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riassunto della pagina

Jīvaka è un dottore dalla competenza eccezionale, capace di curare chiunque.

Avendo molto rispetto per la comunità monastica, diventa il dottore di Buddha.

il dottor Jīvaka

Il bebè della cortigiana Sālavatī

Nella città di Vesālī viveva una cortigiana, di nome Ambapālikā (vedi il capitolo «la monaca Ambapālikā»). Divenuta celebre grazie al re Licchavī, che la lasciò esercitare, in vista di attirare della gente nella capitale. La sola prostituta del reame era di una bellezza abbagliante. Per questa ragione, furono numerosi gli uomini attratti a Vesālī e molti la ammiravano per il suo contributo alla prosperità della città. Un giorno, un ricco uomo di Rājāgaha giunse a Vesālī per dei suoi affari. Poiché rimase stupito della molta animazione in città, ne volle conoscerne la ragione. Gli spiegarono che ciò era dovuto alla cortigiana Ambapālikā. Ritornato a Rājāgaha, l'uomo ricco andò a visitarne il re Bimbisāra, a cui propose di conferire ad una donna la funzione di femmina della gioia, per creare nel regno la stessa attrazione di cui disponeva Vesālī. Nell'approvare il suggerimento dell'uomo ricco, il re ordinò di scegliere una ragazza, che accettasse questa funzione. Venne trovata una splendida giovine. Con il nome di Sālavatī, questa ragazza aveva un grande talento nell'arte della danza e del canto. Ella si vide attribuire ufficialmente il titolo di cortigiana di Rājāgaha. E la sua tariffa era di 100 «valute» dell'epoca, per notte.

Ben presto, uno dei numerosi figli del re Bimbisāra, il principe Abhaya, andò a passare una notte con la superba Sālavatī. Lei venne a sapere che era uno dei figli del re. Senza dirgli nulla, lasciò che la rendesse incinta. Appena il suo stato di gravidanza le impedì di esercitare, non volle più accettare dei clienti. Di conseguenza, offriva diversi pretesti a coloro che la desideravano per una notte, come il mal di capo, o dei dolori allo stomaco. Dieci mesi dopo, nacque un bambino. Ma, poiché la cortigiana avrebbe nettamente voluto una figlia, non amava molto questo infante. Preferendo sbarazzarsene, si chiedeva dove potesse abbandonarlo. Dopo averci pensato sopra, Sālavatī sistemò suo figlio in una scatola di legno e lo abbandonò sopra un mucchio di spazzatura, ai bordi della strada che il principe Abhaya aveva l'abitudine di prendere. L'indomani, poco dopo l'alba, quando il principe stava venendo, scorse un gruppo di corvi, che attorniavano la scatola di legno, pronti a mangiare il bebè. E disse ai suoi uomini:

«Andate a vedere cosa c'è dentro!

— (una volta scoperto il bambino). E' un neonato, che è stato abbandonato qui, principe!

— E' ancora vivo?

— E' vivo! (in pali:» jīvaka!»)

— Prendetelo! Lo porto al palazzo.»

In riferimento all'esclamazione fatta dal valletto, quando trovò il bambino, quest'ultimo venne chiamato Jīvaka, «il vivente». Quando aveva qualche anno, era abituato a giocare con gli altri bambini del palazzo. E, allorché costoro litigavano con lui, avevano l'abitudine di insultarlo con cattiveria:

«Figlio senza padre! Figlio senza madre! Capretto trovato in un mucchio di immondizia!»

Ascoltando ciò, il bambino venne a domandare a suo padre:

«Chi è mio padre? Chi è mia madre? Sono stato rinvenuto in un mucchio di immondizia?

— Non conosco il tuo vero padre, né la tua vera madre. Sono solo il tuo padre adottivo.

Gli studi di Jīvaka

Diventato giovanotto, Jīvaka pensò:

«Se non acquisisco la conoscenza, rimarrò povero. Devo, dunque, seguire degli studi. Quale materia potrò apprendere? Dovrò accrescere una conoscenza con la quale mi sarà possibile aiutare gli altri.»

Ai tempi di Buddha Padumuttara, un dāyaka offrì una grande quantità di medicine e molte cure al saṃgha. Si trattava di un medico di reputazione con grandi capacità, conosciuto come il dottor Sīlava. Quando il futuro Jīvaka lo incontrò, sentì una grande volontà di fare altrettanto. Allorchè apprese che una tale funzione richiedeva un importante numero di kusala, praticò numerose offerte a Buddha Padumuttara ed al saṃgha. Un giorno si recò dal Beato. Dopo essersi rispettosamente prostrato davanti al buddha Padumuttara, gli si rivolse:

«Oh, nobile Buddha! Proprio come il dottor Sīlava vorrei divenire il dottore titolato di Buddha e del saṃgha di un prossimo buddha sāsana

Quando Buddha Padumuttara ebbe verificato le sue pāramī e le sue condizioni future, gli certificò quando desiderava, attraverso il byāditta (parola annunciatrice). Da allora, egli non smise di produrre dei kusala, specificatamente orientati verso delle azioni curative. Per tale ragione il giovane Jīvaka fu naturalmente portato verso la medicina, e venne dotato di una competenza ineguagliabile nella materia.

Poiché, quindi, optò rapidamente per la medicina, domandò alle persone che si recavano a Rājāgaha, da ogni provenienza:

«Da dove venite? Si può studiare medicina nella vostra città? In quale scuola?»

Un giorno, un viaggiatore proveniente da Takkasila lo informò che nella sua città c'era un grande professore, di alta competenza, molto versato nelle scienze mediche. Appena Jīvaka gli chiese di condurlo con sé, nella sua città, il viaggiatore accettò. Così, lasciò discretamente Rājāgaha, senza nulla dichiarare a suo padre, poiché temeva che quello gli dicesse:

«Non va bene che voi studiate la medicina. Vi proibisco di partire da qui!»

Quando Jīvaka giunse a Takkasila, rinomata per la sua grande università, non tardò ad incontrare il grande professore, di cui gli aveva parlato il viaggiatore. Ricevendolo, il professore gli chiese:

«Cosa volete studiare?

«Desidererei studiarla medicina, professore»

— Inteso. Se voi siete disposto a studiare seriamente, vi insegnerò.

«Vi è, però, un problema: mi trovo senza un soldo.

— Non ve ne preoccupate! Dovrete solo badare a me e fare qualche attività casalinga.»

Così, stando sempre accanto al suo professore, Jīvaka divenne rapidamente uno dei suoi migliori allievi. Apprendeva molto, rapidamente e memorizzava bene tutto ciò che studiava. In capo a sette anni aveva sviluppato una competenza senza pari in medicina. Un giorno, chiese al suo professore:

«Ho imparato presto, professore. Ho imparato molto ed assimilato tutto ciò che ho appreso. Oggi, i miei studi non sono, oramai, finiti? Cosa mi resta ancora da imparare?

— Bene, andate a cercarmi delle piante che siano sprovviste di virtù medicali. Se me ne trovate una, portatemela.»

Lo studente Jīvaka si recò nella vicina foresta e cercò a lungo delle piante che non avessero delle proprietà medicinali. Sfibrato per la sua vana ricerca, tornò dal professore, confessandogli la propria disfatta:

«Professore! Non sono riuscito a trovare una sola pianta, che non possegga delle virtù curative.

— Perfetto! Questo prova che, adesso, siete in grado di esercitare; sono molto soddisfatto di voi! Potete andarvene!»

Le prime cure del dottor Jīvaka

Il suo professore gli dette qualche soldo per il viaggio di ritorno. Ma, non abbastanza, poiché, quando il dottor Jīvaka giunse a metà strada tra Takkasila e Rājāgaha, si ritrovò nella città di Sāketa, senza una moneta per proseguire il suo itinerario. Il professore lo aveva fatti apposta, affinché l'allievo fosse obbligato, per continuare il viaggio, a trovare da solo il denaro. Per farlo, non avrebbe avuto altra scelta che mettere in pratica la medicina, che aveva studiato per sette anni. Agendo in tal modo, avrebbe constatato le sue grandi capacità ed avrebbe potuto, allora, provare una forte gratitudine verso il suo professore. E fu ciò che fece. Appena si mise a cercare delle persone che avevano bisogno di cure mediche, incontrò della gente che gli parlò di una ricca donna, la quale soffriva di un mal di testa, che durava, senza posa, da sette anni. Questo dolore non era mai migliorato, malgrado i numerosi consulti, di cui era stata oggetto. La sua emicrania era divenuta, così, tristemente nota. Il dottore chiese di vedere la donna. Quando arrivo da lei, fu ricevuto dal cameriere:

«Chi debbo annunciare?

— Sono il dottor Jīvaka. Mi propongo di curare Madame che, mi hanno detto, soffre di una emicrania, vecchia di anni.

— Attendete un istante, vi prego (il domestico si recò dalla sua padrona...). Signora, un dottore vi propone di guarirvi dalla vostra emicrania.

— Quanti anni ha?

— Circa venticinque anni.

— Non voglio riceverlo. E' troppo giovane.

— (Il domestico tornò verso il dottore...). Madame, non desidera ricevervi.

— Ne posso sapere la ragione?

— Afferma che siete troppo giovane.

— L'età non significa nulla! Lasciatemi sanare la Signora. Se le mie cure si mostreranno inefficaci, potrà non darmi un soldo. E solo se giungerò a guarirla, dovrà pagarmi.

Appena quello consentì, egli la visitò e, diagnosticando il suo male, vide che il burro costituiva il rimedio migliore. Ordinò, quindi, a un domestico:

«Portatemi del burro!»

Quando glielo consegnarono, ne introdusse nelle narici della sua paziente e, per farlo bene penetrare all'interno della testa, soffiò nel naso, di sorta che tutto il burro se ne uscì dalla bocca. Lei fece raccogliere dal domestico il burro uscito dalla bocca. A questo punto, il dottore temette che la sua paziente fosse di una così severa avarizia, da rifiutare di pagarlo. Quando la signora vide il capo dubbioso del dottore, lo rassicurò:

«Non vi preoccupate, dottore! Se rimango soddisfatta, vi pagherò. E' soltanto che non amo che si buttino le cose; ecco perché recupero questo burro, per fare luce (nelle lampade ad olio).»

Terminate le sue cure, il dottore si lavò le mani.. Dopo sette anni di dolori, il mal di capo della ricca donna era sparito improvvisamente e completamente. Lei ne fu talmente felice, che il suo cuore si riempì di un'inesauribile allegria. E gli dette 4.000 «valute».come fecero suo marito, suo figlio e la sua nuora; il che portò la cifra finale a 16.000 «valute». A questa bella retribuzione, aggiunsero anche tutto il necessario per il suo viaggio sino a Rājāgaha: un carro con una coppia di cavalli, dei domestici, ecc..

Quando il dottore giunse a Rājāgaha, il suo padre adottivo fu felice di rivederlo. Poiché pensava di non avere più bisogno di nulla, ora che era tornato a Rājāgaha, il dottore donò tutto ciò che aveva al principe Abhaya, che non volle più lasciarlo partire:

«Restate qui, ve ne prego! Non andatevene più!»

Il re Bimbisāra era malato da molto tempo. Perdeva molto sangue dalle feci. Il dottor Jīvaka andò, quindi, a visitarlo. Curandolo solo una volta, il sovrano venne guarito totalmente. In seguito, egli assistette un ricco uomo, che soffriva di fortissimi dolori nella testa. Appena lo ebbe auscultato, il dottore decise di operarlo. Gli aprì la scatola cranica, da cui tolse due insetti parassiti minuscoli, che rodevano il cervello del malato. Quando il paziente si stabilì, dopo l'operazione, il dottore gli mostrò i due insetti, dicendogli:

«Se questi due parassiti fossero rimasti più a lungo nel vostro capo, il più piccolo di essi avrebbe roso tutto il vostro cervello in sette giorni, mentre al più grande sarebbero bastati solo cinque giorni per uccidervi.»

Un altro ricco aveva il ventre torturato da un dolore, che sparì, non appena il dottor Jīvaka lo curò.

Le cure portate al re Caṇṭapajjota

Più tardi, il dottore si recò dal re Caṇṭapajjota, di Campānagara, che soffriva di una grave malattia. Era invaso da una grande debolezza, che lo rendeva incapace di stare in piedi. La sua carnagione era pallidissima, e non aveva appetito da molto tempo. Dopo averlo auscultato, il dottor Jīvaka decise che il suo paziente avrebbe dovuto essere guarito con l'aiuto del burro. Sentendo questo, il re sobbalzò, poiché esecrava il burro. Rifiutando categoricamente che venisse utilizzato, ordinò che lo si curasse con altri prodotti. Benché il dottore sapesse che la sua malattia non si potesse sanare altro che con l'aiuto di una pozione a base di burro, non osò contraddire il re. Allora, ansioso di guarire il suo paziente, scovò il metodo di fargli ingoiare la pozione a base di burro, mescolandovi un ingrediente che ne dissipasse l'odore ed il gusto. Il dottore riflesse:

«Quando il re avrà digerito la medicina, erutterà. A quel punto, si evidenzierà l'odore del burro. Egli, allora, diventerà furioso, e mi farà uccidere. Gli domanderò un elefante, per potermi salvare.»

Trovò il pretesto, per il re, di dovere andare a cercare delle piante medicamentose in natura, lontano, nella foresta, e lo sollecitò a volergli prestare, per questo, un elefante. Appena il re accettò, il dottor Jīvaka gli fece ingoiare il rimedio e partì subito, senza indugi, sul dorso dell'elefante. Si affretto ad allontanarsi al massimo, fermandosi al bordo della strada solo quando suppose che non lo avrebbero più potuto catturare; e si accomodò, per prendere il suo pasto. Quando il re eruttò, secondo le previsioni, un violento e nauseabondo effluvio di burro invase le sue narici, e subito montò in lui una rabbia imperiosa. Ordinò immediatamente a Kāka, il suo migliore corridore —l'uomo più rapido nella corsa a piedi — di riprendere il dottore. Quando Kāka si mise in cammino, il re gli gridò, per metterlo in guardia:

«Acchiappatemelo presto! Ma, restate diffidente, perché i medici sono viziosi! Se vuole darvi qualcosa da ingerire, non accettate nulla; potrebbe avvelenarvi!»

L'uomo corse tanto presto che, in poco tempo, raggiunse il dottore, il quale pranzava tranquillamente ai bordi della strada, accanto al suo elefante. Sorpreso di vedere il corridore che era giunto a cercarlo, riuscì, tuttavia, a conservare il suo sangue freddo e gli propose di mangiare un frutto. Poiché il corridore rifiutò, afferrò discretamente un po' di sostanza diarroica, con la sua unghia, che infisse in un frutto, mentre lo coglieva. Poi, sotto gli occhi dell'uomo, ne morse a fondo la parte non contaminata e tornò a tenderglielo generosamente. Quando quello vide mangiarne una parte, pensò:

«Questo frutto non può essere avvelenato, poiché il medico ne ha mangiata una parte, personalmente. Non rischio alcun pericolo, ingerendolo. Lo accetterò, poiché questa corsa mi ha messo fame.»

Fu così che il corriere accettò gioiosamente l'offerta del dottor Jīvaka. Ed un breve istante più tardi venne preso da una violenta diarrea, divenendogli impossibile prendere il dottore, che poté tranquillamente continuare il suo cammino, sino a Rājāgaha. Giunto al regno del sovrano Bimbisāra, egli si trovò al sicuro.

Nota: Il rapido corridore Kāka, durante una vita passata, incontrò un pacceka buddha, che vide da lontano. Volendo a tutti i costi offrirgli del cibo, prese il suo pasto e corse verso quello, per donarglielo. Poiché il nobile essere era già lontano e se ne stava sparendo nella foresta, fu con grande difficoltà che egli lo raggiunse in tempo, completamente privo di fiato. Quando ebbe compiuto il suo atto meritorio, espresse il desiderio di diventare, in una prossima esistenza, l'uomo più rapido nel correre a piedi. Ecco perché apparve, ai tempi di Buddha Gotama, come il più veloce corridore del mondo. Acchiappò facilmente il dottore Jīvaka; sfortunatamente, però, ignorava che si trattava del migliore medico del mondo.

La prima cura data a Buddha

La sesta persona che il dottor Jīvaka curò fu Buddha. Un giorno, quando Buddha soffriva di costipazione, chiese al Venerabile Ānandā:

«Ānandā! Ho bisogno di una medicina contro la costipazione.»

Il Venerabile Ānandā andò ad avvisare il dottor Jīvaka della necessità del suo maestro. Il dottore dette dell'olio al servitore del Beato, incaricandolo della prima fase del trattamento:

«Venerabile Ānandā! Quando Buddha prende il suo pasto, mescolate questo olio con il suo riso. Fatelo per tre giorni di seguito. Il quarto giorno verrò io, a dargli delle medicine.»

Il Venerabile Ānandā segui accuratamente la prescrizione. Il quarto giorno, il dottore giunse da Buddha, che auscultò. Quindi, gli dette tre foglie di loto:

«Oh, nobile Buddha! Annusate per tre volte queste foglie! Ciò finirà di guarirvi; potrete tornare alle feci senza problemi.»

Il pomeriggio, quando il dottore ritornò, interrogò il Beato:

«Oh, nobile Buddha! La medicina di stamane è stata efficace?

«A meraviglia! Molto soddisfacente.»

Dalle sue prime visite professionali, la competenza del dottor Jīvaka divenne molto conosciuta, sia in medicina che in chirurgia. Oltre alle cure che egli si proponeva di offrire al saṃgha, molte persone importanti ricorsero a lui, tra cui re e ministri. Tuttavia, la sua gioia più grande era quella di venire tre volte al giorno ad occuparsi di Buddha, verificandone accuratamente lo stato della salute.

L'autorizzazione per l'offerta delle vesti

A quel tempo, Buddha non aveva ancora autorizzato le vesti, che venissero offerte dai dayaka. Solamente quelle fatte con tessuti abbandonati erano indossate dai monaci. Un giorno, dopo il pasto, il dottore giunse da Buddha, volendogli offrire una veste. Tuttavia, Buddha rifiutò:

«I monaci non accettano delle vesti donate.

— Oh, nobile Buddha! Suggerirei giustamente che siano autorizzati a farlo, poiché gli abiti abbandonati sono fonte di problemi della salute; procurano molte malattie ai monaci, essendo raccolti in luogo, generalmente, molto sporchi, dove pullulano i batteri. Inoltre, ciò permetterebbe ai dayaka di accumulare dei meriti considerevoli. Per questa ragione, permettete ai monaci di accettare le vesti offerte!»

Da quel giorno, Buddha dette l'approvazione ai monaci di accettare le vesti offerte dai benefattori. Appena la gente seppe di ciò, fu tanto felice di tale bella occasione, che giunse molto numerosa a donare grandi quantità di abiti ai monaci.

Cosciente dei vantaggi di avere il saṃgha vicino a lui, il dottor Jīvaka offrì a Buddha ed al saṃgha un parco, poco lontano dalla sua dimora, nel quale fece costruire un monastero, che avrebbe portato il nome di Ambavana. Al termine della cerimonia di offerta di questo monastero, Buddha rilasciò un insegnamento del Dhamma. In quel momento, il dottor Jīvaka divenne sotāpana.

Nota: Prima che Buddha autorizzasse il saṃgha ad accettare l'offerta delle vesti, ogni monaco si procurava da solo il suo abito monastico, raccogliendo dei tessuti abbandonati. Quando ne aveva a sufficienza, li lavava e li scoloriva con acqua bollente. Quindi, li tingeva con un decotto di scorze vegetali (generalmente, il jacquier), ottenendo, in tal modo, un colore brunastro, sia per non sviluppare dell'attaccamento per l'eventuale bellezza di un vestito chiaro, che per dare una tinta unica a tutti i membri della comunità (cosa che simboleggiava, in particolare, l'assenza di differenza di caste, o di livello sociale tra i monaci). Infine, i tessuti venivano cuciti assieme, per ottenerne un grande rettangolo di stoffa, quale parte intera di una veste.


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Origine: Opera francese

Autore: Monaco Dhamma Sāmi

Traduttore: Guido Da Todi

Data: Gennaio 2004

Aggiornamento: 29 settembre 2011