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riassunto della pagina

Descrizione delle sei sfere di esistenza, in relazione con le condizioni sperimentate dagli esseri.

Spiegazioni sulle vie che conducono verso l'una o l'altra sfera.

I 6 mondi (1)

rappresentazione semplificata di alcuni esseri dei 6 mondi

Il ciclo

Presa di rifugio

Omaggio al buddha completamente risvegliato, colui che è giunto al risveglio con i suoi propri mezzi, senza l'aiuto di nessuno, e che ha scoperto, con la sua intelligenza e con la sua saggezza, la struttura dei sei mondi.

Prendiamo rifugio nel Buddha, che è il personaggio che ci ha lasciato il suo insegnamento in eredità. E' colui che ci ha dato modo di raggiungere quanto noi cerchiamo di realizzare; ossia, la liberazione completa da ogni costrizione.

Prendiamo rifugio nel dhamma, che è il suo insegnamento, che è la sua natura, l'universo naturale nel quale vivivamo. Ci rivolgiamo al dhamma come un rifugio, per proteggerci dai misfatti, dai pericoli dei mondi artificiali nei quali viviamo.

Prediamo rifugio nel saṃgha. Guardiamo alla comunità dei monaci allo stesso modo con il quale ci dirigiamo verso un rifugio, poichè è la comunità che detiene l'insegnamento; di coloro che cercano di metterlo in pratica, di coloro che lo trasmettono e che lo preservano, attraverso lo studio e la recitazione. Ci rivolgiamo anche verso la comunità di coloro che hanno realizzato l'insegnamento, che chiamiamo ariyā saṃgha. Si tratta di chi è giunto all'esperienza del risveglio e che ha raggiunto almeno il primo stadio. Essi sono divenuti degli esseri nobili (ariyā), che non hanno più alcuna possibilità di riprendere nascita in uno dei tre mondi inferiori.

Tre mondi inferiori e tre mondi superiori

Vi sono, dunque, tre mondi (o sfere) inferiori. Esistono anche tre mondi superiori. Il mondo si divide, dunque, in tre categorie di esseri. E' attraverso queste tre categorie che le esistenze evolvono, nascono e muoiono. Rinascono in ognuna di queste categorie, in funzione degli atti e delle parole che hanno tenuto durante la loro vita; particolarmente, in funzione delle intenzioni che li hanno motivati e dei punti di vista, delle credenze che accompagnavano queste azioni e queste parole.

Di conseguenza, dopo la sua vita, quando una persona si è attivata a produrre della sofferenza attorno a sè, sotto forma di atti violenti, o di parole dolorose, essa subirà delle rinascite consecutive nei tre mondi inferiori. Quando, invece, un essere si è essenzialmente esercitato a compiere, nelle parole e negli atti, delle azioni positive, sane, costruttive, sorgenti di pace e di salute, egli rinascerà in uno dei tre mondi superiori. L'equazione è proprio semplice come abbiamo scritto, per non chiamarla ingenua.

Come dice Buddha: "Se noi piantiamo un nocciolo di mango, otterremo un mango; quando si tratta di un seme di mela, avremo un melo. Se coltiviamo un nocciolo di mango, non ne verrà fuori un melo e quando sarà un seme di mela, non otterremo un mango. Di conseguenza, gli atti negativi grossolani e malsani offrono una rinascita nei mondi inferiori, e gli atti positivi sani e costruttivi conducono necessariamente a rinascere nei mondi superiori." Non esistono eccezioni.

Arrestare il ciclo

Per lui, la cosa più importante non è fare i giocolieri con il futuro, sforzandosi di eseguire degli atti meritori, e dicendosi: "Così, rinascerò nei mondi superiori". Per lui, l'importante sta nell'intraprendere il cammino che ci porti a conoscere il ciclo delle morti e delle rinascite. Tale ciclo non riguarda solo l'apparizione della vita in questo mondo, seguita da un decesso, che conduce ad un'altra esistenza. Noi viviamo ad ogni istante il ciclo delle morti e delle rinascite. Per esempio, quando diveniamo adulti, c'è un bambino che cessa di vivere. Quest'ultimo procrea un adolescente, che perisce, a sua volta, dopo avere dato nascita ad un adulto; che, però, sparirà, quandro entreremo nella vecchiaia. Un vegliardo non è un bambino, nè un adolescente, e neanche un adulto. Così, c'è un ciclo che si perpetua. Noi attraversiamo delle fasi transitorie, che si succedono. Ad un certo punto, non ci troviamo più nella fase precedente, e neppure ancora in quelle che debbono seguire.

L'interesse del nostro cammino, se seguiamo l'insegnamento di Buddha, non è quello di arrestare questo ciclo perpetuo (non è eterno, ma perpetuo), che ci fa passare da una fase all'altra. Quando siamo collerici, l'ìndomani ci troviamo gioiosi; la collera è morta ed è nata la gioia. In ogni istante passiamo da una fase all'altra. Tale è il ciclo delle morti e delle rinascite. Rinasciamo e moriamo ogni volta che cambiamo idea, i nostri comportamenti ed i nostri umori. Ogni volta, qualcosa sparisce e qualcosa appare. In fin dei conti, abbiamo l'impressione di essere sempre la stessa persona,ma questo è falso. Possiamo pensare: "Ieri, ero collerico; ero io". Però, il personaggio collerico non sta più là, non esiste più, è sparito. Oggi, è quello gioioso che si sta esprimendo.

Vivere è una corvée

L'importante non è di preoccuparsi di sapere se abbiano vissuto prima della fecondazione e se continueremo veramente a vivere dopo la morte. Si tratta di ipotesi lontane. Ciò che interessa conoscere è che, ogni mattina, ci alziamo e la corvée di vivere riprende di nuovo. Vivere è una corvée e la maggior parte degli esseri umani cercano di distrarsene, inseguendo delle occupazioni che distraggano, o piacevoli, quando le loro condizioni glielo permettono. Alcune persone, in certi periodi della loro vita, hanno la possibilità di trovare dei momenti di agio, di distrazione, di piacere. Altri, in tempi, regioni, epoche storiche diverse sono costantemente afflitti da pene, da malattie, da guerre e da varie discordie.

In ogni caso, quando abbiamo la possibilità di procurarci del piacere, intraprendiamo gli sforzi necessari per reggiungerlo; quando ci aspettano delle difficoltà, agiamo nella direzione giusta per cercare di uscirne.

All'interno della nostra quotidianità, all'interno dei momenti che attraversiamo, noi stessi produciamo quel che ci succederà. In qualche maniera, noi fabbichiamo il nostro avvenire. Questo, sfortunatamente, è inevitabile.

L'importante, in ogni caso, è di preoccuparci di quanto succede qui, oggi; o, comunque, in queste settimane. Ciò che è terminato è terminato, anche se adesso ne dobbiamo subire le conseguenze, e quanto deve succedere non esiste ancora, pur se oggi ne stiamo cotruendo le cause.

Noi, così, attraversiamo, in una sola vita, dei veli, differenti esistenze. Abbiamo vissuto dei momenti di piacere intenso, e degli istanti di sofferenza abominevole – fisica e morale. In questa vita, siamo passati dal paradiso all'inferno, o dall'inferno al paradiso. E' questo, il ciclo. Il termine saṃsarā indica la nozione di ciclo. Il ciclo si applica a tutti i fenomeni. Per esempio, quando un oggetto cade a terra, vi è un rumore, prodotto dalla caduta. Questo rumore si ascolta per un intero ciclo; appare, dura per un certo tempo, sparisce: un ciclo è trascorso. Conosciamo dei cicli erstremamente corti, come quello della palpebra che batte, stimati in un 400° di secondo. Buddha dice che nel tempo impiegato dalla palpebra a battere, appaiono e scompaiono milioni di attimi di coscienza, a succedersi; e qui si tratta di cicli molto corti. Molto difficili da percepirsi e da misurarsi. Esistono dei cicli più lunghi. Quando noi abbiamo un'emicrania, appare un ciclo che può durare qualche minuto, o qualche ora.

Queste sequenze si producono e si riproducono senza posa. Si vorrebbe che non ci fossero più pensieri che ritornano. Si vorrebbero il silenzio e la tranquillità, ma appare qualcosa che sopravviene a disturbarli. Ecco il saṃsarā, la cui caratteristica principale è dukkha. Letteralmente, dukkha vuol dire dolore; ed esso è dovuto non solo al fatto che esistono dei fenomeni dolorosi - poichè ve ne sono anche di piacevoli; ma essenzialmente perchè essi svaniscono. Molto spesso, dei fenomeni piacevoli appaiono perchè ci siamo sforzati di richiamarli a noi, per giustamente sfuggire la pena e la miseria del quotidiano. Perciò, essi continuano a portare pena e dolore, alla fine.

Il piacere è dolore

Quando abbiamo una ferita, noi le applichiamo una crema dal risultato molto efficace, che sostituisce il dolore con una specie di sensazione calda, dolce e piacevole. Immediatamente, allora, abbiamo l'inpressione che si tratti di una buona cosa. Appena usato il prodotto sulla nostra ferita, ne proviamo un effetto gradevole, che restiamo ad assaporare. Dimentichiamo che quella sensazione è apparsa, perchè, in origine, vi era una sofferenza. Paradossalmente, questa sensazione gradevole è una copertura che abbiamo utilizzato per nascondere il dolore. Ecco perchè diciamo che anch'essa è una sofferenza, poichè esiste solo per cercare di mascherare la pena; è ancora relazionata al dolore, e prodotta da esso.

Nelle nostre vite, quando cerchiamo di distrarci, di darci del piacere, di ascoltare dei suoni gradevoli, di vedere delle immagini piacevoli, di gustare dei sapori gustosi, si tratta, per lo più, di mascherare una pena. In questo senso, quando proviamo un diletto, o un benessere, si tratta ancora di dolore. La nozione di dolore, qui, è una costrizione. Essa è intimamente legata all'ineluttabilità delle cose: noi siamo obbligati a darci dei piaceri, o se no la vita sarebbe un inferno. Siamo, quindi, costretti a trovare delle piccole compensazioni.

Inoltre, per potere trovare queste compensazioni, siamo spesso obbligati a produrre molti sforzi; ed il fatto di fornirli ci risulta particolarmente increscioso. Inoltre, bisogna lavorare per guadagnare del denaro, e lavorare è un fatto penoso, soprattutto quando lo si fa in situazioni dure – cosa frequente, nelle nostre moderne società. Per offrirsi un viaggio, una distrazione, un piacere, è necessario lavorare, bisogna soffrire, bisogna indebitarsi. Sul momento, ci si dimentica di tutti gli sforzi fatti per giungervi. Ecco perchè il piacere è ancora legato alla pena.

Il piacere è comparabile un pò al fatto di deporre una borsa con l'acqua ben calda su di un iceberg, perchè fa freddo. Questo, per sentire un buon tepore. Il problema è che la borsa si raffredderà e, presto o tardi, ci troveremo di nuovo faccia a faccia con il freddo glaciale delle nostre vite quotidiane.

In tal modo, esistono nelle nostre vite dei cicli che si perpetuano; e che noi si trascorra dei momenti di pena, o dei momenti di gioia apparenti, siamo sempre presi in trappola. Ci troviamo in un ciclo che pare si auto-produca. Vi sono degli esseri che, momentaneamente, vivono in situazioni particolarmente abominevoli di sofferenza, di tormenti intensi, psichici e fisici. Ne esistono, invece, altri che, anch'essi momentaneamente, vivono in una felicità intensa, in una sorta di esaltazione mentale, spirituale. Sono felici, stanno bene. Tra i due estremi, appare la mediocrità del quotidiano; coloro che non hanno l'imnpressione di soffrire, e neppure quella di essere felici.

Buddha ci insegna che tali persone popolano il mondo umano, ma che, al di là di questo mondo, è possibile vivere delle sofferenze ancora più atroci, a tale punto che nessuno le potrebbe subire, se lo dovesse fare qui. Ci insegna che vi è la possibilità di vivere delle esaltazioni mentali assolutamente sublimi, talmente intense che è impossibile averle nel mondo umano, tramite il nostro corpo e la nostra mente striminzita. Ci dice che esistono dei mondi, oltre quello umano, ove degli esseri vivono delle sofferenze terribili e altri in cui le persone provano condizioni totalmente paradisiache. Si tratta, di fatto, delle tre grandi divisioni: i mondi inferiori, dove non appare mai il piacere, mai il benessere; ed il calvario è perpetuo: vi è il mondo umano, che sta un pò fra i due, e dove si possono sperimentare crudeli sofferenze e intense gioie; delle pene, delle sventure, della felicità e dei piaceri, che si succedono; infine, vi sono i mondi divini, le sfere paradisiache, dove non si conosce praticamente mai alcuna pena, nè il minimo stress.

Molto spesso, si divide semplicemente l'universo in due categorie – i mondi inferiori e quelli superiori - ponendo quello umano tra i superiori. Se è possibile sperimentarvi molti tipi di dolori, il mondo umano è pure il primo livello, a partire dal quale si possono vivere delle grandi gioie e dei grandi piaceri.

Descrizione dei cinque mondi

I mondi inferiori

Nei mondi inferiori, si contano essenzialmente tre categorie: i mondi infernali, i mondi fantomatici, ed il mondo animale.

Nelle sfere infernali, gli esseri non provano mai la minima sensazione piacevole e soffrono di abominevoli tormenti. La durata della vita è estremamente corta. Vi si soffre talmente, che si muore subito. Allora, si rinasce, e si muore di nuovo, un grande numero di volte, per rimanere lì dei periodi di tempo che possono sembrare molto lunghi. Le sofferenze sono fisicamente intense e, di conseguenza, morali. Non si fa che soffrire, in basso. Si dice "in basso" perchè sembra che questi piani si situino al di sotto di noi, al di sotto della terra, al di sotto del mare, là dove ci sarebbe una palla di fuoco.

Esistono degli esseri che vivono una condizione un pò meno atroce, ma non molto invidiabile. Vegnono chiamati peta. Questo mondo costituisce un serbatoio particolarmente propizio all'accoglienza degli umani dopo la loro morte. Nel mondo dei peta non vi sono particolari dolori, e intensi, ma la vita si svolge in modo assolutamente miserabile. Ancora più di quella degli animali. I peta non riescono mai a nutrirsi a sazietà e quando mangiano, ciò diviene molto penoso per loro, o anche doloroso. Inoltre, hanno sempre fame e sempre troppo poco da mangiare. Sono esseri molto sensibili agli odori, e per questo vengono attratti accanto alle macellerie, alle discariche, accanto ad ogni fonte di odori vivi. Molti dei nostri defunti, oggi sono dei peta.

Vi sono, poi, gli animali, che vivono in una condizione assai miserabile; ma, almeno, si trovano sulla terra, e non sotto. Molti di essi, stanno accanto all'uomo. La loro vita è penosa, ma non è certo una sorgente di sofferenza fisica perpetua. Non sono da meno degli esseri fondamentalmente inintelligenti, che vivono di costante nell'aggressività. Hanno delle reazioni molto stereotipate; possono provare delle eccitazioni, o delle gioie, che danno spazio subito ad una collera nera. Sono degli individui particolarmente grossolani e stupidi.

Esistono, dunque, essenzialmente, queste tre categorie di mondi inferiori. all'interno delle quali vi è una grande quantità di specie differenti. Le creature che costituiscono queste ultime possono essere più o meno grandi, più o meno grosse, avere corpi svariati, che permettono loro di spostarsi in modi diversi - certune volando, alcune camminando, altre nuotando, altre ancora arrampicandosi.

Le azioni negative portano ai mondi inferiori

Questi mondi sono particolarmente indesiderabili e bisogna ad ogni costo evitare di cadervi. Quando compiamo delle azioni negative (furto, imbroglio, menzogna, ecc.), degli atti malsani, causa di pena, di dolore, o di vergogna per il nostro ambiente, ci condanniamo a subire le sofferenze e gli imbarazzi che abbiamo inflitto. I mondi inferiori sono dei luoghi particolarmente propizi a tutto ciò. Quando compiamo delle azioni malevoli, secondo il contesto, secondo l'intenzione e la motivazione che ci hanno sospinto ad eseguirli, allora dovremo subire dei periodi più o meno lunghi, conseguenti a ciò. Periodi che possono essere molto lunghi, a volte diversi milioni, o miliardi di anni, per un crimine, o per un atto di violenza.

Quando viviamo nei mondi inferiori, non abbiamo l'opportunità di compiere delle azioni buone e positive. Ecco perché Buddha disse: "Gli esseri che vivono nei mondi inferiori hanno pochissime possibilità di rinascere in quelli superiori e restano a lungo nei primi".

Il mondo umano

Il mondo umano, il più sconcertante, il più misterioso, a volte, è quello ove noi, oggi, ci troviamo. E' un mondo in cui possiamo condividere pene e gioie, disgrazie e felicità. Beneficiamo di un forte grado di libertà, riguardo alla possibilità di fare del male, o del bene; o di subire questo male e questo bene. E' un piano un pò intermedio, un mondo di mezzo. Per questo si tratta, d'altronde, anche di un mondo di una spaventosa mediocrità. La maggior parte degli umani, come possiamo constatare, si lascia andare regolarmente a degli atti di malevolenza, di ipocrisia, di furbizia, di disonestà. Si garantisce, in tal modo, la sicurezza di cadere ben in basso, dopo la sua morte. Se tornasse sempre a rinascere nel mondo umano, conoscerebbe ogni volta delle condizionio miserabili.

Nell'umanità, vi è gente che nasce nella miseria, nella povertà assoluta, che è malata, fragile, che vive mille turpitudini. Ce n'è dell'altra che nasce in famiglie molto più agiate, dove ha una vita più prospera, e dove vive più a lungo, o dove gode di migliore salute. Ciò è dovuto al fatto che, riguardo alle sue vite passate, nel primo caso, sono state compiute delle azioni negative, malsane, maldestre, e nell'altro, delle azioni positive, e saggie.

La vera generosità

La vera pratica della carità, del dono, della generosità, non è quella che consiste a dare delle buste ai monaci. E' quella che dona a chi ha bisogno, nutre chi ha fame, porge una medicina a chi è malato. E' quella che consiste nel dare, senza preoccuparsi di sapere se chi riceve è un monaco, o un laico, un uomo o una donna, un adulto o un bambino; se appartiene ad una comunità religiosa, o ad un'altra; o se abbia un'origine etnica, oppure una diversa. Si tratta del dono gratuito, disinteressato e necessario. Vi sono delle persone che consacrano il loro tempo a questa pratica. Posseggono la generosità del cuore, dello spirito; istruiscono gli altri, distribuiscono il loro sapere, la loro scienza. Tali persone avranno la possibilità di rinascere, dopo la loro morte, nel mondo umano, in una situazione di benessere, fortunata, o di rinascere nei mondi divini. Vi sono due categorie di mondi divini.

Il mondo dei deva

Il mondo dei deva (la parola deva darà, più tardi, in latino, il termine "deus", che, a sua volta, forgerà il termine italiano "dio"). Questo mondo è una sorta di paradiso, con dei giardini assolutamente sontuosi, e dei palazzi giganteschi. Gli esseri che vi dimorano vivono estremamente a lungo, delle decine di migliaia di anni; o anche milioni di anni. Il loro corpo non cambia. La loro apparenza è di adulti, molto giovani e belli, e vivono a lungo, senza una ruga. La vecchiaia appare solo nei loro ultimi giorni. Questi esseri posseggono una naturale fragranza, che li cosparge di profumo. Non hanno organi digestivi, nè sessuali, perché, al loro livello, la gioia che provano quotidianamente è sufficiente e li dispensa di dovere dedicarsi ad atti carnali. Tuttavia, si dice che ne esistono di maschili e di femminili. In ogni caso, non vi sono accoppiamenti nel mondo dei deva. Vi si nasce per apparizione spontanea; senza passare da un utero, nè da un uovo.

Vivere laggiù significa assaporare, consumare. E' il risultato di avere compiuto, essenzialmente nel mondo umano – al di fuori del quale non vi è alcuna opportunità di farlo – un grande numero di azioni sane e positive, basate sulla generosità, la spartizione, il disinteresse. Gli esseri che vivono là non fanno il necessario per rimanervi. Assaporano, consumano, degustano e, per questo, non provano la spinta a compiere delle azioni positive e generose, tanto più che ciò non sarebbe di nessun aiuto nella sfera in cui si trovano, poiché, lì, tutti sono già felici.

Così, ecco come trascorre il ciclo; ecco come viviamo. Lo facciamo essenzialmente tra cinque mondi: gli inferi, i peta, gli animali, gli umani e i deva. Come un'onda, noi passiamo dall'uno dall'altro; montiamo, ridiscendiamo;poi, quando siamo arrivati in basso, rimontiamo, poichè, da lì, non si può che risalire; e quando siamo in alto, non si può che ridiscendere. Non ci stabilizziamo mai. Il mondo è sempre instabile ed in movimento. Similmente, le nostre vite si trovano sempre in moto e sono instabili.

L'esperienza della divinità

Un percorso affascinante

Tuttavia, esiste la possibilità - in particolare per gli uomini - di fare un salto, di mettersi in orbita attorno al mondo. Questo percorso è del tutto particolare. E' affascinante ed attira, da sempre, l'umanità. E' l'esperienza della divinità, che chiamiamo brahmā, e che si trova al di fuori di questi cinque mondi. Si tratta di una messa in orbita attorno a questi cinque mondi, in assenza di peso. E' uno stato di coscienza del tutto assorbito, nella propria pienezza, nella propria serenità. La coscienza resta così in estasi per delle durate di tempo incommensurabili. Si potrebbe quasi parlare di una eternità; delle migliaia di miliardi di anni, o dei milioni di miliardi di anni. Ciò dura così a lungo, che noi ne ricaviamo l'impressione che non ridiscenderemo mai più e che non siamo mai apparsi quaggiù.

La divinità è un oggetto del tutto particolare, perchè la coscienza vi si fissa; e il fatto dà l'illusione della sua eternità. Ciò spiega anche quanto nessuna pena possa, in questo stato, venire sperimentata, perchè non appare nessun cambiamento. In ogni caso, non vì è posto per la pena. Chi vive assorbito nella divinità vi resta completamente assimilato. Gli esseri umano sono affascinati dalla prospettiva di raggiungere un tale livello di esperienza. Poichè sono poco intelligenti, immaginano, fabbricano numerose storie e leggende, che concernono le divinità. Dato che hanno una tendenza all'orgoglio, essi immaginano che queste divinità si interessino a loro. E credono che, di tanto in tanto, si manifestino nel mondo umano, per chiamarli, per dare loro una speranza. Immaginano che la divinità di mostri nel mondo, per indicare loro che lei si trova lì e sta dando loro la possibilità di raggiungerla.

E' come un prigioniero di un goulag siberiano, che immagina di vedere sbarcare, un bel giorno, un paracadutista americano, che sta giungendo a liberarlo. Certi hanno dovuto credere a questo; hanno atteso a lungo. Il fatto è che, se vi sono delle divinità, è molto poco probabile che esistano delle possibilità che esse si interessino ad altro, se non che a loro stesse; ed a fortiori, a noi in particolare. Non siamo dei deva. Siamo solo degli esseri umani; dei mammiferi appena evoluti, che hanno bisogno di nutrirsi, che hanno necessità di copulare per sopportare la vita.

La nascita delle religioni

Immaginare che queste divinità (brahmā) possano prestarci attenzione, o augurarsi la liberazione della nostra condizione umana è del tutto assurdo. Esse se ne disinteressano affatto.

E' sulla base di queste credenze che sono nate le religioni. Molti credono che una divinità è eterna, che è una cosa al di là del mondo, che è il luogo del riposo eterno delle anime e degli spiriti, che vi dimorano, assorbiti in modo indissolubile.

Tutte le religioni, il buddismo mahayana, la maggioranza delle scuole dell'induismo, dell'islam, del giudaismo, del cristianesimo, con una moltitudine di varianti, e certamente nelle apparenti diversità culturali e delle tradizioni umane, credono in questo.

In una maniera, o nell'altra, utilizzando un linguaggio o un altro, una forma o un'altra, un discorso o un altro tutte le religioni tendono a questo. E'il mito assoluto, il sogno totale. Il problema, è che noi abbiamo la possibilità, qui in basso, nel mondo umano, di farne l'esperienza. D'altronde, se ciò non fosse stato possibile, come avremmo potuto supporre l'esistenza di una tale possibilità? Come avremmo potuto immaginare una coscienza divina? Sarebbe stata pura fantasia; ma, una fantasia persistente attraverso i secoli e le civiltà!

Il problema è che noi, umani, abbiamo la possibilità di fare l'esperienza della coscienza divina. E' un problema perchè ciò ci dà piacerer e trattiene l'umanità intera nei limiti di un sogno. E' un problema, perchè l'umanità è naturalmente ignorante, ed "ignorante" significa semplicemente che possiede la disposizione naturale ad inventare ed a credere.

L'ignoranza che caratterizza il mondo umano non è quella di non sapere, ma, al contrario, di inventarsi i saperi. Allora, nascono le religioni. Ecco la verità semplice ed anche triste, di tutto ciò.

Una messa in orbita provvisoria

Per Buddha, l'esperienza della divinità, che aveva fatto durante la sua giovinezza, durante i suoi periodi di ascesa spirituale, e che numerosi suoi contemporanei avevano anch'essi provata non è che un fenomeno naturale, tra gli altri. Per lui, non è quella, ancora, la soluzione; non è ancora la fine di ogni problema. Si tratta di passare da uno stato ad un altro; dall'umano al divino, certamente; ma si tratta solo di cambiare funzione; non è che una messa in orbita. Secondo lui, gli esseri che vivono assorbiti, malgrado esistano per dei tempi talmente lunghi, dei quali non si vede nè l'inizio e nè la fine, saranno spinti, un giorno o l'altro, a riprendere nascita nel mondo umano. In seguito potranno rivivere- e perchè no? - nel mondo animale, in quello dei peta, ecc. Secondo Buddha, ciò che comincia, finisce. Se si lancia una pietra verso il cielo, questa dovrà necessariamente ricadere. Per lui, l'accesso al mondo della divinità è una messa in orbita; lunga, ma provvisoria.

Tuttavia, gli uomini ne sognano molto. Quelli che la sognano di più sono coloro che ne hanno fatta meno l'esperienza. E' sempre così. Avendo vissuto questa consapevolezza Buddha affronta la questione con pragmatismo e ragione. Ci dice che si tratta di una cosa sublime e che la coscienza risulta perfettamente vuota di impurità; che non concepisce più. Però, ci aggiunge che è solo una coscienza che rimane assorbita nella pienezza, sottomessa, come qualunque altro problema, alle caratteristiche della non permanenza, dell'insoddisfazione e del non controllo.

Secondo lui, quel che è utile fare, nel mondo umano, dove ci resta probabilmente qualche anno da vivere, è di intraprendere la strada che ci condurrà a guarirci dai mali che ci affliggono.

Sperare che dopo la morte andremo a vivere l'esaltazione divina per l'eternità è, secondo lui, nè più nè meno che un'utopia. E' possibile che la proveremo per un certo periodo, ma la probabilità che questo avvenga è infima. In più, la differenza dei cinque altri mondi non può apparire nelle sfere divine con il solo esercizio dei nostri atti. Il fatto non dipende dall'abituale produzione delle azioni, delle parole e delle intenzioni. Si tratta veramente di un mondo a parte. E', beninteso, quello che gli esseri umani considerano come la panacea.

Come accedere al mondo di brahmā?

Il solo modo di accedere a questo mondo di brahmā è di intraprendere degli esercizi spirituali, qui, nel mondo umano, e di consacrarvi tutta la nostra vita. Per questo, dobbiamo andare in un ritiro ed esercitarci a delle pratiche di meditazione intensiva, per giungere, nella nostra vita stessa, ad avere l'esperienza della coscienza divina. E' solo quando saremo giunti a fare ed a stabilizzare questa esperienza, a viverla nel quotidiano, che avremo la possibilità, nel momento della morte, perdendo il nostro corpo, di entrare nell'assorbimento. Nè Buddha, né Gesù, né alcun mistico che abbia provato veramente l'esperienza della divinità ci ha mai insegnato l'esercizio di un rito religioso. Non si sono mai espressi circa un rito religioso, o in una pratica mistica. Mai, hanno incoraggiato ad indossare il costume di un colore o di un altro. Mai hanno fatto riferimento a dei simboli. Mai hanno incoraggiato l'esercizio dell'arte.

Secondo le tradizioni dalle quali questi personaggi provenivano, essi hanno interpretato le loro esperienze, ma sono stati unanimi nel dire che solo sulla base di un distacco e di una rinuncia completa ai piaceri dei sensi essa era possibile. Tutti parlano di un abbandono delle attività mondane, della famiglia, del commercio e della religione.

Oggi, esistono delle persone che pretendono di seguire l'insegnamento di Buddha. Per ben esporlo cominceranno a vestire un'uniforme particolare, una tenuta, con un piccolo simbolo, o un piccolo logo, cucito qui, o là. Cose che Buddha rifiutava.

I mistici

I mistici (dire "i mistici del passato" è pressochè un pleonasma, poichè nel presente essi probabilmente non esistono) sono delle persone che hanno verosimilmente fatto l'esperienza della coscienza divina. Per il tenore degli scritti che ci restano, il tenore delle frasi che questi mistici hanno impiegato, possiamo dedurre che essi avevano raggiunto quel che Buddha chiamava brahmā vihāra (la dimora divina). Durante la loro vita, coinvolti di compassione e di tenerezza per il mondo ben miserevole in cui vivevano, infuocati dal fascino di quanto avevano appena toccato, costoro ebbero un istinto naturale; quello di volere trasmettere al loro prossimo una tecnica affinchè giungesse alla propria esperienza. Si tratta di un'attitudine sana e sincera, che affonda le radici in un sentimento altruista reale.

Buddha non è sfuggito alla regola. Anche lui ha insegnato degli esercizi di meditazione che permettessero agli uomini di fare l'esperienza della divinità. E' molto chiaro il fatto che non si può raggiungere i brahmā (le sfere divine) attraverso la carità, o la virtù, poichè noi non appariamo in questo mondo in conseguenza delle nostre azioni o delle parole. Ci veniamo proiettati, o "aspirati", come diceva Santa Teresa d'Avila, in conseguienza della nostra devozione (saddhā); cioè, dell'aspirazione. Questo vuol dire che lo spirito è talmente aperto da aspirare alla divinità. Ci giungiamo, in seguito ad esercizi spirituali intensi, di assorbimento sulla compassione, sulla dimensione, sull'attenzione, sull'equanimità, o sul concetto che scegliamo.

In certe tradizioni, noi sceglieremo una rappresentazione, oppure una forma qualunque. Giungiamo all'esperienza della divinità, attraverso il risultato di una tecnica, di una pratica. Ci giungiamo attraverso il risultato della qualità dei nostri atti, che abbiamo prodotto nella vita; situazione che crea un mondo del tutto particolare. Ciò non fa, tuttavia, di questo mondo una liberazione completa e definitiva delle costrizioni esistenziali. E' qui che il theravāda, che è l'insegnamento originale di Buddha, differisce singolarmente da quello degli altri; in particolar modo da quello dei veri mistici; per i quali l'esperienza della divinità era il fiorire di ogni obiettivo.

Per Buddha, la coscienza divina è ancora un fenomeno naturale che fa parte della vita. Si tratta, forse, di una vita straordinaria, ma legata al mondo. Intanto, perchè noi veniamo dalla terra;quindi, è il risultato della terra, e poi perchè non ci abitiamo in eterno, perchè finiremo per ridiscenderne.

La divinità non è l'importante

Per Buddha, la cosa più importante non è di arrivare al mondo delle divinità - anche se si tratta di una cosa eccellente - ma di trovare la via che ci conduce alla cessazione del mondo; o, più esattamente, alla cessazione dell'esperienza del mondo. Il suo concetto non è quello di annichilirlo – fatto inconcepibile – ma di eliminare la possibilità di continuare a sperimentarlo. Per lui, la liberazione finale, è di non dovere più continuare a sperimentare il mondo. E' di arrivare all'esperienza della fine di questo ciclo, della fine dei cicli delle morti e delle rinascite, attraverso cinque classi universali di esseri, che premono e giocano. E' di arrivare anche alla fine del ciclo di questi esseri, che non sono affatto come gli altri; alla fine di queste coscienze divine, assorbite in una felicità intensa.

Non più sperimentare alcuna delle sei classi è un fatto che deve essere possibile, secondo Buddha. La questione è di sapere, al nostro livello – noi, che viviamo qui, in basso, oggi – come ci possiamo persuadere; oppure, in ogni caso, farci ammettere che è possibile arrivare alla fine della miseria, senza tuttavia andare verso un luogo vuoto di miseria. Come possiamo immaginare che la fine della pena sia non andare più da nessuna parte, senza, peraltro, dimorare in qualche parte? Un giorno, il monaco Gotama ha spiegato che è per il fatto che la sofferenza esiste in questo mondo, che, di conseguenza, esiste anche la possibilità di porvi fine. Per lui, si tratta ancora di una legge naturale.

Prendiamo l'esempio della luce. Se, un giorno, ci trovassimo in un luogo con della luce particolarmente sgradevole, avremmo la possibilità di cambiarla. Potremmo trovare una luce gradevole. Ne esiste tutta una varietà: la luce della candela, della lampadina, del neon, del tubo catodico, la luce al sodio, al mercurio, la luce rossa, blu, verde, la luce fissa, lampeggiante, ondulante, che si muove, ecc. Possiamo immaginare ogni sorta di luce; possiamo immaginare anche oltre la luce. Tuttavia, una cosa è certa; che se vi è della luce, a filo di logica, deve esistere anche la possibilità della cessazione della luce, qualunque ne sia la forma. Questa cessazione della luce, che noi chiamiamo abitualmente oscurità, è la sua assenza. Di fatto, l'oscurità non è una cosa che esiste: è una parola che noi impieghiamo per indicare l'assenza della luce.

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Origine: Insegnamento dato a Bagneux (Francia)

Autore: Bhikkhu Sāsana

Traduttore: Guido Da Todi

Data: 2002

Aggiornamento: 29 settembre 2011