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riassunto della pagina

Quando Buddha si incammina per dare la conoscenza che ha appena scoperto, ritrova i cinque vecchi compagni, che divengono i suoi cinque primi discepoli.

Espone loro tutto il primo insegnamento, che riassume l'intero dhamma, in qualche linea. Così, egli inizia il suo lungo percorso di incomparabile insegnante della via che mena gli esseri verso la liberazione.

i primi insegnamenti di Buddha

L'incontro con l'asceta Upaka

Lungo il cammino, incrociò l'asceta Usaka, che gli si rivolse, così:

«Oh, com'è chiara la vostra pelle! Com'è luminoso il vostro volto! Come vi chiamate? Presso chi siete divenuto rinunciante? Qual è il vostro maestro? Che dottrina seguite?

— Sono Ananta Jina (che significa:»colui che ha vinto»). Non ho maestro. Domino tutto. So tutto. Ho vinto tutti gli akusala. Ho realizzato nibbāna. Di conseguenza, mi sono liberato dei kilesā; non ho più alcun attaccamento. Ho acquisito questa conoscenza da solo, senza seguire alcun maestro. Nel mondo, nessuno mi eguaglia. Tra i deva di questo mondo, nessuno può paragonarsi a me. In questa terra sono il solo arahant. Ho scoperto da solo il vero Dhamma. Ho saputo spegnere il fuoco dei kilesā. Ecco perché sono Ananta Jina. Mi reco a Baranasi, per lanciare la ruota del Dhamma

— Se ho ben capito, voi siete un buddha perfettamente realizzato, perché avete vinto i cinque māra, in maniera completa e possedete la saggezza senza limite.

— Sì, ho vinto tutti i kilesā.

— Bene. E'possibile (buttò lì l'asceta, con aria poco convinta, poiché non aveva creduto una parola di quanto Buddha gli aveva detto). Dove andate, adesso?

— Vado a Baranasi, per insegnarvi il Dhamma

L'asceta di mise di lato, per fare passare Buddha. Il Beato proseguì il suo viaggio sino a Baranasi, dove giunse al gruppo dei cinque.

La riunione con il gruppo dei cinque

Buddha proseguì il suo viaggio ed arrivò sino al regno di Bārānasi, nel bosco di Isipatana (che significa «il bosco degli eremiti»), conosciuto anche sotto il nome di Migāvana (che vuol dire»parco delle gazzelle»), ove si trovava il gruppo dei cinque.

Vedendo arrivare Buddha, da lontano, il gruppo dei cinque si mise a criticarlo, promettendosi mutualmente di non fare nulla per accoglierlo:

«L'asceta Gotama si è rimesso ad accettare i beni che gli offre la gente. Ha abbandonato la sua nobile disciplina di kammathāna. Sta facendo un giro per ottenere dei guadagni. Eccolo che arriva. Non veneriamolo, non accogliamolo. Non prendiamo la sua veste, né la ciotola di questo asceta Gotama. Facciamolo restare in piedi; non prepariamogli un posto per sedere. Se vuole accomodarsi, se la cavi da solo.»

Mentre Buddha si avvicinava, i cinque asceti constatarono che un qualcosa era vivamente cambiato in lui: il suo apparire evocava una certa maestà. Una volta che Buddha giunse presso di loro, i cinque vennero abbagliati dal bagliore di purezza e di nobiltà che egli irradiava; a tal punto, che furono totalmente incapaci di mantenere il loro impegno.

Lo accolsero molto convenientemente, e con il più grande rispetto. Uno di essi prese la sua veste e la sua ciotola; un altro gli preparò un posto per sedersi. Un altro ancora mise a sua disposizione dell'acqua per lavarsi i piedi; e l'ultimo gli preparò un pezzo di terracotta per strofinarvi i piedi. Buddha, allora, si sedette al posto che gli era stato allestito e si lavò i piedi. Come d'abitudine, il gruppo dei cinque chiamava Buddha con l'appellativo di «asceta Gotama». Rivolgendosi ai cinque rinuncianti, Buddha disse:

«Asceti, non chiamatemi «asceta Gotama». Asceti, io sono un arahant, qualcuno che è riuscito, da solo, a conoscere completamente il vero Dhamma. Asceti, ascoltatemi! Ho ottenuto il nibbāna supremo. Vi insegnerò il Dhamma. In sintonia con questo insegnamento, voi lascerete il mondo laico per raggiungere il mondo dei monaci. Abbandonerete ogni attaccamento ed ogni desiderio per indirizzarvi verso una nobile pratica. Ben presto, otterrete l'incomparabile stato di arahant.

— Asceta Gotama, voi non possedete lo zelo di un ariyā, che ha superato i dieci kusalakammapathadhamma delle perone ordinarie. Vi siete rimesso ad accettare i beni che la gente vi offre. Avete abbandonato il vostro ruolo di kammathāna. Voi viaggiate solo per ottenere dei guadagni. In questo momento, non possedete lo zelo di un ariyā, che ha superato i dieci kusalakammapathadhamma. In tali condizioni, come si può ottenere lo stadio di ariyā?

— Io non cerco nessun guadagno. Non ho abbandonato il mio compito di kammathāna. Io non viaggio per ottenere dei guadagni. Asceti, io sono Buddha. Io sono Buddha, colui che conosce l'intero Dhamma, nella giusta maniera. In accordo con questo insegnamento, voi dovrete abbandonare il mondo laico, per raggiungere quello dei monaci. Dovrete abbandonare ogni attaccamento ed ogni desiderio per andare verso una pratica nobile. Ben presto acquisirete lo stato incomparabile di arahant

Poiché i cinque asceti restavano, comunque, scettici, Buddha continuò:

«Da che noi ci conosciamo e durante tutti gli anni in cui abbiamo vissuto assieme, vi potete ricordare se io vi abbia mai tenuto un simile discorso?»

Poiché il gruppo dei cinque constatò che il rinunciante Gotama non aveva mai tenuto loro, effettivamente, un simile discorso, acconsentì ad ascoltare quando egli aveva da insegnare; dicendosi, che, in ogni caso, non aveva nulla da perdere. Buddha, essendo allora in grado di fare loro conoscere il Dhamma, fece ascoltare le proprie parole. Il gruppo dei cinque prestò attenzione rispettosamente. Mentre Buddha esponeva il Dhamma, essi accedettero allo stadio di arahant.

Il primo sermone

Il sabato della luna piena di luglio 103 della Grande Era, poco prima del levarsi del sole, Buddha iniziò il suo primo sermone.

Si rivolse, così, ai suoi vecchi compagni:

««O monaci, esistono delle vie estreme che conviene evitare. Quali sono? La prima strada da evitare è kāmasukhallikā nuyoga; si tratta della via del diletto della soddisfazione dei sensi. E' la ricerca della felicità nel diletto dei sensi; lo sforzo di ottenere i benefici materiali e sensuali. Questa via è vile. Solo gli esseri che vivono in seno alla società, i puthujana, vi si dedicano. Gli ariyā non vi si abbandonano. Questa strada non offre il minimo beneficio. La seconda via estrema che si deve schivare è attakilamathā nuyoga nuyoga; è il cammino di ogni pratica destinata a perseguitare il proprio corpo, a privarlo, a sfinirlo, a mortificarlo. E' la ricerca della povertà, è la miseria del corpo e della mente, è il rigetto di ogni bene materiale. Anche questa via è cattiva; conduce alla sofferenza. Gli ariyā non vi si dedicano. Questa strada non presenta il minimo beneficio.

O monaci! Evitate queste due vie estreme. Adottate soltanto la via di mezzo. Evitando questi due estremi, io, Buddha, ho sviluppato la saggezza, nel praticare la via mediana (la via moderata). Ho scoperto le quattro nobili verità, grazie alla messa in pratica del sentiero di mezzo. Solo questa pratica è in grado di fare sorgere la saggezza. E' una pratica che spegne i kilesā; e che conduce, dunque, al nibbāna.

O monaci! E' in questo modo che mi sono potuto sbarazzare dei kilesā, sviluppare la conoscenza della quattro nobili verità e raggiungere, da solo, il nibbāna. Monaci, qual è, dunque, questa nobile pratica della via di mezzo, che permette lo sviluppo della conoscenza, l'estinzione dei kilesā, la conoscenza delle quattro nobili verità. La realizzazione del nibbāna? Si tratta degli otto fattori che costituiscono la via degli ariyā, che sono conosciuti da colui che sceglie la via di mezzo. Quali sono questi otto fattori che costituiscono la via degli ariyā? Essi sono: (1) sammā diṭṭhi (la giusta comprensione), (2) sammā saṅkappa (il giusto pensiero), (3) sammā vācā (la giusta parola), (4) sammā kammanta (la giusta azione), (5) sammā ājīva (i giusti mezzi di sostentamento), (6) sammā vāyāma (il giusto sforzo), (7) sammā sati (la giusta consapevolezza), (8) sammā samādhi (la giusta concentrazione).

Questi otto maggaṅga (costituenti della via), che conducono al nibbāna, rappresentano la via di mezzo. Io li ho praticati. Per tale ragione ho realizzato la conoscenza delle quattro nobili verità, ho sviluppato l'occhio della saggezza, sono pervenuto al nibbāna. Quali sono queste quattro nobili verità, che ho scoperto? (1) dukkha saccā, la nobile verità della sofferenza ; (2) samudaya saccā, la nobile verità dell'origine (della sofferenza) ; (3) nirodha saccā, la nobile verità dell'estinzione (della sofferenza) ; (4) magga saccā, la nobile verità della via (che permette di raggiungere l'estinzione della sofferenza).

E' una volta che si prende conoscenza di dukkha saccā la prima nobile verità — che si è in grado di conoscere samudaya saccā — la seconda nobile verità —, e, per realizzare nirodha saccā — la terza nobile verità — è necessario mettere in pratica magga saccā — la quarta nobile verità —, che è costituita dagli otto maggaṅga.

O monaci! Ho compiuto questa nobile pratica, che permette, grazie ad una saggezza particolare, l'estinzione dei kilesā, la conoscenza delle quattro nobili verità e la sperimentazione del nibbāna. Monaci, esiste la sofferenza della nascita, la sofferenza della vecchiaia, la sofferenza della malattia, la sofferenza della morte, la sofferenza di dovere vivere con coloro che non si amano, la sofferenza di venire separato da coloro che si ama, la sofferenza di non ottenere quello che si vuole, la sofferenza dell'attaccamento ai cinque aggregati. Monaci, ecco, la ragione di tutta questa sofferenza sta nell'attaccamento all'esistenza. Come avviene, questo? Esiste l'attaccamento ai piaceri dei sensi (sassata diṭṭhi) e l'attaccamento ad una nuova vita (uccheda diṭṭhi).»

Questo sermone finì, al calar del sole.

Il giorno successivo al primo sermone

Alla fine di questo primo sermone, grazie alla grande maturità delle sue pāramī, mettendo in pratica le parole del Perfetto nel momento stesso in cui le ascoltava, Kondañña diventò sotāpana. Egli pregò Buddha di essere la propria guida:

«O nobile Buddha! Prendetemi come discepolo!

— Venite, monaco! Praticate il nobile Dhamma! Fate il necessario per sbarazzarvi della sofferenza!»

Con queste tre brevi frasi, Buddha acquisì il suo primo discepolo in assoluto. Gli altri quattro rinuncianti lo seguirono allo stesso modo, nei giorni successivi. Mentre Buddha continuava ad insegnare il Dhamma, il primo giorno che seguì il plenilunio, Vappa divenne sotāpana. Il secondo giorno, fu il turno di Bhaddiya. Il terzo giorno toccò a Mahānāma. Il quarto, infine, ad Assaji.

A quel punto, il mondo contava sei monaci.

Nota: A seconda della rapidità a realizzare magga phala (nibbāna) — e divenire, così, un ariyā, dal momento in cui ha luogo la presa di conoscenza del Dhamma, si distinguono quattro tipi di esseri, in funzione alle loro pāramī.1) ugghātitaññū, colui che realizza il Dhamma, grazie ad una profonda saggezza (gli basta un breve istante di vipassanā, mentre ascolta una sola strofa del Dhamma); 2) vipañcitaññū, colui che realizza il Dhamma, dopo una larga spiegazione (gli è sufficiente un corto momento di vipassanā, dopo un insegnamento dettagliato); 3) neyya, colui che realizza il Dhamma, attraverso la pratica (ritiri vipassanā), in questa medesima vita; 4) padaparāma, colui che realizza il Dhamma, attraverso la pratica di diverse vite, poiché non possiede sufficienti pāramī per raggiungerlo in una sola vita. Sembra che, ai nostri giorni, appaiano solo i due ultimi tipi di individui, tra coloro che realizzano ancora il Dhamma.

Nāḷaka e la pratica del moneyya

Oltre al gruppo dei cinque, il sermone venne attentamente ascoltato da diciotto milioni di brahmā e da un numero incalcolabile di deva. Tra questi ultimi, uno era un amico del rinunciante Nālaka (il nipote dell'eremita Kāladevila). Lo andò presto a rintracciare presso l'albero sotto il quale stava, per informarlo che Buddha era apparso. Il rinunciante poté quindi raggiungere il Perfetto, perché gli fosse elargito l'insegnamento che gli era destinato. Avvicinandosi a lui, egli si sedette in un posto conveniente, e gli si prosternò rispettosamente, prima di domandargli:

«O nobile Buddha! Insegnatemi la pratica del moneyya (che significa «pratica che permette di liberarsi dal saṃsarā»)!

— Nalaka, la pratica del moneyya è molto difficile. Essa esige enormi sforzi. Se, però, la volete seguire, ve la insegnerò. Ascoltatemi molto attentamente...

Considerate in modo equanime le persone che amate e quelle che odiate; non sviluppate né amore, né odio per chiunque.

Delle femmine verranno, forse, per sedurvi; non rispondete al loro charme, né prestatevi attenzione. Non vi lasciate mai distrarre dalla vostra nobile pratica; mantenete la vostra mente pura, affinché nulla possa corrompere il vostro cammino di monaco.

Respingete i piaceri sensoriali, legati alle cinque sfere dei sensi, che sono: rūpa (materia), sadda (suono), gandha (odore), rasa (gusto), photthabba (tatto).

Non rispondete mai agli attacchi, né agli insulti. Restate neutro.

Non rispondete mai alle persone che vi manifestano dell'affetto, o dell'ammirazione. Restate neutro.

Non fate del male ad altri, e non opprimete nessuno.

Praticate i 13 dhutaṅga (le pratiche ascetiche). (1) Rinunciate alle vesti nuove; allenatevi a indossare delle vesti abbandonate. (2) Rinunciate ad una quarta veste; abituatevi a non portarne che tre. (3) Rinunciate agli inviti a pranzo; addestratevi a mangiare solo il cibo ottenuto con la ciotola. (4) Rinunciate ad oltrepassare delle case, senza fermarvi davanti ad esse; durante la colletta quotidiana di cibo, addestratevi a fermarvi davanti ad ogni casa. (5). Rinunciate a mangiare in un altro posto, dopo avere già assunto cibo; abituatevi a mangiare solo in un luogo (una sola volta al giorno). (6) Non mangiate, utilizzando due ciotole; ma, adoperatene solo una. (7) Rinunciate ad accettare del cibo dopo avere cominciato il vostro pasto; abituatevi a mangiare, rifiutando ogni nutrimento supplementare. (8) Rinunciate a dimorare in un monastero, situato vicino ad un villaggio; allenatevi ad abitare in un monastero di foresta (situato in zone non abitate). (9) Rinunciate ai luoghi protetti da un tetto; addestratevi a dimorare sotto un albero. (10) Rinunciate ai luoghi protetti in qualunque modo; impratichitevi a vivere in luoghi all'aria aperta. (11) Rinunciate ai luoghi, ove non vi siano dei cadaveri; esercitatevi a dormire negli ossari. (12) Rinunciate a cambiare posto per dormire; una volta che un luogo vi è stato attribuito, allenatevi ad accontentarvi di esso per dormire. (13) Rinunciate alla postura allungata; allenatevi a non adoperare che le posture in cammino, in piedi e sedute (anche per dormire).

Dovreste stare pienamente attenti ad ognuno dei vostri atti; anche quando andrete a raccogliere il vostro cibo, dovrete rimanere assorbiti nella vostra formazione in vipassanā.

Dovrete stare sempre in silenzio.

Non dovrete creare un'affinità con i dāyaka, che vi offrono cibo.

Se non ottenete nulla dalla vostra colletta per nutrirvi, rimanete neutri; e né siate offesi. Non criticate, né lamentatevi.»

(Le raccomandazioni di Buddha, a proposito della pratica del moneyya sono ancora molto numerose)

Appena ebbe ascoltato tutte le raccomandazioni che Buddha gli aveva dato, il venerabile Nālaka partì per la foresta, a cominciare la sua pratica di moneyya. In accordo con le istruzioni del Perfetto, dimorò nella foresta, senza mai restare due giorni sotto lo stesso albero; né andava mai due volte nello stesso villaggio, per chiedere il proprio cibo. Praticò molto ardentemente e senza tregua il moneyya, per sette mesi; al termine dei quali raggiunse lo stadio di arahant. Sapendo che era vicino al momento della fine della propria esistenza, si concentrò per conoscere con precisione quello della sua morte. Così, venuto il tempo giusto, si andò a lavare, si prosternò rispettosamente verso la direzione dove si trovava Buddha, si pose in piedi, addossato alla parete della montagna, per spirare in serenità profonda. Sapendo che Nālaka si era appena spento, Buddha si recò verso il suo cadavere, accompagnato dai suoi monaci, per farlo bruciare.

Il sermone di Anattalakkhaṇa

Il quinto giorno dopo il suo primo sermone. Buddha espresse il sutta di Anattalakkhaṇa. Cominciò, chiedendo ai suoi discepoli:

«rūpa è nicca o anicca?

rūpa è anicca, Venerabile.

rūpa è sukha o dukkha?

rūpa e dukkha, Venerabile.

rūpa è atta o anatta?

rūpa e anatta, Venerabile.

vedanā è nicca o anicca?

vedanā è anicca, Venerabile.

vedanā è sukha o dukkha?

vedanā è dukkha, Venerabile.

vedanā è atta o anatta?

vedanā è anatta, Venerabile.

sañña è nicca o anicca?

sañña è anicca, Venerabile.

sañña è sukha o dukkha?

sañña è dukkha, Venerabile.

sañña è atta o anatta?

sañña è anatta, Venerabile.

saṅkhāra è nicca o anicca?

saṅkhāra è anicca, Venerabile.

saṅkhāra è sukha o dukkha?

saṅkhāra è dukkha, Venerabile.

saṅkhāra è atta o anatta?

saṅkhāra è anatta, Venerabile.

viññāṇā è nicca o anicca?

viññāṇā è anicca, Venerabile.

viññāṇā è sukha o dukkha?

viññāṇā è dukkha, Venerabile.

viññāṇā è atta o anatta?

viññāṇā è anatta, Venerabile.»

In seguito a questo insegnamento, i cinque monaci divennero arahant. Vi erano, in quel momento, nel mondo, sei arahant.

Le quattro cose che non debbono venire disprezzate

Quando il re Pasenadī Kosala — del regno di Sāvatthi — incontrò Buddha per la prima volta, gli confidò la sua sorpresa:

«O, monaco Gotama! Pretendete di essere pienamente risvegliato; com'è possibile? Siete ancora giovane; anzi, troppo giovane!

— Pasenadī Kosala! Vi sono quattro realtà che non debbono essere disprezzate, o guardate dall'alto in basso, sotto il pretesto che esse sono giovani: un nobile guerriero, un serpente, un fuoco ed un monaco: Un giovane guerriero, andato in collera, può fare molto male; può uccidere parecchia gente. Il morso di un serpente, per quanto piccolo sia, può risultare mortale. Il minimo dei fuochi riesce a distruggere delle case e delle foreste intere. Un monaco, anche il più giovane, può essere arahant


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Origine: Opera francese

Autore: Monaco Dhamma Sāmi

Traduttore: Guido Da Todi

Data: Gennaio 2004

Aggiornamento: 29 settembre 2011