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riassunto della pagina

L'eremita Sumedhā incontra il buddha del suoi tempi. Subito, fa voto di divenire lui stesso un buddha.

Inizia allora un suo lungo percorso, che lo condurrà, un giorno, ad essere il "nostro" Buddha Gotama...

l'eremita Sumedhā

L'ambiente del giovane Sumedhā

C'era una volta un giovane bramino, che si chiamava Sumedhā — il futuro Gotamo Buddha — che significa "colui che è dotato di una saggezza degna di lodi". Nacque e viveva nella città di Amaravatí. Questa città era costruita giudiziosamente e ci si viveva in modo molto piacevole. Tutto in essa era organizzato in modo meraviglioso; vi regnava solo l'armonia. Ogni cosa appariva contemporaneamente molto bella, pura, pulita. Ovunque, lo spazio verde si trovava disposto in perfetto equilibrio con le abitazioni. Un'acqua naturalmente pura scorreva ovunque, e nessun quartiere ne rimaneva sprovvisto. Il cibo abbondava per tutti, come anche il lavoro. Nessuno era privo di alcunché. Gli abitanti vivevano soddisfatti e prosperavano nelle proprie attività. Le persone provavano tanta felicità che la qualità della loro vita si poteva paragonare a quella dei deva (esseri che vivono nella sfera, ove la gioia è costante ed i piaceri particolarmente raffinati). I gioielli delle sette specie abbondavano ad Amaravatī. Gli scambi commerciali e scientifici con gli altri paesi erano numerosi, ed anche le relazioni tra di essi, famose. Ogni abitante di questa città esemplare appariva molto maturo, nelle proprie pāramī.

I genitori del giovane Sumedhā erano bramini da numerose generazioni, sia da parte del padre che della madre. Il giovane nacque nel ventre di una donna sana, libera da malattie. Da sette generazioni, i membri della sua famiglia non era mai stati oggetto di accuse, o di critiche negative. Furono sempre molto puri, molto puliti nel loro mentale. E tutti di una splendente bellezza naturale. Completamente realizzati in ogni campo, con la gioia del cuore, seppero spessissimo fare delle buone azioni. Lungo il tempo avevano ammassato una colossale fortuna. In qualunque attività entrassero, quella prosperava in modo esemplare, compresi gli aspetti filosofici. Oltre a tali ricchezze mentali, ogni generazione possedette delle importanti riserve di riso, in modo permanente. Il ceppo famigliare fu sempre molto dotato nella scienza astrologica (le tre parti, conosciute sotto il nome di Iru, Yaju e Sāma); i suoi membri erano capaci di dare delle conferenze a soggetto, per delle ore, citando dei lunghi testi a memoria, senza mai provare la minima esitazione. Furono anche molto abili nelle altre discipline. Letteratura, grammatica, recitazione di leggende. Infaticabilmente, ogni membro della famiglia brillava in tutte queste materie.

I genitori di Sumedhā morirono che egli era ancora molto giovane. Il tesoriere della famiglia, di conseguenza, accorse a mostrargli il dettaglio dell'eredità:

«Qui, c'è tutto ciò che proviene da vostro padre. Lì, quanto ricevete da vostra madre; e là, ancora, dal vostro nonno...»

Egli precisò i beni che tutti i suoi antenati avevano accumulato, avendo cura di seguirli sino a sette generazioni precedenti. Guardando questa incredibile fortuna davanti a sé, il giovane Sumedhā pensò:

«Dopo avere ammassato tutta questa fortuna da tanto tempo, ogni membro della mia famiglia è sparito. Sono morti senza portarsene appresso la minima particella. Se io facessi dāna con una simile ricchezza, svilupperei, allora, molti kusala. In tal modo, potrei morire portando ogni cosa con me.»

Ultimo membro della sua famiglia, era divenuto il capo della casa. Quel giorno, andò a sedersi sotto il più alto tetto della magione, approfittando della grande calma che, oramai, regnava in essa. E, mentre si giovava pienamente di questa tranquillità, si mise a sognare:

«E' un fatto veramente insopportabile rinascere; dover subire, in ogni momento, delle malattie, la vecchiaia e, sicuramente, la morte. Tutto ciò rappresenta tanta sofferenza. Questo corpo è composto solo da cose ripugnanti, come i peli, le unghie, la carne, le ossa, gli intestini, gli escrementi, il cervello, la bile, i muchi, il pus, il sangue, il sudore, il grasso, la secrezione, l'urina... Deve sicuramente esistere un modo di giungere a liberarsi da tutto ciò. Cercherò la via che porta al nibbāna. Se esiste il caldo, deve esserci necessariamente il freddo. Poiché esistono lobha, dosa, e moha (l'avidità, l'avversione e l'ignoranza) debbono apparire forzatamente alobha, adosa e amoha (l'assenza di queste cose). Così, anche, se sussiste kusala, vi è akusala (se vi è merito, vi è demerito). Allo stesso modo, apparendo nascita, vecchiaia, malattia e morte, ci sarà pure un luogo ove non si manifestino né nascita, né vecchiaia, né malattia, né morte. Come, quando appare una malattia, vi sono dei medici che ce ne indicano la cura. Se si rimane malati, a causa della negligenza nel prendere le medicine, non sarà colpa del medico, né di queste. Succede lo stesso con i kilesā. Cioè, c'è, di sicuro, un modo per guarire dai kilesā e, di conseguenza, qualcuno in grado di indicarcene la posologia. Se non la si rispetta, si resterà ancora ammalati di kilesā. Non sarà colpa dell'istruttore, né del metodo. Se non vado sul retto cammino per liberarmi dal male dei kilesā, e non ascolto le istruzioni di un insegnante che conosce il trattamento da seguire, non sarà colpa sua.»

La rinuncia dei beni

Qualche anno dopo, il bramino Sumedhā tornò a sognare, come quando era giovane:

«I miei antenati non sono riusciti a portare con sé una sia pur minima parte della loro fortuna. Anche io, quando morrò, non potrò tenere nulla per me. Voglio fare in modo di riuscire a conservare questa fortuna, sino al nibbāna

Applicando la sua decisione, si recò dal re:

«Sire, ho paura della nascita, della vecchiaia, della malattia e della morte. Non desidero maritarmi. Voglio divenire un rinunciante. Posseggo una grande ricchezza, di cui non ho più bisogno. Ve la dono.

— Sumedhā! Non posso accettare. Queste proprietà sono state accumulate dai vostri antenati. Ora, vi appartengono. Utilizzatele per voi!»

Appena il giovane bramino fu rientrato a casa sua, egli batté su di un grosso tamburo per richiamare l'attenzione della gente. Risposero in grande numero all'appello e, quando giunsero da lui, egli annunciò:

«Servitevi, fino a soddisfarvi! Prendete ogni cosa, non lasciate nulla! Vi regalo tutto. Prendete quanto volete!»

Sia i ricchi, che i poveri si servirono, allegramente, da questa miniera di tesori, offerti di cuore ad ogni venuto. Alcuni riempirono tanto pesantemente le loro tasche di oro e di oggetti preziosi di ogni genere, che barcollavano e cadevano all'indietro. Una volta che la residenza del bramino fu totalmente vuotata, egli abbandonò anche la casa per chi ne avesse avuto bisogno.

La partenza per la montagna

Egli partì, dopo, verso la montagna Himavantā (Catena dell'Himalaya), per condurre una vita da eremita. Quando giunse nella grande catena montuosa, decise di recarsi sul monte Dhammika. A quel punto, il re deva di quei tempi, che si chiamava Sakka (come gli altri re deva), ordinò ad uno dei tanti altri deva, che costituivano la sua corte:

«Andate a creare un alloggio, affinché il rinunciante Sumedhā possa vivere in condizioni soddisfacenti, e fate in modo che egli lo scorga, mentre sale verso il monte Dhammika.

— Molto bene, Sire! Parto, senza indugio.»

Quando discese sulla montagna, il deva creò un solido alloggio, con il tetto in foglie. Creò pure un viale per la meditazione camminata, necessario alla pratica del rinunciante. Lo costruì, libero dai cinque difetti: (1) senza irregolarità, il viale era perfettamente liscio; (2) privo di alberi e radici; (3) libero di erba e di cespugli; (4) non angusto; (5) non troppo largo. La sua lunghezza era di 60 gomiti e la sua larghezza di 3 gomiti (un gomito corrisponde a circa 50 centimetri). Della sabbia era accuratamente sparsa sul sentiero.

L'alloggio venne costruito in un luogo ed in maniera che contribuisse ad offrire a chi l'avesse occupato, perfettamente, gli otto samaṇasukha, che significa "le otto felicità del rinunciante":

  1. Non avere degli affari in sospeso.
  2. Accettare il cibo offerto, senza fare il difficile.
  3. Mangiare il cibo freddo (non accogliere inviti, e contentarsi del cibo ricevuto in offerta).
  4. Essere esente da tasse, verso lo Stato.
  5. Non avere il minimo attaccamento al proprio luogo di domicilio.
  6. Non avere nessun motivo di temere i ladri e i malfattori.
  7. Non intrattenere relazioni privilegiate con i re e le persone altolocate.
  8. Essere libero di circolare nelle quattro direzioni.

Oltre a ciò, l'abitazione creata dal deva per il rinunciante Sumedhā possedeva tutte le condizioni ideali per lo sviluppo della concentrazione e degli abhiñña. Fece anche apparire degli alberi fecondi, già pieni di frutta matura, pronta per essere consumata. E né dimenticò un laghetto per bagnarsi e per bere. Il deva curò di non lasciare in libertà nessun leone, e nessuna tigre nei paraggi, in modo che non vi fossero dei rischi. Fu attento, anche, a tenere la località priva di uccelli pericolosi. Il posto era pieno di serenità, senza alcuna minaccia. Il deva costruì due spalliere in legno, ad ogni estremità del viale, perché vi ci si potesse appoggiare e collocò al centro dello stesso una pietra piatta di color verde, per sedervicisi. All'interno dell'abitazione, rese disponibili solo degli oggetti utili ad un eremita: qualche veste, una ciotola, una brocca, un cappello . Vi era anche un cucinino, con l'angolo per accendere il fuoco; dei ceppi di legno, un vaso d'acqua, un bicchiere. Poi, scrisse delle parole sul muro, affinché Sumedhā comprendesse che poteva utilizzare liberamente l'alloggio per sé:

«Chiunque desideri condurre la vita di rinunciante è libero di utilizzare questo alloggio e tutto ciò che vi troverà. Restateci, eremita! Impiegate il posto secondo i bisogno della vostra vita da eremita!»

Appena il deva ebbe terminato il suo lavoro, tornò da dove veniva. Poco dopo, Sumedhā , che si stava dirigendo verso il monte Dhammika, aggirò un corso d'acqua, giunse ai piedi della montagna ed alzò il capo, interrogandosi:

«Dove posso andare per trovare un luogo tranquillo e conveniente alla mia vita da eremita?»

A quel punto, si accorse dell'alloggio creato dal deva. Vi si diresse lentamente, pacificamente. Quando giunse davanti alla modesta dimora, si disse:

«L'eremita che abita qui sarà dovuto andare al villaggio vicino per cercare cibo; è mattino e nessuno sembra stare qui. Appena si sarà stancato del suo giro, egli tornerà di sicuro, per riposarsi. L'aspetterò.»

La decisione di divenire eremita

Dopo una lunga attesa, non scorgendo dei segni particolari che rivelassero che qualcuno abitava lì, decise di entrare nella dimora. Spinse la porta, penetrò, e, dopo avere osservato attentamente l'interno, si accorse subito delle frasi scritte sul muro. Appena le ebbe lette, si rese conto che nessuno vi risiedeva e che il posto era liberto. Sumedhā, allora, fece una riflessione:

«Sembra che io corrisponda esattamente al tipo di persona a cui il messaggio è dedicato.»

Restò, ciononostante, un po' di tempo a riflettere ancora e rintracciò 9 inconvenienti dell'abito laico e 12 vantaggi per quello del rinunciante. Allora, dicendo: «Ora, mi trovo a casa mia!", decise di diventare eremita. Si sbarazzò di quanto apparteneva alla sua vita da laico, per conservare solo gli oggetti da eremita; indossò gli abiti, che attendevano solo lui. E fu così che elesse il proprio domicilio in questa nuova dimora, che sembrava fatta a sua misura.

Mentre l'eremita Sumedhā camminava tranquillamente sul viale, osservando il suo corpo, si arrestò a riflettere:

«Il mio desiderio si è completamente realizzato. Il fatto che io ora sia un eremita mi colma in modo perfetto; si tratta esattamente di quanto m'era necessario. E' un eccellente cammino, degno di rallegramenti. Rinuncio ad ogni piacere dei sensi. Sono divenuto un rinunciante. Voglio dedicarmi allo sviluppo della concentrazione. Mi sforzerò di ottenere quanto esiste di più nobile e di raggiungere la vera felicità.»

Era entusiasta, pieno di allegria. Più tardi, si sedette sulla pietra verde, assaporando questi pensieri. Il tempo passò presto. Egli restò così sino alla venuta della notte. A questo punto, rientrò nel suo alloggio, sdraiandosi sul letto. Dormì di un sonno profondo. All'alba, ripensò alla sua nuova vita di rinunciante. Ripensò a tutti i difetti del matrimonio. Meditò sul suo (nuovo) cammino: aveva donato tutte le sue proprietà agli altri, si era liberato dai piaceri dei sensi, gli era nata la volontà di creare solo dei kusala. E ne concluse che erano state tutte queste le cause che lo avevano spinto a rinunciare alle cose del mondo, a favore della vita di eremita. Prese, quindi, una decisione:

«Da ora in avanti, che io possa rimanere pienamente attento a tutti gli atti che io farò! Ora, io avvio l'addestramento che mi permetterà di sviluppare la tranquillità.»

Poiché trovò 8 inconvenienti al suo alloggio e 10 vantaggi a dimorare sotto un albero, partì da dove si trovava per disporsi sotto una pianta (vedere: le 10 virtù di risiedere ai piedi di un albero e gli 8 inconvenienti di abitare sotto un tetto. Avrebbe dormito soltanto una notte nella dimora creata dal deva. Il mattino seguente si recò al vicino villaggio per ricevere il suo cibo quotidiano. Piena di generosità e di rispetto, la gente gli offrì del nutrimento in abbondanza. Di conseguenza, la sua ciotola si riempì in pochissimo tempo. Raggiunse il suo albero per mangiare. Là, riflesse:

«Se sono divenuto eremita, ciò non è stato allo scopo di ottenere del cibo. Se accetto nutrimento dalle persone, che lo fanno come prova di grande rispetto, il fatto può provocare orgoglio. Abituandosi a consumare del buon cibo, possono nascere avidità e diverse insoddisfazioni. Sarà, allora, bene che io limiti la mia alimentazione ai frutti trovati in natura. Se, poi, mi allungo (mi sdraio) si potrebbero sviluppare la pigrizia ed il torpore. Sarebbe bene che io evitassi di allungarmi.»

Da quel giorno si accontentò della frutta trovata in terra e sugli alberi. Rinunciò alla postura allungata, anche di notte, limitandosi alle tre posizioni: in piedi, in marcia e seduto.

In sette giorni sperimentò tutti gli jhāna (stati di assorbimento, in cui la coscienza resta fissa su di un unico oggetto): i cinque rūpa jhāna e le quattro arūpa jhāna, come pure le cinque abhiñña.

I preparativi per l'accoglienza del Buddha Dīpaṅkarā

Il Buddha di quei tempi, Buddha Dīpaṅkarā, era già risvegliato. Tuttavia, l'eremita Sumedhā lo ignorava, poiché si trovava costantemente assorbito nei suoi jhāna. Mentre questo Buddha dava il suo primo sermone, nel bosco di Sunandā Rāma, erano presenti cento milioni di deva ad ascoltarlo.

Dopo avere insegnato il suo primo sermone, Buddha Dīpaṅkarā proseguì il cammino, distribuendo il Dhamma nel mondo, affinché il maggior numero di esseri potessero liberarsi dei propri kilesā. Era accompagnato da 400.000 monaci - tutti arahant — e raggiunse la città di Rammāvatī. Accanto ad essa si trovava il monastero di Sudassana, che egli occupò. Appena si seppe che il Buddha era arrivato con i monaci, tutti ebbero il grande piacere di recarsi da loro a fare delle offerte: burro, olio, miele e diversi prodotti medicinali. Il giorno seguente venne costruito un grande rifugio, ove i monaci potessero mangiarvi confortevolmente e riposarsi. Fu preparato il tutto, senza trascurare il minimo dettaglio. Ogni posto, ogni piatto ed ogni decorazione erano impeccabili, sì che i monaci fossero ricevuti il più dignitosamente possibile. Vennero sparsi al suolo dei petali di loto, perché si potesse camminare gradevolmente e perché si diffondesse un piacevole profumo, nei dintorni dei luoghi dell'invito.

Poiché aveva molto piovuto, la strada per la quale sarebbero giunti Buddha Dīpaṅkarā e tutti i suoi monaci era divenuta fatiscente; sprofondata, franata e, in alcune parti, disgregata. Vi era molto fango. Tutti, allora, si impegnarono a rimetterla in buono stato, piatta e liscia. La ricoprirono di sabbia e sparsero ovunque dei petali di loto. Poiché molta gente era occupata in questo cantiere, Sumedhā , che si spostava in aria con l'aiuto dei suoi poteri, li vide dall'alto del cielo. Guardò tutta questa gente, piena di gioia, che si applicava alle decorazioni dei luoghi ed alla riparazione della strada, affinché venisse garantito una sontuosa accoglienza. Curioso di conoscere cosa stesse accadendo, discese in terra e si avvicinò alla gente per domandare:

« Cosa accade? Perché siete così felici? Perche rimettete in buono stato questa strada? Chi vi preparate ad accogliere così degnamente?

— O Sumedhā! Nel mondo, un essere incomparabile ha vinto i kilesā; sulla terra egli è il più grande ed il più nobile. Si chiama Buddha Dīpaṅkarā e sta per mostrarsi. E' a causa sua che stiamo abbellendo questa strada.»

Appena ebbe sentito queste parole, Sumedhā venne preso da una gioia indescrivibile, estremamente forte. Fu tanto coinvolto dalla felicità per questa notizia, che il suo corpo venne invaso da un potente pīti. Egli sapeva, come la maggior parte delle persone di questa regione del mondo, che un buddha era sul punto di apparire, poiché migliaia di anni prima dell'ultima nascita di ogni buddha, i deva ne avvisano gli umani capaci di capirlo. Però, nessuno era in grado di conoscerne il momento preciso. L'eremita ne fu talmente estasiato, che ripeté, ad alta voce, e a varie riprese, la parola "Buddha". Era incantato all'idea che lo stava per incontrare di persona. Pensò:

«Quale inestimabile fortuna poter conoscere questo nobile Buddha! Voglio poter cogliere questa opportunità per sviluppare enormemente dei kusala. E' così difficile incontrare un Buddha.»

Desideroso di contribuire ai preparativi per l'accoglienza del Beato Dīpaṅkarā, chiese:

«Come voi, che state rendendo liscia e pulita la strada sulla quale Buddha giungerà con i suoi discepoli, desidero anche io contribuire a questa azione meravigliosa. Ve ne prego, datemi un pezzetto di questa strada, per fare partecipare anche me a quest'atto di grande kusala, destinato ad accogliere Buddha!»

La gente conosceva l'eremita Sumedhā, reputato per la sua saggezza e per i suoi poteri. Gli concessero subito una particella di via, in cattivissimo stato: il fango colava, il terreno era ritorto, il suolo completamente ruvido. Presentandogli il lembo di terra, gli dissero:

«Ecco, pensate a rendere decoroso questo pezzo di strada, per accogliere degnamente Buddha ed i suoi discepoli!»

L'eremita pensò, allora:

«Sono capace, grazie ai miei poteri, di trasformare, in un solo istante, questa vecchia carreggiata deforme, in un perfetto sentiero, rigorosamente piano e senza il minimo difetto. Tuttavia, mi guarderò bene dal farlo, perché certuni rischierebbero di non apprezzarlo. Non saprei dare un tale spettacolo, di fronte a queste persone. Preferisco dedicarmi alla presente necessità con l'aiuto delle mie proprie mani, lasciando da parte i miei poteri.»

Si mise, dunque, all'opera, senza risparmiare i propri sforzi, trasportando imponenti quantità di pietre e di terra. Prima che avesse il tempo di terminare il proprio lavoro, già si poteva vedere Buddha Dīpaṅkarā apparire, da lontano, seguito dai suoi numerosi discepoli. Tutti ne erano così felici, che ognuno gridava dalla gioia. Alcuni battevano su dei tamburi, altri esclamavano: «sādhu! sādhu! sādhu!». Anche molti deva accorsero per assistere all'accoglienza di Buddha e del saṃgha. Quel giorno tutti potevano scorgere i deva. Mentre Buddha ed i monaci si avvicinavano, ognuno — deva ed umani — giunsero rispettosamente le mani. Imitando gli umani, i deva suonavano per augurare il benvenuto al Beato Dīpaṅkarā. I deva fecero nevicare dei mandārava, ossia dei fiori che crescono esclusivamente nel mondo dei deva. Gli esseri umani, quanto ad essi, lanciavano, a migliaia, dei fiori. Quando Sumedhā vide Buddha ed i monaci avvicinarsi, non aveva ancora terminato la sua porzione di strada. Il suo solo pensiero fu quello di preservare assolutamente il Beato ed i monaci da ogni difetto della carreggiata:

«Peggio per me se muoio! Che Buddha ed i suoi discepoli non si sporchino, che non scivolino su questo mare di fango. Mi manca il tempo per finire, ma non posso proprio lasciare le cose in questo stato.»

Poiché restava un tratto grande come la taglia di un uomo, egli vi si piazzò dentro, in tutta la sua lunghezza, sul ventre, il capo in avanti e si disse ancora:

«Che Buddha ed i suoi discepoli mi camminino pure sopra, anche se io muoio. Se morirò, non sarà grave; almeno avrò compiuto un'azione feconda di kusala. La cosa più importante è di evitare a Buddha ed ai monaci di camminare su un terreno accidentato.»

Posò anche il suo copricapo da eremita accanto a lui, distese il suo chignon, stendendo i propri capelli all'intorno, allargò la sua veste ai lati, in modo da coprire alla meglio il fango del pezzo di strada non ripulito.

Il desiderio di divenire un buddha

Poco prima che Buddha giungesse a lui, Sumedhā, che era consapevole della propria grande saggezza, si mise a pensare ad alta voce:

«So che la mia saggezza mi permetterebbe di comprendere rapidamente l'insegnamento di Buddha. Ciononostante, non vorrei partire in modo solitario per il parinibbāna (estinzione definitiva di ogni coscienza e, dunque, del ciclo delle rinascite); vorrei recarmici, solo portando con me numerosi esseri. Anche io voglio diventare un buddha. Che vantaggio vi sarebbe a divenire un arahant adesso, durante il sāsana di Buddha Dīpaṅkarā? Voglio compiere lo sforzo di divenire da solo un buddha onnisciente. Se giungo a sviluppare l'onniscienza, sarò in grado di mandare numerosi esseri al nibbāna

Tra la folla che si trovava ai due lati della strada, si avvicinò una bramina, di nome Sumittā, con otto fiori di loto nelle mani, che aveva deciso di offrire a Buddha. Appena ella sentì le parole dell'eremita Sumedhā, gli si fece incontro, tendendogliene cinque, mentre ne conservò tre. E gli dichiarò:

«O eremita! Mi unisco a voi, augurandovi con tutto il cuore che voi possiate sviluppare le pāramī, nelle migliori condizioni possibili, sino a divenire un buddha onnisciente.»

Mentre gli diceva queste parole, espresse il desiderio di restare sempre accanto a lui, aumentando le pāramī con lui, per tutte le esistenze che avrebbero conosciuto, sino a che l'eremita Sumedhā non avesse raggiunto il risveglio. Questa bramina sarebbe divenuta, molto più tardi, la principessa Yasodharā, sposa del principe Siddharta.

Quando Buddha gli giunse davanti, l'eremita gli allungò i cinque fiori, formulandogli il desiderio di diventare, un giorno, un buddha. A quel punto, Buddha Dīpaṅkarā si fermò davanti all'eremita Sumedhā, dedicandogli un byāditta, byāditta, davanti alla grande folla, lì raccolta, con l'aiuto di nove gāthā, che dicono, in sostanza:

«Da qui a quattro asaṅkhyeyya e centomila kappa, voi sarete un vero buddha. Quando giungerete alla vostra ultima vita, lascerete Kapilavatthu, raggiungendo la foresta; praticherete le dukkaracariya, andrete sotto l'albero Ajapāla, dopo avere mangiato il formaggio supremo offerto da Sujātā; andrete al bordo del fiume Nerañjarā per nutrirvi; quindi, vi recherete, seguendo il cammino predisposto per voi dai deva, sino all'albero del risveglio, sotto al quale raggiungerete la conoscenza della quattro nobili verità.»

Infine, quando la bramina Sumittā gli offrì i suoi tre fiori e gli formulò il proprio desiderio di accompagnare il nobile eremita sino al parinibbāna, il Beato riflesse per un istante. Quando glielo confermò, pronunciando un byāditta, disse all'attenzione dell'eremita Sumedhā:

«O Sumedhā! Questa donna vi accompagnerà per tutto il tempo, vi sarà devota, vi aiuterà del suo meglio, sarà sempre colma di benevolenza nei vostri riguardi. Sarà una persona che dirà solo delle parole motivate da un amore sincero. Sarà dolce di carattere. Dopo che sarete divenuto Buddha, lei diverrà arahant

Infine, Buddha mangiò con il saṃgha il cibo rispettosamente offerto e tutti ripartirono, una volta terminato il pasto. L'eremita Sumedhā ebbe questo pensiero:

«Ho sviluppato in me tutti gli jhāna e tutti gli abhiñña. Ho raggiunto il sommo di queste realizzazioni. Al di fuori del saṃgha non esiste una sola persona che abbia raggiunto un controllo degli jhāna e degli abhiñña equivalente ai miei. In tutto l'universo non esiste un solo eremita che sia paragonabile a me.»

Pensando a questo, fu riempito dalla gioia.

Ogni volta che un futuro buddha formula il desiderio di diventare buddha e incontra un buddha che gli certifica — con l'aiuto di byāditta — la prossima realizzazione di questo desiderio, grazie alla sua visione del lontano avvenire, tenendo conto delle pāramī dell'aspirante, in quel giorno e nel mondo, si manifestano 32 segni.

Gridando dalla gioia, i deva confermarono le parole del Buddha Dīpaṅkarā, dichiarando all'eremita:

«Oggi sono apparsi i 32 segni; sarete, di conseguenza, un buddha!»

I 32 segni del desiderio di essere buddha

Ecco i 32 segni che appaiono il giorno in cui un futuro buddha formula il desiderio di divenire buddha e che questo desiderio viene certificato da un buddha:

  1. Il clima non è freddo.
  2. Il clima non è caldo.
  3. La calma è onnipresente.
  4. Non appaiono problemi di sorta.
  5. Non vi è vento violento.
  6. I fiumi ed i corsi d'acqua scorrono tranquillamente.
  7. Ogni albero da fiore fiorisce.
  8. Tutti gli alberi fruttificano.
  9. Tutti i gioielli del mondo dei deva, di quello di brahmā e della terra brillano vivamente.
  10. Gli strumenti musicali del mondo umano e del mondo angelico (deva) si mettono a suonare da soli.
  11. Dei fiori cadono dal cielo come pioggia.
  12. Nell'oceano appare un gigantesco vortice (ma, non pericoloso).
  13. Tutte le sofferenze nel mondo degli inferi si placano.
  14. Il sole è di una chiarezza perfetta.
  15. Tutti possono vedere le stelle, in pieno giorno.
  16. Dell'acqua sorge naturalmente dalla terra.
  17. Le costellazioni appaiono molto chiaramente.
  18. Il pianeta Visākhā è perfettamente chiaro, proprio come la luna piena.
  19. Tutti gli animali che abitano sotto terra escono all'aria libera.
  20. Tutti sono soddisfatti di quanto posseggono, qualunque cosa abbiano.
  21. Non appaiono malattie.
  22. Nessuno ha fame.
  23. Il rāga di ogni essere è insignificante.
  24. Nessuno prova avidità, avversione o ignoranza.
  25. Nessuno prova paura.
  26. Non vi è polvere.
  27. Non appare alcun cattivo odore, ma solo quelli buoni.
  28. Tutti gli esseri umani possono percepire i deva ed i brahmā.
  29. Tutti gli esseri umani possono percepire chi vive negli inferi.
  30. Le porte si aprono da sole.
  31. Nessuno muore.
  32. Nessuno viene concepito.

I deva ed i brahmā dissero allora all'eremita Sumedhā:

«E' grazie all'apparizione di questi 32 segni che voi diverrete buddha. Allenatevi, dunque, con sforzo e perseveranza! Avanzate sempre, senza indietreggiare. Noi, i deva, sappiamo perfettamente che voi diverrete buddha..»

A questo punto, i deva ed i brahmā si avvicinarono, manifestando intensamente la loro gioia. Poi, tutti tornarono alle loro sedi, e l'eremita Sumedhā nella foresta. Era estasiato dalle parole dei deva e di brahmā. Iniziando a riflettere profondamente sulle parole di incoraggiamento che gli erano appena state esposte, ebbe i seguenti pensieri:

«Buddha non ritorna mai su quanto ha detto. Se afferma qualcosa, non si sbaglia e tutto si avvera. Egli non parla inutilmente, non dice nulla che non abbia un significato. Allo stesso modo di una pietra che, se lanciata in aria, finisce irrimediabilmente per cadere in terra; allo stesso modo che ogni essere è destinato immancabilmente a morire, allo stesso modo che la notte termina per lasciare il posto al giorno, quando Buddha annuncia qualcosa, ciò finisce per avverarsi. In armonia con quanto ho detto, io sarò di sicuro un buddha onnisciente. Per diventare un buddha, in quale modo debbo comportarmi?»

La riflessione sulle pāramī

Riflettendo in profondità sul cammino che doveva seguire per diventare un buddha, gli vennero in mente le dieci pāramī che ogni futuro buddha deve sviluppare in sé. E poiché possedeva già una saggezza eccellente, identificò facilmente queste pāramī, una dopo l'altra, nel loro giusto ordine. Prese la determinazione di praticare ardentemente e senza posa ognuna di esse, aiutato da un sermone che egli rivolse a sè medesimo:

«(1) Sumedhā, se tu vuoi veramente divenire un arahant pienamente risvegliato e sviluppare l'onniscienza, dovrai seguire un allenamento in interrotto delle pāramī (peculiari ad ogni buddha). Ti dovrai realizzare in modo perfettamente stabile nei dāna. Sforzati di essere una persona del tutto saldo nei dāna! Allo stesso modo in cui viene vuotata una brocca piena d'acqua, o di latte, dovrai praticare dāna senza fare alcuna distinzione, sia verso persone nobili, sia verso persone mediocri, che verso gente vile. Inoltre, per divenire un buddha pienamente risvegliato, un buddha onnisciente, dāna pāramī non è sufficiente.

(2) Sumedhā, se vuoi veramente divenire un arahant del tutto sviluppato e risvegliare l'onniscienza, dovrai seguire un allenamento ininterrotto per raggiungere le pāramī. Dovrai stabilirti in modo perfetto in sīla. Sforzati di essere una persona assolutamente stabile in sīla! Il camarī è un animale che si prende cura della propria coda — che è magnifica - in modo molto accurato, senza lasciare che mai venga urtata, o cose del genere. Nello stesso modo dovrai prenderti cura del tuo sīla. Ma, per divenire un buddha pienamente risvegliato, un buddha onnisciente, sīla pāramī non è sufficiente.

(3) Sumedhā, se vuoi veramente diventare un arahant del tutto risvegliato e sviluppare l'onniscienza, dovrai seguire in modo ininterrotto l'allenamento per raggiungere le pāramī. Dovrai trovarti del tutto stabile nel nekkhamma. Sforzati di essere un individuo completamente fisso nel nekkhamma! Una persona che provi delle sofferenze estreme in una prigione è pronta di uscirne a non importa quale prezzo. Allo stesso modo, conviene abbandonare la via laica per la via solitaria, se ti vuoi liberare dalla prigione dei piaceri sensoriali, dalle sfere del kāma (il mondo umano e quello dei deva), del rūpa (mondo materiale dei brahmā) e di arūpa (mondo immateriale dei brahmā). Ma, per divenire un buddha pienamente risvegliato, un buddha onnisciente, nekkhamma pāramī non sono sufficienti.

(4) Sumedhā, se vuoi veramente divenire un arahant del tutto risvegliato e sviluppare l'onniscienza, dovrai seguire un allenamento ininterrotto delle pāramī. Dovrai fermamente stabilirti in pañña. Sforzati di essere una persona perfettamente fissa in pañña. Quando un rinunciante va a mendicare il proprio cibo, non sceglie le case; si ferma davanti ad ogni abitazione che trova nel proprio cammino, accettando il nutrimento così come gli viene offerto, sia dalle abitazioni nobili, sia da quelle medie, che dalle catapecchie. Così, tu dovrai sempre dirigerti verso tutta la gente, qualunque saggezza essa dimostri: sia riguardo a coloro che ne espongono una aristocratica, sia per chi ne possegga una media, che verso chi ne abbia una vile. Dovrai sempre andare verso questi tre tipi di persone, chiedendo ad esse:

“Quali sono gli atti meritori? Quali sono quelli che nocciono? Cosa è un errore? Cosa non lo è?”

Per divenire un Buddha pienamente risvegliato, un buddha onnisciente, pañña pāramī non basta.

(5) Sumedhā, se vuoi sul serio divenire un arahant del tutto risvegliato e sviluppare l'onniscienza dovrai seguire un ininterrotto allenamento della pāramī. Dovrai essere perfettamente stabile in vīriya. Sforzati di essere una persona padrona a fondo di vīriya! Non temendo alcuno, un leone dispiega l'intera sua possanza ogni volta che si alza, di sposta e si sdraia. Come lui, tu dovrai dare prova di una energia totale. Per divenire un Buddha interamente risvegliato, un buddha onnisciente, vīriya pāramī non basta.

(6) Sumedhā, se vuoi sul serio divenire un arahant risvegliato in modo integro e sviluppare l'onniscienza, dovrai praticare un'educazione ininterrotta delle pāramī. Dovrai padroneggiare pienamente khantī! La Terra sopporta tutto, qualunque immondizia le gettino sulla superficie. Tollera ogni cosa, senza mai lagnarsi. Nello stesso modo, per quanto tu sia tollerante, per quanti insulti verranno indirizzati alla tua persona, dovrai restare impassibile. Qualunque situazione si possa mai presentare, dovrai dare prova di una tolleranza illimitata. Per divenire un buddha del tutto risvegliato, un buddha onnisciente, khanti pāramī non basta.

(7) Sumedhā, se veramente sei deciso a divenire un arahant del tutto risvegliato e sviluppare l'onniscienza, dovrai ininterrottamente seguire la disciplina per acquisire le pāramī. Dovrai essere stabile in saccā, integralmente. Sforzati di essere una persona del tutto padrona di saccā. Sia nella stagione delle piogge, che nella calda, o durante la fredda, il pianeta Venere rimane sempre lineare nella sua traiettoria. Dovrai sempre dire quel che è giusto e solo quel che è giusto. Per diventare un buddha del tutto risvegliato, un buddha onnisciente, saccā pāramī non basta.

(8) Sumedhā, se desideri veramente divenire un arahant del tutto risvegliato e sviluppare l'onniscienza, dovrai seguire un ininterrotto allenamento alle pāramī. Dovrai essere perfettamente stabile in adhiṭṭhāna. Sforzati di essere un individuo completamente stabile in adhiṭṭhāna! Proprio come una montagna sta irremovibile, tu dovrai dare prova di una determinazione costante ed inflessibile. Per divenire un buddha pienamente risvegliato, un buddha onnisciente, adhiṭṭhāna pāramī non basta.

(9) Sumedhā, se veramente vuoi divenire un arahant del tutto risvegliato e sviluppare l'onniscienza, dovrai seguire in maniera ininterrotta il tuo allenamento all'acquisizione delle pāramī. Dovrai stabilirti in modo assoluto in mettā. Sforzati di essere una persona pienamente padrona di mettā. Che sia buona, oppure cattiva, una persona, comunque, si disseta quando beve dell'acqua fresca; e si lava anche, allorché adopera l'acqua per pulirsi. Proprio così tu dovrai sempre sviluppare la benevolenza verso tutti gli esseri, che siano buoni o cattivi. Per divenire un buddha del tutto risvegliato, un buddha onnisciente metta pāramī non basta.

(10) Sumedhā, se vuoi divenire un arahant del tutto risvegliato e sviluppare l'onniscienza, dovrai perseguire un ininterrotto allenamento alle pāramī. Dovrai essere stabile, sino in fondo, in upekkhā. Sforzati di essere una persona del tutto stabile in upekkhā! Simile ad una bilancia perfettamente equilibrata, i cui piatti non si abbassano, né si alzano, dovrai dare prova di un'equanimità perfetta. Non dovrai farti condizionare né dalle sensazioni gradevoli, né da quelle gradevoli. Se apparirà una sensazione sgradevole, ti converrà non fare nascere l'avidità; se ne appare una sgradevole, dovrai controllare l'avversione.»

Appena ebbe terminato di esporre la sua riflessione sulle dieci pāramī, la terra prese a tremare, a guisa di approvazione. E il nobile eremita, senza altro indugio, iniziò a praticarle.


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Origine: Opera francese

Autore: Monaco Dhamma Sāmi

Traduttore: Guido Da Todi

Data: Gennaio 2004

Aggiornamento: 29 settembre 2011