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riassunto della pagina

Ascoltando solo il suo desiderio, un bramino vuole ad ogni costo maritare sua figlia a Buddha.

Benchè lei sia molto bella, il Perfetto spiega che il suo corpo – come quello di ogni essere – non è che una volgare composizione di elementi ripugnanti; cosa che non piace affatto alla ragazza.

L'odio di Māgaṇḍiya verso Buddha.

Lo sposo ideale

Un ricco bramino, di nome Māgaṇḍī, e la sua sposa ebbero una figlia, che essi chiamarono Māgaṇḍiya. Divenuta grande, divenne una ragazza magnifica. Radiava di un tale splendore e di tanta bellezza naturale, che tutti i bramini la chiedevano in sposa. Ma, suo padre dichiarò, un giorno, rivolto ad essi, nel villaggio:

"Di tutti voi, nessuno merita mia figlia! La mariterò solo ad un individuo nobile!"

Un mattino, quando Buddha stava abbracciando il mondo con il suo sguardo, grazie ai suoi poteri mentali, vide la coppia dei bramini. E, poichè constatò che essi erano maturi per la realizzazione, decise di andare loro incontro. Così, si recò nel luogo dove il bramino aveva l'abitudine di effettuare delle sedute di riscaldamento,avvicinandosi ad un grande fuoco, ed immaginando di purificare le impurità della propria mente, grazie alle fiamme. Erano molti gli asceti, gli eremiti ed i bramini che avevano tali credenze, a quei tempi. Vedendo il Beato, il bramino Māgaṇḍī venne preso da un'improvvisa e forte ammirazione verso di lui. Lo trovò di una perfetta bellezza, molto luminoso, di un'apparenza piena di maestosità e di nobiltà. E pensò:

"In questo mondo, non esiste un solo essere che gli sia pari. Voglio maritarlo con mia figlia."

Gridò, quindi, verso Buddha, non chiedendogli nessuna autorizzazione:

«Monaco! Ho una figlia dalla sublime bellezza, di cui non posso risolvermi a dare la mano ad uno dei bramini del mio villaggio. Voi, invece, siete degno di lei. La mariterò con voi! Attendete un momento!"

Non lasciando alcun tempo alla replica, il bramino, soddisfatto del suo incontro, si affrettò rapidamente ad andare a casa sua,per avvisare sua moglie e sua figlia. Appena giunse, fece premura alla figlia di acconciarsi, di truccarsi, di ben vestirsi e di adornarsi con i suoi bei gioielli. Subito avvisati dell'incontro di un nobile essere, con il quale il bramino voleva maritare la figlia, gli abitanti del villaggio seguirono lui, la sua sposa e la figlia, quando i tre si avviarono al luogo dell'incontro. Allorché arrivarono presso il grande fuoco, Buddha non era più lì. Aveva solo lasciato l'impronta dei suoi passi – volontariamente – prima di partire. Deluso di non rivedere colui che considerava lo sposo ideale della figlia, il bramino volle ritrovarlo, scrutando in tutte le direzioni. La sposa, che era dotata di una grande abilità in astrologia, esaminò le tracce dei passi lasciati da Buddha e, subito, affermò:

"Questo individuo è estremamente nobile, è molto puro, non ha più dei kilesā. Non vuole una sposa.

— Ancora le vostre maledette divinazioni! Voi vedreste dei coccodrilli in un pozzo d'acqua!"

Irritato dai propositi della sua sposa, il bramino si intestardì a cercare Buddha.

Il corpo di Māgaṇḍiya, secondo Buddha

Avendo finalmente trovato il Beato, il bramino interpellò sua moglie:

"Eccolo! Eccolo! E' l'uomo che ho incontrato questa mattina. E' lui che voglio come marito per mia figlia! (Indirizzandosi a Buddha) Monaco! Prendete la mano di mia figlia!

— Non sono venuto per vostra figlia! Dopo avere rinunciato ad una vita di re, sono entrato nella foresta, dove ho praticato il distacco, con sforzo e determinazione. Dopo sei anni, ho raggiunto l'onniscienza. Proprio in quel momento, Māra mandò le sue figle a sedurmi. Benchè esse siano infinitamente più belle di vostra figlia, ciò non ha avuto alcun effetto su di me. I kilesā conducono, senza cessa, verso nuove esistenze. Per quanto mi concerne, ho vinto ogni kilesā. Non apprezzo, quindi, più i piaceri sensoriali. Questo corpo è pieno di cose ripugnanti. Vostra figlia non è altro che un mucchio di carne, di sangue, di pus, di muco, di urina e di materie fecali... E' come un pozzo di escrementi. Non sento, in verità, la minima voglia di toccarla."

Quando Buddha ebbe pronunciato queste parole, il bramino e sua moglie divennero entrambi anāgāmi, mentre la loro figlia si adirò contro di lui. Furiosa, disse ai suoi genitori:

"Perché questo monaco afferma che io non sono altro che un pozzo di escrementi? Si attenda la mia vendetta!"

Lungi dal volere offendere Māgaṇḍiya, il Beato aveva parlato così ai suoi genitori, all'unico scopo di provocare in essi la presa di coscienza che li spinse a sviluppare la consapevolezza diretta della realtà, in un breve istante; fatto sufficiente a farli raggiungere lo stato di anāgāmi.

Il richiamo agli insulti

Il padre di Māgaṇḍiya si unì alla comunità dei monaci e la madre a quella delle monache. Nel proprio rispettivo monastero, ognuno divenne arahant, senza che passasse molto tempo. Indossando la veste, essi affidarono la loro figlia a suo zio, il fratello maggiore del padre. Costui ne fece dono al re Utana, che ebbe la gioia di farne una delle sue tre spose. Un giorno, quando la regina Māgaṇḍiya seppe che Buddha si trovava nella propria città, lo maledisse con virulenza ed incitò la popolazione ad insultarlo, per cacciarlo definitivamente dal regno. Il Venerabile Ānandā, che accompagnava il Beato, volle andarsene, perchè non sopportava l'odio e gli insulti delle persone verso il suo nobile maestro. Buddha gli raccomandò, tuttavia, la pratica della pazienza e della tolleranza. Gli disse:

"Come un elefante, che resiste all'assalto delle frecce sul campo di battaglia, noi dobbiamo sopportare le inimicizie delle persone irriverenti. I complimenti non durano al di là dei sette giorni. Lo stesso accade alle critiche sfavorevoli. Attendete, dunque, con pazienza che ciò termini. Se andrete in un altro posto, dove persistono le critiche, dopo, dove vi rifugierete?"

L'odio della regina Māgaṇḍiya

Il re, che era puthujana, non venerava Buddha, contrariamente ad una delle tre spose, la regina Sāmāvatī, che, invece, era sotāpana. Malgrado il fatto che lei non avesse mai avuto l'occasione di vedere Buddha, pervenne a realizzare il dhamma, grazie alle istruzioni da parte di un discepolo del Beato. Il re era molto geloso e teneva a che nessuno potesse guardare le sue regine. Per questa ragione, non le lasciava mai uscire dalla cinta del suo palazzo ed aveva abolito ogni finestra ed apertura dal loro edificio. Ma,poiché la regina Sāmāvatī voleva vedere Buddha, per poterlo venerare, ella aveva praticato dei fori nel muro. I quali le permettevano, finalmente, di scorgerlo, quando egli passava, da lontano, per la questua del cibo.

Un giorno, la regina Māgaṇḍiya, che detestava la regina Sāmāvatī perchè venerava Buddha, andò a denunciare al re che lei aveva praticato dei pertugi nel muro dell'edificio, sperando che quello si adirasse contro l'altra. Notando i buchi, il re interrogò la regina Sāmāvatī:

"Perchè aveve praticato questi fori nel muro?

— E' stato per potere guardare Buddha, e riuscire, così, a meglio venerarlo.

— Non lo fate! Questi fori sono minuscoli; vi costruirò io delle grandi aperture, affinchè voi lo possiate vedere adeguatamente."

Preso da compassione per la sua sposa, il re mantenne la sua promessa e la regina Samavati potè così osservare in modo confortevole il Beato. Ciò rese furiosa la regina Māgaṇḍiya. Che prese ad odiare la regina Sāmāvatī più che mai.

Un'altra volta, la regina Māgaṇḍiya si procurò un serpente velenoso, che nascose in un'arpa. E andò a deporre lo strumento accanto al letto dove dormiva il re, nella camera della regina Sāmāvatī. Discretamente, aprì, poi, l'arpa e si allontanò con precauzione. Visto che il serpente era stato racchiuso a lungo, quando uscì fuori era furente. La regina Māgaṇḍiya gridò:

"Un serpente! Un serpente! E' la regina Sāmāvatī che lo ha infilato nell'arpa, per tentare di eliminarvi."

Svegliato di soprassalto, il re fece una corsa, per salvarsi. Appena rimesso dalle sue emozioni, collerico, decise di uccidere l'innocente regina Sāmāvatī. E la fece legare, con tutte le domestiche, che vivevano nel suo stesso edificio – che erano, anch'esse, sotāpana – e che la servivano. Quando il re fu pronto a scoccare la prima freccia, la regina Sāmāvatī raccomandò alle altre donne:

"Non siate in collera per questa ingiustizia; non piangete! Invece, date tutto il vostro amore, inviate al re tutta la mettā che siete in grado di creare!"

Così, esse emisero un potente radiare di mettā verso il re, mentre lui lanciava la freccia mortale. Malgrado la potenza dell'arco, mettā fu più forte della freccia, che fece un mezzo giro proprio mentre stava per raggiungere il suo obiettivo, prima di ricadere ai piedi del re. Il re Utena comprese quel che stava accadendo. Ebbe,anche, coscienza, all'improvviso, dell'innocenza della regina Samavati ed ordino che fossero rilasciate tutte le donne. In seguito, la regina Samavati dette un insegnamento del dhamma, in seguito al quale il re sviluppoò una grande venerazione per Buddha, per il suo insegnamento e per la sua comunità, a tal punto da volerlo invitare. Così, il giorno seguente, il Beato venne ricevuto al palazzo, con i suoi monaci e tutti ottennero, da parte del re, dopo un eccellente pasto, una veste ciascuno.

Da quel giorno, la regina Māgaṇḍiya rimase irata più che mai contro la regina Sāmāvatī. Quando il re si assentò, per recarsi in un'altra città, lei dette fuoco all'edificio della regina Sāmāvatī, che perì carbonizzata, con tutte le sue domestiche. Le condizioni di questa morte non furono che la conseguenza di un terribile atto di un'esistenza precedente, in cui le donne avevano ucciso un pacceka buddha, dandolo alle fiamme con un grande incendio. Quando il re Utena tornò dal suo viaggio, rimase costernato nel constatare la morte della regina Sāmāvatī. Nella sua afflizione, si affrettò ad infliggere una pena alla regina Māgaṇḍiya; la arrestò, con tutte le sue domestiche e le fece sotterrare, sino alla vita, prima di dar loro fuoco.


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Origine: Opera francese

Autore: Monaco Dhamma Sāmi

Traduttore: Guido Da Todi

Data: Gennaio 2004

Aggiornamento: 29 settembre 2011