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riassunto della pagina

Prima di gungere al risveglio, il futuro Buddha ricorse a diversi metodi, che lo portarono solo su dei percorsi errati.

Così, di dedicò ad ogni sorta di pratiche, tanto severe quanto inimmaginabili...

i sei anni di austerità

I due primi istruttori: gli eremiti Āḷāra e Udaka

Il giovane rinunciante proseguì il suo cammino, immergendosi nelle profondità della foresta. Dopo una lunga marcia, attraverso le gigantesche distese boscose del paese, incontrò un eremita, di nome Āḷāra, dell'etnia dei Kālāma. Questo eremita aveva realizzato i cinque rūpa jhāna. Non appena prese conoscenza del suo insegnamento, il rinunciante Siddhattha si dedicò all'istruzione di samatha, secondo la scuola del suo nuovo maestro. Raggiunse gli jhāna quello stesso giorno, fatto che non mancò di lasciare l'eremita Āḷāra stupefatto. Il giovane rinunciante, che non voleva interrompere tanto valido cammino, ne chiese al suo maestro lumi sul proseguimento.

«Maestro, quali sono le istruzioni che debbo , adesso che ho ottenuto gli jhāna, per proseguire la mia strada verso la conoscenza?

— Non sono in grado di rispondervi.

— Cosa c'è, al di fuori di quanto so e che voi mi non mi avete ancora insegnato?

— Non v'è nulla, oltre a quanto sapete e che non vi abbia insegnato ancora.»

Fortemente deluso dalla confessione del suo istruttore, il giovane rinunciante si tenne la sua fame, frustrato di non avere saputo come seguitare la propria istruzione. Quanto all'eremita, contento dei risultati elevati e rapidi del suo allievo, gli propose:

«La vostra realizzazione è immensa ed esemplare. Vi propongo di dirigere la setta con me; avremo molti discepoli.

— Declino la vostra offerta, considerato che non desidero dei discepoli, sotto la mia autorità. Cerco solo il nibbāna, la fine del ciclo delle nascite, delle vecchiaie, delle malattia e delle morti. Non sono del tutto soddisfatto delle esperienze che ho appena realizzato, con voi. Esse recano la tranquillità della mente, il prefetto conforto, e la scomparsa dei kilesā, ma non in modo definitivo. Inoltre, tutto ciò permane ancora nella sfera dei sensi.»

Dopo essersi spiegato, il rinunciante Siddhattha salutò rispettosamente l'eremita Āḷāra, prima di prendere congedo da lui.

Proseguendo la sua strada, attraverso la densa foresta, egli pervenne in un luogo, dove regnava una non comune tranquillità. Qui viveva un eremita, conosciuto sotto il nome di Udaka, figlio di Rāma. Egli aveva dominato tutti gli jhāna, compresi i due primi abhiñña : pubbenivāsa ñāṇae dibbacakkhu ñāṇa. Appena il rinunciante Siddhattha venne accettato per allievo da questo eremita, egli iniziò a disciplinarsi in samatha, seguendo con meticolosità le istruzioni del suo nuovo maestro. Oltre agli assorbimenti propri agli jhāna, egli padroneggiò, nello stesso giorno, i due primi abhiñña, con il più grande sbalordimento dell'eremita Udaka. Il giovane rinunciante, che non volle fermarsi in questo valido sentiero, chiese al maestro di sapere come potesse proseguire la sua educazione:

«Maestro, quali istruzioni debbo seguire, ora che sono giunto agli jhāna, per continuare la mia strada per la conoscenza?

— Non sono in grado di sapervelo dire.

— Cosa c'è, al di fuori di quanto io non sappia già e che voi ancora non mi avete insegnato?

— Non c'è nulla, oltre a quanto voi sapete e che io non vi abbia ancora detto.»

Molto deluso dalla confessione del suo istruttore, il giovane rinunciante rimase, ancora una volta, con la sua fame interiore, frustrato di ritrovarsi senza guida per continuare la sua educazione. L'eremita, da parte sua, fiero dei risultati notevoli ed immediati del suo allievo, gli propose:

«La vostra realizzazione è immensa ed esemplare. Vi propongo di dirigere la setta con me; avremo molti discepoli.

— Rinuncio alla vostra offerta, poiché non desidero avere dei discepoli sotto la mia autorità. Cerco solo il nibbāna, la fine del ciclo delle nascite, delle vecchiaie, della malattie e della morte. Non sono del tutto soddisfatto delle esperienze che ho appena realizzato con voi. Esse recano la tranquillità della mente, il prefetto conforto, e la scomparsa dei kilesā, ma non in modo definitivo. Inoltre, tutto ciò permane ancora nella sfera dei sensi.»

Dopo essersi spiegato, il rinunciante Siddhattha salutò rispettosamente l'eremita Udaka, prima di prendere congedo da lui.

L'incontro con il gruppo dei cinque

Proseguendo il suo cammino, il rinunciante Siddhattha finì per sbucare nel bosco di Uruvela: un luogo di una serenità e di una bellezza eccezionali. In questo posto, molto propizio al samādhi, incontrò cinque rinuncianti, chiamati Koṇḍañña, Vappa, Bhaddiya, Mahānāma e Assaji. Koṇḍañña — il più anziano dei cinque — era il più giovane degli otto bramini astrologi, che dettero il nome di Siddhattha al principe, allora bebè. Egli fu il solo a predire che il giovane principe sarebbe divenuto Buddha, e non altro. I quattro altri, tra i cinque rinuncianti, erano i figli di quattro fra i sette rimanenti bramini, oggi scomparsi. Visto che Koṇḍañña sapeva che il prossimo Buddha era sul punto di manifestarsi, fu lui che sollecitò i quattro compagni a rinunciare alla vita mondana, a favore di quella ascetica.

Questi cinque rinuncianti gioirono per l'arrivo del futuro Buddha, poiché lo attendevano gà da lungo tempo. Appena giunse tra di loro, lo nutrirono e si presero cura di lui, badando a che non gli mancasse nulla, per potere seguire la propria disciplina spirituale nelle migliori condizioni possibili.

La severità delle determinazioni

A quell'epoca, nel majjhima desa esistevano numerose credenze circa i sistemi di disciplina, che permettessero di raggiungere la definitiva liberazione dal ciclo delle rinascite. Benché nessuno vi fosse ancora arrivato, molti avevano un'idea quanto al metodo più probabile per riuscirvi. Le ipotesi esposte dai più grandi maestri convergevano su uno stesso punto: le austerità. Fu per tali ragioni, che il rinunciante Siddhattha addotto queste pratiche. Numerosi asceti si abbandonavano a queste ascesi, sempre severe, ma sotto le forme più diverse. Il futuro Buddha vi si immerse nel modo più arduo ed estremo che vi fosse, persuaso che gli avrebbero portato la saggezza necessaria allo sviluppo della conoscenza giusta della realtà.

Quel che costituiva effettivamente la base delle pratiche ascetiche austere, che sono i dukkaracariya, che pretendono di sviluppare la più alta saggezza con ogni sorta di oppressione sul corpo, è un solido vīriya ed una ferma determinazione, motivata da uno sforzo risoluto, da un impegno, tipo:

«Fino a che resteranno la sola pelle, le vene e le ossa; fino a che la mia carne ed il mio sangue non secchino del tutto; possa mai abbandonare la mia pratica, sino a che non avrò raggiunto la liberazione!»

Il rinunciante Siddhattha si recò nel villaggio di Senā, per raccogliere il suo cibo, con la propria ciotola. Una volta terminato il pasto, si stabilì sotto l'albero del bosco di Uruvela, dove avrebbe iniziato a praticare il dukkaracariya, in maniera severa. Là si mise a riflettere:

«Che vantaggio ne può venire dal fatto di mangiare del cibo, ottenuto con la ciotola? In tal caso, io mangio con piena soddisfazione il buon nutrimento, offerto con generosità dalla gente. Malgrado io pratichi il mettā bhāvanā verso questi donatori, consumando tutti questi buoni alimenti preparati con cura, non raggiungerò mai lo scopo che mi sono prefissato; non diverrò mai un buddha onnisciente.»

Per riuscire ad essere liberato, con certezza, da ogni avidità, egli rinunciò al cibo ottenuto nel villaggio. Si accontentò di provvedere ai propri bisogni, con ciò che trovavava in terra, nella foresta di Uruvela: della frutta di ogni tipo e di ogni grandezza, anche marcia; dei funghi, delle foglie . Dopo un lungo periodo di questo regime, constatò che non perveniva ancora allo stadio di buddha. Si disse che il fatto di andarsene ogni giorno a cercare questa frutta gli prendeva molto lavoro, facendogli perdere del tempo prezioso per la sua pratica. Di conseguenza, decise:

«D'ora in avanti mi nutrirò esclusivamente della frutta che cade, o che rotola sino alla portata delle mie mani, senza che io debba alzarmi.»

Qualche tempo dopo, considerando ancora che si alimentava troppo facilmente, aumentò ancora la severità della sua determinazione, limitandosi a nutrirsi solamente della frutta che cadeva direttamente su di lui.

Mentre i giorni progredivano, senza che lui risentisse di alcun progresso, rifletté su di qualche altra pratica, che gli avrebbe permesso di raggiungere l'onniscienza. E gli venne un'idea in mente:

«Sarebbe opportuno sbarazzarsi definitivamente di tutti gli akusala. Impedirò ad ogni akusala di apparire.»

Affinché alcuno stato mentale, tinto di akusala potesse apparire, egli li neutralizzò, con stati psichici di natura kusala. Questo fu il metodo che impiegò per zittire gli akusala; per cui, quando un kusala di manifesta, non lascia alcun posto per gli akusala. Si disciplinò in maniera così dura, che un fiotto di sudore gli colava, senza posa, dalle ascelle. Il suo vīriya crebbe ancora. Si fecero sentire attraverso il suo corpo delle tensioni virulente.

Egli mantenne la sua tensione, senza ridurla, malgrado l'immensa difficoltà che provava; il suo vīriya era estremamente potente. Il suo corpo fu preda di dolori di una vivacità così spaventosa, che nessun altro essere umano sarebbe stato capace di sopportarli. Malgrado tutto, egli seguiva la sua disciplina con la stessa tenacia, poiché la sua volontà era di una fermezza e di una forza illimitate.

Svuotato da ogni serenità, il suo corpo venne invaso, poco a poco, da un bruciante calore. Benché immergesse l'intero suo essere in atroci sofferenze, non ridusse il suo sforzo. Tuttavia, proprio come le pratiche precedenti, queste non lo conducevano ad alcun risultato, che indicasse qualcosa che somigliava all'onniscienza.

Mentre rifletteva profondamente su questo, ebbe la seguente idea:

«Se mi impedissi di lasciare uscire ed entrare l'aria, ciò sarebbe una buona cosa.»

Mettendo in pratica, presto, questa nuova idea, impedì alla minima particella di aria d'entrare o di uscire dalla sua bocca, o dal suo naso. Dopo un lungo istante, l'aria prigioniera si raccolse e prese a spingere tanto forte, che se ne uscì, con un solo soffio, dalle orecchie, in modo tanto brutale, che il rumore prodotto fu simile a quello del mantice di un fabbro.

Egli sostenne i suoi sforzi, senza ridurli, malgrado l'immensa difficoltà che sopportava; il suo vīriya mera molto potente. La sua vigilanza, anche, fermamente mantenuta. Il suo corpo cadde preda a dei dolori di intensità così spaventosa, che nessun altro essere umano sarebbe stato in grado di sopportarli. Ciò nondimeno, mantenne sempre la sua tensione, con estrema tenacia, poiché la sua volontà era di una fermezza e di una forza senza limiti.

Una volta uscita l'aria, decise di tappare le orecchie, oltre che la bocca ed il naso, che non aveva smesso di ostruire. L'aria contenuta nel corpo finì, poco a poco, a raccogliersi verso la sua sommità, sospingendo gli organi interni, sino all'apice della testa, e provocando dei dolori particolarmente abominevoli. Era come se un uomo molto robusto desse dei grandi colpi sul cranio di un individuo gracile, con un oggetto duro e puntuto.

Quando l'aria si raccolse nel cranio del rinunciante Siddhattha, l'intensità del dolore divenne orribilmente insopportabile. Sembrava quella che avrebbe sopportato un uomo debole, se avesse permesso ad un uomo robusto di arrotolargli uno spesso elastico attorno al capo, e che, poi, glielo avesse stretto con tutte le forze.

Dopo l'aria discese nel ventre, creando un gorgo di una potente violenza. I dolori che il rinunciante Siddhattha provò furono come quelli che qualcuno avrebbe risentito, se un abile macellaio gli avesse tagliato il ventre con il suo grande coltello. Dopo, questa sofferenza gli si espanse in tutto il corpo.

Egli sostenne i suoi sforzi, senza ridurli, malgrado l'immensa difficoltà che provava; il suo vīriya era estremamente potente. Anche la sua vigilanza, era mantenuta con fermezza. Il suo corpo cadde preda di dolori di tale spaventosa intensità che nessun altro essere umano avrebbe potuto sopportare. Malgrado ciò, egli manteneva il suo sforzo, con la stessa tenacia, poiché la sua volontà era di una fermezza e di una forza illimitate.

Il parossismo dell'ascesi

Il corpo del futuro Buddha sembra si infiammasse, tanto era oppresso dal dolore. Era come se avessero scelto qualcuno per tenerlo disteso al di sopra delle fiamme di un grande fuoco, affinché arrostisse.

Tanto l'asceta Siddhattha era torturato dai dolori infernali provocati dalla sua pratica, che perse la conoscenza. Se ne crollò di lato, restando immobile per lungo tempo. Tra i deva che si trovavano nei paraggi per assistere alle rudi austerità del futuro Buddha, tre di essi si confidarono i loro pensieri:

«Oh, l'asceta Siddhattha è morto!

— No, non ancora; ma, sta per morire.

— Sbagliate tutti e due. Non è morto e neppure sta per morire. E' divenuto arahant

Il deva che credeva nella morte dell'asceta Siddhattha, si recò presso il re Sudoddhana, per informarlo della sua convinzione:

«O Sudoddhana! Vostro figliò è morto!

— E'morto dopo essere divenuto Buddha, o prima di diventarlo?

— E' morto prima di essere divenuto Buddha.

— Non credo ad una parola! E' impossibile che mio figlio sia morto, prima di avere raggiunto l'onniscienza!»

Appena il rinunciante Siddhattha riprese conoscenza, si alzò immediatamente, ignorando con fermezza il dolore che persisteva a perseguitare da ogni parte. Poiché era totalmente determinato ad ottenere l'onniscienza, egli praticò le austerità in una maniera del tutto estrema, senza allenare per un attimo il suo sforzo, per sei anni.

Dopo la sua caduta, quando ebbe pienamente raccolto la sua mente, riflesse in maniera profonda, sino a che non ebbe una nuova idea:

«Interromperò del tutto la mia alimentazione. Resisterò, proibendomi in modo stretto ogni cibo.»

Quando i deva vennero a conoscere questa nuova decisione, uno tra di essi andò a prevenire il grande asceta:

«Se smetterete di mangiare, morirete. Noi non vi permetteremo di morire; vi nutriremo con il cibo dei deva, inserendolo nel vostro corpo, attraverso i vostri pori.

— E' fuori questione che voi mi nutriate. Se voi lo fate, verrò alimentato e, dunque, cadrò in contraddizione con la mia decisione. E poiché non mi volete lasciare senza cibo, preferisco nutrirmi da solo. Mangerò, dunque, ma in debolissima quantità.

Da allora, mangiò ogni giorno, ma molto poco. Limitò il suo alimento quotidiano ad un solo grano di riso, ad un solo pisello, o ad una sola cucchiaiata di fagioli bolliti. Durante i giorni e le settimane che seguirono, cominciò a divenire molto magro. Dopo qualche mese, la sua apparenza era completamente mutata. A causa di questa dieta severa, divenne eccessivamente rachitico, pallido e debole. A tal punto che la pelle del suo cranio si era sgualcita come una vecchia borraccia molle, che sia stata asciugata al sole. La sua pelle era secca come quella di un pesce rinsecchito ed aveva il colore di una cimice. Abitualmente la sua pelle, che era sempre stata di un bel colore dorato, era divenuta molto scura; certuni l'avrebbero qualificata come nera, altri bruna, altri ancora, grigia. I suoi occhi si erano talmente ficcati nelle loro orbite, da avere l'aspetto oscuro, in fondo ad un pozzo profondo. Se appena si sfiorava la pelle, ne cadevano tutti i peli. Le sue gambe erano come dei bambu. La colonna vertebrale assomigliava ad un rosario. Le sue nervature erano come delle travi sparpagliate di una vecchia casa. Toccando il suo ventre, si raggiungeva la sua schiena. Le sue natiche apparivano raggrinzite come lo zoccolo di un cammello. Le rare volte in cui riusciva a eseguire i suoi bisogni, non ne usciva che un escremento, piccolo e secco come il frutto del bétel. E neppure si potevano distinguere le linee delle sue mani. Era talmente debole che non aveva neppure la forza di fare ānāpāna. Quando si alzava, cadeva immediatamente a terra.


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Origine: Opera francese

Autore: Monaco Dhamma Sāmi

Traduttore: Guido Da Todi

Data: Gennaio 2004

Aggiornamento: 14 juin 2005