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riassunto della pagina

La principessa Yasodharā — l'ex-sposa di Siddharta, divenuto Buddha — manda suo figlio Rāhulā da Buddha, per reclamarne l'eredità.

Buddha gli offre la migliore eredità che si possa donare...

l'eredita data al principe Rāhulā

La rivendicazione dell'eredità

Al settimo giorno dal suo arrivo a Kapilavatthu, Buddha giungeva al palazzo, per rispondere ad un invito, accompagnato dai suoi ventimila monaci. Quello stesso giorno, la principessa Yasodharā vestì suo figlio Rāhulā — che aveva sette anni — con i suoi abiti principeschi più belli ed i gioielli più preziosi. Quindi, gli ordinò:

«Vai da tuo padre! Egli si trova insieme con ventimila monaci. Tra tutti costoro, è l'essere più nobile. Un tempo, prima che partisse per la foresta, viveva qui, al palazzo, con noi. Allora, c'erano quattro giganteschi vasi d'oro. Sono spariti lo stesso giorno che egli se ne andò. Ignoro a chi li abbia dati, e non so dove li tenga nascosti. Questa fortuna ti sarà necessaria quando sarai re, per mantenere tutta la tua famiglia. Costituisce la tua eredità. Va da tuo padre e reclama da lui il tuo patrimonio!»

Con queste parole, mandò suo figlio dal nobile padre. Mentre Buddha stava mangiando pacificamente, egli gli si avvicinò e, senza prosternarsi, rimase in piedi, davanti a lui. Gli riversò un fiotto di parole, gli raccontò cose dai soggetti più diversi, per tutta la durata del pasto. Tuttavia, Buddha lo ignorò totalmente. Quando ebbe terminato il suo pasto, si alzò, senza degnare di alcuna attenzione il figlio, benché questi lo seguisse, tirandogli la veste. Prima di lasciare il palazzo, il Beato finalmente si degnò di ascoltare il piccolo Rāhulā, che gli chiese esattamente le cose che sua madre gli aveva imposto di esigere.:

«Padre, datemi la vostra eredità! La vostra eredità mi spetta!»

Buddha non cacciò il figlio, benché costui avesse dato prova di una virulenta mancanza di rispetto. Le persone circostanti rimasero indignate. Malgrado ciò, non osarono rimproverare il giovane Rāhulā, davanti a Buddha.

Il dono dell'eredità

Con il figlio fermamente attaccato alla sua veste, il Beato rientrò al monastero, fingendo di ignorarlo. Testardo, il bambino seguì il suo nobile padre sino al suo monastero. Là, Buddha si rivolse, infine, a lui:

«Tu vuoi dell'oro, dell'argento, dei beni materiali, ma queste cose non fanno altro che allungare il saṃsarā! Sarebbe dannoso se ti dessi un'eredità lokī (cioè, quando aumenta l'attaccamento alla sfera dei sensi). Ma, si mostrerebbe incomparabilmente più profittevole che io ti dia un lascito lokuttara (ciò che, invece, libera dal saṃsarā). (Buddha si rivolse al suo nobile discepolo, il Venerabile Sairputta) Mio caro Sāriputtarā! Ho deciso di dare, da questo istante, il mio più nobile lascito a mio figlio. Integratelo nel saṃgha

Il Venerabile Sāriputtarā fece, quindi, entrare il piccolo Raula nella comunità, conferendogli il triplice rifugio. Il Venerabile Mahā Moggalāna gli rasò il capo e gli dette l'abito monastico. Il Venerabile Mahā Kassapa, quanto a lui, ne divenne l'istruttore titolato.

Nota: A quei tempi bastava che un monaco facesse prendere il triplice rifugio (in Buddha, nel Dhamma e nel Sangha) a qualcuno, perché costui entrasse nel saṃgha. Inoltre, Buddha non aveva ancora fondato lo statuto di sāmaṇera, che sarebbe apparso quando egli stabilì la regola, che proibiva ad un monaco di inserire una persona con meno di venti anni, nella comunità.

La tristezza del re

Appena seppe dell' accesso del suo nipotino nella vita monacale, il re Suddodhana fu invaso da una grande tristezza:

«Il mio primo figlio ha lasciato la vita laica ed è divenuto Buddha, Kaḷudāyī; un buon numero di miei ministri e di miei uomini sono diventati monaci; il mio secondo figlio Nanda è anch'esso monaco; ed ora, il mio nipotino diventa monaco, a sua volta.»

Benché fosse sakadāgāmi, il re era smarrito. Decise di andare a trovare suo figlio nel monastero di Nigrodha. Quando giunse davanti al Beato, gli disse:

«Oh, nobile figlio! Quando eravate solo un bebè, gli astrologi mi dissero che sareste partito per la foresta, non appena aveste veduto i quattro grandi segni, abbandonando totalmente la vostra esistenza laica. Ho fatto tutto il mio possibile per evitare che voi incontraste questi quattro grandi segni. Malgrado ciò, voi li avete veduti tutti. Il giorno della vostra partenza, i deva vi hanno aperto la porta e voi siete partito per la foresta, dimenticando, senza rimorsi e senza pietà, la vostra famiglia. Più tardi, vi ho mandato dieci dei miei ministri, tra cui Kaḷudāyī, accompagnati da mille uomini ciascuno, affinché vi richiamassero; tutti sono divenuti monaci. In seguito, è stata la volta di mio figlio Nanda di divenire monaco. Oggi, il mio nipotino integra la vostra comunità. Ne sono confuso. Nell'intera discendenza, non v'è più nessuno che possa salire sul trono. E' come un albero tagliato, di cui non resti che il ceppo: la discendenza è condannata ad estinguersi!»

Buddha insegnò un gāthā a suo padre: il gāthā Pabbajita. Quando ebbe finito, il padre gli disse:

«Non dovreste accettare nel saṃgha degli individui, senza l'accordo dei parenti.»

Buddha accettò, riunì monaci e disse loro:

«Oh, monaci! Se i parenti non lo autorizzano non bisogna inserire i loro figli nel saṃgha. Il monaco che integra nel saṃgha una persona, i cui parenti si oppongono, commette un dukkaṭa (colpa criticabile).»

Con queste parole, Buddha aveva appena stabilito il primo punto del vinaya (disciplina monastica).

La gioia del re

Un altro giorno, il re, tutto felice, venne a trovare suo figlio Buddha:

«Oh, Venerabile figlio!Voglio confidarvi un pensiero che ho avuto questa mattina e che mi ha riempiuto di gioia. Ai tempi in cui praticavate i dukkaracariya, un deva è venuto a visitarmi a più riprese, affermando che eravate morto. Non l'ho mai voluto credere. Convinto come ero che non potevate morire, senza prima essere divenuto un buddha onnisciente (vedere il capitolo «i sei anni di austerità»). E' con grande gioia che ripenso a quell'episodio; avevo ben ragione: quando vi vedo oggi, così ben portante e sbarazzato da tutti i kilesā.

— Questo avvenne in modo identico, un certo numero di vite fa; io portavo il nome di Mahā Dhammapāla, ed ero figlio del ricco uomo che voi eravate. Un maestro mal intenzionato venne, diverse volte, presso di voi, brandendo due ossa umane ed affermando:»vostro figlio è morto»; ma, voi non avete mai creduto una parola delle sue menzogne.»

Come Buddha raccontò in dettaglio, il re Sudoddhana divenne anāgāmi: Egli, oramai, non avrebbe mai più conosciuto la tristezza.


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info su questa pagina

Origine: Opera francese

Autore: Monaco Dhamma Sāmi

Traduttore: Guido Da Todi

Data: Gennaio 2004

Aggiornamento: 29 settembre 2011