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Descrizione molto precisa del nibbāna, che è senza alcun dubbio l'oggetto più sconosciuto ed indescrivibile che esista.

nibbāna
nibbāna secondo Pa Auk Sayadaw

Realizzazione finale
Cessazione degli elementi
Una delle realtà ultime
Ottenuto dopo avere riconosciuto e superato la realtà ultima nama rupa
Sperimentato quando la conoscenza della realtà vipassana è matura
Non-sè permanente e calmo
Non un luogo

nibbāna

La cessazione

Per Buddha, esiste una possibilità di giungere all'estinzione completa dell'apparizione di questi fenomeni; affinché CESSINO di apparire tutti, e gli stessi aggregati FINISCANO di sorgere. Tuttavia, questa cessazione non mostrerà il nulla. In quel momento dovrà esservi qualcosa, qualcosa di reale, un altro fenomeno, un'altra categoria di manifestazioni. E' quanto Buddha ha scoperto. Cioè, che quando questi aggregati finiscono di esistere, vi è qualche cosa. E'la scoperta che fece sotto l'albero, chiamato del risveglio, perché qualifica questa esperienza di risveglio. Ha veduto manifestarsi gli aggregati ed ha realizzato cosa succede quando essi cessano di farlo. Ed ha conseguito che non si tratta affatto dell'annientamento, o del nulla.

Prendiamo l'esempio di un'onda d'acqua che muore sulla spiaggia. Quando essa svanisce, l'acqua non scompare, la spiaggia neppure, e né la sabbia, e neanche le rocce. Tuttavia, l'onda è sparita. Prendiamo l'esempio del fuoco che si spegne. Allorché accade, le ceneri non si sono dileguate, e neppure le pietre circostanti e neanche il calore emesso dal fuoco. Eppure, quest'ultimo si dissipato, non c'è più. Tutto il resto sta ancora lì. Gli alberi circostanti ed i ciottoli non si sono mossi; ma, il fuoco è spento. Allo stesso modo, quando si chiude la luce in un ambiente, anche se non si vede più nulla, niente è sparito. Ciò detto, il paragone si ferma qui. Ha i suoi limiti.

Un passo di più

Ciò che Buddha ha sperimentato è la cessazione completa di ogni visione, audizione, odorato, gusto, tatto e, cosa nuova, di tutte le cognizioni mentali; di fatto, di tutte le percezioni. Cioè, che lì ove certuni ci parlano di conoscenza trascendente, esaltata, illimitata, lui, Gotama, fa un passo di più, ed arriva ad osservare la sparizione di questa conoscenza, di questa coscienza. Là dove ci parlano di dio, ha veduto il non-dio. Là dove ci asseriscono della "buddhità", ne ha visto l'assenza, la scomparsa. Lì dove ci dicono del nibbāna, ne ha realizzato la non presenza. E dove ci espongono lo stato trascendente, lo stato ultimo, quello dell'onniscienza, del risveglio, ha veduto sparire tutto. Allora, cosa resta?

Resta qualcosa di non qualificabile, ma certamente qualcosa. E talmente concreta, che egli la mette nelle categorie di quanto costituisce le basi di questo universo. Ed afferma che quest'ultimo è formato da quattro strutture, che sono universali. Universali, nel senso che appaiono dovunque, che sono ovunque e che possono essere riconosciute dappertutto. Esistono tutti i fenomeni materiali, che, in senso lato, vengono chiamati la materia. Esistono tutti i fenomeni mentali, tutte le percezioni, le sensazioni, le ideazioni, le concezioni, ecc.. Vi è la coscienza, che, giustamente, possiede la facoltà di conoscere questi fenomeni materiali e mentali. Infine, c'è quest'ultima cosa, che è una ed è, comunque, una realtà di fatto. Una cosa che non vediamo. Non la scorgiamo perché ascoltiamo dei suoni, perché vediamo delle immagini, o perché facciamo delle esperienze spirituali, mistiche, oppure trascendenti. Non la vediamo perché siamo coscienti di qualche cosa. Di cosa? Siamo coscienti dei fenomeni materiali e dei fenomeni mentali.

L'origine del termine nibbāna

Quando cessa l'apparizione degli aggregati, a quel punto si manifesta questa quarta cosa che il risvegliato Gotama ha scoperto. L'ha chiamata nibbāna; non nibbāna. Impiegando bene la parola nibbāna. Non è un caso se lo ha fatto. Ha utilizzato una termine che nessuno adoperava, a quel tempo. Certi cercheranno di tradurre nibbāna, affermando che ciò voglia dire assenza di attaccamento, o il soffio vitale interrotto, o che so io. Ma, è del tutto superfluo cercare di tradurre questa parola. E' stato comunque necessario che egli utilizzasse un termine, perché si trattava pur di una cosa. E di conseguenza, diviene logico impiegare una definizione per indicarla.

Molto spesso, ci viene detto che lo stato del risveglio è innominabile, è ineffabile, trascende tutto. Allora tacete! Di cosa parlate, dunque? Buddha non ha mai detto che si trattava di trascendenza, e che ciò superava ogni concetto ed ogni cosa. Affermò semplicemente:" Si tratta di uno dei quattro costituenti dell'universo." E gli dà un nome, che è nibbāna. Ha scelto di adoperare lo stesso sostantivo che si usa per indicare il riso uscito dal forno, quando stiepidisce; o quello delle ceneri, che si raffreddano, quando il fuoco è spento. Utilizza un termine del linguaggio quotidiano. Si dice, ad esempio, del riso che perde temperatura: «Dov'è il riso? Il riso sta in "nibbāna".»

Così come faceva sempre, Buddha impiegava una parola di tutti i giorni. Rifiutò di utilizzare il vocabolario tecnico dei religiosi, dei preti, dei maestri spirituali. Si serviva del linguaggio quotidiano, quello della cuoca, del cacciatore, del macellaio, o dell'agricoltore.

Ci ha insegnato che quattro cose costituiscono l'universo:

La coscienza, che è la facoltà del conoscere.

Le proprietà materiali e fisiche, che possono essere apprese dalla coscienza.

Le proprietà mentali, che possono essere intese dalla coscienza.

nibbāna, parinibbāna

Quel che chiamiamo coscienza, fenomeni mentali e fenomeni fisici sono i cinque aggregati.

In effetti, quando si parla dei "cinque aggregati" si tratta giusto di un modo differente di enunciare. A volte, li si divide in due categorie (da un lato i fenomeni fisici e dall'altro quelli mentali), altre in tre (la coscienza, i fenomeni materiali e i mentali), altre in cinque (i cinque aggregati), e altre, ancora in più. Si dice che esistano ventotto proprietà materiali, cinquantadue mentali, ecc. E'possibile suddividere (ulteriormente); i contemporanei di Buddha non se ne astennero. E tutto ciò viene raggruppato in tre parti: la coscienza, i fenomeni materiali e quelli mentali. Infine, vi è qualcosa che esce da queste categorie: nibbāna (o parinibbāna). E'ciò che il monaco Gotama ha scoperto.

Ogni volta che la coscienza appare si trova completamente incatenata al suo oggetto, saldata, attaccata. Il fenomeno viene chiamato upadāna, la fissità. Allo stesso modo di quando si getta una pallina di pane sul vetro, come facevamo da bambini, e questa resta incollata su di esso. La forza che permette alla pallina di restarsene appiccicata è upadāna. Allorché, ad esempio, si fa aderire un "post-it" è proprio a causa di upadāna che ciò avviene.

Così, la coscienza resta avvinta al suo oggetto. E' del tutto naturale; è per ciò che il fatto funziona. Anche rispetto ad un essere pienamente liberato, come il monaco Gotama, buddha risvegliato, quando era consapevole, quando parlava, quando camminava, era la sua coscienza che faceva presa sulla realtà (upadāna). Essa possiede una tale facoltà di aderire alle cose, che continuò ad apparire. pur quando il monaco Gotama sperimentò la completa cessazione dei cinque aggregati. Anche se nibbāna è una cosa ben particolare, ciò non impedisce che sia una cosa e, proprio per questo, può venire anch'essa registrato dalla coscienza. Di conseguenza, appena i cinque aggregati hanno cessato di mostrarsi, la coscienza riprende a proiettarsi. E poiché non ci sono più dei fenomeni materiali e dei fenomeni mentali da conoscere, essa si proietta su quanto resta. Ciò che rimane è nibbāna. E' in tal modo che Buddha se n'è rammentato. E' così che ha potuto parlare di nibbāna. Poiché se avesse soltanto perso la coscienza, come avrebbe potuto dire di aver conosciuto il nibbāna? Non si può conoscere nibbāna nella mancanza di conoscenza; per averne nozione bisogna esserne coscienti. Egli ha, dunque, VISTO nibbāna, ha CONOSCIUTO nibbāna, ha TOCCATO nibbāna.

Ha conosciuto nibbāna allorché la coscienza ha cessato di fissarsi su quanto appare e sparisce senza posa. Poiché non restavano più fenomeni materiali e mentali da apprendere, essa si è proiettata su nibbāna e vi si è fissata, non potendo fare altro che stabilizzarsi su quanto percepisce. Così, per un breve istante — poiché il fissare nibbāna non può durare a lungo — Buddha ha conosciuto nibbāna.

nibbāna è vuoto

nibbāna è un oggetto molto particolare, palpabile, toccabile, conoscibile, attraverso la coscienza; ma, la sua particolarità è quella di non apparire. E, come non appare, così non sparisce. In più, è vuoto, non contiene nulla; né suono, né odore, né formazione, né chi e cosa sia. E' vuoto. Non è IL vuoto; non è IL nulla. E' semplicemente privo di alcunché non sia esso medesimo. Possiamo fare il paragone con un ambiente che non contenga nulla. Quando vi si entra, non vi sono né persone, e neppure mobili. Si dice:" Questo locale è vuoto". Non si sottintende che sia IL vuoto; è un modo di parlare; si dice proprio:"è vuoto". Ad esempio, non vi sono degli arredi, né delle persone. Se contenesse una sedia, non affermeremmo che è vuoto. Poiché è privo di ciò che abitualmente fa che sia come si presenta adesso, noi dichiariamo:"Questo ambiente è vuoto".

Allo stesso modo, nel "suññata sutta", Buddha dice:" nibbāna è vuoto"; e non:" E' IL vuoto". Afferma semplicemente:" E' vuoto". Vuoto di ogni cosa gli sia estranea. La coscienza pugnace, tenace, che possiede questa straordinaria facoltà di incollarsi, di aderire a tutto ciò che scorre davanti a lei, si proietta su nibbāna. Ma, il fatto non durerà lungo; non potrà rimanere incollata a lungo a nibbāna, perché nibbāna è vuoto. Nulla si mostra in seno a nibbāna; ed esso stesso non appare. Quando la coscienza si proietta su nibbāna è un po' come se sbandasse, come se scivolasse. Non vi resterà a lungo. Non può rimanervi se non qualche minuto; al massimo, qualche ora. Dopo, ritorna di nuovo alle sue "occupazioni favorite". Cioè, riprende a conoscere i fenomeni, gli aggregati, di cui, tra l'altro, fa parte. Ricomincia a conoscere le audizioni, i pensieri, il toccare, il gustare, i colori, ecc.

Poiché la coscienza ha seguito un processo particolare, di cui — rassicuriamoci — Buddha, prima della sua morte, ha pensato di lasciarci la ricetta, essa sperimenterà la cessazione dell'apparire di tutte queste formazioni fisiche e mentali, e, nuovamente, si proietterà su nibbāna; sul quale resterà incollata per qualche tempo, e così via.

Tuttavia, di sicuro tutto ciò non avviene da sé. Non è possibile realizzarlo, se non a costo di un certo sforzo. Questo sforzo, il monaco Gotama lo ha compiuto. E ci ha insegnato, dopo, come possiamo realizzarlo noi stessi.

parinibbāna

La fine di un onda

Per l'essere totalmente libero, giunge un momento, che è, precisamente, quello della morte, in cui la coscienza si proietta su nibbāna. Poiché l'attimo della morte è giunto, essa si arresta, cessa. A tale punto, rimane nibbāna, senza alcuna consapevolezza residua. Il corpo inizia la decomposizione abituale di ogni cadavere, poiché tutto è terminato. Accade proprio come per l'onda che si è dissolta sulla spiaggia: l'acqua è ancora lì, la sabbia pure, ma quella è sparita. E' così per l'arahant, l'individuo del tutto liberato, di Buddha. Nel momento della morte, ciò che succede è semplicemente un arresto, stavolta definitivo, dell'apparizione degli aggregati. La coscienza che prende ad oggetto nibbāna non appare, neppure lei.

Almeno una volta

Al termine della nostra vita, del nostro allenamento, che Buddha chiama la disciplina allo sviluppo della presenza di spirito, satipaṭṭhāna, potrebbe accadere che noi si faccia la prima esperienza di nibbāna (il che può succedere nello spazio di qualche settimana, di qualche mese, o di qualche anno). Ciò sarebbe già meraviglioso, eccellente. Ed avverrebbe per la prima volta da tempi immemorabili, dopo miliardi di miliardi di anni che noi si gira in tondo - dopo che siamo stati sia allievi, che maestri; sia uomini, che donne; sia animali, che umani — che noi riusciremo a vedere nibbāna, che noi si riusciremo a raggiungerlo.

Buddha afferma che colui che ha visto nibbāna, sia pur una sola volta, è giunto alla fine dei suoi problemi. Al termine delle sue ansie, poiché, a partire dal momento in cui lo ha realizzato una volta, ineluttabilmente, come suite naturale, facente parte di un processo, un giorno o l'altro, giungerà alla meta. Non succederà, forse, in questa vita; forse, nella prossima, o forse, in quell'altra; tutt'al più, nel peggiore dei casi, in capo alla settima vita, arriverà questo momento, in cui sperimenterà nibbāna, senza coscienza residua. Cioè, quanto viene chiamato parinibbāna.

Continuiamo ad immaginarci che il risveglio sia un'elevazione spirituale, qualche cosa di grandioso, di gigantesco, al di là delle cose. Crediamo di essere piccoli, troppo piccoli per raggiungerlo e che occorrerà molto tempo. E, ancora, che il nostro guru, lui, vi è giunto. Mentre, in realtà, nibbāna è accanto a noi. E' molto accessibile, ed in maniera rapida. E' proprio un fenomeno come gli altri. E' diverso dagli altri perché non è visibile; ma, è un evento comune, nel senso che non è altro che un evento. Semplicemente, perché non può accadere altro, in questo mondo, che un fenomeno. E' un fenomeno che non abbiamo ancora mai conosciuto e che si trova alla nostra portata. Buddha non cessa di dircelo. Bisogna, in proposito, seguire un allenamento, di certo rigoroso. Tuttavia, chi applica, semplicemente, quanto dice Buddha, giungerà di sicuro alla meta finale, alla cessazione definitiva di ogni insoddisfazione, al nibbāna.

Domande e risposte sul nibbāna

Si può paragonare nibbāna, che (se ho ben compreso) è un fenomeno della coscienza, con lo stato di sonno profondo? Si può dire che non accade nulla, che vi sia come una serenità assoluta?

E' quanto certi immaginano. Alcuni dicono che durante il sonno profondo vi sia una fase, nella quale lo spirito resti nel suo stato naturale, che sarebbe quello di veglia.

Intanto, non vi è uno stato di veglia, secondo la tradizione theravāda. Dunque, nibbāna non si può comparare a ciò. In più, nibbāna NON è uno stato di coscienza.

E' un momento in cui la coscienza sperimenta qualcosa di particolare?

E' qualcosa di particolare, che si può intendere, che è "sperimentabile"; ma, che non è la coscienza. La coscienza che sperimenta nibbāna è ancora una coscienza condizionata, fabbricata. Buddha afferma che si tratta di una fabbricazione mentale.

Quando la coscienza "vive" l'esperienza, essa è evanescente; ha perduto la sua forza?

Si tratta in effetti di una coscienza tenue, molto paragonabile a quella che abbiamo durante il sonno profondo; ma, nibbāna non assomiglia a quest'ultimo stato di consapevolezza. E'un fenomeno realizzato da una coscienza molto simile al sonno profondo. Perché? Semplicemente perché quando ci troviamo in un sonno profondo, essa non ha oggetti tangibili da trattare. Cioè, tutte le percezioni sensoriali sono momentaneamente arrestate.

Quando la coscienza prende ad oggetto nibbāna, allo stesso modo, non realizza alcuna percezione sensoriale tangibile. In tal senso, e solo in tal senso essa gli è paragonabile. nibbāna non in alcun modo l'oggetto che la coscienza vive durante il sonno profondo; e neppure il relativo stato di coscienza sperimentato. Quest'ultimo viene chiamato il continuum di vita che, in particolare i tibetani, ritengono sia una consapevolezza immutabile, eterna, sottile, ecc. Buddha ha scoperto che non è ciò. Che si tratta di una coscienza peculiare, certamente, ma che è, comunque, null'altro che un tipo di coscienza.

Questo campo di esperienza è sempre presente in noi, o, forse, attorno a noi, e onde percepirlo in maniera più assidua, onde avvicinare questa esperienza, possiamo praticare vipassanā?

Questa esperienza non è sempre attorno a noi, poiché noi siamo consapevoli; vi sono dei suoni, delle visioni, quindi, non si tratta di nibbāna. Non si tratta di una cosa che sia già qui, però momentaneamente nascosta. nibbāna è molto particolare; molto, molto particolare. Quanto si trova QUI non è altro che quanto voi percepite. L'idea che ci mettono in testa, e di cui ci si libera con difficoltà; ossia, che esista qualcos'altro, di trascendente, di invisibile, nei fenomeni, è, secondo il monaco Gotama, del tutto falsa. Egli afferma:" Non esiste null'altro, in ogni momento, che quanto voi conoscete". Dice che in questo corpo di un metro e qualche centimetro vi è la Verità della sofferenza, la Verità della causa della sofferenza, la Verità della cessazione della sofferenza e la Verità della via che conduce alla fine della sofferenza. Tutto ciò si trova IN questo corpo, IN queste percezioni. Non vi è NULLA, fuori, o dentro queste cose.

Solo che la mente non può impedirsi di concepirle. E' il suo modo di funzionare.

Vi è forse un aspetto rassicurante nel darsi un'immagine differente dalla realtà, come in questo caso, per avere l'impressione di trovarsi nel giusto cammino.

Sicuramente. La mente non può proibirsi di pensare, seguendo tali parametri. Sono quelli in cui gli aggregati si agglomerano; è così. Di conseguenza, non bisogna giudicare dei maestri spirituali, che pretendono di avere raggiunto degli stati trascendentali, poiché non possono impedirsi di speculare in tal modo. E'proprio così. E' nella natura delle cose. E noi, da parte nostra, non possiamo impedirci di crederci; tutto funziona seguendo questi binari.

Anche se non possiamo impedirci di concepire questa unità, questa essenza, essa non esiste in nessuna parte, se non nelle nostre concezioni. Nell'intera sfera delle nostre esperienza non si trova alcuna "porta di uscita". Secondo Buddha, il mondo gira in un vaso serrato. NON vi è un varco, un foro tra le dita, attraverso il quale passi la luce.

In effetti, per restare nel campo immaginativo, bisognerebbe uscire da ogni nostro condizionamento, uscire dalla nostra coscienza, che si attacca ad ogni cosa?

Non si può! Come volete farlo? Sarebbe come se, salendo sulla vostra auto, voleste lasciare il mondo. Ovunque voi vi rechiate con essa, resterete sempre sulla superficie terrestre, che è sferica! Prendete una nave e pensate di partire per l'avventura, verso nuovi paradisi... Ma, ovunque andiate, vi troverete sempre sulla terra, che è sferica. Allo stesso modo, non potete uscire dai vostri condizionamenti. L'idea di una loro possibile trascendenza è un'utopia, un fantasma.

Voglio dire, uscire da questi condizionamenti, grazie ad alcune discipline. In questo caso, ci si può decondizionare.

E cosa sono queste discipline, se non dei condizionamenti in opera?

Se si parla di vipassanā, o di una manovra per raggiungere, toccare nibbāna, si può uscire dal vaso sigillato! Scusate se sono testardo...

Avete del tutto ragione ad esserlo. vipassanā, o, più esattamente, satipaṭṭhāna, è la sola cosa che permetta effettivamente di giungere alla cessazione completa di questo meccanismo.

Dunque, vi è pur un sentiero?

E' quel che il monaco Gotama ha scoperto; egli ha detto:" Esiste, comunque, una via".

Il cammino che ha insegnato originalmente, tale quale noi ripetiamo nella tradizione theravāda, non è quello della beatitudine, della divinità, o dell'essenza; anche se non nega la possibilità di pervenirvi. Anzi, egli incoraggia i suoi discepoli di giungervi. Tuttavia, aggiunge:" Attenzione, questa non è la meta. E' buona cosa farlo, poiché si tratta di azioni virtuose (si raggiungono molti vantaggi, sicuramente); ma, non soffermatevi lì." I preti, i maestri ed i guru di tutte le religioni vi si attardano, quelle poche volte, nei migliori dei casi, che essi abbiano raggiunto questi stati mentali. Cosa molto poco probabile. Molti di loro non fanno che ripetere quanto hanno appreso nella loro infanzia. Gli hanno messo in capo che sono l'incarnazione di un individuo risvegliato, benché abbiano presunto di esservi pervenuti ad una incarnazione precedente. O, ancora, a forza di credere che non vi è nulla da fare, che tutto esiste già, tutto e spontaneo, ogni cosa ha la natura del risveglio —il cane fa la pupù, ed ecco, tac! E' Buddha. Si può giungere, ad un momento dato, a dirsi:"E' finita, sono entrato nella "danza", ho raggiunto il risveglio!"

Lungo il cammino del nibbāna, si apprende ad amare meglio? Si parla di evoluzione, di realizzazione, di appagamento, di sviluppo interiore, ma la nozione di amore è importante nella vita; aiutare gli altri... Su questo sentiero si ama di un amore incondizionato....

Ecco un punto interessante.

...Se no, si potrebbe credere che si tratta di una ricerca personale:" mi trovo nel mio piccolo nibbāna, e ne sono contento" — e, perché no, contemplare la morte in maniera un poco suicida?

Non è sotto questo aspetto che bisogna considerarlo. E' quanto certuni hanno detto dei membri theravāda: "Se ne stanno nel loro angolino, seguono il loro stratagemma." La confusione di partenza afferma che alcuni monaci, seguaci dell'insegnamento di Buddha, lo hanno ridotto a quanto avete appena detto, perché è così che lo capirono. Buddha afferma sempre:" Siete soli, solo voi lo potete raggiungere, e nessuno può farlo in vostra vece".

Alcuni si sono detti:"Facciamoci monaci, è la miglior cosa, visto che si ha una maggior purezza; investiamo noi stessi, lì. Di conseguenza, i laici, che si trovano ancora pieni di attaccamenti, ci faranno da mangiare, mentre meditiamo, e quando avremo raggiunto il risveglio. Così produrranno del buon kamma e, forse, potranno divenire monaci, a loro volta, nella vita seguente. " Queste tendenze sono incontestabilmente esistite. Sono proprio le persone che le hanno seguite, che si sono visti apporre l'etichetta — del tutto giustificata — di egoisti. In origine, snaturarono l'insegnamento di Buddha.

Vi fu una reazione del tutto legittima, da parte di qualcuno, a dire:" Ma, aspettate! Buddha insegna anche la compassione, insegna la benevolenza, insegna l'amore (l'amore universale) e voi ne costituite un punto morto, rimanete semplicemente ad una visione arida, secca:"la saggezza pura", "nibbāna subito", ecc. Questi monaci, chiamati "hīnayāna" dai monaci seri, si sono rinchiusi, da una parte, ed altri si sono esaltati, in contrapposizione a ciò, verso un'altra direzione, che, di colpo, si è mostrata, anch'essa, lontana. Questi ultimi vengono rappresentati, ai giorni nostri, da quel che si chiama il "buddismo moderno", o "mahāyāna". Mentre i rimanenti, conosciuti oggi con il nome "theravāda", hanno continuato a seguire il loro cammino, ignorando magistralmente — è vero — tali "piccole discussioni" e piccole deviazioni. Non che le abbiano ignorate, nel senso di non conoscerle; ma, hanno denunciato tutto ciò, dicendo:" Non abbiamo nulla a che vedere con questi "hinayana", ed ancor meno con i "mahāyāna". A quei tempi, gli "hinayana" si raggruppavano in sedici scuole, ed i "mahāyāna" erano chiamati i "mahasamghika". I monaci del "theravāda" hanno così dichiarato:" Non ci troviamo né nell'estremo, piuttosto limitativo e restrittivo degli uni, né nell'estremo largamente cosmico e trascendente gli altri. Rimaniamo sempre nella linea fissata dal monaco Gotama.

Per coloro che hanno una piccola pratica di vipassanā, che comprendono che bisogna restare nell'equanimità, quando si provano delle sensazioni, si tratta di accettare, senza reagire; si tratta di un cammino nell'amore, nell'amore più stabile.

Si, ben certo, è una cosa eccellente. Buddha insegna effettivamente delle meditazioni, che permettono lo sviluppo di questo amore, di questa compassione.

Dunque, sul cammino di nibbāna vi è la via dell'amore?

nibbāna sta al di là, ma se non vi si è passati, prima, non esisterà alcuna possibilità di pervenirvi.

Il theravāda è una via completa, che ha conservato, beninteso, in modo completamente attuale l'insegnamento che Buddha ha dato sulla via della compassione e sulla via dell'amore.

E'un insegnamento integrale, che non è stato suddiviso? Che non è stato ricavato da altro?

Integrale! Buddha disse:" E'perfetto nel suo inizio, perfetto al centro e perfetto alla sua fine". E' così che lo descrive. Non c'era, dunque, bisogno di togliergli nulla, né, tantomeno, di aggiungervi qualcosa.


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Origine:Insegnamento dato in Francia

Autore: Bhikkhu Sāsana

Traduttore: Guido Da Todi

Data: 1999

Aggiornamento: 29 settembre 2011