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riassunto della pagina

Dai tempi di Buddha — come sempre — delle persone si credono superiori agli altri, semplicemente perché sono nati in tale ambiente, oppure in talaltra famiglia.

Facendo prendere coscienza di questo basso errore, Buddha espone la sua definizione della nobiltà.

Buddha e le caste

Sunita, lo spazzino

A Sāvatthi viveva uno spazzino, di nome Sunita. Il suo lavoro era molto penoso, proprio come la sua esistenza, poiché la gente lo disprezzava apertamente. Visto che non aveva una casa, dormiva sui bordi della strada, nella polvere e nella sporcizia, facendo attenzione a non lasciarsi falciare dai carri che passavano, senza badare a lui, nel freddo delle notti invernali, alla mercé degli insetti e degli animali nocivi.

Incontrava spesso delle persone, con le quali voleva divenire amico; ma, gli era proibito mescolarsi ad essi, perché si pretendeva che gli uomini fossero divisi in caste e che coloro con cui si imbatteva appartenessero ad una cosiddetta casta superiore, mentre lui non era che un paria. Ogni volta che una persona di casta pretesa più alta della sua passava accanto a lui, egli doveva nascondersi in fretta. Se, poi, accidentalmente, la sua ombra sfiorava una di queste persone, oppure solo l'ombra di una tra di esse, veniva rimproverato e battuto. Così, il povero Sunita viveva un'esistenza particolarmente disgraziata.

Un bel giorno, scopando la strada, scorse Buddha, seguito da numerosi monaci. Appena il Beato gli si avvicinò, egli venne invaso da gioia e da timore, poiché, da una parte, il Perfetto radiava una meravigliosa serenità, mentre, dall'altra, non v'era, nei paraggi, alcun luogo dove nascondersi.

Il povero Sunita si accontentò di restarsene in piedi, immobile, con le mani giunte, in segno di rispetto. Sapendo che lo spazzino era pronto a condurre un'esistenza monacale, Buddha si arrestò e gli chiese, con voce piena di benevolenza:

«Oh, caro amico, vorreste lasciare il vostro lavoro e seguirmi?»

In passato, nessuno si era rivolto a lui, in questo modo. Molto emozionato, quello si sentì ricolmo di una gioia intensa e, con le lacrime agli occhi, gli rispose:

«Oh, nobile Venerabile! Tutti si sono indirizzati a me, solo per darmi degli ordini, oppure per rimproverarmi. E' la prima volta che mi si offre una parola amabile! Se siete disposti ad accettare nella vostra comunità un povero spazzino, sporco e miserabile come me, allora vi seguirò!»

Con la sua frase abituale «Venite, monaco!» il Beato integrò il povero Sunita nel saṃgha, facendo apparire dal nulla la sua ciotola e le vesti.

Da quel giorno, più nessuno lo classificò in caste, ed ognuno lo rispettò in modo degno, compresi i bramini, i ministri ed i re.

L'orgoglio piegato del bramino Anbaṭṭha

Mentre Buddha si dirigeva verso il regno di Kosala, accompagnato da cinquecento monaci, giunse al villaggio di Ukkatta, comandato dal bramino Pokkharasāti. Quando questi seppe che il Beato stava arrivando, volle essere certo che si trattasse proprio di Buddha e non di un ciarlatano. Per riuscirci, mandò il suo discepolo Anbattha, qualificato in astrologia, ordinando gli:

«Andate ad esaminare questo preteso Buddha! Abbiate cura di controllare che egli possegga le trentadue caratteristiche, che qualificano un buddha onnisciente!»

Stabilendosi nel boschetto, all'entrata del villaggio, Buddha non tardò a trovarsi attorniato da numerosi abitanti del luogo. Quando il bramino Anbattha giunse, adottò una camminata irriverente e volgare, sprovvista di ogni senso civile e, senza prosternarsi, si sedette proprio davanti a Buddha, come qualcuno che non avesse ricevuto la minima educazione. Di conseguenza, Buddha gli chiese:

«Vi comportate in questa maniera con le persone anziane, gli insegnanti e le genti di rispetto?»

— Tra bramini, non agiamo così; ma, solo, quando parliamo con i «crani rasati», come voi. Gli asceti, del cui gruppo fate parte, creano le cose con i piedi, mentre noi, i bramini, lo facciamo con il petto; ed i re, con la fronte. I Sakya sono orgogliosi. Quando mi reco in viaggio da loro, essi non mi accolgono mai, se non prendendomi in giro; mentre, dovrebbero rispettarmi, poiché sono un bramino.

— Anbattha! Qual è la vostra etnia?

— La mia etnia è quella dei Kanhayana.

— Conoscete l'origine della vostra etnia?

— Non la conosco affatto.

— Ascoltatemi! Ve la spiegherò...Un tempo, viveva un re, chiamato Okkāka, che aveva quattro figli e quattro figlie. Poiché aveva promesso la successione al più anziano di essi, per assicurarsi che i suoi fratelli non gli potessero causare mai dei problemi, inviò questi tre principi e le quattro principesse, accompagnati dai loro dipendenti, nella piena foresta profonda, sulle montagne Himavantā. Questo gruppo costruì il proprio villaggio, in seno alla foresta, senza aiuto alcuno. Felicitandoli per questo bell'exploit, il re Okkāka esclamò:» sakya!» , che significa:» Che valorosi!» Fu in tal modo che nacque l'etnia dei sakya. Uno delle schiave del re che si chiamava Dāsī, ebbe un figlio, di nome Kanha, il quale, il giorno della sua nascita era dotato di peli della barba e parlava. La gente, allora, ne ebbe paura; si domandava se non si trattasse di un orco. Quando Kanha seppe che era figlio di schiavi e che, dunque, il suo destino era quello di divenirlo lui stesso, non appena ebbe l'età per correre, se ne fuggì. Si recò presso degli eremiti, che gli insegnarono delle pratiche speciali. Giunto all'età adulta, ritornò dal re Okkāka, per reclamare una giovane donna. Il re andò in collera e prese, con brutalità, il suo arco, per scoccare una freccia. Recitando una formula magica, Kanha lo paralizzò, prima ancora che tendesse l'arco. Poiché tutti rimasero spaventati, preferirono cedere al suo desiderio, consegnandogli una giovinetta. E' a partire da questa coppia e da tutti i loro figli, che si è estesa l'etnia dei Kanhayana. Anbattha! Voi fate parte degli schiavi dei Sakya! Non siate troppo orgoglioso!»

Il bramino Anbatta non seppe cosa replicare. Poi, pensò che era, comunque, nobile, poiché la moglie di un suo antenato era una Sakya. Buddha proseguì:

«Ciò detto,appartenere a delle etnie, o a delle caste è cosa senza importanza. Nella società (dai tempi del Buddha) khattiya è la più nobile delle caste. Ma, in realtà, sono gli individui pienamente stabili in sīla, samādhi e pañña ad essere i più nobili.»

Non dimenticando perché era venuto presso il Perfetto, il bramino lo osservò, tentando di scoprire discretamente le trentadue caratteristiche. Dato che due fra di esse riguardano la lingua ed il sesso, il bramino Anbattha non poteva verificarlo. Buddha vedeva perfettamente il contenuto dei pensieri del bramino; al solo scopo di annientare l'orgoglio dei bramini Anbatta e Pokkharasāti, egli fece uscire fuori la propria lingua, facendo sì che toccasse il lobo del suo orecchio, e sfilò la sua veste inferiore, per mostrargli la particolarità della sua verga. Ma, lo fece con l'aiuto dei suoi poteri psichici, in modo che nessun altro, al di fuori del bramino, potesse notarlo.

(leggere anche il capitolo: «Le trentadue caratteristiche di un buddha»)

Il bramino Anbattha andò a riferire al bramino Pokkharasāti del suo incontro con Buddha, Quando si vantò dell'odioso comportamento, che aveva adoperato nei confronti di Buddha, il bramino Pokkharasāti gli inflisse un violento calcio. Sbalordito che il suo discepolo avesse potuto confermargli la validità delle trentadue caratteristiche, volle recarsi da Buddha, per controllarle lui stesso. Quando giunse, salutò rispettosamente il Beato, che gli mostrò le trentadue caratteristiche, proprie ad ogni buddha onnisciente. Soddisfatto, il bramino lo invitò per il pasto dell'indomani. Il giorno seguente, Buddha dette un insegnamento sul Dhamma, al termine del quale il bramino Pokkharasāti divenne sotāpana.

L'appartenenza alle caste, secondo Buddha

Ai tempi del Buddha, il sistema delle caste era solidamente stabile sulla penisola indiana. Secondo questo sistema, la classe di appartenenza degli individui è determinata dalla loro nascita ed ognuno è condannato a rimanervi, sino alla morte. 2.500 anni fa, le quattro caste erano le seguenti: khattiya kula, la casta reale; brāhmaṇa kula, la casta dei bramini (dei nobili); vessa kula, la casta dei commercianti (incluse egualmente tutte le professioni che permettessero di vivere agiatamente, come pure quelle guerriere); sudda kula, la casta dei poveri e degli esclusi (i paria), di cui fanno parte gli schiavi.

Buddha condannava fermamente il sistema delle caste, che indicava come non corretto. Indicava che esistevano sia individui malsani, che persone virtuose in ognuna delle caste, e che ogni persona avrebbe pagato le conseguenza delle sue cattive azioni, a dispetto della sua appartenenza ad una casta, oppure a quell'altra. Insisteva sul fatto che la sola cosa che determinava l'appartenenza di una persona ad una casta erano le sue azioni.

Il Beato insegnò:

«Non si è paria, per la propria nascita.

Non si è nobile, per la propria nascita.

Si è paria solo per le proprie azioni.

Si è nobili, solo per i propri atti.»


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Origine: Opera francese

Autore: Monaco Dhamma Sāmi

Traduttore: Guido Da Todi

Data: Gennaio 2004

Aggiornamento: 29 settembre 2011