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riassunto della pagina

Buddha porta il suo fratello minore nel monastero, proprio appena questi si era sposato con una magnifica principessa...

l'entrata del Principe Nanda nel saṃgha

Il matrimonio del principe Nanda

Dopo tre giorni dell'arrivo di Buddha a Kapilavatthu, il re pensò:

«Non posso più contare su mio figlio maggiore, per la successione al trono, poiché è divenuto Buddha. D'altra parte, resta il mio giovane figlio Nanda. Gli farò cinque regali: un palazzo, una cerimonia di pettinatura, una corona, un matrimonio, ed un ombrello.»

Nota: I cinque regali del re Sudoddhana a suo figlio Nanda...1) Un palazzo: palazzo principesco, con tutti gli elementi che si trovano in un palazzo; come un grande giardino, delle guardie per la sicurezza, dei viveri in abbondanza, pronti ad ogni necessità quotidiana, ecc.; 2) Una cerimonia di pettinatura: confezione di una pettinatura particolare, riservata ai futuri re, con la quale i lunghi capelli sono arrotolati al di sopra della testa, in una specie di chignon; 3) Una corona: l'incoronazione del principe ereditario; 4) un matrimonio: matrimonio con l'incantevole principessa Janapadakalyāṇī; Un ombrello: ombrello bianco, attributo che simboleggia la natura regale.»

I cinque regali vennero fatti in quello stesso giorno. Proprio mentre si stava celebrando l'incoronazione, Buddha, che compiva la sua colletta per il cibo, giunse al palazzo e si mise di fronte al pubblico, sotto il maṇḍapa, che era stato elevato per le cerimonie dei cinque regali del principe Nanda. Dette un insegnamento sul maṅgala. Dopo, si alzò e partì per il suo monastero. Il principe Nanda portava un sì profondo rispetto per il suo nobile grande fratello, che non osò assolutamente dare la sua ciotola a qualcun altro. La portò lui stesso, seguendo il Beato; ma, credendo, tuttavia, che egli se la sarebbe ripresa, arrivando all'esterno del grande riparo. Ora, non accadde proprio così: Buddha continuò il suo cammino. Il principe Nanda credette, allora, che suo fratello recuperasse la propria ciotola, uscendo dal recinto del palazzo. Oltrepassando la grande porta, il Beato proseguì per la sua strada, come se non fosse nulla. Più tardi, per strada, sempre seguendo il suo grande fratello, con la ciotola sulle spalle, tenuta con tutte e due le mani, pensò che egli l'avesse semplicemente dimenticata. Appena gli passò davanti, mettendo la scodella ben in vista, notò che Buddha continuava a non prestargli attenzione. Fu, dunque, costretto a seguirlo, ancora.

Mentre tutti e due si allontanavano dal palazzo, delle serve corsero verso la principessa Janapadakalyāṇī, gridando:

«Buddha sta portando vostro marito nel monastero!»

Ascoltando queste parole, il sangue della regina si arrestò, e dei grossi singhiozzi la scossero, immediatamente. Completamente sconvolta, ella corse alla finestra, urlando, con la voce spezzata dal dolore, a suo marito, che vedeva allontanarsi:

«Mio beneamato Nanda! Non restate a lungo nel monastero! Ritornate presto!»

La voce afflitta della sua sposa ebbe l'effetto di un ago piantato nel cuore, sul principe Nanda. Quando giunsero al monastero, Buddha chiese al suo giovane fratello:

«Vi sentireste pronto a condurre la vita monacale?

— Sì, nobile fratello, sono pronto a condurre la vita monacale.»

Il giovane principe non era affatto preparato a fare vita da monaco e non lo voleva neppure. Aveva solo una cosa, in testa: vivere accanto alla sua affascinante principessa, appena sposata e dalla quale era stato separato, ancor prima della sua notte di nozze. Furono solo il rispetto ed il timore verso Buddha che lo spinsero a rispondere, in disaccordo con il proprio desiderio. Malgrado questo, Buddha chiamò il suo nobile discepolo Sāriputtarā, per integrare il proprio giovane fratello nel saṃgha, poiché sapeva che, malgrado quegli avesse, al momento, più la mente rivolta all'amore che alla rinuncia, le sue pāramī erano, tuttavia, assai mature perché potesse divenire un nobile monaco.

La nostalgia del Venerabile Nanda

Dopo essere divenuto monaco, il Venerabile Nanda rimase molto insoddisfatto della sua nuova condizione. Qualunque cosa facesse, ogni volta che si sedeva, che si sdraiava, o che mangiava, le frasi imploranti della sua giovane e bella sposa lo perseguitavano. Un giorno, Buddha andò ad abitare il monastero di Jetavana, ove lo accompagnò il Venerabile Nanda. Mentre si trovava lì, i suoi tristi pensieri restavano gli stessi. Un giorno, egli si confidò con i suoi compagni monaci, che dividevano con lui l'alloggio:

«Sono così infelice della mia vita da monaco. Sono stato costretto a seguire Buddha nel suo monastero, appena sposato con la splendida principessa Janapadakalyāṇī. Quando mi allontanavo dal palazzo, la sentivo piangere, mentre mi gridava:»Mio beneamato Nanda! Non restate a lungo nel monastero! Tornate presto!» Voglio ritornare al mio stato laico; c'è una vita da re che mi aspetta.»

Non sopportando più di vedere il loro compagno così infelice, gli altri monaci andarono a riferirne il discorso a Buddha. Una volta informato del malessere del suo giovane fratello, il Beato lo convocò:

«Mio caro Nanda, ho ascoltato che non vi piace restare nel saṃgha. E' così?

— Sì, Venerabile Buddha, vi confesso che non gradisco restare nel saṃgha.

— Per quale ragione non siete soddisfatto della vostra presenza nel saṃgha?

— Da che ho lasciato il palazzo, la voce spezzata dalla tristezza della mia giovane sposa non cessa di tornarmi in mente; questo fatto mi opprime terribilmente. Ecco la ragione per cui voglio lasciare la veste.

— Non siate inquieto. La vostra agitazione non durerà a lungo. Venite, dunque, con me: andiamo nella foresta.

Prendendo il suo giovane fratello per il braccio, Buddha lo condusse attraverso la foresta, fino a che giunsero in una zona lugubre, dove un incendio aveva bruciato ogni cosa al suo passaggio; rimanevano solo dei tronconi anneriti, dei rami ridotti in cenere e qualche sinistro animale. Là, videro una vecchia madre orribile, con la figura curvata e tutta storta, la pelle raggrinzita come un frutto marcio, gli occhi cadenti, come se fossero messi lì, sul vecchio volto orrido per far paura a chissà chi. Indicando lo spaventoso animale, Buddha chiese al suo giovane fratello:

«Che cosa è?

— E' una vecchia madre, Venerabile Buddha.

— Tra lei e la principessa Janapadakalyāṇī, chi è la più bella?

— (Il Venerabile Nanda si mise a piangere, tanto rimase contrariato.). Come potete parlare così crudelmente?

— Conosco in modo perfetto il vostro stato mentale, Nanda; e provoco volontariamente i vostri sentimenti, per aiutarvi a superarli. Non siate, soprattutto, irritato!»

Dopo questi antefatti, Buddha condusse il Venerabile Nanda nel mondo dei deva, nella sfera di Tāvatiṃsā, con l'aiuto dei suoi poteri psichici. Giunti che furono, essi presero una strada del mondo dei deva, che conduceva al palazzo del re: il palazzo Vejayantā. Quando vi giunsero, cinquecento devī passarono lentamente davanti ad essi, per recarsi al palazzo del re Sakka — il re dei deva — , onde onorarlo e servirlo. Queste devī erano di una grazia e di una bellezza abbaglianti, come mai si poteva immaginare riguardo alle femmine del mondo umano. Lo charme e la perfezione estetica che queste giovani ninfe irradiavano superava largamente ogni possibile descrizione. Vedendo il suo giovane fratello con gli occhi spalancati di stupore, paralizzato da quel fascino, completamente sedotto dalla potente bellezza, che radiava da ognuna di quelle cinquecento devī, Buddha lo interrogò:

«Nanda, queste devī vi sembrano belle?

— Oh, sì, mio nobile fratello. Non avrei mai potuto immaginare che una simile bellezza potesse esistere!

— Tra la principessa Janapadakalyāṇī ed ognuna di queste devī, chi è la più bella?

— Di fronte a queste squisite devī, la principessa Janapadakalyāṇī diventa simile alla vecchia , che abbiamo vista nella foresta bruciata, Venerabile Buddha.

— Praticate con sforzo, nel mio sāsana, se desiderate che queste devī vengano ad occuparsi di voi. Vi insegnerò come diventare una persona degna di ricevere la venerazione e la presenza di tante devī, quante ne ha questo re.»

La gāthā delle devī

Quando tornarono al monastero di Jetavana, Buddha gli rilasciò un insegnamento, a proposito delle tre caratteristiche (anicca, dukka e anatta; ossia, la fugacità, l'insoddisfazione e la mancanza del controllo su qualunque cosa). Da che le vide, il Venerabile Nanda fu pronto a tutto per avere delle numerose devī, solo per lui. Buddha gli donò questa gāthā, a proposito delle tre caratteristiche, specificandogli che si trattava di una pratica destinata ad ottenere delle devī. In effetti, colui che si allena in questa pratica con successo, ottiene una tale saggezza, da divenire molto rapidamente arahant, e beneficia, così, della venerazione delle devī. Un arahant, non è — per definizione — più interessato alle devī; è per tale ragione che esse vengono facilmente a lui. Paradossalmente, è l'interesse di una cosa, che spinge ad adottare un'azione, che, poi, conduce al disinteresse della stessa. Molto motivato, il giovane monaco non cessò, né abbandonò la sua pratica, recitando continuamente questo «gāthā delle devī». Quando i suoi compagni monaci lo ascoltavano recitare questo gāthā, esclamavano apertamente, con aria di derisione:

«Ah! Si direbbe che Buddha gli abbia dato il gāthā delle devī»!»

Vergognoso, il Venerabile Nanda andò a nascondersi in un posto, da cui non lo si poteva più ascoltare, per continuare, in tranquillità, il suo esercizio. Grazie ad una volontà e ad uno sforzo inflessibili, il giovane monaco raggiunse, un giorno, lo stadio di arahant. Constatando questo avvenimento, un deva si recò da Buddha, per manifestargli la propria gioia.:

«Oh, nobile Buddha! Siamo molto felici di avere potuto constatare che il vostro giovane fratello ha raggiunto l'estremità del mondo (alla liberazione dal saṃsarā).»

Al cadere della notte, il Venerabile Nanda venne lui stesso ad informare suo fratello Buddha del proprio successo:

«Oh, nobile Fratello! Sono riuscito a porre un termine al saṃsarā. Non ho più alcuna voglia di dévì (dunque, neppure di donne). Lasciate che mi feliciti con voi, per la vostra meravigliosa onniscienza.

— Se non desiderate più delle devī, allora ho raggiunto il mio scopo.»

Il Venerabile Nanda fu estasiato che Buddha gli avesse saputo dare l'istruzione che gli era necessaria. Ed il Beato proseguì, rilasciando una gāthā:

«L'arahant ha attraversato la fanghiglia dei piaceri sensoriali. Ha spezzato la spina che essi rappresentano. E' giunto al nibbāna, senza alcun lobha, dosa e moha. Non reagisce più alle cose sgradevoli, e neppure a quelle gradevoli.»

Tre giorni dopo che egli era divenuto arahant, i suoi compagni lo interrogarono:

«Venerabile, voi che eravate così triste in seno al saṃgha, e volevate tornare nel mondo laico, come state, adesso?

«Non sento il minimo desiderio verso la mia vita laica.»

Poiché i monaci non erano convinti di quanto avevano sentito, andarono ad interrogare Buddha, in proposito. Il Perfetto disse:

«Qualche giorno fa, il monaco Nanda era come una casa, con il tetto e le mura forate da ogni parte. Che lasciavano penetrare i raggi brucianti del sole, il vento glaciale della notte e la pioggia. Oggi,. è come una casa ben chiusa e isolata, attraverso la quale non possono filtrare i raggi brucianti del sole, né il vento glaciale della notte, né la pioggia.»

Il Beato fece delle seguenti parole una gāthā:

«Una casa con il tetto scoperto, che fa entrare la pioggia, è come uno yogī, che, negligendo il suo allenamento, lascia entrare il rāga (l'attaccamento, i kilesā) in lui. Una casa dal tetto bene isolato, che non lascia filtrare una goccia di pioggia, è come uno yogī che, essendosi educato con forza e perseveranza, non permette più che rāga entri in lui.»

A quel punto, tutti i monaci presenti divennero ariyā: certuni, sotāpana; altri sakadāgāmi, altri ancora anāgāmi ed i resto arahant.


info su questa pagina

Origine: Opera francese

Autore: Monaco Dhamma Sāmi

Traduttore: Guido Da Todi

Data: Gennaio 2004

Aggiornamento: 29 settembre 2011