Cliccate qui per visualizzare normalmente la pagina (in configurazione e grafica). Se non ci riuscite, controllate che il vostro navigatore accetti JavaScript e supporti i CCS. Vi raccomandiamo un navigatore, che rispetti gli standard, come: Google Chrome, Firefox, Safari...

Vi trovate qui: home > buddha > devadatta (1/2)
riassunto della pagina

Gelosissimo della venerazione di cui gode Buddha. Devadatta vuole attirare a sé quanti più discepoli è possibile.

Per raggiungere i suoi scopi è pronto a tutto; anche ad uccidere il re...

La divisione del saṃgha, da parte di Devadatta (1)

La raccolta del principe Ajātasatu

Buddha contava il suo ventesimo vassa, quando dimorava nel regno di Kosambī. Nel regno, delle persone vollero fare dei doni ai dei grandi discepoli di Buddha, come al Venerabile Sāriputtarā, al Venerabile Mahā Moggalāna, al Venerabile Maha Kassapa, o al Venerabile Ānandā. Ma, giunti al monastero, non li trovarono. Desiderosi di servire, o anche di invitare questi nobili monaci, chiesero a chi di dovere dove li si potesse trovare. Ma, nessuno di questi si interessò del Venerabile Devadatta. Né ebbero intenzione di fargli delle offerte, o di invitarlo. Geloso dei nobili discepoli, così richiesti, egli si lamentò e si mise a pensare:

«Non posso pensarci; nessuno viene per me, nessuno mi offre nulla, nessuno mi invita. Non ho amici nel regno di Kosambī; nessuno mi apprezza. Al contrario, molti sono vicini a monaci come il Venerabile Sāriputtarā, Mahā Moggalāna, Maha Kassapa ed Ānandā. E nessuno mi gradisce. Sospetto che Buddha dica cose cattive sul mio conto alle persone, perché non si degnino di venirmi a venerare. Per questo, non posso più stare con Buddha. Me ne andrò altrove. Cercherò delle persone che mi riveriscano. I maggiorenti di questo paese, come i re, sono dei dāyaka di Buddha. Sarebbe opportuno che anch'io possa avere come dāyaka persone di questa portata. Il figlio del re Bimbisāra, il principe Ajātasatu è ancora giovane (adolescente). Ancora non ha maestri titolati. Un giorno, gli toccherà essere re. Cercherò di sedurlo, affinché mi accetti come maestro. Se ci riuscirò, ne avrò molto da guadagnare.

Dopo avere pensato questo, il monaco Devadatta partì, con i suoi discepoli, per il regno di Rājāgaha. Benchè fosse puthujana, egli aveva sviluppato dei poteri psichici. Per impressionare il giovane principe, gli apparve davanti all'improvviso, trasformato in un altro magnifico principe, rivestito con abiti sontuosi. Cinque grossi serpenti di arrotolavano attorno a lui; due alle gambe, due alle braccia ed uno al collo. L'apparizione impressionante fece urlare di terrore il principe Ajātasatu. Soddisfatto dell'effetto che aveva provocato, il monaco Devadatta gli chiese:

«Avete avuto paura, principe?»

— Sicuro! E' una visione terrificante! Chi siete? Un uomo? Un deva? Un nāga?

— Sono il Venerabile Devadatta. Volevo mostrarvi soltanto le mie capacità.

— Potete farvi vedere sotto la vostra apparenza di monaco?»

Per dissipare ogni dubbio del giovane principe, il monaco Devadatta riprese la sua sembianza di monaco. Pieno di ammirazione, il principe provò immediatamente un'alta stima per lui, a tal punto, da esclamare:

«Il nobile Buddha, che mio padre tanto venera, non possiede altrettanti poteri!»

Provò tanto rispetto e venerazione per Devadatta, che il figlio del re Bimbisāra si recò, quotidianamente, da lui, per recargli cinquecento pentole di riso, accompagnato da cinquecento suoi dipendenti. In tal modo, Devadatta ottenne di nutrire facilmente tutti i suoi discepoli. E poiché molti provavano una grande ammirazione per il principe Ajātasatu, che sentiva un'intensa venerazione per Devadatta, si misero anch'essi a riverire questo personaggio sragionevole, attribuendogli innumerevoli doni. Con la conseguenza di permettergli d'avere numerosi discepoli, monaci e laici, tutti puthujana. Da quel momento, la fama di Devadatta iniziò a volare come un dardo. E, nello stesso tempo, egli sviluppò un orgoglio smisurato.

Nota: Un puthujana è una persona in grado di soccombere a dei punti di vista erronei, anche se ha fiducia nel Dhamma (la maggioranza delle persone sono dei puthujana). Un puthujana può commettere ogni tipo di azione e, di conseguenza, ricadere nei mondi inferiori, in qualunque momento. Appena un puthujana realizza il Dhamma, grazie all'esperienza della cessazione (nibbāna) egli diviene ariyā, un «essere nobile», che non dubita oramai più dell'insegnamento del Dhamma. Allora, incapace di trasgredire deliberatamente uno dei cinque precetti, l'ariyā è definitivamente liberato dalle esistenze dei mondi inferiori, e garantito dall'arrivare al parinibbāna, dopo un numero limitato di esistenze.

L'ambizione di Devadatta

Un giorno, Devadatta decise:

«Caccerò Buddha ed assumerò la direzione del saṃgha al suo posto.»

A causa di questa cattiva intenzione egli perse tutti i poteri psichici che aveva ottenuto, dopo anni di sforzi. Uno dei principali dāyaka del Venerabile Mahā Moggalāna, il dāyaka Kukkuta, morì, prima di rinascere nella sfera Catumahā del mondo dei deva. Dopo avere raggiunto questa nuova esistenza, venne a rendere visita al Venerabile Mahā Moggalāna, a cui annunciò:

«Oh, nobile Venerabile! Sotto il beneficio di numerose offerte, Devadatta ha generato dei cattivi pensieri. Ha intenzione di prendere il posto di Buddha. E, dopo questa decisione, ha perso tutti i suoi poteri psichici.»

Udite queste parole del deva, il Venerabile Mahā Moggalāna andò a riferirle al Beato, che gli disse:

«Mio caro Mogallana! Il deva ha detto giusto; non parla per gelosia. Non dite nulla a nessuno, per il momento. La gente finirà per conoscere le cattive intenzioni di Devadatta.»

Dopo avere lasciato il regno di Kosambī, Buddha si recò a Rājāgaha, dove si stabilì nel monastero di Veluvana. Vedendo giungere il Beato, i monaci gli dissero:

«Dopo avere fatto del principe Ajātasatuil suo dāyaka, Devadatta beneficia quotidianamente di cinquecento pentole di riso e di innumerevoli aiuti. Grazie a questo, tutti i suoi discepoli vivono immersi nel benessere, ed hanno cibo in abbondanza.

— O monaci! Gli affari non procurano cose buone. Quando si possiede troppo, ciò può corrompere lo spirito. E diviene una causa propizia agli akusala. Una volta che un banano ha dato i suoi frutti, lo si può tagliare, ma non ne offrirà degli altri (il banano fruttifica una sola volta). Allo stesso modo, Devadatta non offrirà più «frutti», perché si è lasciato corrompere dalla sovrabbondanza dei doni.»

Mentre Buddha stava terminando la sua spiegazione, giunse Devadatta, che si espresse così, davanti ai cinquecento monaci presenti:

«Oh, nobile Buddha! Siete divenuto vecchio. Cessate di dirigere il saṃgha e riposatevi in tranquillità. Affidatemi il saṃgha! Saprò dirigerlo in modo corretto.

— O, Devadatta! Non mostrate simili volontà di una presa di potere! Il saṃgha non ha bisogno affatto di un capo. Applicatevi, piuttosto, al vostro sviluppo personale!»

Malgrado il proposito di Buddha, Devadatta insistette a tre riprese. E Buddha finì per dirgli:

«O Devadatta! Ho fondato e condotto il saṃgha perché tutti gli esseri che desideravano liberarsi (dal saṃsarā) lo hanno voluto; perché ne sono stato sollecitato. A voi, nessuno lo ha chiesto. Ho numerosi discepoli, monaci e laici, che sono venuti da me, perché mi hanno dato fiducia ed hanno voluto che insegnassi loro la via che conduce al nibbāna. Benché i Venerabili Sāriputtarā e Mahā Moggalāna siano i miei migliori discepoli, non affiderei loro mai questo incarico. Siate consapevole che non è ad un individuo come voi — che non è neppure sotāpana — a cui un compito simile può venire dato!»

A queste parole, dette davanti al saṃgha, Devadatta illividì per l'umiliazione e per l'irritazione. E da allora considerò il Perfetto come il suo nemico.

La messa in guardia contro Devadatta

Indovinando le rabbiose conseguenze che sarebbero potute sopravvenire, a causa delle intenzioni nocive di Devadatta, Buddha disse ai suoi discepoli:

«Una volta che Devadatta avrà persuaso il principe Ajātasatu di abbandonarsi ad atti malvagi, appariranno dei pericoli. Oh, monaci! Andate ad avvisare la gente di Rājāgaha. Dite loro che qualunque cosa possa fare, o pronunciare Devadatta non ha alcun rapporto con Buddha, con il Dhamma, oppure con il saṃgha. Ciò che dirà, o farà ha rapporti solo con lui.»

Seguendo il pakāsanīya (procedura destinata a prevenire la gente sugli atti — corporali, orali, o scritti — di un monaco, o di qualcuno che si fa passare per tale, e che non hanno nulla a che vedere con il Dhamma) esposto dal Beato, i monaci misero rapidamente in guardia gli abitanti di Rājāgaha contro Devadatta. Una volta che tutti furono avvisati, ognuno scelse il suo campo. Gli stupidi e privi di saggezza si allearono con Devadatta, pretendendo che Buddha stesse cercando di distruggerne la reputazione, e gelosi dei numerosi doni ed omaggi dei quali l'Illuminato beneficiava. Mentre, coloro che erano intelligenti, saggi e di buon senso, dettero, naturalmente, fiducia a Buddha.

Il tentativo di assassinio del re Bimbisara

Poco tempo dopo, Devadatta si recò dal principe Ajātasatu:

«Ajātasatu! Un tempo, la gente aveva una vita lunga. Ai giorni nostri, è, invece, divenuta corta. Vostro padre è ancora giovane. Se doveste attenderne la morte, prima di accedere al trono, rischiereste di pazientare a lungo. Dovreste, invece, sbarazzarvi di lui, da adesso, per godere una lunga vita da re. Da parte mia, eliminerò Buddha e dirigerò il saṃgha al suo posto.»

Incapace di ragionare da solo, il principe si accontentò allora di pensare: «Il mio maestro Devadatta ha molto potere; ed anche molta saggezza. E'opportuno che io segua le sue raccomandazioni. Porrò in atto quanto mi ha detto.»

Un giorno, con il coltello nascosto nella veste, si recò nella camera di suo padre. Le guardie che si trovavano davanti alla porta della stanza lo controllarono. Quando trovarono il coltello che quegli nascondeva nei propri indumenti, lo condussero davanti al padre, il re, consegnandogli l'arma trovata. Perplesso, il re domandò al figlio:

«Cosa volevate fare?

— Vi stavo venendo ad uccidere, per prendere, così, il vostro posto.

— Che idea! Chi ve l'ha messa in testa?

— E' il Venerabile Devadatta che me l'ha raccomandata.»

L'indomani mattina, il re riunì i suoi ministri. E domandò loro che disposizioni prendere. Ognuno dette il suo consiglio:

«Bisogna uccidere il monaco Devadatta, perché è lui che ha organizzato il vostro assassinio.

— No, è meglio uccidere tutti i monaci, così non avremo più problemi da parte di un membro del saṃgha.

— Credo, da parte mia, che sia piuttosto il principe Ajātasatu che dovremmo eliminare.»

— (Il re) Certamente no! Provo molta compassione per lui! Lasciate che vi racconti... Quando mio figlio era ancora nel ventre di sua madre, ebbe voglia di bere del sangue. Poiché noi non volemmo cedere a questa esigenza, la mia sposa perdette parecchio peso e non cessava di indebolirsi. Allora, mi sono tagliato il polso perché mia moglie ne bevesse il sangue, per mio figlio; e tutto ritornò nell'ordine. Il giorno della sua nascita, degli astrologi lo studiarono e decretarono all'unanimità:» Questo bimbo ucciderà suo padre, in avvenire». A quel punto, mia moglie, rifiutando questa possibilità, volle uccidere il bambino. Io dissi:»E' fuori questione! Se vuole uccidermi, che mi uccida!»Per paura che la regina potesse sopprimerlo, glielo portai subito via. Quando questi crebbe, e quando camminava e parlava era veramente adorabile. Io l'ho reso alla madre, che l'ha fortemente amato, e non ha voluto più assassinarlo. E si è presa cura di lui, sino all'età adulta. Così, se egli vuole uccidermi, mi uccida! Ho voluto un figlio affinché divenisse re. Anzi, non attendiamo altro tempo. Poiché vuole essere re, lo vado sin da adesso a mettere sul trono!»

La detenzione dell'anziano re Bimbisara

A seguito dell'annuncio del re Bimbisāra, il principe Ajātasatu salì sul trono. Appena divenuto re, egli destituì dalle loro funzioni tutti coloro che non amava ed attribuì il titolo di ministro a tutti coloro che apprezzava. Quando la popolazione del regno apprese del tentativo di omicidio del vecchio re, da parte del proprio figlio, influenzato dal nocivo Devadatta, essa comprese a pieno l'avvertimento di Buddha.

Il nuovo re Ajātasatu andò a trovare Devadatta:

«Venerabile! Ora sono re. A questo punto debbo solo risolvere il vostro problema.

— Ajātasatu! Quanto state facendo è proprio come custodire un serpente velenoso tra i propri vestiti; che può attaccarvi in qualunque momento. Allo stesso modo, vostro padre potrà, quando vorrà, riprendersi la corona, se il cuore glielo suggerisce. Bisogna che vi sbarazziate assolutamente di lui, una volta per sempre. O se no, quando si sarà stancato di avere retto il vostro capriccio, vi farà arrestare e si riprenderà il trono.

— E come debbo fare, Venerabile? Cosa mi suggerite?

— Ma, uccidetelo!

— Credo che non sarò mai capace di ucciderlo, con un coltello.

— Non uccidetelo con un coltello; ma, lasciandolo morire di fame!»

Obbedendo all'ingiunzione di Devadatta, il re Ajātasatu arrestò il proprio padre, e lo fece imprigionare in una profonda cella del palazzo. E proibì a chiunque di visitarlo, al di fuori della sua sposa, Vedehī. Vietò, anche, a tutti di recargli del cibo, promettendo che avrebbe ucciso tutti coloro che si fossero arrischiati di nutrirlo. Affinché nessuno potesse avvicinarsi al prigioniero Bimbisāra, il re dispiegò un'abbondanza di guardie all'entrata e nei dintorni della cella. La regina Vedehī venne, allora, a rimproverare suo figlio:

«Non potete fare una cosa simile! Rimettete immediatamente vostro padre in libertà!»

La regina parlò invano, poiché il giovane re non voleva ascoltare nulla. Lei, allora, nascose del riso nelle sue vesti. E poiché era la sola persona autorizzata ad avvicinarsi al suo sposo detenuto, poté nutrirlo, Grazie a lei, egli poté mangiare e riprendere le proprie forze; era la sua sola fonte di alimentazione. Dopo quindici giorni, il giovane re chiese, a proposito del suo prigioniero:

«Come va mio padre? E' sempre in vita?

— Sta bene, Sire. E' sempre i n vita.

— Con quale nutrimento riesce a sopravvivere?

— Vostra madre gli porta di che mangiare.

— A questo punto, frugatela, quando va a fargli visita, di modo che non possa portare nulla su di sé.»

La regina non poté nascondere più nulla tra le sue vesti. Allora, per nutrire il suo sposo, lei occultò di che alimentarlo nel suo grosso chignon. Quando lo stratagemma venne scoperto, le tagliarono i capelli. E lei non riuscì più a dargli da mangiare, in questo modo. Mai a corto di sotterfugi utili a salvare il suo sposo, proprio prima di andare a fargli visita, lei si fece una doccia e si spalmò il corpo di melassa. Il prigioniero Bimbisāra non ebbe che da leccare la sua sposa, per cibarsi. Appena quest'ultima astuzia venne scoperta, il re proibì puramente e semplicemente a sua madre di andare a fare visita al proprio sposo. Da quel giorno, il detenuto non mangiò, quindi, più nulla. Egli si limitò a praticare satipaṭṭhāna (la concentrazione dell'attenzione, che mira a sviluppare vipassanā, la conoscenza diretta della realtà)

La morte dell'anziano re Bimbisara

Dopo sette giorni, il prigioniero Bimbisara si trovava ancora in vita. Quando il re Ajātasatu chiese come stesse suo padre, gli risposero che questi eseguiva tranquillamente delle marce e delle sedute, assorbito nella contemplazione dei fenomeni fisici e mentali. Poiché il tempo stava trascorrendo, il figlio cominciò a perdere la pazienza. Preso da grande collera, pensò:

«Perché non è morto? Finiamolo!»

Volle impedirgli di eseguire la meditazione camminata, per dargli un colpo di grazia più rapido. Chiamò, quindi, il barbiere, che possedeva un rasoio molto tagliente, per tranciare le piante dei piedi al re. Quest'ultimo fu felice di vedere giungere il barbiere nella sua cella, perché pensò che il figlio, volendolo liberare, avesse mandato quell'uomo a rasargli la barba ed a tagliargli i capelli. Di conseguenza, pianse dalla gioia, sino a quando degli uomini lo legarono solidamente. Fu con orrore che constatò quanto gli ordini dati da suo figlio fossero ben altri. Venne utilizzato il rasoio per provocargli dei profondi tagli sulle piante dei piedi. Quindi, gli applicarono del sale nelle piaghe, e gli posero i piedi nella brace ardente.

Durante un'esistenza passata, il re Bimbisara salì sulla piattaforma di un cetiya. Infischiandosene della proprietà supreme del nobile luogo, egli camminò con i piedi sporchi tutt'attorno al reliquario, compresi i posti destinati ai monaci per sedersi. Avrebbe sperimentato le conseguenze di questi akusala, con il subire il taglio, la salatura e la bruciatura dei suoi piedi. Senza ritardare oltre, questa volta egli morì. Ed esalando l'ultimo respiro, pronunciò il nome di Buddha. Prese allora nascita nella sfera Catumahā del mondo dei deva, con il nome di Jasanasabha.

Il giorno della morte dell'anziano re Bimbisāra, suo figlio ebbe, a sua volta, un erede maschio, di nome Udayabhadda. Ne fu tanto felice, che pensò a suo padre. E volle dividere con lui la sua gioia. Chiese alla madre:

«Madre! Mio padre mi amava, quando io sono nato? Era felice, come lo sono io adesso?

— Sicuro! Lo era come neppure potete immaginarlo! Per darvene un'idea vi racconterò qualcosa. La vedete quella cicatrice, che avete alla sommità del vostro dito? Una volta, sopportaste, proprio lì, una piaga. Non riuscivate a dormire; piangevate senza posa, giorno e notte. Vostro padre, il re Bimbisāra, lasciò da parte ogni suo dovere regale, per prendervi in braccio e mise il vostro dito nella sua bocca, al fine di sollevarvi dal dolore che vi percuoteva. Quando usciva del pus, per paura che vi rimetteste a piangere se avesse tolto il vostro dito dalla bocca, egli ingoiava tutto quello che ne veniva fuori. Ecco, quanto vi amava. Sareste capace di fare altrettanto per il vostro figlio? Quando nasceste, gli astrologi affermarono che voi avreste ucciso, un giorno, vostro padre. Malgrado questo, egli vi ha sempre protetto, affermando che potevate ammazzarlo, se voi lo volevate, ma che lui si sarebbe sempre preso cura di voi. Vi chiedete sempre se vostro padre vi amava?

Il giovane re Ajātasatu rimase scosso dalle parole della madre. Corse verso la prigione, gridando:»

«Liberate mio padre! Liberate mio padre!»

— E' troppo tardi, Sire. Vostro padre è morto stamattina.»

Il giovane re rimase sprofondato nella tristezza, singhiozzando come un folle, e roso dal dolore. Si pentì amaramente della morte data al padre. Inconsolabile, ne organizzò la cerimonia funeraria, in cui il corpo dette gli addii, con le ceneri che vennero trasportate dal vento.


Pagina seguente: «La divisione del saṃgha, a causa di Devadatta (2)»


info su questa pagina

Origine: Opera francese

Autore: Monaco Dhamma Sāmi

Traduttore: Guido Da Todi

Data: Gennaio 2004

Aggiornamento: 29 settembre 2011