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riassunto della pagina

La splendida regina Khema assiste ad un insegnamento di Buddha, che le fa prendere consapevolezza del carattere futile e fugace della bellezza.

la regina Khemā

Una delle spose del re Bimbisara, la regina Khemā, era una donna splendida, di una bellezza inconcepibile, che non poteva lasciare alcun uomo indifferente. Ai tempi di Buddha Padumuttara, aveva fatto una generosa donazione al saṃgha, formulando il desiderio di divenire, un giorno, una donna dalla bellezza abbagliante; realtà che incarnò in questa vita, ai tempi di Buddha Gotama. A causa della sua ineguagliabile bellezza, ella sviluppò un immenso orgoglio. Non era mai andata ad ascoltare gli insegnamento di Buddha, poiché sapeva che egli esponeva frequentemente il carattere repulsivo del corpo, e tale fatto la rendeva molto scontenta. Poiché il re voleva spingere la propria sposa ad ascoltare il magistero del Beato, adoperò uno stratagemma giudizioso... Chiamò dei cantanti, per fare ascoltare alla regina Khemā, da sotto la sua finestra, delle melodie che vantavano le bellezze del monastero Veluvana e del suo splendido parco. Appassionata delle estensioni attraenti e naturali, ella, appena ebbe ascoltato questo canto, e non essendosi mai recata a Veluvana, non resistette oltre al desiderio di ammirare questo luogo.

In una mattinata gradevolmente fresca, si recò al monastero Veluvana, che non aveva visitato neppure una volta, benché fosse stato proprio suo marito che l'avesse fatto costruire per Buddha ed il saṃgha. Degli scoiattoli si dondolavano sugli alberi circostanti il monastero. Gli stagni erano disseminati di gigli, ed una brezza leggera trasportava una deliziosa fragranza di gelsomino. Quando venne scorta da qualcuno, ella si decise ad entrare nella sala principale, ove si trovava Buddha, per paura di rimanere soggetta a delle critiche. Precedentemente, sapendo che la regina Khemā sarebbe giunta al suo monastero, Buddha aveva creato un giovine donna dalla bellezza assolutamente perfetta che, seduta non lontano da lui, gli faceva vento pacatamente. Appena la regina entrò nella sala dove Buddha insegnava, vide la donna, che cominciò a fissare, senza distaccare lo sguardo. Era talmente sorpresa dalla bellezza di questa creatura mancante di difetti, che non accordò la benché minima attenzione a Buddha. Sempre fissando, con gli occhi inchiodati, la creazione visiva di Buddha, pensò:

«Non ho mai visto una donna più bella di me. Questa, che sembra così perfetta, è forse più bella di me? Non oso crederlo!»

Conoscendo molto bene il contenuto dei pensieri della regina, Buddha modificò, allora, sotto lo sguardo pieno di stupore della regina Khemā, l'apparenza della giovine donna che aveva creato,. La fece progressivamente invecchiare, a vista d'occhio. Prima, apparve qualche ruga, che contribuì a farne appassire, poco a poco, il viso. Il sorriso delicato divenne sdentato; gli splendidi capelli neri, grigi; le braccia, smagrirono e lo sguardo perdette il suo fulgore. In seguito, l'intero corpo si incurvò, mentre la pelle avvizziva, con grosse macchie senili, che apparivano come dei funghi dalla muffa. Ora, i capelli erano bianchi, il dorso tutto incurvato e la magrezza arrivata al massimo. Mentre gli ultimi denti si sgretolavano, i capelli caddero ed il corpo, senza forza, si sparse sinistramente al suolo, senza cessare di divenire decrepito. Gli occhi si decomposero e sparirono in fondo alle loro orbite scure, mentre la pelle si disgregava. Poco a poco, tutti i muscoli, la carne e le vene si fusero, mostrando l'intero scheletro. Il quale non tardò a slabbrarsi, disfarsi in minuscole parti ed in polvere, che fu spazzata via dal vento, che entrava nella stanza.

Soggiogata da questa visione impressionante, la regina ebbe questo pensiero:

«Una giovine tanto perfetta, finisce come uno scheletro ripugnante, che anche'esso si polverizza! Così, sono stata sempre così attaccata ad un corpo del tutto sprovvisto di sostanza, il quale subirà inevitabilmente la stessa sorte!»

Ella prese bruscamente coscienza del processo esistenziale, condizionato da anicca, dukkha e anatta (la fugacità, l'insoddisfazione e la mancanza di controllo di qualunque cosa), e, in particolare, del carattere ripugnante e deperibile del corpo. Ed accettò, infine, di ascoltare le sagge parole di Buddha, che proseguì il suo insegnamento:»

«Il corpo subisce, di continuo, numerosi mali. E' impuro, inabile e marcio. Elementi assolutamente abietti ne escono dalla parte superiore (la bocca, il naso, le orecchie e gli occhi) e dal basso (l'ano ed il sesso). Solo le persone insensate sviluppano dell'attaccamento a questo corpo. I saggi non lo vogliono più; si sforzano di spezzare l'unione con esso, si sbarazzano di dukkha, pervenendo così al nibbāna

Prima che il Beato finisse di pronunciare l'ultima frase, la regina divenne sotāpana. Quando egli la completò, divenne arahant. Ed entrò, così, con il consenso del suo sposo, il re Bimbisara, nel saṃgha femminile, per abbracciare la vita monacale. Sarebbe stata anche una delle due più nobili monache, ricevendo, a questo titolo, la distinzione di aggasāvaka femminile, da Buddha.

Nota: La presa di coscienza della regina Khemā è uno dei rari casi in cui Buddha impiegò i suoi poteri psichici, in modo visibile. Lo faceva soltanto quando egli sapeva che un individuo ne aveva bisogno e che gli ci voleva solo questo per provocare in lui una presa di coscienza, suscettibile di portarlo alla comprensione del Dhamma. In casi di questo genere, in cui Buddha usò creazioni visive davanti ad un largo pubblico, egli le mostrò solo allo sguardo di coloro che ne avevano necessità, per accrescere la loro saggezza.


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Origine: Opera francese

Autore: Monaco Dhamma Sāmi

Traduttore: Guido Da Todi

Data: Gennaio 2004

Aggiornamento: 29 settembre 2011