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riassunto della pagina

Insegnamento che descrive il carattere impermanente di tutte le cose.

anicca

L'aspetto dell'impermanenza

Anicca è una parola pali, composta da due parti: "nicca" e la particella privativa "a". "Nicca" è l'idea di permanenza, di continuità. Anicca significa l'assenza di continuità, l'assenza di permanenza. Anicca è una legge universale, che si applica ad ogni fenomeno dell'universo, ad ogni nostra esperienza sensibile.

Tutto ciò che avviene nel mondo, nelle nostre percerzioni, è destinato a sparire, così com'è apparso. Ciò che caratterizza la natura dell'impermanenza, l'aspetto del cambiamento, è giustamente che i fenomeni sorgono. E' nel momento in cui un evento si produce che ci mostra in modo spiccato il suo aspetto di impermanenza, poichè, prima che apparisse, non era lì; e, di colpo, sorge. C'è stato un cambiamento, e ciò, in particolar modo quando un fenomeno si presenta. Successivamente, esso dura per un certo tempo, e, quindi, si dilegua ineluttabilmente. Se è apparso, è obbligatorio che finisca per sparire. Ciò vale per ogni cosa, senza nessuna eccezione.

Anicca è una caratteristica comune ad ogni fenomeno, ad ogni realtà che proviene dalle nostre esperienze sensibili, coscienti.

Di conseguenza, la nostra coscienza si trova in perpetua mutazione ed ogni nostra esperienza, anche se si tratta di esperienze di meditazione, di trascendenza, oppure mistiche sono esperienze in mutamento. Se giungiamo a provare, tramite la meditazione, degli stati trascendenti, di unificazione, come quelli che ci vengono descritti nella letteratura spirituale, potremmo immaginare di avere toccato una sostanza eterna. Una sostanza immutabile, che non sia sottomessa a tale legge di impermanenza. Ma, è proprio il fatto di avere raggiunto questa esperienza che mostra chiaramente quanto essa sia soggetta al mutamento. Perché? Perchè, prima questa consapevolezza non era stata toccata. Esiste, dunque, qualcosa che inizia, che perviene ad uno stato di fusione coscienziale, dovuto a diversi esercizi spirituali, o a diverse meditazioni. Non si tratta, quindi, del rifugio che noi cerchiamo, di stabilità, di eternità. E, di fatto, questo rifugio non esiste.

Esistono essenzialmente due categorie di allenamento che noi possiamo seguire. Vi sono degli allenamenti che entrano nella categoria di samatha e quelli che appartengono alla categoria che chiamiamo vipassanā.

Vipassanā è un termine pali che significa la visione diretta, la visione superiore. Visione superiore nel senso che essa sopravanza ogni altra, perchè, appunto, diretta; si tratta di una visione diretta della realtà.

Cosa è la realtà? La realtà è un fatto ineluttabile, che viene universalmente verificato e che si applica a tutti i fenomeni. Questo fatto è triplice:

  • Tutti i fenomeni che appaiono debbono scomparire.
  • Tutti i fenomeni sono assoggettati e sottomessi alla legge della non permanenza e del cambiamento anicca.
  • Tutti i fenomeni che appaiono durano un certo tempo. Durano un certo tempo, ma non a lungo. Durano sempre troppo quando sono insoddisfacenti e mai a lungo quando sono gradevoli.

Perciò posseggono una natura insoddisfacente. Solo la loro presenza è già fonte di sofferenza, che viene chiamata dukkha. Infine, questi fenomeni cessano, spariscono, indipendentemente dalla nostra volontà,dal nostro controllo. Spariscono quando è necessario che spariscano. Quando le loro cause si esauriscono, i fenomeni si dissolvono. Questo loro carattere incontrollabile si chiama anatta. Si tratta dell'assenza di un sè, dell'assenza di controllo, di direttive.

Lo sviluppo della presenza di spirito

Per sviluppare vipassanā bisogna fare quel che Buddha insegna, con il nome di satipaṭṭhāna bhāvanā. Bhāvanā è l'allenamento. Satipaṭṭhāna significa: sati, l'attenzione, la presenza di spirito, la coscienza (nel senso di "stare attenti"); "patthāna", "upatthāna" significa lo sviluppo, la maturazione. Satipaṭṭhāna, allora, vuol dire lo svilupopo, la maturazione, lo stabilirsi della presenza di spirito. Bhāvanā è l'allenamento al crescere della presenza di spirito.

Se si seguono i consigli dati da Buddha, per sviluppare la presenza di spirito, per sviluppare l'attenzione, ecco che, senza che lo si voglia e senza che lo si possa controllare, anche vipassanā si manifesterà. Per quanto riguarda vipassanā in se stesso, non v'è nulla che si possa fare.

Ci sono delle persone che pretendono di insegnare vipassanā. Essi insegnano degli esercizi che si basano tanto sulla concentrazione, tanto su di una sorta di investigazione verso ciò che essi chiamano la realtà. Investigazione nei quattro elementi, nelle posture, nelle sensazioni. In effetti, questo non è vipassanā. Essi credono che vipassanā sia una cosa che si debba fare, che si debba "praticare"; e che se si compie tale esercizio ci si trova in vipassanā e, con quest'altro, si è in samatha.

Se lo stesso Buddha non ha mai praticamente adoperato il termine vipassanā, questo non è un caso. Egli utilizzava il termine satipaṭṭhāna. Il sermone che contiene le istruzioni nelle quali egli dice ciò che si fa in vipassanā, non si chiama il vipassanā sutta; non esiste, d'altronde, alcun sutta che si denomina così. Si chiama il satipaṭṭhāna sutta, il discorso sullo stabilirsi dell'attenzione. In questo discorso, egli non parla di vipassanā. Dice solamente in cosa consiste l'allenamento al satipaṭṭhāna.

Così, quel che ci interessa non è veramente il vipassanā ma il satipaṭṭhāna. Se noi ci alleniamo, se seguiamo le istruzioni date da Buddha per sviluppare la presenza di spirito,la coscienza e l'attenzione, automaticamente, in un modo del tutto naturale ed incontrollabile, vipassanā si svilupperà. Vipassanā è unicamente la visione diretta che risulta dalla presenza di spirito, e dell'attenzione. Si tratta, quindi, solo di portare la propria attenzione sulla realtà.

Vedere anche: La regina Khemā (racconto che illustra anicca)


info su questa pagina

Origine:Insegnamento dato in Francia

Autore: Bhikkhu Sāsana

Traduttore: Guido Da Todi

Data: 1999

Aggiornamento: 29 settembre 2011

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