportare alla di lui madre la domanda, tale e quale. Realizzando alla lettera il desiderio di suo figlio, la brava genitrice affidò al servo una pentola d'oro — dove abitualmente sistemava i dolci — del tutto vuota, chiusa dal suo coperchio dorato, perché fosse dato al bambino. Nel momento preciso in cui questi gli mise tra le mani il contenitore in oro, i deva incaricati di proteggere il villaggio, a causa dei passati meriti straordinari del giovane principe, vi introdussero, discretamente, una torta, confezionata da loro. Che era quanto vi fosse di più squisito; non era possibile immaginare una pasticceria dal gusto tanto eccellente e dall'odore così allettante. Quando Anuruddhā sollevò il coperchio del contenitore d'oro, se ne sprigionò un effluvio incredibilmente seducente, e così acuto, che invase le narici di tutti gli abitanti del villaggio. Il giovane principe fu incapace di resistere a questa violenta tentazione. Si accontentò, tuttavia, di passare la punta della lingua su una simile delizia. Ciò bastò ad invadergli il corpo con una sensazione deliziosamente incantevole. Anuruddhā decise:

«Questa torta «non ce n'è più» è deliziosa, in maniera irresistibile. D'ora in avanti, ne mangerò ogni giorno.»

Sotto il potere del desiderio non controllabile provocato dalla divina pasticceria, benché destinata al suo amico, egli dimenticò ogni cosa e partì per immergersi nella solitudine della sua camera, onde apprezzare in pieno il dolce, senza lasciarne la più piccola mollica. Quindi, si mise a riflettere:

«Le ghiottonerie che mia madre mi dava in passato erano, in paragone, molto mediocri. Ciò deve significare che mi amava poco. E' la prima volta che mi offre una torta come questa. Ciò vuol dire che lei mi ama veramente solo da breve tempo.»

Rattristato da questi pensieri, il giovane principe andò incontro a sua madre e le si strinse al seno:

«Madre, mi amate?»

— I guerci proteggono con la più grande cura l'unico occhio che resta loro. Allo stesso modo, tutte le madri del'universo sono piene d'amore per i loro figli. Non esiste una madre che non ami i propri figli!

— Perché, allora, mi avete dato sempre delle torte ordinarie, mentre è solo oggi che mi offrite un dolce:»non ce n'è più»?

— Nel contenitore d'oro che vi ho fatto portare, c'era una torta?

— Certo! Non me ne è stata mai data una, con un simile sapore!

— (Ella fece chiamare il valletto) Cosa c'era nel contenitore d'oro che vi ho fatto portare a mio figlio?

— Lo ignoro, Signora; me l'avete consegnato chiuso, ed io non l'ho scoperchiato, prima di darlo al giovane principe.

— Capisco. Mio figlio è un giovane dal kamma eccezionale. Ha accumulato un numero considerevole di meriti. Ne concludo che sono, dunque, i deva che hanno posto questo dolce nel contenitore.»

Poiché il giovane principe aveva chiesto alla madre di dargli tutti i giorni la torta «non ce n'è più», lei, da allora, e fino a quando rimase laico, gli fece portare una scatola d'oro vuota, ogni volta che chiedeva il dolce «non ce n'è più». Così, allorchè il principino la apriva, vi rinveniva la più saporita di tutte le torte del mondo, e di cui poteva dilettarsi.

L'origine del riso

Al pari dei suoi amici, il principe Anuruddhā crebbe e si sposò. Un giorno, mentre giocava con due suoi amici, i principi Bhaddiya e Kimila, li esortò a dare la loro opinione su di una questione:

«Amici miei! Voi, che siete saggi, sapete da dove proviene il riso?

— (Il principe Kimila) Il riso proviene dai silos, no?

— (Il principe Bhaddiya) Non ci siete, mio caro! Il riso nasce, evidentemente, dal piatto di servizio che è portato a tavola.

— (Il principe Anuruddhā) Ascoltatemi bene, e ricordatevene per l'intera vita! Il riso appare in vita quando si rimesta il cucchiaio, al momento della cottura; è da qui che proviene, con un giusto dosaggio di acqua.

Nota: La parola «riso», traduce, qui, il termine pali «bhatta», che, più specificatamente, vuol dire «riso cotto» — pronto ad essere mangiato. Questo termine con va, dunque, confuso con «chicco di riso crudo», né»paddy», né «pianta di riso».

La vita da monaco e le necessità dei laici

Rammentandosi il discorso del re Sudoddhana, che esortava i suoi ad intraprendere la vita da monaco, il principe Mahānāma venne a trovare il suo giovane fratello Anuruddhā:

«Fratello Anuruddhā, da che il re ci ha incoraggiato a raggiungere la comunità di Buddha, nessuno di noi è divenuto monaco. Tuttavia, sono molto numerosi coloro che si sono fatti tali, in altre caste. Così, se voi desiderate indossare la veste, non esitate! D'altronde, se io stesso volessi farmi monaco, non sarei indeciso, a mia volta!

— In cosa consiste la vita da monaco?

— Monaco, è colui che rinuncia a tutto: ad ogni suo possesso, ad ogni distrazione, ad ogni abitudine, ed anche ai propri capelli ed alla barba. Limita i suoi abiti ad una veste, che è composta unicamente da tre tessuti rettangolari, tinti in un decotto di jacquier. Per nutrirsi, si accontenta di quello che la gente gli dà, quando va al villaggio, con la sua ciotola. Dorme tutto solo. Ecco, la vita da monaco.

— Non riuscirei mai a sopportare una simile esistenza; è molto dura. Io sono delicatissimo, e ciò mi sfibrerebbe ed opprimerebbe. Sarei incapace di condurre un'esistenza così rude. In compenso, se voi ci tenete a diventare monaco — io ve ne prego — andate, dunque, a raggiungere la comunità di Buddha!

— D'accordo! Se voi non volete fare il monaco, allora lo diverrò io. Nel frattempo, mentre io sarò monaco, voi avrete l'incombenza di seguire ogni necessità dei laici.

— Quali sono queste necessità?

— Ascoltatemi bene, ve lo dirò ....Bisogna lavorare, a fondo, i campi; creare delle irrigazioni, facendo delle dighe; è necessario seminare i campi; versare dell'acqua, lì dove ne manca, e levarla via, dove ce ne sta troppa; quando il paddy spunterà dalla terra, sarà necessario raccoglierlo e trapiantarlo; e, affinché non secchi al sole, si dovrà accuratamente irrorarlo; quando l'acqua diverrà sporca, la si dovrà cambiare con acqua pulita; appena le piantagioni mostreranno il frutto, si dovranno sorvegliare i campi, affinché gli uccelli non vengano a beccare tutto; e quando il riso maturerà, bisognerà falciarlo; e, poi, batterlo, per farne uscire i chicchi; quindi, accatastarlo, per bene, nei silos, perché i topi non vengano a mangiarselo; e farlo seccare al sole; passarlo al setaccio e scortecciarlo. Ecco i doveri necessari solo per raccogliere il riso. E la fatica è, più o meno, la stessa, per produrre delle altre derrate alimentari. Per ottenere degli abiti, delle collane, dei gioielli, della mobilia, o altre cose simili, sono necessari dell'oro o del denaro. Per ottenere oro e denaro, bisogna eseguire tutti questi compiti. Oltre a ciò, si aggiungano i doveri che debbono ottemperarsi, nella cura della casa: scopare, pulire i mobili, lavare i panni, cucinare gli alimenti, servire i pasti, pulire i piatti...Bisogna occuparsi costantemente di ogni cosa e con sufficiente anticipo, di modo che l'indomani non manchi nulla. Così, le necessità dei laici sono senza fine, ed è necessario esservi legati per tutta la vita.

— Che vantaggio c'è, dunque, a vivere nella sfera dei sensi? Poiché le cose stanno in questa maniera, restate voi nel mondo laico ed occupatevi voi della famiglia! Io vado, finalmente, ad abbracciare l'esistenza monacale.

L'autorizzazione della madre del principe Anuruddhā

Il principe Anuruddhā si recò da sua madre, per comunicarle il suo desiderio di prendere la veste:

— La vita laica non mi interessa proprio; voglio diventare monaco. Vi prego, lasciatemi partire!

— Ho solo due figli, ai quali sono attaccatissima. Non riuscirei a sopportare di starmene separata da voi. Mi dispiace, ma non posso consentire di farvi di partire, per menare la vita di monaco.»

Lei si mise a piangere, mente il giovane principe reiterava una seconda, ed una terza volta la sua domanda. Sapendo bene che il principe Bhaddiya non avrebbe mai seguito un'esistenza monacale, sua madre finì per proporgli:

«Se il vostro amico, il principe Bhaddiya, accetta di diventare monaco, vi lascerò partire con lui.»

Il principe Anuruddhā si affrettò a rendere visita al suo amico, il principe Bhaddiya, che regnava sulla città di Koliya:

«Oh, amico Bhaddiya! La vita da laico non mi soddisfa più. Desidero raggiungere la comunità di Buddha ed essere monaco. Ciononostante, mia madre acconsente a che io parta solo se voi mi accompagnate. Posso divenire monaco, solo se anche voi lo sarete. Allora, ve ne prego, per la compassione di me. Vogliate adottare la vita da monaco!

— Mi dispiace, ma, in verità, io non voglia una simile esistenza.

— Ve ne supplico, vi scongiuro di accettare!»

— Visto che il principe Anuruddhā insisteva in maniera continua, implorandolo con aria disperata, il suo amico, provando compassione per lui, fini con l'accettare.

— Fu soprattutto l'imbarazzo a farlo cedere, a dispetto della sua avversione per la vita da monaco. In uno scoppio di gioia, il giovane principe gridò:

— Perfetto! Andiamoci subito! Partiamo, per raggiungere la comunità di questo nobile Buddha!

— Non così presto! Datemi, comunque, un po' di tempo. Vi chiedo di aspettare sette anni.

— Sette anni? E'veramente troppo! Ve ne prego, non riuscirei mai ad attendere per sette anni!

— In tal caso, vi chiedo di aspettare almeno sei anni.

— Sei anni? E' veramente troppo! Non riuscirei mai ad attendere così a lungo!

— Allora, vi chiedo di pazientare per almeno cinque anni.

— Cinque anni? Sono tanti, non potrei pazientare così a lungo!

(Impaziente di partire, il principe Anuruddhā stimò troppo lunga l'attesa proposta dal suo amico, sino a che quest'ultimo concesse di ridurla sempre di più, progressivamente, sino a raggiungere un periodo nettamente più corto...)

— In tal caso, vi chiedo di attendere almeno un mese e mezzo.

— Un mese e mezzo? E' ancora troppo, non me la sento proprio di aspettare così a lungo!

— Bene. Vi concedo di partire più presto. Tuttavia, questo non possibile prima di sette giorni, perché sto solo al palazzo, e tutta la mia famiglia si trova in viaggio; debbo attendere il suo ritorno.»

Felice di avere solo una settimana da pazientare, il giovane principe andò a trovare sua madre, per annunciarle che il suo amico Bhaddiya aveva accettato di accompagnarlo. Costretta a mantenere la sua promessa, la madre del giovane Anuruddhā lo lasciò partire, per condurre una vita da monaco.

La partenza per la foresta dei sei principi e del dāyaka Upāli

Un certo Amitodana, motivato dalle famose esortazioni di suo fratello, il re Sudoddhana, e cogliendo l'occasione della prossima partenza dei principi Anuruddhā e Bhaddiya per il saṃgha, sollecitò suo figlio Ananda — che, ben presto, sarebbe divenuto il famoso Venerabile Ananda — di adottare la vita monacale. Per le stesse ragioni si unirono ad essi i principi Kimila, Bhaghu e Devadatta; come pure il loro servitore, il barbiere Upāli.

Così, il settimo giorno, i sei principi ed il dāyaka Upāli partirono per raggiungere il Beato, scortati da una truppa armata, equipaggiata di elefanti, di cavalli, di carri, e di arcieri, sino alla frontiera del regno. Da lì, i sette proseguirono il loro cammino, soli ed a piedi. Quando giunsero ad una folta foresta, i sei principi consegnarono tutte le loro collane ed i gioielli al proprio devoto servitore:

«Upāli, l'assieme di questi gioielli potrebbe attirare verso di noi, inutilmente, dei pericoli, mentre attraversiamo la grande foresta; prendeteli e conservateli; ve li affidiamo. Ora, ritornate a Kapilavatthu!

— Qualunque cosa avvenga, voglio restare sempre con voi. Vi supplico, lasciatemi partire con voi!

— No, bisogna che ritorniate a Kapilavatthu. Lasciateci e andatevene!»

Implorando i principi in ginocchio, il bravo Upāli insistette sino a tre volte consecutive, affinché i principi accettassero di lasciarlo venire con loro; ma, quelli esigettero altrettante volte che egli rientrasse. Non osando contraddirli, i barbiere prese il cammino di ritorno a malincuore, incapace di trattenere i singhiozzi. Dopo avere percorso appena qualche passo, egli si fermò e rifletté:

«Quando i Sakya di Kapilavatthu mi vedranno giungere, con tutti i gioielli e le collane dei sei principi sulle spalle, si immagineranno che io li abbia uccisi, per derubarli. E, quindi, mi sopprimeranno, prima ancora che io possa pronunciare una parola. Loro, hanno appena rinunciato a tutto, per divenire monaci. Ed io, perché mai non potrei, a mia volta, essere un monaco, come essi?»

Pensate queste cose, appese i preziosi gioielli e le collane su di un albero, dicendo a se stesso che li abbandonava a chi avrebbe avuto la fortuna di trovarli. Quindi, si affrettò a raggiungere gli altri, che gli permisero di seguirli. Così, tutti e sette continuarono il loro cammino attraverso la foresta, sino a raggiungere Buddha. Quando ebbero terminate le loro rispettose prosternazioni, rivolti a Buddha, i sei principi gli proposero:

«Oh, nobile Buddha! Come ognuno sa, i Sakya hanno la reputazione di essere molto orgogliosi. Già alla nostra entrata, vogliamo annullare il nostro orgoglio. E per avviare solidamente questa risoluzione, ciediamo che voi integriate il dāyaka Upāli, prima di noi. Così, toccherà a noi venerarlo, e non il contrario.

Il primo vassa dei sei principi Sakya

Come avevano suggerito i principi, Buddha inserì, prima, il dāyaka Upāli, e, soltanto dopo, essi. Quando ciò avvenne, i sette nuovi monaci seguirono Buddha sino al suo monastero di Veḷuvana, a Rājāgaha, per trascorrervi il vassa, durante il quale furono realizzati dei nobili stadi...Il Venerabile Bhaddiya divenne arahant, sviluppando le tre vijjā (pubbenivāsa, dibbacakkhu, āsavakkhaya; cioè, le conoscenze che permettono di vedere le esistenze passate, di scrutare dappertutto, e di essere sbarazzati da tutti i kilesā, le impurità mentali), con il paṭisambhidāpatta (qualunque cosa gli si domandasse, egli sapeva rispondere a tutto); il Venerabile Anuruddhā sviluppò la conoscenza suprema di dibbacakkhu (competenza che permette di vedere tutto, qualunque siano la distanza, la taglia e la materia, suscettibili di nasconderlo); il Venerabile Ananda sviluppò la sotāpatti phala; il Venerabile Devadatta, benché ancora restando puthujana, sviluppò gli abhiñña (poteri psichici), propri del suo livello evolutivo. I Venerabili Kimila, Bhagu e Upāli, quanto ad essi, si realizzarfono c ome arahant, al termine del vassa; mentre il Venerabile Anuruddhā lo sarebbe diventato poco più tardi.

Alla fine di questo vassa, il Venerabile Anuruddhā andò a trovare il Venerabile Sāriputtarā, per domandargli delle istruzioni che gli permettessero di esercitarsi sino a raggiungere il nibbāna, prima di stabilirsi accanto alla città di Pāsīnavaṇsa, nel regno di Cetiya; dove iniziò, senza altra attesa, la sua nobile pratica. Egli riflesse così intensamente ai sette mahāpurisavitaka, che una pesante fatica lo invase. Vedendo ciò, malgrado la distanza, Buddha si mise in marcia verso il luogo dove si era stabilito il Venerabile Anuruddhā, per alleviargli questa inutile stanchezza. Giunto dal giovane monaco, gli insegnò subito il mahā ariyā vaṃsa, una pratiche che sottolinea l'importanza di sapersi accontentare degli otto oggetti (le tre vesti, la ciotola, una cintura, un ago e del filo, un filtro per l'acqua ed un rasoio) e sapere rimanere nella concentrazione. Grazie a questa pratica egli divenne rapidamente un arahant e sviluppò — come il Venerabile Bhaddiya — il paṭisambhidā (un'integrale conoscenza del Dhamma). Compiuto il suo compito, il Beato ritornò al suo monastero di Veḷuvana.

L'attribuzione della distinzione particolare al Venerabile Anuruddhā

Appena il saṃgha fu riunito, Buddha prese la parola, indicando il Venerabile Anuruddhā:

«Monaci! Tra tutti i miei discepoli, questo monaco — che porta il nome di Anuruddhā — è il più competente nella suprema conoscenza di dibbacakkhu. In virtù delle pāramī eccezionali che egli ha conseguito durante 100.000 kappa, gli attribuisco la distinzione particolare di dibbacakkhu etadagga (il più abile nella conoscenza che permette di vedere tutto).»

Ognuno venne invaso dalla gioia, nell'ascolto di questa nobile distinzione, attribuita al Venerabile Anuruddhā.


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Origine: Opera francese

Autore: Monaco Dhamma Sāmi

Traduttore: Guido Da Todi

Data: Gennaio 2004

Aggiornamento: 29 settembre 2011