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riassunto della pagina

Buddha si trova sul punto di terminare la propria esistenza. Malgrado la sua cattiva salute, allo scopo di insegnare ancora il verbo a qualcuno, effettua un ultimo viaggio, durante il quale fa l' ultimo pasto.

Per i numerosi monaci che lo seguono in questo suo ultimo viaggio, si tratta dell'occasione per beneficiare di numerosi e preziosi insegnamenti.

Il parinibbāna di Buddha (1)

L'incitamento di Māra a sparire

Poco tempo dopo il parinibbāna (estinzione definitiva dei fenomeni fisici ed mentali) del Venerabile Mahā Moggalāna, quando Buddha dimorava a Rājāgaha, egli si recò a Vesālī, costeggiando il Gange. Giungendo a Vesālī, raccolse il suo pasto, davanti alle case, prima di consumarlo. Quindi, andò verso est della città, presso il cetiya Cāpāla, accomnpagnato dai suoi discepoli. E si rivolse al Venerabile Ānandā, che gli stava accanto:

"Ānandā! Vesālī è un luogo eccellente! E' molto sano e piacevole per viverci. Anche questo cetiya è un buon posto. Gli arahant, che hanno sviluppato i quattro iddhipāda (i quattro mezzi di realizzazione, che sono: la volontà, lo sforzo, la coscienza e la saggezza) ed i sette fattori di risveglio (l'attenzione, l'investigazione nella realtà, lo sforzo, la gioia, la calma, la concentrazione e l'equanimità), se desiderano vivere sino alla speranza di vita, o anche di più, hanno, qui, un luogo molto propizio. Faccio parte di quegli arahant che hanno sviluppato i quattro iddhipāda ed i sette fattori di risveglio. Così, se dimorassi qui, potrei raqggiungere la speranza di vita (che era di cento anni, a quell'epoca); o, anche, superarla."

Benchè Buddha ripetesse per tre volte di seguito questo proposito, il Venerabile Ānandā rimase del tutto silenzioso, dopo di esse. Erano parole destinate a ricevere, da parte sua, una sollecitazione a vivere di più, come:

"Oh, nobile Buddha! Rimanete! Vi chiedo di vivere vicino a Vesālī, per beneficiare di un'esistenza tanto lunga, come la speranza di vita; o, anche, più durevole. Potreste, così, insegnare per molto tempo ancora il dhamma, alle persone che rimangono, numerose, ad errare nell'universo!"

Malgrado il suo silenzio, questa fu la frase che egli voleva esattamente pronunciare, per rispondere al Beato, verso il quale provava tanto amore ed attaccamento. Tuttavia, il nocivo Māra, augurandosi solo la scomparsa di Buddha, glielo impedì. Egli rimpicciolì la sua mano e la introdusse nella bocca del servitore Ānandā, sino a riuscire ad afferrarne le corde vocali, che serrò tra le dita,impedendogli ogni parola. Non avendo visto Māra, il monaco rimase incapace di parlare, senza capire cosa gli stesse succedendo. Dopo avere constatato il silenzio del suo discepolo, Buddha si allontanò, andando a sedersi sotto un albero, situato non molto lontano dal cetiya Cāpāla. E mandò il Venerabile Ānandā a cercare dell'acqua, per estinguere la propria sete. Nel frattempo, Māra giunse davanti al Beato e lo pregò di mettere fine alla sua esistenza:

"Gotama! Non attendete ancora! Spegnetevi tranquillamente nel parinibbāna! Ve lo aveva già proposto, in passato.

— Māra! Io vi risposi che non sarei entrato nel parinibbāna, fino a che non vi fossero stati sufficienti arahant ed individui capaci di insegnare il dhamma in a questo mondo.

— Oggi, vi sono molti arhat ed esseri in grado di insegnare il dhamma. Anche le monache sanno insegnarlo, come pure numerosi laici. Potete, perciò, iniziare tranquillamente il vostro riposo. Spegnetevi nel parinibbāna!

— Non preoccupatevi! Ben presto scomparirò. Fra tre mesi svanirò nel parinibbāna."

L'annuncio del giorno del parinibbāna

Per gestire la propria salute, Buddha aveva l'abitudine di sperimentare del lunghi samāpatti in nibbāna, o negli jhāna. Se sono frequenti, questi assorbimenti hanno la virtù di assicurare una lunga vita. Ma, oramai, egli non li avrebbe più ripetuti. Appena stabilì il momento della sua sparizione nel parinibbāna, la Terra si mise a tremare. Quando il Venerabile Ānandā, con le corde vocali libere, assistette a questo terremoto, domandò a Buddha:

"Perchè la Terra ha sussultato?

— Vi sono otto ragioni per le quali la Terra trema.

  1. Quando l'acqua terrestre si muove. Sotto la terra, vi è dell'acqua. Sotto l'acqua, dell'aria. Quando quest'ultima si muove, lo fa anche la terra.
  2. Quando un essere con poteri abhiñña fa tremare la terra.
  3. Quando un buddha (onnisciente) giunge, durante la sua ultima esistenza, al momento del concepimento.
  4. Quando nasce un buddha.
  5. Quando un buddha perviene al risveglio.
  6. Quando un buddha dà il suo primo insegnamento.
  7. Quando un buddha fissa il momento del suo parinibbāna.
  8. Quando un buddha si spegne nel parinibbāna.

Il Venerabile Ānandā chiese al suo maestro di vivere più a lungo:

"Oh, nobile Buddha! "O nobile Buddha! Rimanete almeno sino al termine dell'āyukappa. Non sparite così presto!

— Non chiedetemi questo! Vi ho dato per tre volte di seguito l'occasione di domandarmelo. Questo è stato un vostro errore. E' troppo tardi per suggerirmi di restare qui, e prolungare la mia vita, sino all'āyukappa, o ancora oltre. Se me lo aveste chiesto durante una di queste tre occasioni, avrei accettato. Avrei rifiutato per le prime due volte, e finito per accondiscendere la terza volta. Se me l'aveste suggerito soltanto una, o due volte, non avrei mai corrisposto. Poichè lo avete fatto solo una volta, a più forte ragione non posso accettare. Quando un buddha onnisciente arresta la sua durata di vita, non ritorna più. Andiamo a Vesālī, al monastero Mahāvana!"

Nota: Un buddha è tradizione che viva una durata di esistenza equivalente a circa la metà della speranza di vita del suo tempo, addizionata ad un terzo di questa speranza (ossia, circa l'83%). Gotamo Buddha avrebbe vissuto sino all'età di ottanta anni; che corrispondono all'ottanta per cento della speranza di vita del suo tempo.

Quando furono giunti a Vesālī, il Beato chiese al suo fedele servitore titolato di riunire tutti i monaci, che dimoravano nei dintorni della città. Allorchè tutti furono raggruppati, Buddha si indirizzò a loro:

"Oh, monaci! Ho terminato di insegnare il vinaya, il suttanta e l'abhidhamma. Dedicatevi diligentemente allo sviluppo di questi dhamma! Senza mai rilassare i vostri sforzi, studiateli, praticateli, ed insegnateli. Fino a che farete questo, il sāsana durerà. Da qui a tre mesi mi estinguerò nel parinibbāna."

Ascoltando queste parole, i monaci si rattristarono molto; come pure quelli che non erano presenti, quando appresero, a loro volta, questa notizia (al di fuori degli arahant e degli anāgāmi, visto che essi pongono fine ad ogni sentimento di tristezza). Vennero, allora, tutti accanto al Beato, per servirlo nuovamente, prima che sparisse per sempre, salvo uno solo di essi: il Venerabile Dhamma Rāma. Poichè questo monaco non si era recato presso Buddha, gli altri sospettarono che egli non gli fosse devoto. Quando ne informarono il Beato, costui conosceva le ragioni del fatto. Tuttavia, sempre rimandendo in silenzio, egli lo fece chiamare, perchè le spiegasse lui stesso agli altri membri del saṃgha. Quando il Venerabile Dhamma Rāma giunse, Buddha gli ingiunse di prendere la parola, per chiarire le ragioni della sua assenza:

"Oh Venerabili! "O Venerabili! Poichè il nostro nobile Buddha sparirà fra tre mesi, ho reputato che il miglior modo di onorarlo fosse quello di realizzare lo stadio di arahant, prima del suo parinibbāna.

— (Buddha) Sādhu! Sādhu! Sādhu! (Eccellente!). Chi rispetta il mio insegnamento deve seguire l'esempio del Venerabile Dhamma Rāma. Quelli che mi onorano sono coloro che praticano la mia dottrina!"

Tre mesi dopo, Buddha andò a raccogliere il suo pasto, accompagnato dal Venerabile Ānandā. Una volta finito di mangiare, Buddha ed i suoi monaci si incamminarono per un lungo viaggio a piedi. A quei tempi, il Venerabile Rāhulā (suo figlio) e la Venerabile Bhabbakañcanā (la madre di suo figlio, ex principessa Yasodharā) erano morti da tempo, e i due aggasāvaka, i Venerabili Sāriputtarā e Mahā Moggalāna, recentemente spirati nel parinibbāna. Riguardo a questo viaggio, Buddha era accompagnato dal suo fedele servitore titolato, il Venerabile Ananda, e da numerosi altri monaci.

Lungo l'intero tragitto, il Beato fece numerosi sermoni ai suoi discepoli, molti dei quali trattavano del comportamento che dovevano adottare i monaci, per assicurare una lunga esistenza al saṃgha. Egli raccomandò loro, diverse volte, di mettere costantemente in pratica gli insegnamenti che aveva dato loro. Uno dei sermoni da lui espressi nell'occasione, invitava ognuno a sviluppare i sette fattori di risveglio; un altro parlava delle quattro maniere di verificare se un magistero fosse di Buddha, oppure no, comparandolo al vinaya ed al suttanta (assieme dei sermoni di Buddha e dei suoi principali discepoli). Rammentò, pure, a diverse riprese, il cuore della pratica del dhamma: gli otto maggaṅga (gli elementi inevitabili della via che porta alla liberazione), che corrispondono a sīla, samādhi e pañña (la virtù, la concentrazione e la saggezza), e che, una volta pienamente realizzati, pongono un termine definitivo a tutte le sofferenze.

L'ultimo pasto

Durante il loro giro, partiti da Rājāgaha e dopo essere passati dal villaggio di Bhaṇḍu, il Beato ed i suoi discepoli giunsero alla città di Pāvā, dove incontrarono il figlio di un gioielliere sotāpana (individuo pervenuto al primo stadio della realizzazione del dhamma), chiamato Cunda, anche lui gioielliere, il quale li invito a stabilirsi nel suo giardino di manghi, prima di proseguire il loro viaggio. Questo gioielliere aveva l'abitudine di ospitare i monaci di passaggio, onde permettere loro di riposarsi nel suo giardino. Quindi, Cunda invitò Buddha ed il saṃgha per il pasto dell'indomani. Egli preparò diverse pietanze, tra cui della carne di porco. Durante la cottura, i deva misero del cibo devico assieme al maiale, per Buddha, sapendo che si trattava del suo ultimo pasto. Al momento in cui si serviva il pasto al saṃgha, Buddha si rivolse al gioielliere:

"Cunda! Non offrite della carne di maiale ai monaci.Vi basti darla a me! E non nutrite nessuno con i resti di questo piatto! Distruggete questa carne e gettatela nel mare!

— Posso chiedervene la ragione, nobile Buddha?

— Al di fuori di me, nessuno potrà digerire tale cibo, senza rischiare di morire (all'eccezione di un Buddha, il cibo dei deva non è adatto a tutti gli esseri umani)."

Il dāyaka Cunda fece, dunque, come Buddha gli aveva raccomandato. Alla fine del pasto, Buddha insegnò il dhamma, e, subito, tutti tornarono a riposarsi nel giardino. Buddha ebbe una forte diarrea, durante la quale perdette molto sangue. Questo male nulla aveva a che vedere con la carne di porco, che aveva consumato durante il pasto. Essa, al contrario, gli fornì l'energia necessaria, senza la quale non avrebbe mai potuto proseguire il suo viaggio. Se non l'avesse mangiata, avrebbe, comunque, avuto lo stesso quelle perdite di sangue nelle feci; ma, sarebbe, probabilmente, spirato prima della fine della giornata.

Nota: Benché l'espressione pali "sūkara maṃsa" significhi, senza alcuna ambiguità, "carne di porco" (sūkara = porco; maṃsa = carne), i buddhisti vegetariani preferiscono tradurla con "funghi". D'altronde, esistono numerose traduzioni, che pretendono che Buddha sia morto a causa di questo cibo, cosiddetto avariato; fatto che può apparire grottesco, da parte di un ricco dāyaka, pieno di venerazione per il saṃgha, e da parte di deva. Sfortunatamente, sembrerebbe che molti si attestino su questo tipo di traduzione (per non trovare di meglio, generalmente), onde esporre la vita di Buddha.

La fermata per bere dell'acqua del Gange

Una volta convocato il saṃgha presso di lui, Buddha proseguì il suo viaggio, penosamente, a causa dei dolori che lo tormentavano da qualche mese, e che cominciavano a farsi sentire con forza. Il periplo conduceva Buddha ed i suoi discepoli verso la città di Kusinārāma. Dopo avere percorso un lungo tratto di cammino, il Beato ordinò che tutti si fermassero e, indicando un albero, annunciò:

"Sono stanco. Sistemate la mia doppia veste sotto questo albero; mi riposerò."

Quando Buddha si fu allungato, chiese a suo cugino Ānandā di andare a prendergli dell'acqua da bere dal Gange, che era l'unica sorgente liquida dei dintorni. Ma, poichè il grande fiume era stato percorso da un grande convoglio di carri e di bestie, quell'acqua, intorbidita dalla sporcizia, venne tanto smossa, che divenne sporca in modo particolare. Il Venerabile Ānandā ritornò verso Buddha, dicendogli:

"E' consigliabile che non beviate l'acqua del Gange, che è veramente imbrattata. Non lungi da qui scorre il fiume Kakudā, dove potrete bere dell'acqua migliore.

— Non fa nulla. Andate a prendermi dell'acqua nel Gange!"

Il Venerabile Ānandā insistette, ma Buddha gli ripetè per tre volte di andare ad attingere da bere nel Gange, e con una tale decisione che egli prese la ciotola del maestro e si rassegnò ad andare a cercare dell'acqua nel fiume disgustoso. Nello stesso momento in cui essa entrò nella ciotola, divenne perfettamente limpida, come se l'apertura del contenitore formasse un filtro, con grande sbalordimento del Venerabile Ānandā:

"Oh! "Oh! E' una cosa straordinaria! E' un miracolo! Le pāramī di Buddha sono veramente eccezionali!"

Felice del fenomeno, portò al suo nobile maestro questa acqua pura, con la quale Buddha ebbe la possibilità di dissetarsi. Un principe, di nome Pukkusa, discepolo dell'eremita Āḷāra – che fu il primo maestro del quale il rinunciante Siddharta adottò le istruzioni – si avvicinò a Buddha, per offrirgli due vesti. Fu allora che Buddha consigliò:

"Datemene solo una! Che l'altra vada al Venerabile Ānandā!"

Questo nuovo abito era sublime. Quando se ne rivestì, il Beato si mostrò di uno splendore abbagliante. Delle luci di sei colori, proprie ai buddha onniscienti, radiavano attorno a lui. Egli chiamò il suo servitore titolato:

"Ānandā! "Domani, entrerò nel parinibbāna, nella città di Kusinārāma, dove regna il governatore Mallā."

L'arrivo di Kusinārāma

Quando giunsero al fiume Kakudā, Buddha prese il suo ultimo bagno, prima di disporsi sotto un mango. Là, chiamò di nuovo il suo nobile discepolo:

"Ānandā! Il dāyaka Cunda sarà, di sicuro, molto turbato, immaginando che le mie perdite di sangue e la mia estinzione in parinibbāna siano state provocate dalla carne di porco che mi ha servito. Fategli sapere che, in tal caso, si sta sbagliando. Spiegategli bene quanto segue:

I pasti offerti ad un buddha, il giorno del suo risveglio (come fece la ricca Sujātā) ed il giorno del suo parinibbāna, producono molti più kusala che qualunque altro pasto; queste offerte risultano particolarmente benefiche per chi le propone. Il nutrimento che mi è stato dato durante ognuno di questi giorni è stato, per me, una sorgente di alta energia.

Ed ora, andiamo!"

Quando Buddha ed i suoi monaci giunsero a Kusinārāma, entrarono nel parco del governatore Mallā. Appena il Beato scorse un letto, coperto d'oro e ornato di pietre preziose, sul quale il governatore Mallā era abituato a riposarsi, egli chiese al Venerabile Ānandā di disporlo tra due piante (shorea robusta), con il capezzale rivolto al nord. Mentre collocava il letto tra le due piante, il Venerabile Ānandā si mise a piangere.

"La principale ragione che spinse Buddha a venire in questa piccola città, per entrare nel parinibbāna, malgrado la gravità della sua malattia e la sua grande fatica, fu un asceta, che era abbastanza maturo per realizzare il dhamma. Non mancava a questo asceta, ancora sotto l'influenza di punti di vista errati, che un breve insegnamento, che Buddha decise di dargli. Ma, il Venerabile Ānandā gli fece rimarcare:

"Oh, nobile Buddha! Kusinārāma è una città piccola. Al contrario, Sāvatthi è grande. Là vive un gran numero di vostri discepoli e di vostri dāyaka, come pure molte persone che vi ammirano con un'infinita venerazione. Ed è lo stesso per città come Rājāgaha, Kosambī, Bārāṇasī, Kapilavatthu... Perchè non vi recate in uno di questi luoghi per entrare nel parinibbāna?

— Ānandā! Non pensate che Kusinārāma sia una città senza importanza! In passato, numerosi kappa fa, quando fui re del mondo, la mia capitale, in questo stesso luogo, si chiamava Kusavatī.

Il vero omaggio a Buddha

A questo punto, Buddha espose il sutta Sudassanacakkavatti, che spiega la pratica che debbono seguire coloro che destinano se stessi a divenire re del mondo, in una futura esistenza. Questo sutta racconta anche il percorso seguito da Buddha medesimo, in passato, quando fu il re del mondo. Quindi, egli si allungò sul suo lato destro, mentre tutti i salici del giardino si coprirono di fiori, lasciando cadere una moltitudine di petali, come se fossero della neve. Dappertutto, si aprivano dei fiori, malgrado la stagione non si prestasse a questo fenomeno. Anche i deva ed i brahmā offrirono dei fiori giganti, che caddero, delicatamente, dal cielo, prima di disseminare il suolo del giardino, attorno al Beato, che si era appena disteso, per l'ultima volta. Mentre tutti rendevano un omaggio risplendente a Buddha, grazie ai fiori di una notevole bellezza, il cui profumo stregava la città, costui spiegò al suo nobile servitore Ānandā:

"Ānandā! Quanto state vedendo non rappresenta ancora il vero omaggio che mi può essere fatto. Vi sono due modi per rendermi omaggio: quello materiale e quello dhamma. Il vero, non è di offrirmi delle belle cose. Ma, di sforzarsi nobilmente nella pratica del dhamma. Ecco il migliore omaggio che mi si può rendere.

Il mahāthera Upavāṇa faceva vento a Buddha. Affinchè si mettesse al suo lato, Buddha gli ordinò:

"Spostatevi! "Non rimanete davanti a me!

— (Il Venerabile Ānandā) Oh, nobile Buddha! Prima che io divenissi il vostro servitore titolato, il mahāthera Upavāṇa aveva ricoperto questo compito durante i vostri primi venti vassa. Vi serviva da mangiare e si prendeva una buona cura di voi. Perchè, oggi, lo mandate via così?

— Ānandā! Non ho nulla contro il mahāthera Upavāṇa. In questo momento, una moltitudine di esseri viene da ogni parte dell'universo per vedermi un'ultima volta e per rendermi omaggio. Questo mahāthera ha un corpo imponente. Mentre stava accanto a me, impediva agli altri di vedermi. Se queste numerose persone – monaci e laici – e deva non mi avessero potuto vedere, a causa del dorso largo del mahāthera Upavāṇa, essi lo avrebbero, di sicuro, criticato, facendo così nascere degli akusala." Ecco perchè l'ho mandato via da dove si trovava.

Così, benchè immersi in una grande tristezza, tutti ebbero la gioia di rendere omaggio al Beato.

La questione dei monaci rispetto alle donne

Il Venerabile Ānandā pose una domanda a Buddha:

"Oh, nobile Buddha! Se una donna si avvicina a noi (i monaci), come dobbiamo comportarci?

— Ānandā! I monaci sono tenuti a restare nel loro vihāra. In tal modo, le femmine non verranno. E, così, essi non faranno nascere dei kilesā – propri al desiderio provocato dalla vista di una donna. Restate, quindi, là, dove non potrete vedere delle femmine.

— Quando noi andiamo a raccogliere del cibo al villaggio, possiamo incontrarle. Cosa fare, in tal caso?

— Se incrociate una donna, non le parlate! Se voi lo farete, rischierete che nascano delle affinità con lei, e, di conseguenza, potrebbe apparire dell'attaccamento. Ciò danneggerebbe il vostro sīla.

— Vi è la possibilità che una donna ci rivolga la parola. Ad esempio, se una di esse ci fa domande a riguardo del dhamma,come dobbiamo comportarci?

— Se una donna vi pone delle domande, fate così... Se ha l'età per essere vostra madre, consideratela come vostra madre! Se ha l'età per essere vostra sorella, consideratela come vostra sorella! Se ha l'età per essere vostra figlia, consideratela come vostra figlia!"

Nota:Buddha non ricordò al Venerabile Ānandā che un monaco è tenuto ad avere costantemente gli occhi rivolti verso il basso, quando si trova in zone abitate. Il suo servitore già lo sapeva, dato che tale punto costituisce una regola del vinaya (sekhiya 7 ed 8)

La procedura della cremazione

In seguito, il Venerabile Ānandā si informò sulla procedura del trattamento del corpo del suo maestro, una volta che quest'ultimo fosse spirato:

"Venerabile Buddha! Quando sarete svanito nel parinibbāna, in che modo ci dovremo occupare del vostro corpo?

— Ānandā! I brahmā, i deva e le genti vorranno probabilmente cremare il mio corpo. Prima di farlo, avvolgetelo in cinquecento tessuti di grande qualità. Quindi, fatelo sistemare in un contenitore d'oro. Ergete un rogo di legna profumata. Questa è la procedura di cremazione dei re del mondo, che è valida anche per i buddha onniscienti. Una volta incenerito il mio corpo, recuperate le mie reliquie dalle ceneri ed incastonatele in cetiya, che saranno costruiti per l'occasione. I deva e la gente potranno così rendere omaggio ad esse. Ciò permetterà loro di sviluppare dei meriti. Vi sono quattro tipi di persone degne di beneficiare di un cetiya, onde si possa offrire loro un omaggio: un buddha onnisciente, un pacceka buddha, un arahant ed un re del mondo (benchè un "re del mondo" sia un puthujana – una persona ordinaria – tuttavia è un individuo che beneficia di un karma eccezionale)"

A questo punto, il Beato, che si trovava sempre in una posizione allungata, entrò nella tranquillità degli jhāna. Da quel momento, il Venerabile Ānandā volle piangere. Pensò:

"Il nostro nobile Buddha sta per estinguersi. Domani, non sarà più qui a darmi delle raccomandazioni. Non ci sarà più nessuno ad insegnarmi il dhamma, ed a rispondere ai miei quesiti. Non potrò mai più venerarlo."

Non riuscendo a ricacciare indietro le sue lagrime, se ne andò via, per piangere senza essere visto. Poichè il Venerabile Ānandā era solo sotāpana, aveva ancora tutti i kilesā, legati al dispiacere.

Le qualità del Venerabile Ānandā

Quando Buddha terminò i suoi jhāna, domandò al saṃgha dove fosse il suo nobile servitore titolato:

"Dov'è Ānandā?

— Il Venerabile Ānandā si è isolato per piangere, Venerabile Buddha.

— Fatelo venirer qui!

— (in lacrime, arrivò il Venerabile Ānandā) Eccomi, nobile Buddha!

— Ānandā! Cessate di piangere. Non ne viene alcun vantaggio a farlo! Nell'universo, tutte le persone care agli esseri debbono morire, un giorno o l'altro; ciò è inevitabile. Nessuno può impedire al proprio corpo di perire. Ho già insegnato questo dhamma, Ānandā! Voi avete delle eccellenti pāramī. Allenatevi allo sviluppo di vipassanā! Se vi sforzate correttamente, diverrete presto arahant."

Ascoltando le parole di Buddha, il Venerabile Ānandā cessò di piangere. Buddha, allora, si rivolse a tutti i monaci:

"Oh, monaci! Ānandā è qualcuno dotato di quattro grandi qualità:

  1. Tutti coloro che incontrano Ananda, lo cominciano subito ad ammirarer, sia da vicino che da lontano.
  2. Fra tutti quelli che lo ascoltano insegnare il dhamma, non uno dice: "mi sono stancato di sentirlo"; non uno ne resta sazio. Tutti gli prestano attenzione, senza mai affaticarsi.
  3. Tutti apprezzano la voce di Ānandā; ognuno adora la sua eloquenza.
  4. Tutti coloro che sentono Ānandā insegnare il dhamma rimangono assai motivati a mettere le sue raccomandazioni in pratica. Ecco la quattro grandi qualità di Ānandā.

(rivolgendosi al suo servitore titolato...) Ānandā! Andate in città a cercare il governatore Mallā. Entrerò nel parinibbāna questa stessa notte, prima dell'alba. Chiedetegli di annunciarlo agli abitanti della città, in modo da permettere ad ognuno di rendermi omaggio in vita, e sì che nessuno possa dispiacersi di non essere venuto da me, prima."

Quando il governatore Mallā giunse a rendere rispettosamente omaggio al Beato, terminava il primo terzo della notte.

La questione dell'asceta Subhada

Poi, giunse l'asceta Subhada – per il quale Buddha aveva scelto di fare l'ultimo viaggio. Scorgendo, da lontano, il Beato, l'asceta si mise a pensare:

"Il rinunciante Gotama si spegnerà questa notte. Ho ancora delle domande da porgli. Andrò verso di lui."

Avvicinandosi al Venerabile Ānandā, gli chiese di condurlo da Buddha, per esprimergli qualche interrogativo. Pensando che Buddha fosse molto affaticato, e per la paura di opprimerlo, stordendolo di domande, il servitore titolato preferì rifiutare la richiesta dell'asceta. Malgrado la sua insistenza, ripetuta per tre volte consecutive, il Venerabile Ānandā non volle autorizzare la visita a Buddha. Ma, appena le parole insistenti dell'asceta pervennero alle sue orecchie, il Beato ordino al suo nobile discepolo:

"Ānandā! Lasciate che questo asceta venga da me! Se ha delle demande da farmi me le esponga pure!"

Quando l'asceta venne condotto presso il Perfetto, dal Venerabile Ānandā, lo interrogò, senza attendere:

"Rinunciante Gotama! Ho incontrato i rinuncianti Pūraṇakassapa, Makkhaligosāla, Ajita, Pakudhakaccāyana, Sañcaya e Nigaṇṭha (che erano i maestri religiosi più celebri del sotto-continente indiano, ai tempi di Buddha). Di questi rinuncianti, ognuno pretende, nel mondo, di essere un buddha perfettamente risvegliato. E' giusto questo? I loro rispettivi insegnamenti sono corretti?

— Subadha! Rinunciate ad una tale domanda! Non ho molto tempo. Ascoltate bene quanto vi sto per insegnare... In un sāsana (un insegnamento, una dottrina) che espone gli otto maggaṅga vi sono degli ariyā che si liberano dai kilesā. In un sāsana che non comporta gli otto maggaṅga, non vi sono – per definizione – degli ariyā. Sulla terra, fino a che esisteranno degli esseri che applicano gli otto maggaṅga, vi saranno degli arahant. Se gli otto maggaṅga non vengono più seguiti, non appariranno più degli arahant. Così, quando voi vi interrogate sull'esattezza di un insegnamento, considerate la cosa nel modo seguente: "Comporta gli otto maggaṅga? Non comporta gli otto maggaṅga?"

Buddha gli espose gli otto maggaṅga, in dettaglio.

Nota:Gli otto maggaṅga sono gli otto fattori che, quando riuniti, permettono, in modo diretto, lo sviluppo di vipassanā – la conoscenza della realtà. Tale allenamento, ripetuto in maniera sostenuta, manifesta lo sviluppo dei sette fattori di risveglio, sino al nibbāna – la realizzazione del dhamma – unica maniera di sradicare i kilesā. Gli otto maggaṅga: 1) la giusta comprensione (a proposito delle quattro nobili verità e delle tre caratteristiche);2) il giusto pensiero (pensiero libero da avidità, da gelosia, da malevolenza e da crudeltà);3) la giusta parola (astenersi dalle menzogne, dalla maldicenza, dal linguaggio volgare e dalle parole futili);4) la giusta azione (non uccidcere, non rubare, non tenere una condotta sessuale scorretta, non usare intossicanti; 5) giusti mezzi di sussistenza (guadagnare la propria vita in modo onesto e degno, evitando di commettere tutto quello che è nefasto); 6) giusto sforzo; superare ed evitare quanto è negativo, sviluppare e conservare quel che è positivo); 7) la giusta attenzione (osservazione del corpo, dei sentimenti, dello spirito e dei fenomeni); 8) la giusta concentrazione (il fissarsi della mente su di un oggetto solo).

Incantato dalle parole del Beato, l'asceta gli chiese immediatamente di prenderlo come discepolo. E, benché Buddha lo accettasse, gli precisò, tuttavia, una condizione:

"Subhada! Le persone che sono appartenute ad una setta titthi (eretica),e che desiderano unirsi al saṃgha, debbono osservare un periodo di probabzione preliminare di quattro mesi, prima di potere essere pienamente ammessi dagli altri membri della comunità.

— Preferirei seguire un periodo di quattro anni, se voi lo permettete, poiché vorrei essere totalmente accettato dai monaci!

— Poichè tale è il vostro desiderio, così sia! Ānandā! Ananda! Integrate Subhada nel saṃgha!"

Appena il Venerabile Ānandā ebbe fatto divenire Subhada un monaco, Buddha lo istruì allo sviluppo di vipassanā. Impaziente di mettersi al lavoro, il nuovo monaco non attese altro per cominciare il suo allenamento. Giunse molto presto allo stadio di arahant; poi, sviluppò egualmente gli jhāna ed i sei abhiñña. Il Venerabile Subhada fu l'ultimo monaco integrato e l'ultimo a divenire arahant, ai tempi di Buddha.


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info su questa pagina

Origine: Opera francese

Autore: Monaco Dhamma Sāmi

Traduttore: Guido Da Todi

Data: Gennaio 2004

Aggiornamento: 29 settembre 2011