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riassunto della pagina

Il malevolo Māra è entrato nel ventre del Venerabile Moggalāna, per il piacere di perseguitarlo. Per dissuarderlo, il nobile monaco gli ricorda che molto tempo prima egli fu suo zio.

Gli racconta che, proprio come lui, non pensava ad altro che a corrompere la virtù dei monaci e quali furono le spiacevoli conseguenze che ne seguirono.

L'oppressione di Māra al Venerabile Mahā Moggalāna

I crampi allo stomaco da parte di Māra

Quando buddha dimorava nella città di Saṃsumāragiri, il Venerabile Mahā Moggalāna abitava tranquillamente nel suo kuṭī, sul fianco della montagna. Mentre stava tranquillamente facendo la sua camminata meditativa, il nocivo deva Māra, con l'aiuto dei suoi poteri psichici, si fece piccolo ed entrò nel suo ventre, per opprimerlo. Poichè il nobile monaco provò, all'improvviso, dei violenti dolori al ventre, si chiese:

"Come mai questi dolori, così forti ed improvvisi? Forse ho mal digerito? Mi allungherò per un istante, e tutto mi passerà, di sicuro."

Malgrado il Venerabile Mahā Moggalāna si sdraiasse, le sofferenze peggiorarono ancora. Comprendendo che stava accadendo qualche cosa di anomalo, egli, allora, esaminò il suo ventre, con l'aiuto dei propri poteri psichici, per i quali era il più abile del saṃgha. E scoprì immediatamente Māra, a cui si indirizzò così:

"Hey, Māra! Sappiate che Buddha mi considera come suo figlio. Se voi opprimete un figlio di Buddha è come se lo faceste a lui stesso. Cessate, dunque, immediatamente, di agire come state facendo, altrimenti vi preparerete delle conseguenze disastrose. Uscite immediatamente dal mio ventre!"

Convinto che il monaco non lo potesse vedere, Māra credette che quello lo accusasse a caso, senza potere verificare la sua presenza nel proprio ventre. Così, rimase silenzioso ed immobile nello stomaco dell'aggasāvaka (nobile discepolo di Buddha),il quale aggiunse:

«Hey Māra! So perfettamente che vi trovate là. Uscite, presto!"

Stavolta, il malvagio spiritoso si sentì smascherato. E finì per uscire. Tuttavia, determinato a disturbare il Venerabile Mahā Moggalāna, persistette a rimanere sul posto, nascondendosi, addossato dietro la porta del kuṭī. Il Venerabile Mahā Moggalāna gridò:

"Vi vedo! Vi vedo!"

Dubitando ancora di quanto diceva il Venerabile Mahā Moggalāna, il parassita Mara credette che non lo si potesse osservare e rimase tranquillamente nel suo nascondiglio.

Il sermone del Venerabile Mahā Moggalāna a Māra

Comprendendo che Māra non era ancora disposto a lasciarlo tranquillo, il nobile venerabile decise di rivolgergli un sermone:

«Māra! Moltissimo tempo fa, ero, come tutti voi, un deva malvagio. Mi chiamavo Dussī, ed avevo una sorella minore, di nome Kālī, di cui voi siete il figlio. E , dunque, siete anche mio nipote. A quel tempo, non pensavo che a fare del male, e ad importunare tutti. Ai tempi del Buddha Kakusandha, disturbavo i monaci. Facevo in modo che la gente criticasse i monaci. Mi trasformavo in donna, all'insaputa di tutti, e scivolavo a fianco di monaci addormentati; fatto che non mancava di provocare numerose critiche aperte, da parte della gente. Così, creando molte cattive disapprovazioni e pensieri, riguardo a nobili monaci, molte persone rinascevano nei mondi inferiori, per causa mia, e questo fatto mi faceva gioire. A causa dei giganteschi akusala che io creavo senza posa, ho enormemente sofferto quando dovetti subirne le conseguenze. Un giorno, Buddha Kakusandha riunì i monaci, per dire loro:

"Il deva Dussī agisce per corrompere il saddhā della gente. Rimanete, dunque, molto prudenti ed evitate di sviluppare delle cattive intenzioni. Costruite nobili sforzi, che sono mettā karuṇa muditā e upekkhā."

I monaci si disciplinarono, come il Perfetto aveva insegnato. In poco tempo, alcuni divennero arahant. Pur tentando di sopprafare questi monaci in tutti i modi possibili, non riuscii mai a prostrarli, perché erano degli arahant. Per tale ragione mi sono attaccato ad altri monaci. Ho fatto di tutto affinché loro beneficiassero di una sovrabbondanza di cose, sperando, in tal modo, di corromperli, attraverso l'attaccamento al conforto materiale ed alle proprietà fisiche, fino a spingerli a riprendere la vita laica. Per riuscirci, prendevo l'apparenza di un monaco, e percorrevo il cielo, volando, sotto gli occhi della gente, allo scopo di suscitare, da parte loro, un'intensa venerazione per il saṃgha. Galleggiando in cielo, restavo seduto, dormivo, cucivo la mia veste. La gente ne fu così ammirata, da offrire un colossale numero di oggetti al saṃgha. Quando questi donatori morirono, rinacquero nel mondo dei deva. Buddha riunì, allora, i monaci, per dire loro:

"O Monaci! Avete beneficiato di un considerevole numero di oggetti, perchè il deva Dussī ha sollecitato la gente ad offrire, senza freni, provocando in essi una estrema ammirazione per il saṃgha. Per non sviluppare attaccamento verso queste cose senza valore, praticate la contemplazione sui cadaveri! Per non sviluppare dell'attaccamnento per il cibo, che vi è stato offerto in grande qualità ed alta qualità, praticate la contemplazione sul nutrimento!"

Allorchè questi monaci lo fecero, divennero tutti arahant.

Nota: La contemplazione sul cibo consiste, per il rinunciante, nel non sviluppare il desiderio, grazie alle seguenti prese di coscienza: il cibo ha il solo ruolo di alimentare il corpo; e deve venire consumato in modo ragionevole e regolare. Non deve essere utilizzato per il piacere, per il suo gusto, o per l'estetica del corpo. Esso non possiede sulla di desiderabile, poichè, se non è utilizzato, imputridisce presto; mentre, allorché viene mangiato, si trasforma rapidamente in escrementi ed urine ripugnanti e pestilenziali.

Per quanto facessi, i miei fastidi non avevano più alcun effetto sui monaci, poiché erano degli arahant. Ciò mi frustrava tanto, che fui sconvolto da un grande furore. Per tacitare tale collera, volli aggredire fisicamente uno di questi arahant. Mentre Buddha se ne andava, per raccogliere il suo cibo, seguito dal Venerabile Vidhura, presi possesso di un bambino. Disponendo liberamente del suo corpo, raccolsi una pietra e la lanciai violentemente sul Venerabile Vidhura, proprio sul suo cranio,provocandogli una ferita sanguinante. Quindi, scappai via presto, verso la mia abitazione, nel mondo dei deva. Questo solo atto provocò un gigantesco numero di akusala, per il fatto che egli era un arahant. Appena morto, sono rinato negli inferi, dove ho abitato per centomila anni.

Nipote Māra! Ecco perchè non bisopgna attaccare Buddha, il dhamma ed il saṃgha. Astenetevi dal mancare di rispetto a Buddha, astenetevi dall'offuscare il dhamma, astenetevi dall'opprimere i monaci! Altrimenti,proprio come il Dussī che io ero, subirete le atroci ed interminabili sofferenze degli inferi."

Spaventato dalle parole del nobile monaco, Māra se ne andò e non importunò mai più il Venerabile Mahā Moggalāna.


info su questa pagina

Origine: Opera francese

Autore: Monaco Dhamma Sāmi

Traduttore: Guido Da Todi

Data: Gennaio 2004

Aggiornamento: 29 settembre 2011