Cliccate qui per visualizzare normalmente la pagina (in configurazione e grafica). Se non ci riuscite, controllate che il vostro navigatore accetti JavaScript e supporti i CCS. Vi raccomandiamo un navigatore, che rispetti gli standard, come: Google Chrome, Firefox, Safari...

Vi trovate qui: home > buddha > a proposito di Gotamī
riassunto della pagina

Attento alla sicurezza delle donne e di quella del proprio insegnamento, Buddha non auspica la fondazione di una comunità monastica femminile.

Mahāpajāpati Gotamī, tuttavia, insiste a più riprese; è determinata ad ottenere la nascita di una comunità per sé e per le sue amiche spirituali.

a proposito di Mahāpajāpati Gotamī

La sollecitazione di Mahāpajāpati Gotamī

Mentre Buddha dimorava al monastero di Nigrodha di Kapilavatthu, sua zia nutrice, la regina Mahāpajāpati Gotamī andò a trovarlo:

«Oh nobile Buddha! Anche noi donne desideriamo egualmente seguire la vita monacale nel vostro buddha sāsana. Autorizzate le donne che lo vogliono a divenire monache!

— L'esistenza monacale non è adatta alle donne. Il fatto non è applicabile, senza che vi siano delle complicazioni. Una donna non nasce per vivere nel saṃgha. Se lo autorizzassi, il sāsana si annienterebbe subito.»

Malgrado l'opposizione di Buddha, la regina insistette, formulandogli per tre volte la propria richiesta. Ma, il Perfetto rimase, tuttavia, fermo nel suo rifiuto. Mahāpajāpati Gotamī si mise a piangere. Non avendo ottenuto quello che lei e numerose altre donne desideravano ardentemente, ella rientrò nel palazzo, con il viso sconvolto dalla disperazione e dalla tristezza.

Dopo essere rimasto a lungo a Kapilavatthu, Buddha ritornò a Vesālī, nel monastero Mahāvana. Determinata ad ottenere da Buddha l'autorizzazione a fondare una comunità di monache, Mahāpajāpati Gotamī decise di ritornare da lui, accompagnata da numerose donne. Si rasò il cranio e, liberatasi dei suoi gioielli ed ornamenti, cambiò i propri abiti, per indossare la veste brunastra dei rinuncianti. Molte donne Sakya fecero altrettanto. E si misero incammino, con Mahāpajāpati Gotamī in testa. Il lungo viaggio sino a Vesālī fu molto penoso, per queste donne non abituate a camminare a piedi nudi e senza un ombrello per proteggersi contro il sole pesante. Giunte davanti al monastero del Beato, esse vi si trovarono estenuate, con i piedi sanguinanti; alcune con piaghe, ed altre bruciate dal sole. Molte si profusero in lacrime, trovandosi esaurite. Vedendole, il Venerabile Ānandā si rese conto che esse appartenevano all'etnia dei Sakya. Sbalordito di incontrarle in quel luogo, vestite in tale maniera, senza capelli e sfinite, le interrogò, pieno di compassione:

«Come mai siete venute da così lontano?

— Vogliamo divenire monache. Perciò, giungiamo affinché Buddha ci autorizzi a fondare un saṃgha femminile.

— Attendete qui, mi reco io stesso a parlare con Buddha.

Appena le donne Sakya acconsentirono, il Venerabile Ānandā si recò nella camera di Buddha:

«Oh, nobile Buddha! Mahāpajāpati Gotamī e numerose altre donne Sakya attendono davanti al monastero. Si sono rasate il cranio e indossano la veste brunastra. Sfibrate per avere percorso, a piedi nudi, la lunga distanza che le separa da Kapilavatthu a qui, piangono per il male che provano. Vi prego di concedere la creazione di una comunità di donne.

— Ānandā! Non è cosa conveniente che delle donne adottino l'esistenza monacale. Questo sistema di vita, inadatto ad esse, risulterebbe loro troppo difficile. Se io accettassi delle monache nel mio sāsana, esso non durerebbe a lungo. Ecco la ragione per la quale è improprio accettare delle donne nel saṃgha.

Il Venerabile Ānandā inutilmente reiterò per tre volte la sua richiesta. Buddha rifiutò ogni volta, fornendo la medesima spiegazione. A quel punto, il cugino Ānandā attrasse l'attenzione del suo maestro su tutte le cure e l'amore che sua zia Mahāpajāpati Gotamī gli aveva profuso, quando era un bambino di appena sette giorni; e, questo, sino a che egli divenne un uomo. Desideroso di convincere Buddha ad autorizzare sua zia a fondare un saṃgha di monache, espresse un argomento irrefutabile:

«Oh, nobile Buddha! Menando una vita monacale, una donna non può divenire sotāpana, sakadāgāmi, anāgāmi, oppure arahant?

L'istituzione di un saṃgha femminile

Sospinto dall'ostinazione di suo cugino, Buddha riflesse per un istante, prima di proporre:

«Ānandā! Se le donne sono in grado di rispettare gli 8 garudhamma a vita, autorizzo l'istituzione di un saṃgha femminile.

— Quali sono questi 8 garudhamma, Venerabile Buddha?

  1. Qualunque anzianità ella abbia, una monaca deve sempre rendere gli onori dovuti ai monaci, anche a quelli che lo sono divenuti da un giorno solo (prosternarsi, giungere le mani in segno di rispetto quando egli parla, sedersi più in basso di lui, ecc.).
  2. Le monache non sono autorizzate a trascorrere il vassa in una zona dove non ci siano dei monaci.
  3. Ogni giornata di uposatha (presentazione della disciplina monastica), le monache debbono rivolgersi al saṃgha maschile, per domandare due cose: la data dell' uposatha e la preparazione di un Dhamma che li riguardi.
  4. A termine del vassa, ogni monaca deve rivolgere (oralmente) un invito alle due comunità (quella dei monaci e quella delle monache) perché le vengano indicati gli errori che lei ha eventualmente commesso (i monaci compiono lo stesso rituale tra di essi).
  5. Una monaca che commette un saṃghādisesa deve osservare la procedura del mānatta (propria a purificare tale errore), per quindici giorni, presso la comunità.
  6. Per una monaca, l'integrazione nel saṃgha si può effettuare solo presso le due comunità e unicamente dopo avere osservato i sei primi precetti (non nuocere agli esseri, non impadronirsi di quello che non è stato dato, non seguire pratiche sessuali, non mentire, non assumere alcolici, non consumare alimenti solidi dopo mezzogiorno) senza errore e per due anni.
  7. In nessun caso una monaca è autorizzata a rimproverare un monaco.
  8. Le monache non hanno il diritto di insegnare ad un monaco, ma i monaci lo hanno, di insegnare alle monache.

Subito, il Venerabile Ānandā ritornò dalle donne Sakya ed espose la proposta di Buddha, che dette loro una grandissima gioia. Quando egli domandò se esse erano pronte a sottostare agli 8 garudhamma, le donne accettarono immediatamente.

Così, venne istituito il saṃgha femminile, di cui la Venerabile Mahāpajāpati Gotamī fu la prima monaca. Che iniziò a disciplinarsi con determinazione e con perseveranza allo sviluppo di vipassanā non appena Buddha gliene dette l'insegnamento. In poco tempo, divenne arahant. Un giorno, poi, Buddha venne a dare un insegnamento del Dhamma a tutte le monache, al termine del quale tutte esse divennero, a loro volta, arahant.

Ed un altro giorno, dopo avere riunito i due saṃgha, Buddha attribuì la distinzione particolare di rattaññū etadagga alla Venerabile Mahāpajāpati Gotamī, poiché lei era stata la prima monaca del saṃgha femminile, oltre che la persona che l'aveva originato.

Nota: antecedentemente a Buddha, che già originò il concetto di una comunità di monaci, nessun altro aveva offerto una posizione così importante a delle donne, in seno ad una comunità religiosa.


info su questa pagina

Origine: Opera francese

Autore: Monaco Dhamma Sāmi

Traduttore: Guido Da Todi

Data: Gennaio 2004

Aggiornamento: 29 settembre 2011