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riassunto della pagina

Per una ragione insignificante, due monaci disputano. Rapidamente, numerose persone si pongono al fioanco di uno di essi, o dell'altreo, conferendo un'immensa ampiezza al fatto.

Buddha tenta di fare ragionare tutti, ma questi si trovano così avvinghiati alle proprie convinzioni, che nessuno lo ascolta. Deluso, parte, da solo, per la foresta...

La disputa dei monaci

L'inizio del conflitto

Tre dāyaka del regno di Kosambī offrirono un monastero ciascuno a Buddha ed al saṃgha, al quale dettero il loro rispettivo nome: Ghositā – dove, allora, si era stabilito Buddha –, Kukkuṭā e Pāvārikā. Nel monastero Ghositā si erano stabiliti anche un mahāthera, specialista del vinaya, ed un mahāthera, specialista del dhamma, con i loro numerosi discepoli, nel numero di cinquecento ognuno.

Un giorno, il venerabile specialista del dhamma andò alla toilette e lasciò dell'acqua nel recipiente destinato a lavarsi, dopo l'utilizzo della toilette.

Nota: Buddha stabilì un folto numero di regole, che si dovevano osservare, da parte dei monaci. Quando vengono trasgredite, alcune generano un grave errore; altre, un errore medio; altre ancora, un piccolo sbaglio. Questi ultimi non occasionano dei falli, quando non vengono rispettati; sono soltanto delle azioni che ogni monaco è tenuto ad osservare, o, quanto meno, a sforzarsi di farlo. La regola concernente il recipienti delle toilettes non costituisce un fallo, ma semplicemente una mancanza, annoverata tra i punti minori di quest'ultima categoria.

Recandosi, a sua volta, alla toilette, il venerabile specialista del vinaya si accorse che l'altro venerabile aveva lasciato dell'acqua nella scodella. Uscendo dai sanitari, andò verso di lui:

"Venerabile! "Venerabile! Sappiate che avete commesso una mancanza verso il vinaya: un monaco non deve lasciare dell'acqua nel contenitore della toilette, che serve al risciacquo, dopo l'uso.

— Ho omesso di farlo, quindi non esiste una mancanza, considerato che l'atto era involontario."

Disapprovando il pretesto, il monaco specialista del vinaya se ne andò, senza aggiungere altro. Quando si trovò presso i suoi discepoli, dichiarò loro, a proposito del monaco esperto nel dhamma:

"Questo monaco è molto competente ad insegnare il dhamma, ma è visibilmente incapace di applicare correttamente il vinaya. Non sa neppure andare in maniera appropriata alla toilette!"

Quando i discepoli del mahāthera competente in dhamma sentirono queste parole, si irritarono, mettendosi in conflitto con i discepoli dell'altro. Abolirono con essi ogni rapporto e cessarono anche di rivolgere loro la parola. I dāyaka dei due monaci specializzati non venerarono, nè parlarono, nè offrirono e né resero servizio se non al monaco verso il quale sentivano più affinità, sdegnando qualunque rapporto con l'altro. Similmente, i deva si divisero, con gli uni che privilegiarono uno dei due mahāthera, e gli altri il secondo. Ogni volta che i due mahāthera si incrociavano, non si dicevano una parola e continuavano ad ignorarsi reciprocamente. Se, comunque, lo facevano era per disputare e vociferare mutualmente delle rudi rimostranze. Se uno parlava in presenza dell'altro, quest'ultimo lo rifiutava con violenza.

Allorché Buddha vide quanto accadeva, riunì tutti:

"Oh, monaci! Non irritatevi! Non lasciatevi invadere dalla discordia! Non permettete che il saṃgha si alteri inutilmente! Sforzatevi di sviluppare solo l'amore e la benevolenza, gli uni verso gli altri!

— (Un monaco intervenne) Venerabile Buddha! Restate tranquillamente assorbito nel nibbāna; non dite nulla e non mescolatevi in questo conflitto. Appartatevi!"

Buddha ripetè per tre volte la sua morale. E, visto che nessuno lo ascoltava, insegnò due jātaka (episodi di vite passate):

"Un tempo, un cacciatore prendeva degli uccelli con una grande rete. Ce n'era un quantitativo, tutti gli stessi, che rimaneva sempre raggruppato. Ogni volta che il cacciatore lanciava la sua rete sugli uccelli, questi spiccavano il volo, tutti assieme, sollevandola, prima di fuggirsene. E lo facevano così bene, che il cacciatore non riusciva mai ad acchiapparne uno. Un giorno, gli uccelli si trovarono impegnati in una disputa. Il cacciatore giunse e lanciò la sua rete. Gli uccelli erano così rabbiosi, che restarono al suolo. Certi dicevano:

"Cosa aspettate per volare via? Volete sbrigarvi un pò?"

Gli altri rispondevano:

"Visto che parlate così bene, date, allora, l'esempio!"

Erano talmente preoccupati dalle loro dispute che non presero affatto volo. Il cacciatore poté, allora, prenderli, senza fatica.

Una volta, un sovrano mandò i propri uomini ad uccidere il re di un altro regno, al fine di accappararsene. Ferito a morte, il re del regno agognato agonizzava, quando giunse suo figlio. Vedendo che suo padre era rimasto vittima di un assassinio, ne ebbe orrore. Quando egli domandò la ragione al re morente, costui gliela spiegò. Allorchè il figlio giurò di vendicarlo, andando ad uccidere lui stesso il sovrano malfattore, suo padre ebbe ancora il tempo di fargli una raccomandazione, prima di soccombere:

"Non fate soprattutto questo! Ciò perpetuerebbe il male; la vendetta genera delle guerre senza fine!"

Il figlio rispose che avrebbe obbedito; ma, non appena vide suo padre spegnersi per sempre, provò un odio così forte, da dimenticarsi subito della promessa. E si precipitò dal sovrano nemico, con la ferma intenzione di ucciderlo. Nel momento in cui arrivò al palazzo di quello, avvicinandosigli, si accorse che costui stava facendo la siesta. Sul punto di affondargli la spada nel ventre, esitò un istante, ricordandosi delle sagge parole di suo padre defunto. Si rassegnò e se ne andò in silenzio. Ma, visto che il sonno del sovrano era molto leggero, il costui si svegliò di colpo, ed interrogò il giovane:

"Chi siete? Cosa fate, qui?"

Il giovane gli confessò:

"Sono il figlio del re che avete fatto assassinare. Ero venuto qui per vendicare mio padre; ma, alla fine, mi sono ricordato della sua ultima raccomandazione. Mi ha detto di non vendicarmi, soprattutto; poiché ciò avrebbe perpetuato il male in modo infinito."

Emozionato, il monarca rimpianse amaramente il suo gesto. E rese al figlio del re il regno, che aveva appena derubato al padre.

Siccome il resto dei monaci non si degnarono di prestare attenzione alle parole del Buddha, egli partì da solo nella foresta, per isolarsi nella tranquillità della natura, a sette yūjanā da Kosambī, presso il villaggio di Pālileyyaka. Un villaggio, circondato da una vasta foresta con lo stesso nome, e nella quale egli si immerse in pace.

L'elefantePālileyyaka

Quando Buddha si fu sistemato nella foresta,un elefante venne verso di lui. Era un elefante esasperato di vivere nel suo branco, che si muoveva in una località dove il cibo era insufficiente, per la quantità di animali che lo occupavano. Stanco di stare a stretto contatto con gli altri elefanti, che vivevano ognuno per sé, senza rispettare nessuno, questo aveva preferito isolarsi unicamente in un luogo pacifico. Ed era partito, senza preavvertire gli altri elefanti. Buddha lo scorse e pensò:

"Come questo elefante, che non è voluto rimanere con gli altri, anche io sono partito, per isolarmi nella foresta."

Quando l'animale vide il Beato, venne ad inginocchiarsi davanti a lui, in segno di rispetto. Buddha lo chiamò Pālileyyaka, con il nome della foresta. E disse al pachiderma:

«Pālileyyaka! E' perchè sono rimasto deluso dai miei,che sono partito da solo, verso questa foresta; proprio come te."

L'elefante divenne molto servizievole verso Buddha; spazzava via le foglie morte davanti a lui, e quando il Beato si dirigeva verso i vicini villaggi, per raccogliere il suo cibo quotidiano,gli portava la ciotola, con l'aiuto della sua proboscite. Durante la notte, vegliava su di lui. A volte, andava a cogliergli della frutta. Un giorno, una scimmia scorse l'elefante Pālileyyaka prendersi cura di Buddha. E, allora, decise:

"Anche io voglio fare una buona azione per Buddha."

Andò a prendere un alveare e, dopo avere tolto con cura le api,una dopo l'altra, lo offrì al Beato, che lo mangiò interamente. Felice della sua offerta, la scimmia urlò di gioia, saltanto come una pazza, di albero in albero. Ma, poichè trovò un ramo mancante, cadde da così in alto, da morire sul colpo. Grazie al suo merito, rinacque nel mondo dei deva.

La fine del conflitto

Il tempo passava e Buddha rimase per tutto il periodo del vassa nella foresta di Pālileyyaka. A Kosambī, la gente si addolorava della sua assenza. I monaci erano sempre in conflittualità, e le persone ne ebbero a sufficienza: non si recarono più da loro. Poichè venne deciso di non dare più alcun cibo ai monaci, costoro finirono presto per mettersi d'accordo e sistemare il conflitto una volta per sempre. Alla fine del vassa, i monaci vollero che il maestro tornasse da loro. Il Venerabile Ānandā partì alla sua ricerca, accompagnato dai suoi discepoli. Lì, dove la giungla iniziava, il Venerabile Ānandā chiese ai monaci di attenderlo. Penetrò nella giungla Pālileyyaka e, quando si avvicinò a Buddha,l'elefante, che lo prese per un nemico, lo caricò. Ma, poichè era stato completamente addomesticato da Buddha, l'elefante gli obbedì, quando ricevette l'ordine di lasciare il venerabile Ānandā tranquillo. Dopo avere notificato la fine del conflitto a Buddha, suo cugino Ānandā gli disse che i suoi discepoli stavano all'entrata della foresta e che avevano un grande desiderio di vederlo. Buddha acconsentì che venissero da lui. Ognuno di loro rimase incantato di rivedere il Beato, e tutti gli domandarono di ritornare a Kosambī. E, visto che lui accettò, si apprestava a ripartire con tutti i monaci, quand'ecco che l'elefante Pālileyyaka li fermò con la sua tromba. Buddha, che comprese il desiderio del pachiderma, spiegò ai monaci:

"Tiene a farvi un dono. Restiamo qui, dunque, una notte; ritorneremo a Kosambī domani."

Durante l'intera notte, l'elefante andò a cogliere numerosi frutti nella foresta, che, l'indomani, offrì a tutti i monaci. Quando questi si prepararono alla partenza, l'elefante tenne ad accompagnarli; ma, Buddha gli spiegò che questa non era una cosa possibile:

"Devi restare nella foresta. Là, non c'è posto per te. Vi sono molti uomini; sicuramente, alcuni potrebbero farti del male."

L'elefante fu così triste di vedere partire Buddha – che, in tal modo, lo lasciava solo – da morirne per il dolore. Rinacque, allora, come la scimmia, nel mondo dei deva. Prima di giungere a Kosambi, Buddha incrociò un messaggero che veniva a comunicargli un invito del dāyaka Anāthapiṇḍika – il donatore del monastero di Jetavana. E, senza andare a Kosambī, Buddha si recò direttamente a Sāvatthi. Quando i monaci che erano all'origine del conflitto seppero che Buddha si trovava al monastero di Jetavana, corsero tutti presso di lui. Costoro avevano provocato tanta agitazione, da fare nascere una cattiva reputazione sino alle lontane contrade. Vedendoli, molte persone si misero a criticarli apertamente. I monaci ne ebbero tanta vergogna, da non osare neppure sollevare il capo. Buddha elargì loro un insegnamento, grazie al quale alcuni divennero sotāpana, altri sakadāgāmi, altri ancora anāgāmi e il resto, arahant. In questo insegnamento, egli mise particolarmente in guardia:

"Bisogna associarsi con il saggio; non bisogna farlo con l'idiota. Se non possiamo trovare dei buoni amici, meglio è restare soli. Non esiste amicizia benefica con gli idioti."


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Origine: Opera francese

Autore: Monaco Dhamma Sāmi

Traduttore: Guido Da Todi

Data: Gennaio 2004

Aggiornamento: 29 settembre 2011