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riassunto della pagina

Insegnamento che descrive il carattere sprovvisto di un sè di ogni cosa.

(1a delle 2 parti)

anatta (1)

Anatta sotto l'aspetto teorico

Presentazione

Ecco la dottrina più sottile, più difficile da comprendere e, nello stesso tempo, la più perfetta che mai sia stata esposta nella storia dell'umanità. La sua particolare natura è che essa non può venire scoperta, né insegnata, rivelata e rapportata, salvo che da un Buddha onnisciente, un "tathāgata"; cioè, un essere perfetto.

E' quanto accadde venticinque secoli fa, quando, rinunciando al mondo, ai piacere dei sensi, ad ogni ambizione, ad ogni progetto, il principe Siddharta si assorbì in diverse pratiche ed esercizi spirituali. Sempre insoddisfatto per dove conducevano egli raggiunse un'esperienza, una realizzazione completa, al termine della quale ha potuto insegnare questa nuova dottrina, sconosciuta prima di lui, e che non viene esposta in nessuna parte, salvo che dagli allievi che gli sono succeduti.

E' importante ben comprendere che la dottrina di anatta, tale quale ci viene insegnata ed esposta in quello che viene chiamato il theravāda, è del tutto sconosciuta in ogni altro sistema di pensiero, o in ogni altro sistema di esegesi, compreso il buddismo moderno, detto speculativo; cioè, il buddhismo "mahayāna".

All'origine, il monaco Gotama, il risvegliato, colui che viene chiamato Buddha, ha identificato questo principio. Ha scoperto una concezione del tutto nuova, nello sviluppo di tutte le tradizioni spirituali dell'umanità. Egli esporrà questa scoperta sotto il nome di anatta.

E' importante che ognuno al proprio livello giunga ad avere almeno una comprensione basilare di ciò che è anatta.

Vi sono soltanto coloro che hanno ottenuto la piena realizzazione, che sono divenuti arahant - cioè a dire, con un risveglio completo - che hanno una capacità di riflessione e di investigazione estremamente vasta, completa e sottile di tale dottrina. Chi non è giunto a questo stadio può solo avere una comprensione parziale, tronca; la sua capacità di analisi è più limitata. Quanto a coloro che non hanno mai visto nibbāna nella loro vita, essi non giungeranno a possedere una comprensione giusta ed efficace di essa. Tuttavia, qualcuno di molto versato nelle scritture, di molto erudito, la cui attitudine intellettuale è sufficientemente sviluppata, giungerà comunque a farsi una buona idea della cosa; o, diciamo, piuttosto, non troppo malvagia.

Anatta è un termine pali, e non una parola sanscrita, che non ha nulla a che vedere con il suo equivalente sanscrito "anatman". Se Buddha si è rifiutato di impiegare la lingua sanscrita, se ha scelto di adoperare il suo dialetto natale, che è il dialetto "magadha", vi è una ragione.

Buddha è qualcuno che pretende di avere acquisito l'onniscienza. Cioè, la capacità di sapere tutto. E' precisamente forte di questa onniscienza (pretesa, al limite di quanto ne sappiamo noi) che egli ha fatto delle scelte, in quel che concerne sia quel che ha voluto evitare, sia quel che ha voluto coltivare.

Il dialetto pali

Una delle cinque condizioni per le quali un tathāgata (un buddha) appaia nel mondo è che lo faccia in quella regione particolare dell'India attuale, chiamata "majjhimadesa", che significa la regione di mezzo, poiché geograficamente essa si situa ad eguale distanza tra le coste, le montagne e le foreste. Si tratta un po' del cuore della penisola indiana. Inoltre, è in questa regione che il dialetto magadha viene usato. Più tardi, per il fatto che la parola di Buddha è stata scritta su carta, ed è divenuta canonizzata, si impiegherà il termine "pāḷi", che può venire tradotto in "canone". Per riferirci a questo dialetto, noi abbiamo cambiato la parola "magadha", con il termine "pāḷi".

In pāḷi, il significato letterale della parola anatta si divide come segue: "a", che è la particella privativa, il cui equivalente troviamo anche nel francese, ed "atta", che è la particella riflessiva, tradotta in inglese da "self" e che non ha in verità un equivalente in una sola parola in francese. Si traduce generalmente "in sè". Le forme "m',t',s'" che vengono impiegate in francese saranno giustamente espresse in pāḷi con il termine "atta".

Buddha non impiegava dei termini tecnici. Rifiutava di adoperare le parole sanscrite, che si riferiscono a delle tecniche spirituali e a delle credenze religiose, o mistiche. Egli utilizzava delle parole della lingua di tutti i giorni, usate precisamente dal popolo di maghada, nella quotidianità semplice. Non esiste nel pāḷi un vocabolario proprio dell'insegnamento, delle idee, delle concezioni filosofiche, o religiose. Appena si è desiderato insegnare quei concetti, si è adoperato il sanscrito. Il sanscrito ed il pāḷi sono molto vicini uno all'altro, ma non sono tuttavia identici.

La traduzione della parola anatta

Anatta rappresenta, allora, la coniugazione di due particelle: la particella privativa e quella che indica l'idea di riflessività, di reciprocità. Se si volesse trovare un termine italiano per sintetizzare anatta, si potrebbe dire: "assenza di un sé", "assenza di ciò che è in sè", "assenza di una propria natura".

Molto spesso il termine anatta viene tradotto nella letteratura con un "non-ego", o un "non sé". Questa traduzione è completamente scorretta. Anche se, per estensione e per deduzione, l'idea di anatta suggerisce l'assenza di ego, di sè, di anima, la parola anatta in se stessa (è il caso di dirlo) non vuol dire "assenza di ego", "assenza di sè", o "assenza di anima". Vi sono altri termini per indicare questo in pāḷi. In inglese, si è obbligati ad impiegare una parola come "not self", oppure "none self", perché gli inglesi non posseggono nel loro vocabolario un termine designante la particella riflessiva "self". Per esempio, "myself" vuole dire "io stesso", "himself" significa "lui stesso". Si ritrova, dunque, esattamente, come nel pāḷi, la particella "self" per indicare "se stesso". Ecco perché gli inglesi hanno legittimamente tradotto la parola anatta, con "not self", oppure "none self".

Il problema sta nel fatto che quando abbiamo cominciato a tradurre in francese, lo abbiamo fatto a partire da fonti inglesi. Dunque, e naturalmente, gli intellettuali francesi, che per la maggioranza non hanno capito granchè dell'insegnamento del risvegliato, hanno tradotto "not self" con "non sè". Questo è un errore che, sfortunatamente, induce una cattiva comprensione nello spirito della maggioranza dei lettori francofoni.

Ciò detto, in sanscrito la parola "anatman" può indicare effettivamente l'idea di "assenza di sè", "assenza di anima", "assenza di ego". Ma, lì, si tratta di una parola pali. Ed è appoggiandosi giustamente su questa parola sanscrita che i traduttori si sono dati la libertà esagerata di tradurre la parola anatta, con "non sè","non ego", oppure "non anima".

L'assenza di "in sè"

Anatta è l'assenza di "in sè", applicabile a tutte le cose, a tutte le idee, a tutte le caratteristiche e a tutti i fenomeni materiali, o mentali. A partire da qui, si possono, beninteso, dare dei dettagli e delle spiegazioni, per comprendere che in tal caso, o talaltro, in questa o quest'altra situazione, è così che anatta si esprime, o si fa sentire. La descrizione tipo che voi avete forse già ascoltata è di dire, ad esempio: prendiamo un carretto. Esso è sottoposto alla legge di anatta. Non si può affermare che esista realmente un carretto. In effetti, se lo si smonta, pezzo a pezzo, e lo si sparpaglia al suolo, è impossibile sostenere che esista un carretto. Eppure, tutti i pezzi sono presenti.

Si tratta di una maniera assai superficiale e molto facile di fare comprendere l'idea di anatta, ma che ha per inconveniente di restare appoggiata su questa idea di assenza di sostanza, di nucleo, o di anima. Ora, è interessante constatare che quando hanno chiesto a Buddha stesso, che spiegasse ed esponesse cosa fosse anatta, egli non ha preso l'esempio della carretta. Non è stato lui che ha forgiato questo esempio. Fu uno dei suoi allievi che, per farsi comprendere da qualcuno, adottò l'illustrazione in questione. A volte si spiega anatta parlando di una vacca tagliata a pezzi, sul banco di un macellaio.

Quando Buddha espone anatta

Quando Buddha indicò quel che concepiva come le caratteristiche di assenza di sè, scelse un modo diverso e, non c'era da dubitarne, rimarchevolmente efficace. Egli disse: "non c'è in questo corpo alcun "atta". perché se ci fosse "atta" in questo corpo, quest'ultimo avrebbe la possibilità di decidere, o di scegliere di potere essere così, o non essere così."

Si ritrova questa dimostrazione in numerosi sutta. Durante la sua intera vita, egli impiega molto spesso tale tecnica per fare comprendere questo esposto. Ecco come procedette...

Qualcuno era convinto che nel corpo vi fosse una sostanza, un nucleo, una entità, o, in ogni caso, che il corpo e lo spirito fossero l'emanazione di un principio immutevole, incondizionato ed eterno.

Buddha gli disse:

"Questo corpo è quanto è immobile, immutabile, oppure cambia? — E' sottomesso al mutamento (vecchiaia, malattia, decrepitudine, ecc.), nobile Venerabile. — Ciò che è sottomesso al mutamento è fonte di piacere, o è fonte di insoddisfazione? — Ciò che è sottomesso al cambiamento è fonte di insoddisfazione, Signore. — Come potrebbe venire considerato di nostra proprietà quanto è fonte di insoddisfazione?"

Bisognerebbe essere folli per tenere in mano un carbone ardente, fonte di dolore. Bisognerebbe essere folli per conservare questo corpo, fonte di trasformazioni e di insoddisfazioni. Sta qui il punto particolare che Buddha abborda nella sua dimostrazione su anatta. E' l'idea di assenza totale di controllo. Non è solo l'idea che non vi sia un proprietario, né un'entità. E' anche l'idea di assenza di verifica. Anatta suggerisce l'assenza piena di riscontri.

Per esempio, vorremmo arrestare la vecchiaia. Vorremmo conservare un corpo giovane, dinamico, agile e, se possibile, bello e seducente. Tuttavia, esiste un processo naturale di invecchiamento che è incontrollabile. Non c'è modo di poterlo fare, non soltanto perché non esiste nessuno, non vi è un individuo, né un ego, ma perché risulta impossibile ogni intervento. Ciò si spiega semplicemente per il fatto che non c'è nella materia biologica un agente che possa gestire la sostanza fisica. Non c'è "self-control", né una attività di autocontrollo. La materia non può autogestirsi. E' la stessa cosa per la mente; questa non può vincere la materia e la materia non può sovrapporsi alla mente.

Tutto ciò, per un aspetto un po' teorico. Cerchiano di vederla in maniera un po' più pratica, rapportata al nostro quotidiano.

Anatta sotto l'aspetto pratico

"Io" mi vesto, "io" mangio

Di solito, amiamo indossare degli abiti che siano, possibilmente, assai belli, attraenti e del tutto appropriati, particolarmente per la nostra situazione professionale. Ci sforzeremo, dunque, ad essere ben vestiti, soprattutto se andiamo al lavoro. Pensiamo, concepiamo: "IO mi vesto", "HO scelto questi vestiti" perché amo molto tale colore, perche mi piace questa forma, perché preferisco i pantaloni-gonna."

In realtà, cosa accade? In realtà, accade che è inconcepibile andare a lavorare nudi, anche in un paese caldo. poiché, stando nudi, siamo vittime delle aggressioni del clima, degli insetti, e, soprattutto, in particolare nelle nostre civiltà occidentali, degli sguardi. In effetti, non abbiamo scelta. E' ineluttabile, necessario ed obbligatorio indossare dei vestiti. Questo, è il punto di partenza. Questo concetto di carattere inevitabile delle cose è anatta.

Da qui, possiamo elucubrare, estrapolare. Possiamo rendere piacevoli i vestiti, gradevoli, darci uno stile, attraverso di essi. Possiamo anche elaborare dei discorsi filosofici sulla finalità sociale, sociologica dell'abito. Di partenza, tutto ciò comincia da una semplice necessità, che è quella di ricoprire il corpo di un tessuto.

Lo stesso è per il cibo, ed ancor più vero. Si potrebbe pure, biologicamente, vivere nudi; vi è chi lo fa. Ma, è possibile fisicamente cessare di mangiare? Non mangiare nulla oltre i due giorni, le due settimane, i due mesi? E' poco probabile. In una maniera, o nell'altra, bisogna alimentare questa macchina, visto che non abbiamo altra scelta. E' una cosa ineluttabile, è INCONTROLLABILE. La funzione digestiva è del tutto incontenibile. Ci possiamo trattenere per un'ora dall'andare in toilette, ci si può trattenere un giorno dal mangiare; ma, presto o tardi, che lo si voglia oppure no, bisognerà svuotare gli intestini e, bene o male, alimentare la "macchina" dall'alto. E' un fatto ineluttabile, e questa caratteristica è anatta.

Se pensiamo di avere scelto "Mac Donald's" perché è migliore di "Burger King" è un nostro diritto. Se pensiamo di avere cucinato delle pizze, perché ci piacciono, è un nostro diritto. Qualunque siano le tinte, l'estetica o le coperture che utilizzeremo nella nostra vita, ciò non impedisce che l'unica ragione per la quale mangiamo è quella di non morire, di non ammalarci, di non venir meno. Tuttavia, attraverso il nostro attaccamento, i nostri punti di vista erronei ed i nostri desideri cerchiamo di fare di questo cibo un momento di piacere. E' inevitabile. Sarebbe folle immaginare delle cose ripugnanti. E' del tutto naturale cercare, piuttosto, del nutrimento piacevole e gustoso.

Quando ci regaliamo un piatto succulento, che amiamo, che ci siamo preparati e che crediamo che sia così solo perché NOI lo abbiamo scelto, di fatto stiamo subendo una legge del tutto naturale. La necessità di alimentarsi ed il fatto che non possiamo impedirci di provare piacere facendolo. E' una tendenza ovvia di prepararsi, se possibile, dei buoni piattini. Certamente, esiste chi è meno portato verso il cibo, e più interessato ai vestiti; ognuno ha le sue debolezze.

La postura "in marcia"

Quando camminano, alcuni fanno dello sport, o si allenano a sviluppare un passo atletico; ma, in ogni caso, se procediamo è perché non possiamo fare a meno di incedere. Per recarci alle toilettes bisogna camminare; per andare in cucina, per andare al lavoro, bisogna sempre incedere, anche per un piccolo tratto di strada; bisogna farlo, per frugare nella cassetta delle poste. Dopo di che possiamo utilizzare tutte le comodità che vogliamo: mettere le scarpe più confortevoli, fare degli esercizi di ginnastica, portare dei vestiti più adatti alla disciplina; poco importa!

Camminiamo perché farlo è una necessità ed è la ragione per cui, d'altronde, Buddha elenca la marcia in quelle che chiama le quattro posture del corpo. E' una cosa un po' insolita, quando si pensa che Buddha indica la marcia, o lo spostamento, come una posizione del corpo. Si potrebbe pensare: "postura = immobile". Buddha, invece, afferma che lo spostarsi è una posizione del corpo. Prova ne è quanto sia assolutamente impossibile conservare la stessa posizione del corpo, a lungo. Se noi camminiamo per molte tempo, verrà un momento in cui dovremo fermarci e cambiare posizione. E dovremo adottarne una coricata. Se rimaniamo per molto tempo allungati, ad un certo punto appariranno dei dolori insopportabili. E dovremo, perciò, cambiare posto; per esempio, metterci seduti. Se ci sediamo a lungo, arriveranno una grossa insoddisfazione, dei dolori, delle sensazioni penose da sopportarsi nel corpo; e dovremo cambiare modo di stare; ad esempio, in piedi. Cosa dire, poi, del fatto di rimanere in piedi a lungo, senza fare nulla, quando, ad esempio, si fa la coda in un ufficio amministrativo? Nel peggiore dei casi, meglio vale fare i cento passi, piuttosto che starsene in piedi, senza muoversi.

In tutto ciò, nessuno prende decisioni. In tutto ciò, nessuna persona esercita il minimo controllo su alcunché, contrariamente, beninteso, a quanto immagineremmo.

Il carattere incontrollabile

Nulla è pre-regolato

Anatta, è giustamente questo carattere incontrollabile ed ineluttabile di tutto quanto accade e di tutto ciò che facciamo. In effetti, non possiamo proprio dire: "NOI facciamo". Tutto scorre, è un meccanismo che si muove, che si sviluppa nel tempo. Ma, attenzione, dovremo ben pensarci nel dire: "poiché si tratta di una macchina automatica, allora, finalmente, la vita di un uomo si identifica a quella di un robot, pilotato da un guidatore al di fuori della mia volontà. Quindi, non debbo fare più nulla. Debbo solo lasciarmi andare perché, in ogni caso, tutto è pre-regolato". Ciò è falso; NULLA è pre-regolato! Tutto scorre, tutto passa; ma, tuttavia, nulla è prestabilito, predefinito.

Non si troveranno mai delle leggi matematiche, che possano prevedere esattamente ogni cosa che avviene, o che avverrà. Una prova? Cerchiamo, allora, di rimanere senza fare nulla... Non ci riusciremo!

L'esempio della nave

Prendiamo l'esempio di una nave. Se si rimane al punto di vista puramente deterministico e meccanico, che tutto è automatico e regolato da leggi, il battello andrà là dove deve andare. Difatti, esiste un comandante. Vi è qualcuno che regge il suo timone. Non è la nave che decide, che sceglie. Vi è pur una persona che agisce sul timone. Ma, pertanto... Ammettendo che essa vada in direzione lineare, andrà da qualche parte, finirà per arenarsi su di una spiaggia, oppure su una scogliera. Il fatto è che, per qualche ragione, ha cambiato direzione ed è andata altrove. Si è recata in un buon porto. Infatti, il battello stesso, più che il comandante, ha perso ogni controllo.

Il fatto è che ciò è successo così e non in un altro modo. Ecco perché dobbiamo evitare di seguire questa credenza erronea, che consiste in una sorta di determinismo pre-stabilito. Si potrebbe quasi parlare, qui, di un paradosso.

Beninteso, non siamo noi che controlliamo la "macchina". Se qualcuno va all'università e lavora, finisce per prendere il suo diploma. Non esiste controllo, non esiste entità; ma, se egli non avesse scelto di entrare all'università, non avrebbe preso il suo diploma.

Così, bisogna evitare l'estremo di un determinismo puro e guardarsi dall'estremo opposto, da una specie di assolutismo, di perfezione del comportamento, dove qualcuno decide, sceglie e comanda.

Il problema della spiritualità

Eccoci, qui, giunti ad un punto delicato. Si tratta del problema della spiritualità. Oggi viviamo in un mondo, che si tratti dell'Oriente, o dell'Occidente, dove esiste quel che si chiama il progresso materiale, la tecnologia. In poche parole, il materialismo.

E vi è qualcuno che arriva, con la sua veste, il suo costume, il suo turbante, la sua campanellina, la sua trombetta, il suo crocefisso, il suo candeliere, la sua candela, il suo incenso, il suo cranio rasato, il suo cappello, ecc., e che dice: "La ricchezza materiale, è una buona cosa; ma, è meglio lo sviluppo spirituale". Quanto volte lo abbiamo sentito: "La ricchezza esteriore è bene, ma quella interiore è migliore." E chi ce lo dice? In virtù di quale ragione lo sviluppo spirituale sarebbe migliore di quello materiale? In virtù di cosa questo sviluppo spirituale costituirebbe l'alternativa ad ogni sofferenza ed a tutte le pene sopportate in una esistenza materiale?

E' interessante vedere come il monaco Gotama, il risvegliato, ha affrontato questo punto, in una maniera affatto unica e del tutto estranea a quanto è stato insegnato dagli altri. Buddha ha detto che tutti, chiunque essi siano e senza eccezioni, vivono "atta". E' molto importante, perciò, partire da qui.

Egli dice: "Tutti gli esseri, chiunque essi siano - se beninteso, consapevoli - concepiscono, apprendono, esperimentano, vivono ed immaginano "atta". Vi sono due maniere di abbordare il problema: c'è quella dei nihilisti, "uccheda" e la maniera degli eternisti, "sassata". Ma, anche se esistono questi due modi di sperimentare "atta", il fatto è che tutti vivono "atta".

I tre modi di affrontare atta

Così, quando ci parlano di trascendenza dell'ego, del non-ego, o di spiritualità, il cui oggetto è la vocazione di trascendere il materialismo, di trascendere l'io, ci si trova ancora, che lo si voglia oppure no, nella concezione errata di "atta", nell'esperienza sbagliata di "atta". Vi sono due modi di affrontare "atta" per gli esseri ordinari.

La prima è di confrontarsi con "atta", tramite la scappatoia delle concezioni speculative. E ve ne sono di due tipi: quelle dette nihiliste e quelle eterniste. La seconda maniera è di farlo tramite il desiderio, la fissazione. La terza maniera, poi, di affrontare "atta" è alla lunga la più difficile e la più delicata da esporsi, perché può essere considerata unicamente nell'esperienza di satipaṭṭhāna vipassanā. Si tratta della maniera di gestire "atta" tramite l'identificazione. L'identificazione suprema ed ultima.

"Non vi è che una via"

Così, ci sono coloro che credono vi sia solo una via e che si dicono "poiché, in ogni maniera, è così, tanto vale consacrarla ad ottenere il piacere". Costoro, generalmente, vogliono consacrare questa esistenza alla ricerca del piacere materiale. Cioè, dei piaceri che soddisferanno le cinque basi materiali. I piaceri degli occhi, dell'orecchio, del palato, del naso, del tatto e della pelle. Essi pensano: "In ogni caso, alla fine di questa vita, tutto termina, non resta più nulla". Costoro, beninteso, possono anche elaborare delle concezioni, delle teorie.

Si possono, allora, raggruppare tutte queste concezioni e tutte queste filosofie sotto il generico termine di filosofie politiche. Ossia, una certa ideazione, una certa ideologia che afferma quanto sia possibile trovare, oggi, nel nostro mondo, attraverso l'organizzazione sociopolitica, un certo grado di felicità e di benessere. Si crede che in questo mondo vi sia, in "verità", lo spirito, l'anima... Si crede che le cose sperimentate esistano, che abbiano una vita, che siano monolitiche, fisse, immutevoli, solide, anche se si è consapevoli che non durano.

Costoro pensano così: "Ognuna delle nostre esperienze è bella e ben vera. I nostri successi sociali, professionali, familiari, o i nostri errori sono realtà che esistono. La nostra macchina, la nostra televisione sono cose che ci sono e sulle quali abbiamo un titolo di proprietà. La legge e la legislazione sono cose che non possono negarsi. Bisogna, quindi, giungere alla felicità, cioè al piacere dei sensi, attraverso un'organizzazione intelligente e strutturata dei nostri piaceri, delle nostre leggi, delle nostre regole." Costoro elaborano, allora, un assieme di pensieri, di concetti e di filosofie sistemate nel sacco, in senso figurativo, delle filosofie politiche. Svilupperanno e concepiranno quella che chiamano una "società materialistica".

"C'è qualche cosa dopo la morte"

Ci sono coloro che credono, immaginano che qualcosa continui dopo la morte. Credono che vi siano delle esperienze che andranno vissute dopo la morte. Quando il corpo sarà ridotto in polvere e completamente disgregato, vi sarà una coscienza che continuerà a sperimentare le cose.

Una delle credenze più flagranti in proposito è quella che si chiama gli "stati intermedi". Ossia, degli stati nei quali, spogliati del nostro corpo, resteranno degli aggregati consapevoli, che continueranno a fare esperienze. In un sutta è interessante notare che Buddha dice: "Esiste questo prestare fede in stati intermedi". Tale convinzione, egli dice, è una credenza errata, che trattiene chi ce l'ha nella rete delle concezioni errate, nella sofferenza e nel ciclo del divenire e delle rinascite.

In breve, si suppone che dopo la morte succederà ancora qualche cosa. Coloro che credono, che immaginano questo, pensano che, in realtà, non esiste verità intrinseca nei fenomeni. Pensano che le cose che percepiamo non esistono così come le viviamo, che esse sono illusorie e vuote di realtà intrinseca. Ma, al di là di esse, dentro di esse, fuori di esse, o come natura ultima immaginano che vi sia "atta", che è una cosa, un principio, una verità trascendente, immutabile, pura, che non è toccata, né affetta dalla verità relativa, contingente dei fenomeni.

Costoro, distinguono, allora, due mondi:

  • Il mondo delle esperienze, dei fenomeni, il mondo materiale, il mondo dei pensieri (di cui, in generale, hanno la tendenza a dire che è il produttore di sofferenza, di impurità, e che coloro che vi sono invischiati si trovano sotto l'influsso di veli, di ostruzioni).
  • Il mondo distinto, che sarebbe "qualche altra cosa d'altro", un mondo assoluto, ultimo, trascendente, una verità, una coscienza, uno stato di coscienza, uno stato d'essere, totalmente immutevole, incondizionato, increato, ed eterno. Essi stabiliscono, allora, una dualità.

Questi, ci insegna Buddha, che credono nella dottrina della dualità, in una tale idea, sono, anch'essi, invischiati nel velo delle concezioni erronee e saranno soggetti a molta sofferenza ed al ciclo delle rinascite. Essi elaborano ciò che si può chiamare la "spiritualità in senso largo", oppure una "filosofia religiosa". Generalmente, sono persone che cercano di non esaurirsi nei piaceri dei sensi materiali, per consacrarsi a quanto realizzano come realtà superiori, ad una certa disciplina, ad una certa ascesi, ad un qualche yoga, che intende fare delle esperienze spirituali, al di là delle cinque basi sensoriali.

Buddha ci dice che in realtà non se ne rendono conto, sicuramente, ma quanto fanno è semplicemente passare ad un livello più astratto di piacere, di desiderio. Invece di nutrirsi di delizie e di sensazioni gradevoli, che possono, a volte, essere estremamente emozionanti, profonde, procurate dagli organi dei sensi materiali, corporali, desiderano fare un'altra scelta. poiché hanno codesta concezione eternista, si lasceranno andare piuttosto a delle esperienze dove si dedicheranno essenzialmente a realtà mentali. Si tratta del sesto senso, che non è un senso materiale, ma puramente un senso mentale.

Lo stesso errore

Buddha afferma che i due tipi fanno lo stesso errore, e che chi è molto materiale ha le stesse probabilità di girare in tondo, nel ciclo di rinascite, di chi è molto "spirituale".

Buddha non stabilisce alcuna gerarchia. Non dice che gli uni sono peggiori degli altri; non afferma che gli uni sono più intelligenti degli altri, o superiori. Dice semplicemente che ambedue commettono lo stesso errore. Che ci si impegna in una filosofia politica, in una cammino nel quale si cerca di rintracciare in questo mondo un senso, una verità sociologica, politica, oppure economica; o che ci si dedica ad una via spirituale di purificazione, di ascesi, di yoga, di elevazione, o di trascendenza: Afferma: "E' lo stesso abbaglio."

Anche se sono due strade in apparenza radicalmente opposte, esse si inseriscono esattamente l'una nell'altra, esattamente nella stessa realtà, nella stessa concezione. Si tratta di una ideazione sbagliata che esiste in un modo o nell'altro; un'entità, che si trovi in questo mondo, o al di là dello stesso; che stia in questo corpo, o sia il corpo stesso; all'interno di quest'ultimo, o fuori di esso, poco importa. Che si tratti di una trascendenza, di uno stato d'essere, di uno stato di coscienza, o semplicemente la verità della materia del mondo che, un giorno o l'altro dovrà integralmente sparire, in ogni caso si ripete questo concetto di "atta".

Che sia un'esperienza sensoriale, un pensiero, un'idea, ci si immagina che debba esistere, in un modo o nell'altro, una realtà intrinseca, una natura che le sia propria. poiché non c'è un termine pali per esprimere ciò al di fuori di "atta", conviene, allora, adoperare piuttosto il termine sanscrito "buddhatathata", che significa: la natura intrinseca di ciò che è in sè. Codesta può non essere una traduzione grammaticale perfetta, ma rappresenta, tuttavia, l'idea veicolata da tale termine. Sentirete così dei "maestri spirituali" parlarvi di qualche cosa, dicendovi: "è ineffabile, è trascendente, è QUESTO, ed è così, quando avete totalmente trasceso il mondo dei fenomeni, il mondo della dualità, dell'ego, il mondo materiale, voi avete raggiunto, allora, CIO', il SE'"

La concezione della divinità

Ciascuno, la sua

Dopo, ognuno, a seconda della propria religione, dirà: "Questo, è Brahma, l'essere supremo". Altri affermeranno: "Si tratta di Dio", oppure: "E' Allah". Qui, ritroviamo una scuola che immagina che questa esistenza, questa "essenza", questa realtà, di fatto, è un essere. Esisteranno quelli che vi diranno: "No, non si tratta di un essere creatore del mondo, ma semplicemente una realtà impersonale, un fatto, uno stato di vita che è... LA', che è... "QUI"...che E', del tutto semplicemente!"

In tal modo, Buddha, dall'alto della sua onniscienza, e, soprattutto, appoggiandosi alla sua esperienza diretta, ha rimarcato che, presso gli eternisti, vi sono due modi per concepire la divinità, o la "buddhità". Vi sono coloro che credono che vi sia un essere, supremo, una divinità assoluta, onnisciente, immutevole, incondizionata, eterna, che avrebbe, in una maniera o nell'altra, creato il mondo. Il quale sarebbe un assieme di fenomeni che si succedono, si sovrappongono e di cui ciascuno è la conseguenza del fenomeno che lo precede. Se si rimonta, così, all'alba dei tempi, esisterà un primo istante, una causa prima, che è l'essere divino.

Questa spiegazione data da Buddha è, quasi, parola per parola, straordinariamente ben spiegata dalla summa teologica di San Tommaso D'Aquino, nella quale costui parafrasa il monaco Gotama.

Buddha dice che è una delle due maniere, beninteso errata, di concepire, o di spiegare "atta", la divinità. In tal caso, Buddha preferisce adoperare una parola particolare. Egli parlerà di "brahma". Infatti, "atta" e "brahma" sono la stessa cosa; ma, quando ci si pone dal punto di vista di un essere creatore, Buddha adopera piuttosto "brahma".

Vi è un altro modo di concepire "l'essenza", la "quiddità", "la" buddhità","la realtà ultima". Qui, Buddha adopererà piuttosto il termine "atta". Che consiste nel dire che il mondo è un assieme di fenomeni, che si succedono, che si sovrappongono, dai tempi dei tempi, senza che vi sia stata una prima origine e senza che tutto ciò possa un dì fermarsi. Ma, esiste, anche in questo mondo, che sia all'interno, oppure all'esterno dei suoi fenomeni, come natura intrinseca degli stessi, un principio immutevole, ineluttabile, trascendente, eterno e perfetto.

Il brahmajala sutta

Troverete la descrizione appena fatta nel brahmajala sutta, in cui Buddha espone in un sutta, in maniera straordinariamente perfetta l'assieme delle concezioni e dei punti di vista manifestati da TUTTI i sistemi di filosofia politica e di filosofia nel mondo.

Egli dice: "Vi sono in tutto e per tutto tredici concezioni, alla base di ogni insegnamento; sia filosofico, sia politico, economico, sociologico, religioso, o spirituale, che si tratti dei nihilisti, oppure degli eternisti". Buddha, che non era certamente un dio e neppure, come certuni pretendevano, l'emanazione di un principio eterno ed immutevole, lo aveva perfettamente compreso.

Ve ne prego, studiate questo sutta, soprattutto alla luce di una esperienza diretta e vissuta di vipassanā e vedrete come venticinque secoli fa, questo uomo, questo monaco ha, in poche frasi, riassunto la totalità di quanto viene oggi insegnato, sia nel nazismo, che nel comunismo, che nel fascismo, che nel capitalismo, ecc. In breve, egli ha "referenziato" l'integralità dei tipi di credenze che si possono trovare ovunque, nelle concezioni sociopolitiche, in ciò che è stato insegnato nei sistemi religiosi, come il cristianesimo, il giudaismo, l'islamismo, come anche in parte dell'indusimo e, anche, in quanto viene promulgato in quel che si chiama buddhismo "mahayāna", il buddismo speculativo (o moderno) e in certe scuole di induismo.

Non esiste verità

Il monaco Gotama ha scoperto attraverso la sua personale esperienza e attraverso il suo vissuto, che non esiste nulla di tutto ciò. Il mondo è disperatamente vuoto. E' vuoto di sostanza e di verità. Inoltre, Buddha non adopera questa parola, se non in un contesto ben preciso. Non parla de LA verità. Noi stiamo cercando una certa solidità, una certa stabilità. Abbiamo allora immaginato di trovarle in certe acquisizioni materiali e sociali, oppure, a seconda della nostra sensibilità, in una realizzazione spirituale, in una esperienza di trascendenza e di unità.

Sfortunatamente, secondo Buddha, questa unità, questa "buddhità" è ancora una esperienza transitoria. Esattamente allo stesso titolo e senza la minima differenza (se non quella che abbiamo esposto) che di giungere ad un qualche sbocco sociale o professionale. Da un certo punto di vita, non vi è differenza alcuna nel fatto di avere acquisito delle realizzazioni spirituali, o delle proprietà materiali. poiché, in ambedue i casi sarà necessario un minimo di sforzo per mantenerle. Fatto che tende a provare che esse non sono eterne, poiché questi maestri spirituali, se avessero veramente raggiunto l'unità, allora perché avrebbero bisogno di effettuare qualunque tipo di pratica? Qualunque tipo di recitazione verbale? Qualunque tipo di preghiera? Qualunque tipo di meditazione? Qualunque tipo di yoga? Se lo continuano a fare, è per la necessità di raggiungere ancora ed ancora (nel migliore dei casi) questa esperienza di unità. E' per conservare e mantenere qualcosa.

Non v'è nulla da conservare

Quando Buddha giunse al suo risveglio non faceva nulla per trattenere alcunchè. poiché aveva giustamente scoperto che non v'era NULLA di trattenere. Vi è solo UNA cosa che gli uomini, gli dei, gli esseri dell'universo conservano, ogni giorno, ogni istante, in ognuna delle loro attività. Si tratta della propria ignoranza! Conservano la loro ignoranza perché sono persuasi che esista un'essenza ultima, immutevole, incondizionata, eterna, un riposo perpetuo, una sostanza, che è immortale, incondizionata, non toccata dalle sozzure della mente, dagli inquinamenti. Inoltre, essi s'attaccano alle loro esperienze, qualunque esse siano; musicali, gustative, spirituali, o mistiche.

Osservate bene, ve ne prego, non leggete tra le righe i libri degli insegnamenti che sono esposti da tutti questi "maestri", da tutti questi esseri sedicenti realizzati, i quali, di fatto -lo abbiamo compreso, mi auguro - sono, al massimo, degli illusi. Leggerete che se ne stanno completamente attaccati alle loro esperienze, completamente fissati, identificati alla loro "verità".

L'unità delle vie spirituali?

Anche se si tratta di un tocco aristocratico pretendere che vi sarebbe un'unità trascendente in tutti i sentieri spirituali, il fatto è che non si è ancora visto un rabbino rasarsi il cranio e recitare dei mantras. E neanche un monaco buddhista prosternarsi, o inchinarsi davanti ad una moschea, pregando: "Allah!". E non sarà domani che si vedrà un musulmano lasciarsi crescere il codino, portare un cappello ed oscillare con il torso davanti al muro del pianto di Gerusalemme.

Lo charme delle tradizioni spirituali

Gli Orientali, con le loro tradizioni spirituali, che sono il buddhismo, l'induismo, ecc. hanno un savoir faire, una maniera incontestabilmente molto seducente, molto toccante (idem per alcune tradizioni spirituali dell'America latina) per il pubblico occidentale molto (o troppo) versato nel materialismo. Il che non impedisce che sia la stessa cosa; finchè esistono, si comportano esattamente allo stesso modo.

Buddha ci fa notare in un sutta che un "maestro spirituale" è qualcuno che parla solo di due cose: di sè e delle sue esperienze.

Rileggete i vostri libri

Vi prego di RILEGGERE i vostri libri su questi grandi maestri buddhisti, su questi grandi maestri hindu, su questi grandi contemplativi.

Non parlo dei libri che costituiscono semplicemente un esposizione secca ed arida di una dottrina, o di una credenza filosofica; parlo di libri nei quali si cerca di toccare il cuore del pubblico. Noterete, con evidenza, come questi maestri dialoghino solo di due cose: delle esperienze spirituali trascendenti, delle quali posseggono l'arte e la maniera di farci credere che le hanno raggiunte, senza pertanto dire veramente e finalmente, di cosa parlano, se non di loro stessi.

Vi sono molti modi di parlare di se stessi e ci sarebbe da riempire un libro se si dettagliasse la cosa. Una delle maniere di parlare di sè è di farlo con la "buddhità".

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info su questa pagina

Origine:Insegnamento dato in Francia

Autore: Bhikkhu Sāsana

Traduttore: Guido Da Todi

Data: 1999

Aggiornamento: 29 settembre 2011