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riassunto della pagina

Il brahmā Baka è convinto di essere un dio eterno, che creò l'intero universo.

Un giorno, Buddha gli fa una visita...

il brahmā Baka

Le convinzioni del brahmā Baka

Quando Buddha abitava nel regno di Sāvatthi, nel monastero di Jetavana, un mattino, come faceva ogni giorno, setacciò il mondo, grazie al suo occhio mentale, capace di vedere ogni cosa. E si interrogò:

«A chi indirizzerò un sermone, oggi?»

Quel mattino, vide un brahmā (essere che dimora nel più elevato dei sei gruppi di mondi, dove la materia è sottilissima, o inesistente). Molto tempo prima, quando questo brahmā era ancora un essere umano, si dedicò allo sviluppo della concentrazione samatha, per il tempo di centomila anni. Dopo di che, rinacque presso i brahmā, innanzitutto nella sfera propria al quarto jhāna (assorbimento, dovuto alla concentrazione pura) — denominata Vehapphala — ove rimase per cinquecento maha kappa. Dopo, riprese la nascita nella sfera propria al terzo jhāna — chiamata Subhakina — per il tempo di sessantaquattro kappa; ed infine — lì, dove si trovava in quel giorno, nella sfera propria al secondo jhāna — dettaĀbhassara, già dal tempo di otto kappa. Era rimasto, dunque, in questa sfera da così lungo tempo, ed aveva vista così tante volte l'universo annientarsi e ricostruirsi, da avere dimenticato del tutto le sue vite passate. E, dato che si trovava completamente assorbito nelle immersioni estatiche, aveva anche dimenticato la sua precedente esistenza di brahmā, di già molto lontana.

Avendo praticato esclusivamente la meditazione samatha (concentrazione su di un oggetto unico) non aveva potuto sviluppare la conoscenza giusta della realtà. Viveva da così lungo tempo, da essere convinto di essere sempre esistito, e che non sarebbe mai morto. Non essendo in grado di vedere i brahmā delle sfere superiori, non aveva neppure il dubbio che essi potessero esistere. E poiché era il più vecchio della sua sfera, ed aveva veduto innumerevoli esseri nascere e morire, si era persuaso che nessuno fosse esistito prima di lui. In più, il suo stato estatico era così intenso, che tutto ciò che accadeva coincideva esattamente in sincronia con i suoi desideri. Quando, poi, un universo sparì ed il, seguente ancora non era apparso, egli pensò:

«Sarebbe bene che vi fosse un altro universo.»

In quel momento, si formò un universo. Egli, poi, pensò:

«Sarebbe bene che questo universo fosse abitato da degli esseri. Sarebbe opportuno che degli esseri apparissero accanto a me.»

Delle esistenze apparvero nell'universo. Ed anche accanto al brahmā Baka, che, allora, si convinse di avere creato i mondi, come pure chi li popolava. E anche i brahmā della sua sfera che gli giunsero vicino credettero ai suoi convincimenti, persuadendosi tutti nelle stesse ipotesi.

Nota: Più la concentrazione è sviluppata, più rari sono gli elementi suscettibili di interferire, oppure di creare degli ostacoli. Negli stati prodotti dagli jhāna, la concentrazione è così sviluppata che anche i pensieri non sono in contraddizione con gli avvenimenti.

Nota: Le religioni monoteiste sono nate in questo modo. Nella storia dell'umanità, dei mistici sono giunti a sviluppare i quattro jhāna. Ciò permise a certuni tra di essi di sviluppare la capacità di comunicare con l'uno, o l'altro di quegli individui, che vivevano in una delle venti sfere del mondo di brahmā. Ognuno di questi brahmā, come il brahmā Baka, era intimamente persuaso di avere creato l'universo e di essere eterno. Al termine dei loro assorbimenti, convinti di avere incontrato il dio onnipotente, e benché agissero con la più grande sincerità, questi mistici diffusero le maggiori religioni del mondo, che nascono dall'ignoranza di codesti brahmā, i quali non hanno altra ambizione se non quella di essere venerati da tutti gli esseri dell'universo. D'altronde, possiamo constatare che l'obiettivo proposto dalla maggior parte delle religioni consiste in un'esistenza, immersa in una sfera di felicità eterna, in una unificazione con la divinità, o in una vita da brahmā (il che, è la stessa cosa).

Di conseguenza, il brahmā Baka supponeva di essere totalmente libero da vecchiaia, da malattia e da morte. Ignorando il Dhamma e non provando null'altro che un'intensa e continua felicità, che la sua condizione gli conferiva, era certo di vivere permanentemente nel nibbāna.

Appena Buddha vide tutto ciò, con chiarezza, decise di andare a trovare questo brahmā, non appena avesse finito il suo pasto, per fargli ripudiare tutti i suoi falsi punti di vista. Quando giunse lì, appena il brahmā Baka scorse il Beato, lo interpellò:

«Gotama! E' molto bene che voi veniate a rendermi visita. Avete trascorso molto tempo nel mondo umano; arrivate, qui, tardi. Assorbitevi, dunque, nel samatha! Se vi comportate nel modo giusto, potrete apparire qui, dove regna solo una perfetta felicità. In questa sfera non esistono vecchiaia, malattia, né morte. Il mondo dei brahmā è il nibbāna

Il sermone di Buddha al brahmā Baka

Buddha diresse un sermone a brahmā Baka, davanti a tutti gli altri brahmā, che ascoltarono con attenzione:

«O brahmā! Ascoltatemi tutti, sto per parlare... Questo brahmā Baka si trova immerso nell'oscurità. Dice a tutti:» Se volete essere felici, venite a me!» Pensa che il mondo dei brahmā è nibbāna. Pensa pure che anicca è nicca, che dukkha è sukha, che anatta è atta, che asubha è subha. Non ha la minima nozione del nibbāna.

— Gotama! Non sono l'unico ad adottare queste fedi. Tutti i brahmā che in questo momento ci circondano, credono nelle stesse cose.

— Un ladro che si fa arrestare, nell'impossibilità di negare il suo misfatto, dichiara, in ogni caso, che tutti rubano. Voi pretendete, allo stesso modo, che tutti gli altri seguano le vostre medesime credenze. Sappiate bene che voi non siete eterno; che morirete, il giorno in cui la vostra speranza di vivere fallirà. Non vi trovate nella più alta sfera. Al di sopra di voi , vi è ancora il girone Vehapphala (peculiare al terzo jhāna); su di esso, vi è quello, chiamato Subhakina (proprio al quarto jhāna); e, ancora superiori, vi sono ben altre sfere (immateriali). Sapete perché, oggi, vi trovate nel girone Abhassara dei brahmā?

— No, lo ignoro.

— In passato, molto tempo fa, quando ancora eravate un essere umano, vivevate in un regno, chiamato Bārāṇasī. Eravate un bramino e vi chiamavate Kesava. Consapevole delle innumerevoli imperfezioni che intaccano la vita umana, adottaste un'esistenza da eremita, durante la quale avete ardentemente sviluppato la concentrazione samatha, ottenendo, così, gli jhāna. Un giorno, una carovana di cinquecento mercanti attraversò un grande deserto, nel quale si perse. Girò in tondo per sette giorni. Non avendo più viveri, e neppure una goccia d'acqua, pensarono che li attendeva solo la morte. Non vedendo più alcun interesse a camminare inutilmente, sotto il pesante sfinimento del sole, si sdraiarono in terra, rassegnati a morire. A quel punto, l'eremita che eravate li vide — grazie ai suoi poteri psichici. Sconvolto dalla compassione per queste persone, faceste apparire dell'acqua e del cibo a sufficienza, come pure delle oasi, ricche di alberi e di sorgenti. Grazie a ciò, tutti potettero raggiungere la loro città, sani e salvi. Questo fu il vostro primo grande merito.

Un altro giorno, quando l'eremita Kesava abitava presso un villaggio, una banda di briganti saccheggiò interamente questo centro abitato, portentosi via tutto: gli oggetti di valore, i mobili, le riserve di cibo, il bestiame ed anche le donne. L'eremita Kesava ascoltò delle grida e dei pianti di donne e bambini. Per compassione, volendo porre fine all'oppressione subita da questi paesani, egli creò una grande truppa armata, comandata da generali. Alla vista dei soldati, presi da terribile paura, i briganti fuggirono, correndo, ed abbandonarono l'intero bottino sul posto. Sempre tramite i suoi poteri, l'eremita rimise, in un istante, tutti gli oggetti al loro giusto posto, nelle case rispettive. Questo fu il vostro secondo grande merito.

Un giorno, nel regno di Bārāṇasī, un re mandò un ministro e dieci uomini, a cercare degli elefanti e dei cavalli nella foresta. Se ne trovarono in grande numero. Per portarli verso la capitale regale, vennero fatti salire su delle zattere e discendere lungo il fiume. Gli uomini e le bestie erano numerosi, e vennero prodotti molti rifiuti, gettati tutti nel fiume, come anche degli escrementi e delle urine. Il nāga (dragone-serpente) che viveva nel fiume ne fu molto scontento. Infuriato, divenne gigantesco e minacciò di ingoiare le zattere e tutti coloro che le occupavano. Vedendo questi uomini spaventati ed impotenti, di fronte al pericolo che si ergeva davanti ad essi, l'eremita Kasava fece presto apparire un uccello gigantesco, che si diresse veloce e dritto sul nāga, con il becco in avanti. Terrorizzato, il nāga se ne scappò, andandosi a nascondere nelle profondità del fiume. Tutti gli uomini, tutti gli elefanti e tutti i cavalli, così, si salvarono. Questo fu il vostro terzo merito.

Durante questa vita di eremita, io ero vostro discepolo; il mio nome era Kappara ed abitavo vicino alla montagna Himavantā. Un giorno, il re Bārāṇasī invitò nella sua città l'eremita, che voi eravate. Poiché l'eremita, che eravate voi, non si trovò contento, se ne tornò a vivere presso il suo discepolo, Sorpreso dalla partenza di Kesava, il re mandò un ministro ad interrogarlo. Arrivando presso di lui, questi gli chiese:

«Oh, nobile eremita! Perché siete tornato, qui? Non stavate bene, dal re? Non disponevate di cibo, in quantità? Cosa vi mancava?»

L'eremita, allora, gli spiegò:

«La città non un posto adatto ad un eremita. Vi si odono delle voci femminili, dei bambini chiassosi; c'è troppa agitazione. Per meditare, è molto più adatta la campagna. Il posto di un eremita si trova nella foresta, oppure in montagna — come qui. In questo posto godo di una perfetta tranquillità; posso meditare in pace, mi trovo con il mio discepolo e parlo del Dhamma con lui.»

Soddisfatto della risposta dell'eremita Kesava, il ministro se ne tornò al palazzo.

Quindi, avete salvato numerose persone da diverse disgrazie, per un numero incalcolabile di volte. Avete praticato intensamente samatha, per tantissimi anni. A causa di tutti questi kusala, prendeste nascita nel mondo dei brahmā. Così, visto che ero vostro discepolo, l'eremita Kappara, abbiamo molte volte parlato del Dhamma. Rifletteteci, dunque! Ricordatevelo!»

Poiché Buddha aveva tratto alla luce le profondità della memoria del brahmā Baka, con l'aiuto di questi ricordi, quest'ultimo ripudiò tutte le false credenze, che collassarono dalla sua mente in un solo blocco, assieme al suo orgoglio. In uno stato spirituale pregno di rispetto e di ammirazione per il Perfetto, egli dichiarò:

«Mi sforzerò, da ora in poi, di praticare accuratamente il vostro insegnamento.»

Quando Buddha gli ebbe spiegato le quattro nobili verità, ritornò nel mondo umano.


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Origine: Opera francese

Autore: Monaco Dhamma Sāmi

Traduttore: Guido Da Todi

Data: Gennaio 2004

Aggiornamento: 29 settembre 2011