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riassunto della pagina

Deciso a trovare un mezzo che ponesse fine alla sofferenza degli esseri, il giovane Siddhattha parte per la foresta, rinunciando a tutte le sue ricchezze.

Il rencontre de nombreux obstacles, mais grâce à son inébranlable détermination, il parvient à les franchir un à un.

la partenza per la foresta

Il disgusto per i piaceri dei sensi

Di ritorno al palazzo, quel lunedì di luglio 97 della Grande Era, il principe Siddhattha si diresse direttamente verso il salone principale, senza prendersi la pena di salire nella camera dove si trovavano la principessa ed il suo bebè. Una volta nel salone, si allungò sul vasto trono, riparato da un largo ombrello bianco. Di fronte ed ai lati del trono principale, delle giovani e belle donne danzavano; altre suonavano diversi strumenti musicali; altre ancora cantavano gradevoli melodie. Tutte erano riccamente vestite, accuratamente pettinate e gradevolmente profumate. Al contrario dei giorni precedenti, il principe non provò il minimo piacere verso queste forme di vita allegra. Le kilesā (impurità mentali) gli pesavano tanto che , per quanto minimi essi fossero, non accettava più di subirli. Restando insensibile al grazioso spettacolo delle danzatrici, alle delicate armonie dei musicisti e alla dolcezza melodica delle cantanti, egli si addormentò. Alla vista del principe addormentato, tutte le donne presenti nel palazzo, molto imbarazzate, non osavano più fare un movimento, per paura di disturbarne il sonno. Né osavano andarsene, perché non era stato dato loro l'ordine, in questo senso; restarono tutte, dunque, sul posto. E, mentre l'ora avanzava, chi era presente nel palazzo si addormentò lì dove si trovava.

Tutte dormivano immerse in un completo disordine: i corpi stavano sparpagliati in ogni angolo, rivolti in ogni direzione; le lingue pendevano, alcuni russavano, sbavavano, si lagnavano, parlavano nel sonno, masticavano, avevano la bocca tutta aperta; altre, si trovavano seminude, nell'incoscienza del sonno. Dopo mezzanotte, il principe si risvegliò. E contemplò lo spettacolo desolante che si mostrava al suo sguardo. Si trovò saturo di kilesā, e pure disgustato, accorato. Questa visione gli fece pensare ad un carnaio disordinato, ove i cadaveri fossero ammucchiati alla rinfusa. Un pensiero lo depresse:

«E dire che sono rimasto indifferente, immerso in questo mondo di piaceri sensoriali durante ventotto anni!»

La partenza dal palazzo

Il principe decise di realizzare al più presto la sua decisione di partire per la foresta. Discese in basso, nel palazzo, dove si trovava, tranquillamente addormentato, Channa, il suo fedele servitore. Questi dormiva davanti all'entrata del palazzo, facendo la guardia, acciocché nessuno venisse a disturbare il principe nel suo sonno. Giunto nella hall di entrata della sua dimora, il principe Siddhattha risvegliò Channa, e gli ordinò di andare a preparare Kaṇḍaka. Kaṇḍaka era il nome del cavallo principesco, dotato di un'intelligenza eccezionale. Preparato abitualmente dopo l'alba, Kaṇḍaka comprese che se gli si equipaggiava la sella di notte, era perché il futuro Buddha era pronto ad effettuare la sua partenza verso la foresta. Realizzando l'immensa importanza del ruolo che era in procinto di assumere, ebbe un nitrito di gioia, che si estese per tutta la città di Kavilapatthu. Affinché nessuno si svegliasse e non dovesse sospettare la partenza del principe, i deva impedirono che il potente nitrito giungesse alle orecchie degli abitanti addormentati della città.

Poco prima di partire, il principe chiese a Channa di attenderlo un istante vicino al suo cavallo. Poiché non aveva ancora visto suo figlio, che dormiva pacificamente nelle braccia della madre, volle prenderlo nelle sue. Tuttavia, pensò che la decisione non fosse ragionevole, date le circostanze: avrebbe corso il rischio di svegliare la principessa e, se tale fosse stato il caso, non sarebbe più potuto partire per la foresta. Trattenne il suo desiderio e se ne andò senza aver toccato il figlio. Si accontentò di pensare:

«Debbo partire senza ritardare. Quando avrò trovato quel che cerco, ritornerò. Allora, potrò rivedere mio figlio e sua madre.»

Uscendo, il principe di avvicinò a Kaṇḍaka (il suo cavallo), sussurrandogli nell'orecchio:

«Aiutami a partire per la foresta, affinché io possa compiere il compito che mi permetterà di offrire ad ogni essere la possibilità di frantumare la catena che li trattiene prigionieri nella sfera dei piaceri dei sensi.»

Il principe montò a cavallo, e Channa si aggrappò alla coda del cavallo. L'animale partì al galoppo in direzione della foresta. Affinché Buddha potesse andare verso la foresta senza trovare il minimo ostacolo, i deva fecero di tutto perché nessuno potesse sospettare alcunché. Ed assorbirono i rumori risonanti provocati dal galoppo del cavallo. Nel preciso momento in cui il principe giunse alla grande porta del recinto del palazzo, questa si aprì da sola, grazie all'opera dei deva.

L'intralcio Māra

Mentre il cavallo attraversava la città di Kapilavatthu, il deva Māra, della quinta sfera del mondo dei deva- chiamata Vasavattī — che significa "coloro che hanno la possibilità di fare apparire tutto ciò che vogliono" — si rivolse al principe:

«No! Non andate nella foresta! Perché volete cercare tanta difficoltà inutilmente? Se attenderete sette giorni, apparirà il veicolo che vi permetterà di fare il giro del mondo. Potrete, così, comandare il mondo intero. Rientrate, dunque, nel vostro palazzo!

— Hey, Māra! So molto bene che potrò beneficiare di questo veicolo, fra sette giorni. Questo non mi interessa assolutamente; ho rinunciato a tutto ciò che attiene alla sfera dei sensi, che mi disgusta come un volgare sputo! Non ho per nulla l'ambizione di essere re.»

Senza prestare attenzione a Māra, proseguì il suo cammino, attraversando tutta la città. Al momento di uscire da Savatti, provò un vivo desiderio di rivedere un'ultima volta la città dove aveva vissuto per tutta la sua vita. Per non fare perdere del tempo prezioso al giovane principe, i deva fecero in modo che la città girasse attorno a lui, così che lui la potesse vedere, in un colpo d'occhio, in tutti i suoi recessi, senza doversi spostare. Per aiutarlo a spostarsi verso la foresta, nelle migliori condizioni, i deva indicarono la strada ed illuminarono il cammino. Diffusero anche degli squisiti profumi e suonarono delle melodie incantevoli lungo l'intero tragitto, per evidenziare la loro venerazione verso il futuro Buddha.

Diretto verso ovest e per la lunghezza di trenta yūjanā, il viaggio terminò davanti ad un vasto fiume. Sempre aiutato dei deva, il cavallo lo attraversò in un solo salto. Quando si trovarono sull'altra riva, il giovane Siddhattha scese dalla sua nobile cavalcatura e domandò a Channa:

«Che nome ha questo fiume?

— Questo fiume si chiama Anomā (il fiume nobile), principe.

— Il luogo mi sembra molto propizio per rinunciare al mio stato di principe e per rivestire l'abito del rinunciante.»

A queste parole, il futuro Buddha dette tutti i suoi gioielli e le collane a Channa.

Il taglio dei capelli

Con l'aiuto della sua daga principesca, il giovane Siddhattha tagliò, in un colpo, la sua lunga capigliatura, e la lanciò in alto, verso il cielo, prendendo la seguente determinazione:

«Possano questi capelli non più ricadere in terra se io dovessi diventare Buddha (in questa medesima vita).»

Quando i capelli si trovavano in aria, il deva Sakka se ne impadronì. Fece ergere un cetiya per conservarli. Questo cetiya venne chiamato Sūḷāmaṇi. Infine, il brahmā Ghaṭikāra dette al giovani Siddhattha gli otto articoli di necessità, di ogni rinunciante: tre vesti, una ciotola, una cintura, un ago con del filo, un filtro per l'acqua ed una lama. Il brahmā Ghaṭikāra era un arahant, dall'epoca del Buddha Kassapa. A quei tempi, Siddhattha era l'amico di questo brahmā. Il giovane rinunciante abbandonò, allora, i suoi vestiti principeschi, che divennero l'oggetto di un cetiya, che venne chiamato Dussa, eretto nell'akanitta bhūmi la più alta sfera dei rūpa brahmā. E si vestì subito degli abiti dati dal brahmā. Da quel momento iniziò la sua vita monacale e prese il nome di Gotama.

Appena il giovane Siddhattha fu divenuto rinunciante, disse al suo fedele servitore:

«Channa, eccomi divenuto rinunciante. Partirò, da solo, nella foresta. Rientrate nel palazzo con Kaṇḍaka.

— Nobile rinunciante, voglio restare sempre con voi. Vorrei rimanere qui e anche io divenire rinunciante.

— No, Channa, dovete tornare al palazzo, per informare mio padre e mia madre della mia partenza per la foresta.»

Obbedendo all'ingiunzione del rinunciante, Channa e Kaṇḍaka si misero in marcia verso il palazzo. Appena ebbero attraversato il grande fiume, resosi conto che non avrebbe più rivisto Siddhattha, il cavallo principesco ne fu così rattristato, che mori immediatamente di dolore. Channa proseguì dunque il cammino, tutto solo. Abbondanti lacrime scorrevano sulle sue guancie, sino a che egli entrò a Kavilapatthu. Kaṇḍaka rinacque nel mondo dei deva.

Quando Channa si avvicinava al palazzo, vide il re, la regina, come anche l'intera corte, che attendevano ansiosamente fuori della cinta reale, con i tratti del viso distorti dall'inquietudine, mentre speravano che il principe ritornasse. Mentre Channa narrava la partenza del principe per la foresta, curando di non omettere alcun dettaglio, tutti si misero a piangere a calde lacrime, rotti dalla tristezza.

Il primo pasto raccolto con l'aiuto della ciotola a Rājāgaha

Molto vicino al fiume Anomā c'era una foresta di manghi, chiamata Aupiya, nella quale il rinunciante Gotama entrò, per trovarvi un posto conveniente alla sua pratica. Vi restò per sette giorni, prima di partire per il regno di Rājāgaha. Giunse, trenta yūjanā più distante (dunque, un mese più tardi), alla città dallo stesso nome.

Appena arrivato nella capitale del regno, il giovane rinunciante fece un giro, fermandosi per un istante davanti ad ogni casa che stava ai bordi del cammino, allo scopo di raccogliere il suo pasto quotidiano, con la sua ciotola. Qui, nessuno lo conosceva ma egli sprigionava una tale prestanza, radiava tanta purezza e tanta nobiltà, che tutti coloro che lo scorgevano vennero presi istantaneamente da un'ammirazione profonda e da una totale venerazione. Nell'intera città, tutti, molto rapidamente, parlarono della presenza, in quei luoghi, di un essere straordinario, radioso come la luce. Lo stesso Bimbisāra, il re del regno di Rājāgaha, intese parlare del giovane rinunciante. Interrogò i suoi valletti, voloendo sapere se si trattava di un deva, di un nāga, oppure di un essere umano. Per trovare dei chiarimenti, uno di essi venne mandato sul posto.

Quando il rinunciante Gotama terminò la sua raccolta di cibo, si sedette all'ombra della montagna Paṇḍava, faccia verso l'est, pronto ad assumere il suo pasto. Quando aprì il coperchio della sua ciotola, venne preso da una tale sensazione di disgusto, che ebbe quasi voglia di vomitare. La qualità di questo cibo, offerto dalle persone degli strati poveri della società, era di certo molto distante da quella delle pietanze eccessivamente raffinate, con le quali aveva l'abitudine di dilettarsi dalla sua più tenera infanzia. Tuttavia, si corresse rapidamente, facendosi questo sermone:

«Non perdere di vista che tu ricerchi il nibbāna. Quando eri principe, mangiavi i migliori bocconi, i più delicati e i più deliziosamente profumati di riso. Ora tu hai scelto di rinunciare a tutte queste cose, in vista di raggiungere la meta suprema, che è il nibbāna. Devi accettare tutto quello che ti viene offerto, senza fare il difficile; solo a questo prezzo raggiungerai il nibbāna. Come potresti ottenere un beneficio, di qualunque genere, se cominci a seguire i minimi desideri di questo corpo, che altro non è se non una ripugnante coppa di immondizie?»

Dopo queste osservazioni, iniziò il suo pasto. Nel frattempo, il valletto inviato dal re Bimbisāra giunse da lui. Dopo che questi lo ebbe delicatamente osservato, ripartì per avvertire il re, poco dopo. Appena il re vide il nobile rinunciante (che aveva appena terminato il suo pasto), gli indirizzò la parola:

«Chi siete?

— Sono il figlio del re Sudoddhana.»

Pieno di un intensa venerazione e di una profonda gioia improvvisa, il re proseguì:

«Oh, come siete ancora giovane e radioso! Siate re! Vi dono la metà del mio reame!

— La ricchezza di un re è cosa talmente futile, che serve solo a perpetuare i kilesā, e ad trattenerci nel saṃsarā. Ho appena rinunciato ad un regno. E non già per prenderne un altro. Considero la ricchezza, per quanto reale essa sia, come un volgare sputo. Rinuncio a tutto ciò, proprio come si sputa un liquido ignobile.

— (Molto soddisfatto della risposta del rinunciante) sādhu! sādhu! sādhu! Possiate procedere nelle migliori condizioni possibili, per il più grande successo! Una volta che sarete divenuto un buddha, venite innanzitutto nel nostro regno, per insegnare il Dhamma.

— E' inteso. Giunto il tempo, risponderò al vostro invito.»


info su questa pagina

Origine: Opera francese

Autore: Monaco Dhamma Sāmi

Traduttore: Guido Da Todi

Data: Gennaio 2004

Aggiornamento: 29 settembre 2011