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riassunto della pagina

Tra i discepoli di Buddha, il Venerabile Maha Kassapa è il migliore fra tutti, per quanto concerne le pratiche ascetiche.

Prima di essere quello che è, si è disciplinato durante numerose esistenze da re, da mendicante, da asceta.

il passato del Venerabile Mahā Kassapa (1)

Il ricco Vedeha

100.000 kappa fa, viveva Buddha Padumuttara. Nel regno di Haṃsāvatī c'era un grande parco, chiamato Khemā, nel quale vivevano numerosi animali, tutti protetti dal re, che ne aveva proibito la caccia. Buddha Padumuttara viveva in questo parco. Un giorno, un ricco uomo, di nome Vedeha — il futuro Mahā Kassapa — loa cui fortuna era stimata in 800.000.000 di «valite» dell'epoca, si recò nel parco Khemā e salutò il Beato, prosternandosi rispettosamente davanti a lui.

Un giorno successivo assunse gli otto precetti e si stabilì presso Buddha Padumuttara. Quel giorno, il Perfetto attribuì la distinzione particolare al suo terzo più grande discepolo, il Venerabile Mahā Nisabha. Il nobile monaco divenne dhutaṅgadhara etadagga. Vedendo ciò, il ricco Vedeha si sentì pieno di allegria all'idea di ritrovarsi, un giorno, al posto di un simile monaco. E fu, d'altronde, quanto cominciò a sperare, da quel momento. Attese tranquillamente che tutti se ne andassero e, quando si ritrovò solo con Buddha Padumuttara, gli si avvicinò. Prosternandosi rispettosamente, si rivolse garbatamente al Beato:

«Oh, nobile Buddha! Accettereste il mio invito, per il pasto di domani, accompagnato da tutto il saṃgha

— Sappiate, intanto, che, attualmente, vi sono quasi sei milioni ottocentomila monaci e novizi, nel saṃgha.

— Lo so bene, Venerabile Buddha. Sarei entusiasta che veniate tutti, per quanti siate: monaci e novizi.»

Appena il Beato accettò l'invito del dāyaka Vedeha, quest'ultimo si affrettò a rientrare a casa sua, per organizzare il grande pasto del giorno seguente.

Il rifiuto del Venerabile Mahā Nisabha

L'indomani, Buddha Padumuttara giunse, accompagnato dall'intero saṃgha, all'eccezione di un monaco...Da lontano, il ricco Vedeha scorse il Venerabile Mahā Nisabha, mentre raccoglieva iul suo pasto quotidiano, arrestandosi davanti ad ogni casa, che stava al bordo della strada: in accordo con le 13 dhutaṅga. Il ricco uomo corse verso di lui, per invitarlo:

«Venerabile! Vi prego, lasciatemi portare la vostra ciotola. Da me si trova Buddha, con l'intero saṃgha, invitati per il pranzo. Venite, dunque, a raggiungerli, perché io possa servire anche a voi il pasto.»

Il nobile monaco espresse un rifiuto al suo invito, restando perfettamente immobile e silenzioso; ed il ricco Vedeha si accontentò di prendergli la ciotola e di andargliela a riempire di un pasto completo, prima di ritornare da lui, per deporgliela in mano.

La formulazione del desiderio del ricco Vedeha

Quando Buddha Padumattara ebbe terminato il suo pasto, il ricco uomo si avvicinò a lui per chiedergli:

«Venerabile Buddha! Allorché andai ad invitare il Venerabile Mahā Nisabha, egli rifiutò di venire a casa mia, preferendo raccogliere il suo cibo, rimanendo nella strada. Perché noin vi segue? Cosa ha più di voi?

— Vedeha! Noi accettiamo di mangiare presso la gente che ci invita, mentre il Venerabile Mahā Nisabha non si nutre con il cibo che gli proviene da inviti personali, ma solo quello che riceve nella sua ciotola, ponendosi in attesa davanti alle case. Noi alloggiamo in monasteri vicini a città e villaggi, mentre il Venerabile Mahā Nisabha non dimora in questi luoghi, ma unicamente nella campagna (isolato dalle altre abitazioni). Noi dormiamo sotto un tetto, mentre il Venerabile Mahā Nisabha dorme solo in località non riparate..»

Buddha gli espose, così, i 13 dhutaṅga. Quando ebbe finito, il ricco uomo fu coinvolto da un'inmensa passione per quel monaco. In quel momento, decise di offrire il pasto all'intero saṃgha per sette giorni di seguito. Al termine del pasto del settimo giorno, egli offrì un corredo di tre vesti di alta qualità a Buddha Padumuttara ed a ciascun monaco. Mentre compiva questa offerta colossale, si avvicinò al Beato, prosternandosi rispettosamente davanti a lui, prima di domaqndargli, a mani giunte:

«Oh, nobile Buddha, grazie a tutti i meriti che ho sviluppato, che si tratti di generosità, di virtù o di benevolenza, non voglio rinascere come deva, né come uomo. Possa io, invece, in un prossimo buddha sāsana, divenire dhutaṅgadhara etadagga, come il Venerabile Mahā Misabha.

Grazie ad anāgataṃsa ñāṇa, che è una conoscenza propria ad un buddha e che gli permette di predire in un lontano avvenire, basandosi sui fattori molto complessi del kamma degli esseri e dell'evoluzione delle loro pāramī, il Beato esaminò le possibilità che si offrivano al ricco Vedeha. Quindi, gli rispose:

«Vedeha! Tutte le condizioni sono favorevoli: da qui a 100.000 kappa, ai tempi del di Buddha Gotama, diverrete il dhutaṅgadhara etadagga, il terzo più grande dei suoi discepoli. Il vostro nome sarà Mahā Kassapa.»

Il povero Ekasāṭaka

Il ricco Veddeha realizzò numerosi meriti, perl'intera sua esistenza, prima di rinascere nella sfera dei Tāvatiṃsā del mondo devico. Dopo di che, conobbe numerose e confortevoli vite nel mondo degli esseri umani e in quello dei deva. 91 kappa prima di Buddha Gotama, egli nacque nel tempo del Buddha Vipassī. Esisté nel regno di Bandhumatī, come un povero bramino, a causa di un akusala passato. Si chiamava Ekasāṭaka, che significa «colui che possiede un solo vestito». Viveva in una piccola baracca, con la sua sposa. L'unico mezzo di sussistenza di questa coppia erano le piante commestibili e il guadagno che traevano dei pezzi di legno che trovavano nella foresta e che rivendevano al villaggio. Ognuno di essi aveva una veste inferiore, mentre dovevano dividersi l'abito per la parte alta del corpo, tra tutti e due: ossia, un rettangolo di tessuto. Difatti, quando vi erano delle riunioni di bramini, vi ci si recava solo Ekasāṭaka, lasciando la moglie nel capanno, che non osava andare da nessuna parte senza una veste per la parte superiore. Lo stesso accadeva a lui, quando sua moglie si recava ad una riunione di bramane.

Stante la speranza di lunga vita dell'epoca, Buddha Vipassī teneva un insegnamento ogni sette anni. Mentre il Beato si apprestava a darne uno, i deva avvisarono tutti del prezioso avvenimento, che, stavolta, avrebbe avuto luogo di notte. Laovera coppia dei bramini aveva un immenso desiderio di andare ad ascoltare la parola del Perfetto. Tuttavia, non potevano uscire tutti e due allo stesso tempo, poiché mancava loro una veste per la parte superiore del corpo. Tentarono di mettersi d'accordo:

«Ekasāṭaka, desidero molto andare ad ascoltare l'insegnamento di Buddha Vipassī, stasera.

— Anche io bramo molto ascoltare il suo sermone.

— Ognuno di noi ha tanta voglia di andare, come l'altro, ma non possiamo recarci, lì, tutti e due. Poiché non è conveniente che una donna circoli, da sola, nella notte, sarai tu ad andare, mentre io resterò qui.»

Così, Ekasāṭaka andò a presenziare all'insegnamento di Buddha Vipassī, che parlò di dāna, di sīla, del mondo dei deva e della via che porta al nibbāna. Come era tradizione, dopo i monaci, il re e il suo casato occuparono la parte frontale della tribuna, seguiti dai ricchi bramini, e, progressivamente, da tutte le caste, sino ai più poveri, nella parte retrostante. Ekasāṭaka aew ne stava da solo, discretamente seduto in fondo a tutti. Assaporando ogni parola del Beato, il povero si immerse in un profondo pīti (estasi profondas, che non deriva dai piaceri sensoriali). Desiderando dal profondo del suo cuore di fare un'offerta al Perfetto, afferrò il suo abito e pensò:

«Mi piacerebbe molto offrire a Buddha questo piccolo tessuto che ho sulle spalle, ma se me ne separo, la mia sposa ed io stesso non avremo più un indumento per la parte alta del corpo di che rivestirci. Né l'uno, né l'altra si potrà uscire. Avrei la possibilità di donarlo, se possedessi un panno supplementare.»

Dispose, dunque, la sua veste sulle spalle, ma non potette impedirsi di pensare che non aveva nulla da donare al Beato. Così, si tolse ancora l'abito di sopra, sforzandosi di decidersi ad offrirglielo. E fece così numerose volte. Poiché giungeva ogni volta alla medesima conclusione, finiva sempre per riassestarsi il panno sulle spalle, dominato dall'idea di non potere privare la sua sposa e lui stesso del solo indumento di sopra che essi possedevano. Benché oppresso dal pensiero che non aveva nulla da donare a Buddha, non perdette una sola delle preziose parole del suo insegnamento. Questo violento desiderio di fare un'offerta a Buddha non lo lasciò quella notte, al termine della quale, riflesse una volta di più:

«La mia frustrazione di non potere effettuare una donazione a Buddha è veramente troppo grande. Se provo una tale delusione, è a causa di cattive azioni che ho commesso nel passato. Vorrei tanto che simili esistenze sfortunate mi venissero risparmiate. E' solo facendo un dono a Buddha che questi fatti non verranno più.»

Incoraggiato fortemente dalla sua riflessione, si alzò senza la minima esitazione, attraversò tutto il pubblico, sino a Buddha Vipassī, davanti al quale si sedette tendendogli il suo panno, per offrirglielo. Non contenendo più a lungo la sua gioia, alzò in alto le mani ed esclamò:

«Sono riuscito! Sono riuscito! Sono riuscito!»

Sentendo ciò, il re Pandhuma gli chiese, spinto dalla curiosità:

«Si può sapere in cosa siete riuscito?»

— Per tutta la notte, sono stato combattuto da un conflitto: era nato uno scontro fra il pensiero di fare assolutamente un dono a Buddha, ed un altro; che non fosse, cioè, assolutamente possibile. Il primo desiderio stava per vincere, durante la prima parte della notte, mentre il secondo si impose, durante la seconda parte. Infine, al termine della terza ed ultima, il saddhā molto profondo ebbe ragione del secondo pensiero, permettendomi la decisione di fare il dono. Ecco dove sono riuscito, Sire.»

Il beneficio immediato della generosità

Il re rimase molto sorpreso e, alla volta, toccato dalla forte fede del povero Ekasāṭaka. Fu così felice della risposta del povero bramino, che gli offrì lui stesso, immediatamente, un abito. In un suo slancio di fede, il povero uomo ne fece subito una donazione a Buddha. Commosso da questa generosità senza limiti, il re gli dette altri due abiti, che quello si affretto ad elargire, nuovamente, a Buddha Vipassī. Allorché il re gli regalò altri otto vestiti, il bramino mise a disposizione di Buddha; ma, quando ne ricevette altri sedici, riflesse, stavolta, prima di agire:

«Se dedico ogni cosa a Buddha, mano a mano che me la regalano, finiranno per criticarmi.»

Si limitò, allora, a trattenersene due, uno per sua moglie ed uno per sé, e offrì gli altri a Buddha. Da quel giorno restò molto vicino al Beato; si occupò continuamente di lui, rendendogli dei servizi molto diversi. Un giorno, durante l'inverno, il re Caṭṭuṇṇa, di un altro reame, donò due vestiti dal valore di 100.000 «valute» dell'epoca, precisandogli:

«Indossate questi abiti, quando andate ad ascoltare Buddha, mentre offre un insegnamento. Ogni volta che avrete terminato di compiere dei lavori di versi per Buddha, portateli!»

Quando il re Caṭṭuṇṇa si congedò da lui, il povero bramino pensò:

«Che vantaggio può venire ad un corpo, che altro non è se non decomposizione, indossare degli abiti di tale valore? Solo regalandoli a Buddha, potrei trarne un vantaggio: ciò mi permetterà di sviluppare dei preziosi kusala per le mie vite future.»

Mettendo in pratica queste sue riflessioni, egli andò a portare questi vestiti al Beato, che ne stese uno al suolo, come tappeto e ne fissò un altro al soffitto, come ornamento. Un giorno, il re venne a rendere una visita a Buddha Vipassī. Quando scorse i vestiti che aveva offerto al povero bramino, uno sul soffitto e l'altro al suolo, gridò:

«Com'è bello! Da dove vengono questi tessuti? (li osservò da più vicino). Li riconosco, sono gli abiti che ho dato al bramino Ekasāṭaka. Ha preferito farne offerta per un ambiente molto appropriato. Sono poprio tanto felice che egli abbia avuto il no bile merito di averveli voluti dare!»

Il re venne tanto preso d'ammirazione per il povero bramino, per la bellezza del suo gesto, che lo fece chiamare al proprio palazzo. Feced mettere otto villaggi a sua disposizione, affinché potesse occuparsi degnamente del saṃgha e in grande scala. Il re precisò che la somma dei salari di ognuno di questi villaggi, raggiungeva 100.000 «valute» dell'epoca. La sua offerta comprendeva anche otto case per domestici, otto elefanti equipaggiati, otto carri compresi di cavalli, otto palazzi, e, nelle otto direzioni (al nord, al nord-est, al sud-est, al sud, al sud-ovest, all'ovest ed al nord-ovest) degli elefanti, dei cavalli, dei bufali, dei buoi, ecc..

Grazie a tutto ciò, egli poté sviluppare dei numerosi kusala, dedicandosi al saṃgha. Da quel giorno, non cessò di praticare ardentemente dāna, sīla et bhāvanā (la generosità, la virtù e la concentrazione), sino alla fine della sua esistenza; dopo la quale prese nascita nella seconda sfera del mondo dei deva. Da allora, sperimentò diverse vite, nelle quali venne risparmiato dall'indigenza, sia nel mondo umano, che in quello dei deva.

L'offerta dei pezzi di stoffa

Durante il corso delle sue esistenze felici, il futuro Venerabile Mahā Kassapa riprese nascita in un'epoca, situata tra il Buddha Koṇāguma ed il Buddha Kassapa, nel regno di Bārāṇasī, come un uomo ricco. Un giorno, mentre passeggiava nella foresta, scorse una baracca. Curioso, si avvicinò. Quando spinse la porta, vide un pacceka buddha, mentre stava cucendo la sua veste. Quando il ricco uomo si accorse che al nobile monaco solitario sembrava mancasse del tessuto per terminare la sua veste, gli chiese:

«Oh, nobile Venerabile! Mi pare che non abbiate sufficiente tessuto per terminare la vostra veste.»

— In effetti, mi manca la quantità giusto per fare il bordo.»

Senza ombra di esitazione, l'uomo ricco strappò una larga fetta di tessuto dell'abito che portava e gliela offrì immediatamente. Dopo avere effettuato questo dono, formulò un desiderio:

«Per il merito di questo dono, possa io sempre rimanere protetto da ogni bisogno!»

Nota: Un pacceka buddha è un buddha «solitario», un essere che possiede la capacità di giungere al risveglio da solo; ma, poiché non possiede l'onniscienza, non è in grado di condurre altri al nibbāna.

Nota: Per tradizione, e da ogni tempo, i monaci ottengono le loro vesti, raccogliendo dei pezzi di tessuto abbandonati, che lavano con acqua bollente, cuciono alle dimensione volute e tingono con decotti di corteccia d'albero — generalmente jacquier; fatto che spiega il colore brunastro delle vesti, benché, ai giorni nostri, essa lo debbano alle tinture chimiche.

La disputa delle due donne

Appena divenne adulto, sposò una donna, con la quale visse in una casa sontuosa. Costei, che tendeva a mostrare un carattere mediocre, litigava frequentemente con la sorella di suo marito. Mentre l'uomo ricco si trovava ancora nella foresta, con il pacceka buddha, un altro pacceka buddha giunse presso la sua abitazione, dove vivevano la sposa e la sorella. Appena loro lo videro, lo invitarono ad entrare. La sorella del ricco uomo, mise nella ciotola del pacceka buddha il cibo che aveva accuratamente preparato, e formulò un desiderio, indicando sua cognata (la sposa dell'uomo ricco):

"Possa, durante le mie prossime vite, starmente lontana da questa donna. almeno di 100 yūjanā!»!"

Standosene accanto alla porta, appena la donna ascoltò il desiderio della cognata, si arrabbiò:

"Come osa esprimere l'aspirazione a cacciarmi? Non lo posso tollerare. Questo cibo non sarà offerto a tali condizioni!"

Furiosa, si impadronì della ciotola del pacceka buddha, che non ebbe il tempo di iniziare il suo pasto, e vi gettò dentro della melma maleodorante, prima di rendergliela. Questo akusala avrebbe avuto le seguenti conseguenze, nella sua prossima vita: benchè fosse destinata a divenire una splendida donna, la sua bocca avrebbe emanato un tale fetore, che tutti sarebbero scappati,quando l'avesse aperta per parlare. La moglie dell'uomo ricco rimase inorridita per l'atto della cognata:

"Non fate, soprattutto, una simile cosa, via! Se avete desiderio di insultarmi, insultatemi pure! Se avete voglia di protestare, protestate! Ma non mettete del fango nella ciotola di un venerabile pacceka buddha! Perchè agite in questo modo?"

Prendendo coscienza del suo gesto digraziato, la donna di premurò di andare a lavare con cura la ciotola del pacceka buddha e di profumarla, togliendo via da essa tutto il cattivo odore, prima di metterci dentro della melassa, che gli offrì, formulando il seguente desiderio:

"Possa, a causa di questa offerta, rinascere così bella, che la gente sia sempre costretta a guardarmi!"

A quel punto il pacceka buddha ripartì, volandosene via, nel cielo - con l'aiuto dei suoi poteri psichici. Poco dopo, l'uomo ricco tornò dalla sua passeggiata nella foresta. Le due donne gli raccontarono della loro offerta al pacceka buddha e divisero i loro meriti con lui, mentre egli fece la stessa cosa, a riguardo del pacceka buddha incontrato nella foresta.

Il risultato di una cattiva azione verso il pacceka buddha

Dopo avere vissuto sino alla vecchiaia, l'uomo ricco e la sua sposa nacquero nel mondo dei deva, prima di venire al mondo, ancora, nel mondo umano, ai tempi del Buddha Kassapa, ognuno per conto suo. Il futuro Venerabile Maha Kassapa nacque in una ricca famiglia del regno di Bārāṇasī, la cui fortuna ammontava a 800.000.000 "valute" dell'epoca. La sua ex-sposa, in una famiglia, che godeva di una fortuna identica.

Un giorno, il due giovani a si sposarono. La donna era di una bellezza abbagliante,e non si smetteva di ammirarla. Una volta terminata la cerimonia nuziale, lei venne ad abitare nella casa dei parenti dello sposo. Quando costui le si avvicinò, rimase subito deluso; lei emanava, in modo naturale, un violento lezzo di escrementi. Non potendolo sopportare, egli la rimandò dai famigliari. Questo orribile odore, che rovinò la sua esistenza, non era che il risultato dell'azione che lei commise in passato, mettendo della melma fetida nella ciotola di un pacceka buddha. Lei si sposò successivamente ad altri sei uomini ricchi, che, allo stesso modo, la rimandarono, uno dopo l'altro, dai suoi genitori.

Quando Buddha Kassapa entrò nel parinibbāna, venne costruito un grande cetiya, per inserirvi le sue reliquie. La giovine donna vi si era recata, osservando la gente dedita alla sua edificazione. E si mise a pensare:

"Sono una donna estremamente bella, tuttavia impesto tutti con un terribile odore. A causa di questo, nessuno mi vuole; sono stata già cacciata dalle case di sette uomini. A quale scopo curarsi di codesta bellezza inutile? Quale vantaggio esiste di ornarsi con gioielli e collane? Tutto ciò è proprio inutile!"

Alla luce di tali conclusioni, ella vendette tutti i suoi gioielli, grazie ai quali potè guadagnare dell'oro per contribuire all'elevazione del cetiya. Appena espose agli altri partecipanti il suo desiderio di prendere in carico una parte dell'edificio, le venne affidata la sua sommità. Quando ebbe terminato il proprio compito meritorio, ella aggiunse quattro splendidi fiori di loto alla parte superiore del reliquario. Fece per tre volte il giro del cetiya, si prosternò rispettosamente ed espresse un desiderio:

"Possa io, nelle mie prossime esistenze, e sino al raggiungimento del nibbāna, emanare un delizioso odore, ed avere la bocca naturalmente profumata,come un fiore di loto!"

Il risultato dell'azione meritoria verso il cetiya

Il giovane uomo (il futuro Mahā Kassapa) pensando alla donna che aveva rimandata dai suoi genitori, chiese ai propri domestici di informarsi, per venire a conoscenza di dove vivesse, allora. Quando lo seppe, mandò un messaggero a cercarla. Allorché la giovane scorse il messaggero, restò stupita:

"Perchè siete venuto?

— Il vostro primo sposo desidera vedervi, e mi ha incaricato di portarvi a lui.

— Non posso venire; non ho che una collana e nessuna altro gioiello da mettermi. Ho venduto tutto per il cetiya di Buddha Kassapa."

Visto che il messaggero si era ripresentato da solo,l'uomo gli ordinò di tornare a cercarla, e di dirle che lui aveva da offrirle tutte le collane e tutti i gioielli che desiderava. Stavolta, lei accettò di venirsene da lui. Giungendo, grazie al grande merito che aveva guadagnato per il cetiya di Buddha Kassapa, l'intera casa venne avviluppata da una deliziosa fragranza di cuor di loto. Quando l'uomo andò a prenderla, confessò la propria sorpresa:

"Come mai oggi emanate un meraviglioso profumo, mentre, prima, eravate pervasa da un così cattivo odore?

— Ho contribuito al cetiya di Buddha Kassapa."

L'uomo, riflettendo, pensò:

"Il sāsana ha il potere di rendere meraviglioso ciò che è disgustoso."

Questa conclusione accrebbe la sua fede e la sua confidenza verso il Dhamma. Per compiere egualmente un atto meritorio, fece costruire un largo bastione tutto attorno al cetiya, perché venisse protetto. Quando morirono per la vecchiaia, tutti e due rinacquero nel mondo dei deva.

La ricerca di un indumento dal tessuto morbido

Al termine della loro esistenza di deva, ognuno di essi rinacque come umano, nel regno di Bārāṇasī. La donna, come figlia del re, portava il nome di Bhaddakā, che significava:"Quella che non ci si stanca di guardare", mentre l'uomo fu il figlio del governatore di una borgata, situata, nè vicino, nè lontano dalla capitale, ed aveva il nome di Nandiya, che significa:"colui che viene apprezzato da tutti."

Un giorno, il givane Nandiya volle recarsi ad una grande festa, organizzata dalla sua borgata. E domandò alla madre che gli desse un abito, per l'occasione. Felice di poter fare contento il figlio, lei gli offrì un vestito, del valore di 1.000 "valute" dell'epoca. Insoddisfatto, il giovane lo trovò troppo ruvido. Lei, gliene dette un altro, dal valore di 2.000 "valute", ma il risultato fu lo stesso. Ansiosa di soddisfare il figlio, lei non esitò a spendere 10.000 "valute" per donargli un vestito sublime. Tuttavia, lui lo respinse egualmente, con il pretesto della fattura grossolana. Disperata, la madre disse al figlio:

"Sono veramente desolata, ma in casa nostra non esiste un solo abito, che sia talmente morbido e delicato, come desiderate, e neppure in tutto il regno! Se non siete soddisfatto, uscite e cercate di trovare, per conto vostro, un abito dal tessuto migliore!

— Inteso, andrò io stesso a individuare un vestito morbido al tatto."

Partendo, egli salutò rispettosamente i suoi genitori. Sua madre, gli espresse il proprio pensiero:

"Oh, figlio mio! Come vorrei vederti re del nostro regno e felice, nell'ottenere tutto ciò che desideri."

Lasciando casa propria, il giovane Nandiya partì verso la capitale. Quando vi giunse, si fermò nel giardino reale, posto all'esterno della città. Si allungò su di una grande pietra piatta, ed iniziò la propria siesta, nel bel mezzo del giardino. Giunta la notte, egli si trovava ancora addormentato. I suoi genitori pensavano che egli era andato a dormire presso degli amici.

Il nuovo re

Una settimana prima, il re era morto, e venne cremato, mentre una cerimonia funeraria venne celebrata in suo onore. Dato che il regno non poteva restare senza un re,si dovette, presto, trovarne un'altro. L'intera discendenza del sovrano era costituita solo da una figlia. Tuttavia, la tradizione esigeva un uomo per la successione al trono. I ministri del re si rimisero all'usanza che conveniva applicare in una tale situazione... Si attaccarono quattro cavalli alla carrozza "Phussa"; cioè, una carrozza che conteneva i cinque attributi reali, appartenuti al re: la spada corta, le calzature, il ventaglio, la corona e l'ombrello bianco. E, senza alcuno a bordo, venne lasciata andare, con i cavalli liberi di andare dove volessero. Le prima persona davanti alla quale si fossero fermati sarebbe stato il nuovo re.

Appena i cavalli furono sbrigliati, uscirono dalla porta est del recinto del palazzo, dirigendosi davanti a sè. Seguiva un convoglio di soldati, a dorso di elefanti, di cavalli, di carri ed a piedi. Assistendo anche essi allo spostamento della carrozza "Phussa", i deva desiderarono, con tutto il cuore, che i cavalli si fermassero davanti ad un uomo, degno di essere un buon sovrano per il regno. Quando i cavalli giunsero all'altezza del giardino reale, vi entrarono. E, arrivati accanto al giovane Nandiya, ancora profondamente addormentato, fecero tre giri attorno a lui, prima ancora di fermarsi, immobili.

I cavalli avevano fatto la loro scelta. Si chiamarono gli astrologi di corte, che esaminarono accuratamente i segni dei piedi e delle mani del giovane Nandiya, prima di dichiarare che egli aveva un eccellente karma, e che era in grado di governare il mondo intero. Tutti furono così felici, che l'intera corte venne invitata a recarsi in giardino, dove una grande festa venne improvvisata localmente. Il giovane Nandiya si svegliò quando le arpe, i flauti ed i tamburini si misero a suonare in suo onore. Molto sorpreso da tutto questo baccano, scoppiato attorno a lui, egli si inquietò:

"Che succede? Chi vi ha mandato, qui?

— Ci troviamo in questo posto per festeggiare il nostro nuovo re!"

Gli si spiegò tutto in dettaglio, senza interrompere la festa, che si trovava nel suo acme. Allo stesso tempo, venne celebrato la cerimonia del matrimonio, con la principessa Bhaddakā. E, quindi, il nuovo re e la nuova regina entrarono nel palazzo.

Il risultato dell'offerta del pezzo di tessuto

Molto felici di accogliere il nuovo re, i ministri gli offrirono un regalo di benvenuto: un abito dal valore di 100.000 "valute" dell'epoca. Tastando la stoffa del vestito, lungi dal restarne soddisfatto, il re esclamò:

"Questo tessuto è ruvido!

— (i ministri erano indispettiti) In tutto il regno non vi è un solo indumento che sia più morbido di questo, Sire.

— Il re precedente portava questo genere di vestiti?

— Sì, Sire, i suoi abiti erano simili a questo.

— Il re non aveva, quindi, un buon karma! A causa dei suoi magri kusala, doveva accontentarsi di costumi ruvidi come questo. Io rifiuto, invede, di indossarli".

Quindi, chiuse gli occhi, formulando un desiderio:

"Possa il risultato di ogni kusala che ho sviluppato nel passato, prodursi ora!"

Pronunciando questo augurio, versò una caraffa di acqua sulla terra. Improvvisamednte,quando ne ebbe vuotata la metà, verso est, apparve un vestito perfetto, la cui stoffa era di una meravigliosa morbidezza. Felici di potere ricompensare il nuovo re del suo immenso kusala, acquisito con la sua offerta di pezzi di stoffa al pacceka buddha nella sua precedente esistenza, furono i deva a fare apparire questo indumento. E non cessarono di offrire delle apparizioni... Mentre quello vuotava l'altra metà della caraffa verso sud, verso ovest e verso nord, apparvero, in ciascuna delle quattro direzioni, otto vetrine, con dei ripiani guarniti in sovrabbondanza di oggetti preziosi, di gioielli, di oro, di argento, di tessuti, di cibo e di ogni sorta di cose. Quando il re si serviva, gli espositori tornavano a riempirsi subito, in maniera inesauribile. Ogni volta che il re batteva su di un gong, per invitare la gente del popolo a venire a servirsi, trentadue espositori, ripieni di cose preziose ed utili, uscivano dalla terra, ai quattro punti cardinali. Da tutto il regno vennero a servirsi a questa sorgente inesauribile, grazie agli innumerevoli atti meritori trascorsi del re Nandiya. Nessuno aveva più bisogno di lavorare, perché tutte le cose necessarie apparivano spontaneamente.


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info su questa pagina

Origine: Opera francese

Autore: Monaco Dhamma Sāmi

Traduttore: Guido Da Todi

Data: Gennaio 2004

Aggiornamento: 29 settembre 2011