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Buddha esita ad insegnare il Dhamma, che ha appena scoperto, supponendo che nessuno potrebbe essere in grado di comprenderlo.

Il brahmā Sahamapati contribuisce a fargli cambiare idea.

la sollecitazione di brahmā Sahampati

L'esitazione di Buddha

Al 50o giorno, che seguì il suo risveglio, Buddha ritornò sotto il fico del Banian Ajapāla, mettendosi a riflettere:

«Questo Dhamma che ho appena scoperto è particolarmente profondo. E' difficile da vedere, difficile da comprendere. Porta pace, ed è nobile. Non è una cosa che rientra nelle abitudini dei Sakya (l'etnia da cui proviene la famiglia di Buddha, può anche scriversi: Sākīya). E'molto sottile. Solo con l'aiuto della saggezza lo si può conoscere. Libera dalla sfera dei sensi. Sono riuscito a comprendere tutto il processo delle cause e degli effetti del paṭiccasamuppāda. Ho potuto sbarazzarmi da ogni attaccamento, grazie a questo Dhamma. Sono in grado di insegnare questo Dhamma. Gli esseri non possono comprenderlo. Tra di loro vi è poca saggezza e tanti kilesā. Essi apprezzano talmente i piaceri sensoriali. Se insegnerò loro il Dhamma, non lo comprenderanno; mi affaticherò a farlo inutilmente. Essi non sono pronti a questo Dhamma, che ho appena scoperto, né a praticarlo con ardore ed in modo difficile. Tutti hanno difficoltà a comprenderlo, senza sforzo, perché hanno della polvere davanti agli occhi.»

In quel momento, il brahmā Sahampati — della prima sfera materiale del mondo di brahmā — che aveva prestato attenzione ai pensieri di Buddha — gli si avvicinò, mettendosi in ginocchio, in terra, e, giungendo rispettosamente le mani, gli si indirizzò così:

«Venerabile rinunciante, vi chiedo di insegnare il Dhamma, Esistono in questo mondo degli esseri che hanno solo poca polvere davanti agli occhi. Sono svantaggiati, considerato che non hanno mai conosciuto il Dhamma. Insegnateglielo. Nello stato del Maghada, vi sono solo due grandi maestri, che hanno dell'oscurità davanti agli occhi. Aprite loro gli occhi, Venerabile Buddha. Risparmiate loro questa oscurità. Fate loro ascoltare le quattro nobili verità. Ve ne prego, alzatevi ed andate ad insegnare il Dhamma alla gente. Tra di loro, vi saranno delle persone in grado di comprenderlo.»

Questo brahmā era stato un amico di Buddha (Gotama), ai tempi del Buddha Kassapa. Benché ancora puthujana, egli sperimentò il primo jhāna, al momento della sua morte. Ecco perché, da allora, dimorava nella prima sfera materiale del mondo di brahmā.

In risposta, Buddha disse al brahmā Sahampati:

««Si, anche io ho pensato questo; ma, questo Dhamma, che ho appena scoperto, è particolarmente profondo. E'difficile da vedere, è difficile da comprendere. Porta pace, è nobile. Non è una cosa che rientra nelle abitudini dei Sakya. E' molto sottile. Solo con l'aiuto della saggezza lo si può comprendere. Libera dalla sfera dei sensi. Ho potuto comprendere l'intero processo delle cause e degli effetti del paṭiccasamuppāda. Grazie a questo Dhamma, mi sono potuto sbarazzare di ogni attaccamento. Sono in grado di insegnare questo Dhamma. Tra gli esseri, esiste poca saggezza e tanti kilesā. Essi apprezzano oltremodo i piaceri sensoriali. Se io insegnerò loro il Dhamma, non lo comprenderanno; mi affaticherò inutilmente. La gente non è pronta per questo Dhamma che ho appena scoperto, ed a praticarlo ardentemente e con molta difficoltà. Tutti non lo possono comprendere facilmente, perché hanno della polvere davanti agli occhi.»

Dopo che il brahmā ebbe nuovamente formulato la sua sollecitazione, Buddha ripeté la sua risposta. Determinato a che Buddha tenesse conto del suo consiglio, il brahmā replicò, per la terza volta, la sua istanza. Instancabile, Buddha ridiede, per la terza volta, la stessa replica, prima di propendere, un poco di più, verso la sollecitazione di brahmā.

Il consenso di Buddha

Dopo avere ben considerata la situazione, immerso nella compassione per tutti gli esseri, Buddha guardò attraverso il mondo, con l'aiuto dei suoi poteri psichici, che permettevano di vedere tutto, per trovare chi fosse capace di comprendere il Dhamma. Poiché ne vide, effettivamente, qualcuno, finì per accettare le sollecitazioni del brahmā, e promise che avrebbe insegnato il Dhamma. Prosternandosi rispettosamente davanti a Buddha, il brahmā si ritirò.

Il nefasto deva Mara si avvicinò, senza indugio, al beato, incalzandolo a sua volta:

«Gotama! Non attardatevi a gioire della Pace che avete appena scoperto! Spegnetevi, tranquillamente, nel parinibbāna!

— Hey, Mara! Non entrerò nel parinibbāna, sino a che non esisteranno sufficienti arahant e individui capaci di insegnare il Dhamma in questo mondo.»

Ignorando, quindi, Mara, mentre scrutava l'universo, con l'aiuto dei suoi poteri, Buddha si domandò:

«A chi posso incominciare ad insegnare il Dhamma? Chi, dunque, potrà rapidamente comprendere questo Dhamma? (Riflettendo.). Quell'eremita Alara, dell'etnia dei Kalama, è dotato di saggezza, è garbato e molto intelligente; e da molto tempo non ha che un fine strato di polvere (impurità mentali) davanti agli occhi (saggezza). Sarebbe bene che io iniziassi ad insegnare il Dhamma, per primo, a costui; potrebbe apprenderlo rapidamente.»

Un deva, con il corpo invisibile, rivelò a Buddha:

«Venerabile Buddha, l'eremita Alara, dell'etnia dei Kalama, è morto da sette giorni; ha ripreso nascita nelle sfere immateriali del mondo dei brahmā

Buddha, allora, ebbe compassione per questo eremita, che avrebbe potuto comprendere rapidamente il Dhamma. Si domandò, allora, di nuovo:

«A chi posso cominciare ad insegnare il Dhamma? Chi, dunque, potrebbe rapidamente comprendere questo Dhamma? (Riflettendo.) Quell'eremita, Udaka, figlio di Rama, possiede della saggezza; è gentile e molto intelligente; e da tempo ha solo un fine strato di polvere (impurità mentali) davanti agli occhi (saggezza). E' bene che io insegni il Dhamma, per primo, a costui; sarebbe in grado di capirlo rapidamente.»

A quel punto, un deva, dal corpo invisibile, rivelò a Buddha:

«Venerabile Buddha, l'eremita Udaka, figlio di Rama, è appena morto.»

Allora, Buddha ebbe compassione di questo eremita, che avrebbe potuto comprendere il Dhamma prontamente. Si domandò, allora, di nuovo:

«A chi posso cominciare ad insegnare il Dhamma? Chi, dunque, potrebbe comprenderlo subito? Vi è quel gruppo di cinque rinuncianti, che si è ardentemente disciplinato nel più nobile dei compiti. Insegnerò il Dhamma, per primo, a questo gruppo di cinque. Ora, dove possono trovarsi?»

Grazie ai suoi poteri psichici, poté rapidamente localizzare i suoi cinque antichi compagni, che stavano nel regno di Bārānasi, accanto alla città con lo stesso nome, nella foresta di Migadā. A questo punto, Buddha lasciò la foresta di Uruvela e si mise tranquillamente in viaggio, in direzione del regno di Bārānasi, verso la foresta di Migadā, viaggiando da solo ed a piedi.


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Origine: Opera francese

Autore: Monaco Dhamma Sāmi

Traduttore: Guido Da Todi

Data: Gennaio 2004

Aggiornamento: 29 settembre 2011