Cliccate qui per visualizzare normalmente la pagina (in configurazione e grafica). Se non ci riuscite, controllate che il vostro navigatore accetti JavaScript e supporti i CCS. Vi raccomandiamo un navigatore, che rispetti gli standard, come: Google Chrome, Firefox, Safari...

Vi trovate qui: home > buddha > il risveglio
riassunto della pagina

Prima di raggiungere il risveglio e l'onniscienza, il nobile rinunciante passa un'intera notte negli assorbimenti più alti.

Accedendo all'illuminazione tanto ricercata, il Nuovo buddha beneficia dei più grandi poteri...

il risveglio di Buddha

Il trono della vittoria

Una volta che ebbe terminato il suo pasto, il rinunciante Gotama si addentrò in una foresta di shorea robusta (specie di salice), posta accanto al fiume, nella quale pratico, per l'intero pomeriggio, ānāpāna. In questa fine di mercoledì di luna piena d'aprile dell'anno 103 della Grande Era, il futuro Buddha andò a porsi sotto un albero di fico del Banian: l'albero della boddhi. Prima di giungervi, incrociò Sotthya, un tagliatore d'erba. Preso da una profonda ammirazione, Sotthya volle offrirgli qualche cosa. Poiché non aveva altro che l'erba, che trasportava sulle sue spalle, gliene donò otto fasci. Giunto davanti all'albero della boddhi, il nobile rinunciante distese gli otto covoni di erbe, al lato est dell'albero. In quel preciso momento, un grande trono, chiamato Aparājita (il trono della vittoria), con un'apertura alare di 14 cubiti (circa 7 metri) si elevò al di sopra della terra, a 4 gomiti dall'albero stesso, proprio nel posto in cui l'asceta Gotama aveva messo i fasci di erba.

Il futuro Buddha si sedette, con le gambe piegate, sul trono Aparājita, eretto in particolar modo per lui.

Nota: Ogni rappresentazione di Buddha (statue, pitture, ecc.) lo mostra assiso nella posizione del loto. Tuttavia, nei testi canonici, non è mai precisato in quale maniera si sedeva. Si sa solamente che le sue gambe erano piegate, e davanti a lui.

Prese a quel punto una determinazione irreversibile:

«Qualunque cosa avvenga di questo corpo; che la carne ed il sangue secchino, sì da non lasciare che le ossa, la pelle ed i tendini; possa io non alzarmi da questo posto se non quando avrò raggiunto lo stadio di buddha.»

Con questa ferma promessa, iniziò a praticare samatha, tanto serenamente quanto intensamente, con l aiuto del supporto di ānāpāna. Il sole non era ancora calato, che Mara arrivò, accompagnato dai suoi numerosi guerrieri deva. Mara fece tutto ciò che era in suo potere per impedire al rinunciante di perseguire la sua nobile pratica. Tanto volle accaparrarsi del trono di Aparājita, che gridò al nobile rinunciante:

«Gotama! Ridammi immediatamente il mio trono!»

Tuttavia, la ragione principale dei suoi assalti mirava a non fargli raggiungere il risveglio. Il nocivo Mara voleva avere tutti gli essere sotto il suo dominio e vederli perpetuamente soffrire. Se il rinunciante Gotama fosse giunto al nibbāna, sarebbe divenuto Buddha, vincitore, allora, di un ciclo senza fine di rinascite, e sarebbe stato in grado di condurre gli esseri a liberarsene definitivamente.

Quando giunse davanti all'albero della boddhi, Mara si fece spuntare mille braccia, con l'aiuto delle quali attaccò il nobile rinunciante, con delle frecce. Lui ed i suoi subalterni si affaccendarono, utilizzando tutti i loro sforzi, per sabotare la concentrazione del futuro Buddha. L'asceta Gotama radiò una sì potente mettā (amore), che, al solo contatto delle sue onde, le frecce si trasformarono immediatamente in superbi fiori, che ricaddero dolcemente sul suolo, come dei fiocchi di neve. Quindi, egli prese la terra a testimone, affermando:

«Questa terra sa che mi sono sforzato, senza respiro, a sviluppare le 10 pāramī, durante 4 asaṅkhyeyya e centomila kappa

Ogni boddhisatta (buddha a venire) sviluppa le 10 pāramī in maniera incomparabilmente più spinta e più difficile degli arhat ordinari. Esse richiedono delle qualità tali che solo i boddhisatta sono capaci di sviluppare (vedi il capitolo «le dieci pāramī del boddhisatta»).

Le pāramī dell'asceta Gotama erano giunte a piena maturità. Per cui, nulla, né alcuna persona fu in grado di costituire per lui il minimo ostacolo al risveglio — che era sul punto di avvenire. Appena ebbe pronunciato le parole della sua presa a testimonianza, la terra si mise a tremare, in guisa di approvazione. Questo fatto atterrì Mara e tutti gli altri deva della sua armata. Il nobile rinunciante vinse il grande deva malefico, prima che il sole calasse. Poté, così, proseguire, in tutta tranquillità, la sua pratica di concentrazione su ānāpāna.

La realizzazione degli jhāna

Sviluppando la concentrazione su ānāpāna, il rinunciante Gotama raggiunse rapidamente il sammā samādhi (la concentazione giusta); fatto che lo preservò da rāga (l'attaccamento), da dosa (la collera), da thīna (la pigrizia), da middha (il torpore) da uddhacca (il vagabondaggio della mente), e da kukkucca (il dubbio). Subito dopo, raggiunse il primo jhāna. Da qui, continuò il suo assorbimento interiore, sino a sperimentare il secondo jhāna. Quindi, sempre immerso nell'assorbimento, sperimentò il terzo jhāna. Dopo di ciò, senza minimamente allentare il suo samatha, realizzò il quarto jhāna. E, da questo momento, sviluppo il suo stato mentale, sino a sperimentare il quinto jhāna. Ed in tal modo realizzò i cinque rūpa jhāna.

Proseguì il suo assorbimento, determinato, stavolta, a sperimentare di nuovo il primo rūpa jhāna. Una volta che lo ebbe raggiunto, continuò sino al secondo jhāna, e così di seguito, sino al quinto (ed ultimo) rūpa jhāna. Da qui, pervenne al secondo arūpa jhāna. Poi, portò avanti senza interruzioni la sua concentrazione, sino al terzo arūupa jhāna; continando sino al quarto (ed ultimo) arūpa jhāna. In tal modo realizzò gli 8 samāpatti (assorbimenti).

A questo punto, con l'aiuto della sua determinazione, tornò a sperimentare tutti questi jhāna numerose volte; nell'ordine, in quello inverso; e nel disordine, in molte combinazioni: come, ad esempio, vivendoli ogni due gradi (andando dal primo al terzo, ed al quinto; o, dal quarto al secondo, ecc.). In seguito a ciò, acquisì il primo degli abhiñña (potere psichico). Da qui, ri-sperimentò tutti gli jhāna e questo abhiñña numerose volte, combinandoli in maniera differente. Dopo, realizzò l'abhiñña seguente, sino a conquistare tutti gli abhiñña.

La realizzazione del risveglio e dell'onniscienza

Durante la prima parte della notte (dal calare del sole, sino al suo levarsi, la notte si divide in tre parte, dalla durata eguale), il nobile rinunciante sviluppò pubbenivāsa ñāṇa. Nella seconda parte della notte, egli raggiunse dibbacakkhu ñāṇa. Durante la terza parte della notte proseguì sempre nei suoi assorbimenti. Poco prima dell'alba, decise di dormire per un istante. Quindi, si immerse ancora negli jhāna, sino al quarto. A tale punto, conosceva perfettamente gli jhāna; e prese conoscenza che non soltanto simili stati non durano, ma che erano ancora degli stati; null'altro che degli stati. La loro esperienza, dunque, non poteva assolutamente rappresentare la liberazione.

La maturità delle sue pāramī fu tale, che egli ebbe spontaneamente l'idea , in quell'istante, di prendere questo jhāna come oggetto di osservazione. E sviluppò, così, per la prima volta, vipassanā. Quando portò l'attenzione su questo jhāna, acquisì āsavakkhaya ñāṇa, con la sperimentazione dei quattro magga phala ñāṇa, che lo condussero successivamente a paccavekkhaṇā ed a sabbaññuta, nel momento preciso dell'alba. Divenne, di conseguenza — e per l'avvenire — Buddha.

In passato, aveva già sperimentato la conoscenza di pubbenivāsa e di dibbacakkhu, assieme agli eremiti Alara e Udaka. Tuttavia, le aveva, a quei tempi, sviluppate in maniera radicalmente meno profonda e meno estesa di questa notte (per esempio, la conoscenza che permette di vedere le vite passate — che gli lasciò conoscere, tempo addietro, un numero molto limitato di esistenze passate — si estese, al suo risveglio, alla totalità delle sue esistenze). Durante la notte che stava per terminare, Buddha avrebbe sviluppato le sei conoscenze che sono proprie ad ogni buddha: dibbacakkhu ñāṇa, "l'occhio del deva", la conoscenza che permette di vedere tutto; iddhividha ñāṇa, la conoscenza che permette di creare tutto e tutto trasformare; dibbasota ñāṇa, la conoscenza che permette di udire tutto, al pari dei deva; cetopariya ñāṇa, la conoscenza che permette di conoscere il pensiero altrui; pubbenivāsa ñāṇa, la conoscenza che permette di vedere le vite anteriori; āsavakkhaya ñāṇa, la conoscenza che permette di porre, da soli, un termine ai kilesā.

Pervenendo all'onniscienza, e comprendendo che aveva appena rotto le catene del saṃsarā, Buddha dichiarò:

«In passato, ho lungamente cercato la causa di taṇha; e poiché non la trovavo, giravo in tondo nel saṃsarā. Ora, ho trovato la causa di taṇha, attraverso la realizzazione dell'arahata magga phala; non giro, oramai, più in tondo, nel saṃsarā


info su questa pagina

Origine: Opera francese

Autore: Monaco Dhamma Sāmi

Traduttore: Guido Da Todi

Data: Gennaio 2004

Aggiornamento: 29 settembre 2011