Cliccate qui per visualizzare normalmente la pagina (in configurazione e grafica). Se non ci riuscite, controllate che il vostro navigatore accetti JavaScript e supporti i CCS. Vi raccomandiamo un navigatore, che rispetti gli standard, come: Google Chrome, Firefox, Safari...

Vi trovate qui: home > buddha > sāriputtarā e moggalāna (1/2)
riassunto della pagina

I monaci Sāriputtarā e Mogallana (i due più grandi discepoli di Buddha) hanno delle qualità eccezionali. Per beneficiarne, è stato necessario che le sviluppassero in numerose esistenze.

Tutto ciò iniziò da lungo tempo, quando si chiamavano Sarda e Sirivaddhana ed incontrarono il Buddha Anomadassī...

il passato dei Venerabili Sāriputtarā e Mahā Moggalāna

La rinuncia del ricco Sarada

Buddha fece, in seguito, il racconto dello sviluppo delle pāramī dei Venerabili Sāriputtarā e Mahā Moggalāna.

Un asaṅkhyeyya, 100.000 kappa addietro, vivevano un bramino ed un uomo ricco, tutti e due della tribù dei Mahāsāla. Il bramino si chiamava Sarada — il futuro Venerabile Sāriputtarā — e l'uomo ricco Sirivaḍḍhana — il futuro Venerabile Mahā Moggalāna. Tutti e due erano legati dalla migliore amicizia del mondo; e, ciò, dalla loro più tenera infanzia. Alla morte del padre, Sarada ne ereditò l'intera fortuna, che comprendeva, anche, i beni di tutti i suoi antenati. Allora, giovane adulto, Sarada si recò in un luogo calmo e silenzioso, per riflettere:

«Ora, io conosco la vita di cui beneficerò. Non so, però, quale esistenza mi attende più tardi. Tuttavia, una cosa è sicura: sarà sempre lo stesso. Dopo la concezione, si esce allo scoperto, in una nuova nascita; dopo la nascita, si giunge irrimediabilmente alla morte. Tale ciclo, ricomincia, poi, in eterno. Tutta la mia fortuna non presenta alcun vantaggio. Delle intere ricchezze, oro, argento, gioielli, riserve di riso... non si può portare nulla con sé, quando si muore. Se qualcuno decede, gli si può augurare tutto ciò che si desidera, ma non si può fare nulla, per lui; rinascerà là, dove deve nascere (in funzione delle sue azioni). I piaceri sensoriali sono privi di ogni sostanza. Quale beneficio si guadagna, attraverso la gioia di questi sensi? Sarebbe veramente una buona cosa se io potessi trovare una via che mi facesse uscire da codesta sfera dei piaceri sensoriali. E sarebbe anche bene se, dopo avere rinunciato all'esistenza laica, io adottassi una vita di rinuncia, per cercare nibbāna: la liberazione definitiva della sfera sensoriale.

Quando Sarada si recò dal suo amico Sirivaḍḍhana, gli confidò le sue riflessioni, annunciandogli il proprio intento di condurre una vita da rinunciante. Quindi, gli propose:

«Amico Sirivaḍḍhana! Vorreste, anche voi, abbandonare la vita laica, per seguire un' esistenza di rinuncia, consacrata alla ricerca del prezioso nibbāna?

— No, Sarada, non considero questa possibilità. Tuttavia, se voi siete pronto a fare così, non attendete ulteriormente; partite, da questo momento, per condurre un modo di vivere da rinunciante!»

Sarada abbandonò tutte le sue proprietà. E andò su una montagna, per trascorrervi un'esistenza da eremita. Sviluppò rapidamente gli jhāna e gli abhiñña. Mano a mano, lo raggiunsero anche tutti i suoi amici, sino a quando l'eremita Sarada si ritrovò assieme a 74.000 discepoli eremiti. Insegnò loro gli jhāna e i abhiñña. Tutti giunsero a padroneggiarli integralmente.

L'incontro dell'eremita Sarada, con Buddha Anomadassī

Durante il majjhima desa, nel regno di Candavatī, si risvegliò il Buddha Anomadassī. I genitori di questo buddha erano re e regina. Il re si chiamava Yasavā e la regina Yasodharā (nulla a che vedere con la sposa del principe Siddharta). Al pari di ogni buddha, il Beato Anomadassī aveva suoi due aggasāvaka (i due discepoli più nobili; l'equivalente dei Venerabili Sāriputtarā e Mahā Moggalāna per Buddha Gotama); ed il suo servitore titolato, che lo accompagnava ovunque andasse (l'equivalente del Venerabile Ananda, per il Buddha Gotama). Il suo discepolo, braccio destro, era il Venerabile Nisabha; il suo discepolo, braccio sinistro, era il Venerabile Anoma. Il servitore titolato, il Venerabile Varuṇa. Alla stessa guisa, egli aveva le sue due più nobili discepole: la sua discepola, braccio destro, era la Venerabile Sundarā; la sua discepola, braccio sinistro, era la Venerabile Sumana.

Un giorno, mentre Buddha Anomadassī usciva da un phala samāpatti, vide Sarada sulla sua montagna, circondato dai propri 74.000 discepoli. Sapendo che era destinato a divenire uno dei due aggasāvaka di un buddha futuro, decise di andarlo a trovare. Volò nell'aria, grazie ai suoi poteri psichici, per raggiungerlo sulla montagna. Quando vi giunse, l'eremita Sarada se ne stava tutto solo. Vedendo Buddha avvicinarsi, seppe immediatamente:

«In questo mondo, non esiste chi sia più nobile di costui, né chi possa rivaleggiare con lui.»

Per accoglierlo, gli preparò un posto per accomodarsi, e gli portò dell'acqua. Si prosternò molto rispettosamente, gli indirizzò delle parole di cortesia e si sedette di lato, più in basso di lui. In quel momento, tutti i discepoli dell'eremita ritornarono, e furono molto sorpresi di vedere il proprio maestro esprimere dei profondi segni di rispetto verso uno straniero — Buddha Anomadassì — e sedersi più in basso di lui; poiché avevano sempre pensato che il loro maestro fosse il più nobile di tutti gli esseri. Non potettero celare il loro sbalordimento:

«O maestro!Costui sarebbe più nobile di voi?»

— Come osate porre una simile domanda? Tra una montagna ed un grano di sesamo, qual è più grande?

— Una montagna è infinitamente più grande, maestro.

— Allo stesso modo, la grandezza di questo essere non è assolutamente paragonabile alla mia; egli è Buddha, ed in questo mondo è il più nobile.»

Il desiderio dell'eremita Sarada

Tutti si prosternarono davanti a Buddha Anomadassī, si presero la più gran cura di lui, e gli offrirono i migliori frutti del raccolto. Buddha pensò che sarebbe stato bene che i suoi due principali discepoli fossero lì, con lui. Quando questi conobbero la volontà del Beato, vennero sulla montagna, accompagnati dall'intero saṃgha, composto, a quel tempo, da centomila monaci. Al loro arrivo, gli eremiti si affettarono a preparare loro dei buoni posti, per sedersi. E, quindi, coprirono il suolo di fiori. Buddha Anomadassī si alzò, andando a sedersi di fronte al saṃgha e davanti a tutti gli eremiti, sopra un posto più elevato, egualmente ricoperto di fiori. Onde permettere un considerevole merito agli eremiti che stavano preparando, con grande cura, il posto per l'accoglienza del saṃgha e di lui stesso, egli si assorbì nel nirodha, per sette giorni. Sapendo in quale tipo di assorbimento il Perfetto si trovasse, l'intero saṃgha si immerse, a sua volta, nel nirodha. E per proteggere Buddha Anomadassī dalle intemperie, l'eremita Sarada tese sopra di lui un ombrello, fatto da foglie, e rimase lì, senza muoversi, per l'intera durata dei sette giorni di assorbimento dei monaci, senza mangiare, né fare altro. Solo, piti lo invadeva.

Quando tutti furono usciti dall'assorbimento mentale. Buddha chiamò Nisabha accanto a lui — il suo discepolo, braccio destro — chiedendogli di esprimere, per il bene di tutti gli eremiti, un sermone, circa il merito sviluppato dal dono dei fiori, come era stato appena fatto al saṃgha. Dopo, invitò Anoma — il suo discepolo, braccio sinistro — a pronunciare lo stesso sermone. Quando ciò avvenne, nessun eremita era divenuto ariyā. Buddha Anomadassī rilasciò, egli stesso, un insegnamento, alla fine del quale i 74.000 eremiti divennero tutti arahant, eccetto Sarada, le cui pāramī lo destinavano alla distinzione particolare di aggasāvaka, durante la venuta di un prossimo buddha sāsana (nel tempo di Buddha Gotama). Il Beato disse soltanto «ehi bhikkhu!», e tutti ottennero spontaneamente la ciotola e le vesti. A questo punto, l'eremita Sarada formulò il suo desiderio a Buddha Anomadassī:

«Oh, nobile Buddha! Con i kusala che ho compiuto, attraverso la mia offerta di fiori e con la mia protezione, durata sette giorni, tramite un ombrello di foglie, possa io divenire, proprio come il vostro Venerabile Nisabha, aggasāvaka: discepolo, braccio destro, di un prossimo buddha!»

Grazie a anāgataṃsa ñāṇa, che è una conoscenza peculiare ai buddha, e che permette di predire un lontanissimo avvenire, basandosi, in particolare, sui fattori molto complessi del kamma degli individui e dell'evoluzione delle loro pāramī, il Beato esaminò le possibilità che si offrivano all'eremita Sarada. Quindi, gli rispose:

«Sarada, tutte le condizioni sono favorevoli: da qui ad 1 asaṅkhyeyya e 100.000 kappa, voi diverrete un aggasāvaka. In quel kappa appariranno cinque buddha: prima, Buddha Kakusandha; seguito da Buddha Koṇāguma; quindi, verrà Buddha Kassapa; e, dopo, Buddha Gotama, di cui voi sarete il discepolo braccio destro. Il vostro nome, allora, sarà Sāriputtarā.»

Dopo di ciò, Buddha Anomadassī e l'intero saṃgha — tra cui i 74.000 discepoli — ripartirono, lasciando tutto solo l'eremita Sarada, sulla sua montagna.

Il desiderio di Sirivaḍḍhana

Ben presto, l'eremita Sarada andò a visitare il suo amico Sirivaḍḍhana, che viveva ancora, pienamente, nel mondo laico. Giungendo, si arrestò di fronte alla porta della sua casa. Sirivaḍḍhana venne ad aprirgli.

«Oh, amico Sarada! E' da tanto tempo che noi non ci vediamo! Vi prego, entrate, dunque! Sedetevi! (accolse cortesemente il suo amico e si sedette accanto a lui). Dove sono i vostri discepoli? Non vi stanno accompagnando?

— Un giorno, allorché tutti i miei discepoli si erano recato a cercare della frutta sulla montagna, ebbi la visita di un essere eccezionale. Nessuno può paragonarsi a lui (e relazionò l'amico su tutto quanto era accaduto dopo...). E' così che io diverrò il discepolo, braccio destro del Buddha Gotamo. Fino a quel momento, camminiamo assieme, amico mio! Possiate divenire il discepolo, braccio sinistro, di questo buddha! Sforzatevi di diventare aggasāvaka con me!

— Come potrei mai cominciare? Non conosco neppure questo Buddha Anomadassī; non ho il minimo rapporto con lui! (rifletté per un istante). Portatemi da lui, amico mio! Aiutatemi e fatemelo conoscere! Solo allora io sarò in grado di compiere un atto meritorio e di formulare anche io il mio desiderio, in conseguenza.

— Non inquietatevi per questo; mi farò un dovere di andare ad invitare Buddha Anomadassī ed i suoi monaci a venire da voi. Occupatevi solo del necessario per poterli ricevere.

— Inteso! Vado a fare preparare un rifugio capace di ospitare duecentomila monaci. Organizzerò ogni cosa per offrire loro il pasto e le bevande, per la durata di sette giorni.

L'eremita andò a trovare Buddha per annunciargli l'invito:

«O nobile Buddha! Per compassione verso il mio amico Sirivaḍḍhana, sarei veramente pieno di gioia che vogliate accettare, con il saṃgha, un invito per il pasto e le bevande, per la durata di sette giorni. Vorreste fargli l'onore di una vostra visita, e di venire in ognuno di questi sette giorni, dando, al settimo giorno, un insegnamento?»

Avendo accettato l'invito del ricco Sirivaḍḍhana, Buddha Anomadassī presenziò in ognuno di questi sette giorni, accompagnato da centomila monaci. Sirivaḍḍhana fece servire loro il pasto e le bevande, ed il settimo giorno offrì un completo di tre vesti, per ciascun monaco. A quel punto, Buddha insegnò il Dhamma. Quando il sermone fu terminato, Sirivaḍḍhana si avvicinò al Beato:

«Oh, nobile Buddha! Il desiderio del mio amico Sarada è realizzato; egli sarà aggasāvaka, ai tempi del Buddha Gotama. Con tutti i kusala che ho realizzato, durante questi sette giorni, possa io diventare, come il vostro nobile discepolo, il Venerabile Anoma, aggasāvaka, discepolo, braccio sinistro, di un prossimo buddha!»

Grazie a anāgataṃsa ñāṇa, Buddha Anomadassī esaminò a fondo le probabilità che si offrivano al ricco Sirivaḍḍhana, prima di rispondergli:

«Tutte le condizioni sono favorevoli: in 1 asaṅkhyeyya e 100.000 kappa, diverrete un aggasāvaka. In questo kappa, vi saranno cinque buddha: prima, Buddha Kakusandha; seguito dal Buddha Koṇāguma; e, poi, dal Buddha Kassapa; ed infine, dal Buddha Gotama. Il vostro nome, allora, sarà Mahā Moggalāna.»

Sirivaḍḍhana evidenziò la sua soddisfazione, prosternandosi rispettosamente davanti a Buddha. Tutti rimasero incantati da questa nobile predizione. Quando Buddha (Gotama) ebbe terminato questo racconto, concluse, come aveva fatto al termine del racconto di ognuno dei suoi altri grandi discepoli:

«Come tutti possono constatarlo, le distinzioni particolari, proprie a ciascuno di questi monaci, non sono state loro date, in funzione di un colpo di testa; ma, sono dovute esclusivamente in virtù della determinazione del loro lontano desiderio, certificato da un buddha onnisciente e da innumerevoli pāramī, sviluppate durante dei periodi estremamente lunghi.»


info su questa pagina

Origine: Opera francese

Autore: Monaco Dhamma Sāmi

Traduttore: Guido Da Todi

Data: Gennaio 2004

Aggiornamento: 29 settembre 2011