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riassunto della pagina

Comprendere i pericoli e la noncuranza ed essere motivati alla pratica del Dhamma, senza più sprecare il proprio tempo.

C'è il fuoco!

Il peggiore di tutti i pericoli

Ben più distruttore dell'arma nucleare, ben più devastante dell'AIDS, ben più spaventoso del peggiore degli incubi, qual è il più malvagio di tutti i pericoli? L'incuranza. E' proprio l'incuranza la più distruttrice, la più devastante, la più paurosa di tutte le cose!

Lo spirito negligente è spinto in modo inevitabile verso le sue tendenze naturali. Uno spirito non disciplinato è pieno di impurità, ed il fatto rende perniciose queste tendenze naturali. E' così che funziona la natura; basta osservare gli animali selvaggi per rendersene conto: non fanno che rincorrere la soddisfazione dei propri sensi, con tutti i mezzi e tutte le loro forze, senza alcuna preoccupazione di uccidere, rubare, violare, ferire. L'Uomo selvaggio è capace di tutto ciò ed anche di più: di ubriacarsi, di mentire, di insultare, di calunniare, ecc.

L'Uomo civilizzato può abituarsi a rispettare il benessere e la proprietà altrui, per lo meno coloro che non uccidono gli animali. Tuttavia, ogni "essere civilizzato" e "moderno"consacra tutto il suo tempo, compresi i periodi che chiama di "attività professionale", a distrarsi e gioire al massimo delle sensazioni gradevoli alle quali può accedere, attraverso le sei porte sensoriali (5 sensi fisici + il senso mentale). Posso arrivare a pensare che una larga maggioranza di uomini viventi in una società moderna trattenga, più o meno, le sue tendenze selvagge non tanto per una presa di coscienza saggia, quanto per la paura di venire sottomesso a delle situazioni sgradevoli (punizioni attraverso la legge, cattiva reputazione, perdita di situazioni confortevoli, ecc.). Se tutte le leggi del mondo venissero cancellate, resterebbe un solo paese, una sola regione, una sola città, ove sarebbe possibile ancora condurre un'esistenza più o meno "normale" e relativamente sicura?

Se lo spirito selvaggio non è scaturito dal grande albergo di samsarā, quello rispettoso non viene risparmiato fino a che abita nella noncuranza.

L'ignorante tende a controllare la natura ed a lasciarsi andare.
Il saggio tende a lasciare andare la natura ed a controllarsi.

La spensieratezza di cui stiamo parlando non è "quello stato felice, lontano dalle preoccupazioni della vita". E' l'assenza di paura per le conseguenze reali dei propri atti e per ciò che, presto o tardi, succede ad ogni individuo che non compie il necessario per tendere verso la Realizzazione. La noncuranza è cementata, per solidificare ancor più le mura della nostra prigione di cecità e di attaccamento, da credenze come: "la vita è bella", "non si vive che una volta sola, approfittiamone!","prego bene, faccio dei frequenti doni e nulla può accadermi".

La noncuranza ha, quale radice principale, l'ìgnoranza del Dhamma (le cose, tali quali sono). Nascere in una famiglia buddhista, o venire sollecitato a meditare non basta per disfarsi del più grande dei pericoli. Quel che necessita per liberarsi dalla spensieratezze è la paura. Dei monaci affermano, a giusto titolo, che un buon insegnamento del Dhamma è un insegnamento che fa paura. Non si tratta di una paura qualsiasi; ma quella di sapere cosa ci aspetta se insistiamo nella nostra abituale noncuranza.

Questa paura è molto superficiale quando si basa sul credere o sul supporre: "Voglio ancora approfittare di qualche piacere, mi ci dedicherò più tardi..." (peccato, più tardi ti ammali e muori presto). "Non sono ancora pronto, lo farò la vita prossima,,," (è una cosa imbecille, sei rinato come verme della terra). Per risultare efficace, questa paura deve sorgere da una diretta comprensione del Dhamma, non foss'altro che attraverso un po' di meditazione. Più questa comprensione si approfondisce, più il timore prende forza. E' un timore sano, un timore che risveglia. Più esso è forte, e meno sprechiamo il nostro tempo. E' anche questa paura che ci esorta a rinunciare al superfluo (cioè, a quasi tutto), ed i saggi sanno bene quanto le cose superflue costituiscano un ostacolo alla via della Realizzazione.

Che sia selvaggio oppure educato, cieco oppure saggio, l'istinto di ognuno lo spinge a porsi al riparo da tutto ciò che venga percepito come spaventevole. Non ha più ragione di avere paura lo spirito che si dedica diligentemente allo sviluppo delle qualità necessarie alla Realizzazione del Dhamma; ossia al comportamento virtuoso, alla concentrazione pura ed alla saggia conoscenza delle 4 Nobili Verità. E' la paura delle dure conseguenze se cessa di mettere in opera quanto deve essere fatto per liberarsi da ogni impurità che mantiene lo spirito nella giusta via.

Quel che è pericoloso non è tanto la conseguenza dolorosa dello spirito, prigioniero della noncuranza, ma la causa che può farci cadere; ossia, in breve, le impurità mentali. Che non sono mai risparmiate dall'indifferenza. E le buone azioni, anche se numerose e regolari, non le possono pulire, più di quanto l'acqua pura possa lavare le macchie di nafta.

Ecco perché l'Uomo ragionevole, anche se non è esperto, né in educazione e né in civiltà, si dedica a disciplinare il suo spirito, allo scopo di disfarsi di ogni impurità, che noi chiamiammo in pali kilesā.

I kilesā

I 3 veleni

Le impurità mentali nascono dai "3 veleni", che sono lobha, moha e dosa. Che corrispondono all'avidità, alla confusione ed all'avversione. Lobha è il veleno di ogni stato mentale che tende ad aggrapparsi (desiderare, volere, sperare, augurarsi, attaccarsi...); moha è il veleno di ogni stato mentale che tende alla confusione (ignoranza, noncuranza, acciecamento, perplessità, credenza erronea, dubbio...); e dosa è il veleno di ogni stato mentale che tende al rigetto (irritazione, collera, odio, insoddisfazione, sconforto, angoscia...).

Al di fuori di rare eccezioni, ogni nostro stato spirituale è composto da una miscela di questi tre veleni. Per esempio, la gelosia è una fusione di avidità e di avversione; o, ancora, l'orgoglio consta essenzialmente di avversione e confusione. Fino a che lo spirito non è guidato da una tranquillità pura (samādhi), anche gli istanti di bontà restano più o meno tinti da veleno. Lo spirito ci convince generalmente del contrario, perché non riesce a vedere se non quello che vuole. E' d'altronde ciò che lo porta a credere che "la vita è bella", anche se prova solo dei rari momenti gradevoli, annegati in un oceano di condizioni più o meno penose.

Per dare un solo esempio, senza la potenza di una meditazione profonda, la benevolenza non è mai completamente pura, qualunque siano la nostra volontà, la nostra determinazione o le nostre illusioni.

Abbiamo l'immagine di Biancaneve, questa giovane fanciulla totalmente pura, che radia di un tale candore, di un tale amore che tutti gli animali vengono a testimoniarle il loro affetto. Arrivano anche gli uccelli per aiutarla ad apparecchiare. Al di fuori della meditazione, questa purezza della benevolenza non esiste che nei cartoni animati... o nell'immaginazione di una mente confusa! Si, la nostra più grande compassione contiene ancora un po' di avidità. Si aiuta con più facilità chi è bello e carino, come lo dimostra molto bene un amante della natura. Si lamentava che l'intera attenzione del mondo veniva concessa ai panda ed ai cuccioli di foca; mai a tante altre specie ancora più in pericolo, a volte, ma fisicamente meno attraenti.

Quando si innaffia lo spirito con il triplice veleno lobha, moha e dosa, si ottiene la cattiva erba dei 14 kilesā.

I 14 kilesā

Lista dei 14 kilesā (in pali ed in italiano).

  1. lobha : Avidità
  2. dosa : Avversione
  3. moha : Confusione
  4. māna : Orgoglio
  5. diṭṭhi : Credulità
  6. vicikicchā : Dubbio
  7. thina : Pigrizia
  8. uddhacca : Vagabondaggio mentale
  9. ahīrika : Assenza di vergogna per la cattiva condotta
  10. anottappa : Assenza di timore per la cattiva condotta
  11. issā : Gelosia
  12. macchariya : Avarizia
  13. kukkucca : Rimorso
  14. middha : Torpore

L'Avidità, l'avversione e la confusione sono spiegate qui sopra (all'inizio del capitolo).

L'orgoglio abbraccia tutto ciò che attiene al "me". Il che include anche e sicuramente il vanto, ma che può essere una realtà più sottile. Quando facciamo o pensiamo qualche cosa, credere che sia il "me" che fa o che pensa è già orgoglio. Commettere una buona azione, pensando "Così vedranno che mi sto applicando" rappresenta una forma quasi grossolana di orgoglio.

La credulonità è il fatto di prestare fede a qualunque cosa, senza fondare la propria riflessione sull'esperienza diretta. Noi ci crediamo semplicemente perché è qualcosa di "conosciuto", "di ufficiale", "proviene da fonte gradevole", "adottata dai miei parenti", "adottata dalla tradizione","affermata da qualcuno di fiducia", o perché è la prima informazione che abbiamo ricevuto. Che una credenza sia basata su di un fatto corretto o meno, il crederci resta ancora la medesima impurità. Anche se ne abbiamo una convinzione incrollabile, fatto comunque pericoloso, ciò resterà una cosa incerta, fino a che non avremo avuto l'opportunità di verificare personalmente l'ìnformazione.

Il dubbio è un ostacolo grande, perché proibisce ogni meditazione. Lo scetticismo è una grossolana forma di incertezza, poiché si manifesta appena iniziamo a nutrire l'idea che non siamo capaci di meditare o di curare un tale modo di comportarci. E' necessario dunque un equilibrio sottile per comprendere che la propria pratica fa "risuonare" la saggezza, come la corda di un violino, che emette un suono solo quando essa non è né troppo tesa, né troppo allentata. In tal modo eviteremo di rimanere attaccati a delle credenze sia di un lato che a dei dubbi dall'altro.

La pigrizia è una delle migliori amiche dell'incuranza. Giunge sempre a convincere la mente che è il momento di lasciare andare, di riposarsi, di "vagabondare".

IL vagabondaggio mentale è quell'attività che noi facciamo costantemente ed intensamente, tanto da rendercene conto solo allorché cominciamo a meditare. In effetti, il nostro spirito si trova in un bagno di efferverscenza di pensieri, di idee, di pianificazioni, di giudizi e commentari di ogni genere. Tutto ciò non fa che impedire lo sviluppo della concentrazione. Ma non frena il comportamento virtuoso. La riflessione analitica non è un vagabondaggio della mente, perché aiuta la comprensione e offre la motivazione per la triplice disciplina (virtù, concentrazione, saggezza).

L'assenza di vergogna per la propria cattiva condotta è come la mancanza di porte per una banca; nulla può arrestare le azioni perniciose per la saldezza della propria virtù, se non i ladri che vengono a depredere la banca priva di difese.

L'assenza di timore per il cattivo comportamento è simile all'assenza di guardiani per una banca; nulla ferma gli atti perniciosi verso la propria virtù, quanto i ladri che vengono a derubare la banca indifesa.

La gelosia è un'impurità molto viziosa che protegge il malessere, come il carbone alimenta il fuoco. E' una somma di cupidigia e di malvagità. Noi vogliamo quanto è di un altro e desideriamo che lo perda. Apprezzare o desiderare che una persona sia gelosa è pure una forma di gelosia. La gelosia svanisce non appena la mente ospita la benevolenza, la contentezza, il distacco ed un po' di saggezza. Per esempio, il sapere che ognuno ottiene quel che merita. Altro esempio, è comprendere che una persona, che un possesso o che una situazione confortevoli non procurano un'autentica felicità e inoltre possono generare degli attaccamenti e delle noie. Ci rendiamo anche conto che più le cose sono malsane e più divengono oggetto di gelosie, mentre più sono pure e meno si mostrano gelosie. Non si è mai gelosi della saggezza di un saggio, ma soltanto degli aspetti superficiali, come il vedere che egli è benvoluto dai suoi discepoli. Poiché quanto ci provoca gelosia sono gli attaccamenti che non possiamo soddisfare, non le sane cose di cui beneficia il prossimo.

L'avarizia è un'impurità assai simile alla gelosia e rende altrettanto disgraziati, salvo il fatto che riguarda quel che noi possediamo. L'avarizia è il risultato di un eccesso di attaccamento. Questo kilesā è un puro paradosso, perché più ci avviciniamo ad un oggetto è più soffriamo per la paura di perderlo. Detto in altre parole, più crediamo di possedere qualche cosa e meno essa ci appartiene. Solo questo basta a dimostrare che non possediamo nulla e, d'altronde, neppure il nostro corpo. Un titolo di proprietà vale solo per uno spirito confuso. Accaparrarsi degli oggetti costituisce l'ostacolo più grossolano sulla strada del distacco. Ecco perché la generosità (il contrario dell'avarizia) rappresenta la base di ogni pratica sulla via del Dhamma.

Il rimorso è caratterizzato dal pentimento per azioni malsane del passato. Più la nostra pratica diviene profonda e più i rimorsi costituiscono un importante ostacolo allorché salgono alla superficie. Il miglior modo di evitare questo problema è quello di curare il proprio comportamento (fisico, verbale e mentale) per renderlo il più irreprensibile possibile.

IL torpore è il sonnifero che la pigrizia amministra allo spirito quanto essa rifiuta di obbedire alle proprie esigenze. L'antidoto a questa "melma" è l'energia mentale, che si ottiene con una regolare disciplina alla concentrazione, ma che può nascere anche per una buona motivazione, per una gioiosa pratica. Ecco perché la gioia (pīti) è uno dei sette fattori di risveglio.

Vedere anche:

I 5 intralci

La distruzione dei kilesā

Metafora

Per otternere un bel giardino, libero da erbacce, non basta tagliarle, oppure cresceranno con più forza. Bisogna sradicarle.

Parallelamente, se noi proviamo a reprimere le nostre impurità, esse riusciranno sempre a scivolarci tra le dita e noi raccogleremo solo della frustrazione e dello scoraggiamento. Affinché i kilesā cessino di asservirci, ci conviene aderire alla loro causa. Prive di una loro ragion d'essere, i kilesa non avranno allora più modo di mostrarsi.

Non esiste fumo senza fuoco. Se non si vuole più del fuoco, non ci si affatica ad aspirare il fumo: si spegne il fuoco. Il fuoco dei kilesā è l'accecamento. E' perché non si vede (la realtà quale essa è) che si dà vita a degli attaccamenti, a delle credenze, a dei malesseri, a delle complicazioni e, di conseguenza, a dei conflitti e delle sofferenze; quindi, alla fine, a delle cattive rinascite. Ed il miglior carburante del fuoco dell'accecamento è , come potete indovinarlo, l'incuranza.

Sperimentare il Dhamma è il mezzo che permette di spegnere il fuoco dei kilesā. E "sperimentare il Dhamma" vuole dire giungere alla piena saggezza, tale quale essa è; significa sperimentare l'aspetto impermanente, insoddisfacente e sprovvisto del sé di ogni sensazione (fisica, o mentale) gradevole, neutra o sgradevole. Per giungere alla piena saggezza, che viene anche chiamata purezza dello spirito, noi sviluppiamo la purezza del comportamento (sīla); poi la purezza della tranquillità (samādhi); e infine la purezza della vista. Appare allora la saggezza (pañña), che conduce al Compimento.

I 4 saṃvega

Lista dei 4 saṃvega, in pali e in italiano

  1. cittutrāsa saṃvega : Paura quando si ha una visione spaventosa
  2. ottappa saṃvega : Paura guardando una cattiva azione
  3. ñāṇasaṃ saṃvega : Paura osservando la trasmigrazione verso una nuova esistenza
  4. dhamma saṃvega : Paura conoscendo il Dhamma

Significato

I saṃvega sono le buone ragioni di avere timore. Rappresentano la quattro visioni differenti, in grado di farci avere paura dell'incuranza e, di conseguenza, spingerci ad intraprendere seriamente la pratica del Dahmma. Quando un saṃvega si manifesta a pieno, non possiamo più tollerare l'idea di rimanere sotto il soporifero effetto della cecità. Ma vogliamo fare tutto ciò che è in nostro potere per guarire da questo tumore continuamente inposto dai 3 veleni e dalle 14 cattive erbe. Ascoltiamo spesso:"Volere è Potere". E' un fatto completamente vero per quel che riguarda il Dhamma.

Avere una visione spaventosa suggerisce le contarietà che non cesseremo di conoscere fino a quando resteremo nel saṃsarā, il ciclo delle malattie, delle vecchiaie, delle morti e delle rinascite. Questa paura, di conseguenza, incita ad eliminare l'indifferenza ed a sviluppare con cura la virtù, la tranquillità interiore e la saggezza.

Vedere una cattiva azione, che sia un altro a compierla, oppure noi stessi, spinge ad immaginare il risultato doloroso che essa genererà in modo inevitabile. Questa paura costringe, quindi, ad eliminare l'incuranza ed a sviluppare a fondo la virtù, la tranquillità interiore e la saggezza.

Guardare la trasmigrazione verso una nuova esistenza permette di non più dubitare del saṃsarā e del suo carattere infernale. Questa paura sollecita ad eliminare l'indifferenza ed a sviluppare con accuratezza la virtù, la tranquillità e la saggezza.

Conoscere il Dhamma offre la comprensione dei benefici del distacco e i pericoli dell'ignavia. Una paura che spinge, quindi, ad eliminare il disinteresse ed a sviluppare attentamente la virtù, la tranquillità interiore e la saggezza.

Urgenza

Vi sono molte persone che si interessano al Dhamma, che meditano un poco, che fanno attenzione alla qualità del loro comportamento. Sfortunatamente esse spesso vogliono il burro e il denaro del burro; dunque, una mezza prozione di burro e di denaro. Ma il "burro" del Dhamma è così prezioso che "il denaro" diviene" ben inutile.

Così, a metà ciechi, il saṃvega per queste persone è ancora debole. Perciò consacrano ancora molto tempo alla ricerca dei piaceri. Dicono alla loro pratica, invece di approfondirla: "Aspetta, voglio approfittare ancora un poco!". Come se quasi un'infinità di esistenze non fossero ancora sufficienti, e qualche piacere in grado di saziarli. Chi compie l'esperienza di isolare i suoi desideri per un certo periodo, scopre che quello è il solo mezzo per calmarli e che rispondere ad essi non fa altro che "riscaldare la macchina" sempre di più.

Quando ci troviamo in una foresta e all'improvviso un incendio divora ogni cosa, arrivando diritto su di noi, non abbiamo neanche un secondo per riflettere. Fuggiamo a gambe levate, senza fermarci lungo il cammino per cogliere, oppure ammirare dei fiori, pur se fossero i più belli dell'universo. Ancora più incredibile, la nostra fatica ed i nostri mali alle gambe svaniscono, come per magia! Perché allora dare prova di una tale energia, di una determinazione così ferma, di una esemplare motivazione, di una capacità a correre diritti verso la libertà con tanto coraggio, distaccati da ogni attrazione, soltanto quando è urgente? O piuttosto di un'urgenza visibile, perché, sfortunametmente, il pericolo del ciclo delle esistenze diventa visibile solo quando si allontana.

Le fiamme dell'incuranza sono invisibili.
Quando esse cominciano a bruciare è troppo tardi.

In ogni istante dell'esistenza, compresa la più serena e durante la più gradevole, non dimentichiamoci che: esiste il fuoco!


info su questa pagina

Origine: Insegnamento redatto per il sito

Autore: isi Dhamma

Traduttore: Guido Da Todi

Data: febbraio 2011

Aggiornamento: 29 settembre 2011