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riassunto della pagina

Descrizione delle basi indispensabili ad ogni comportamento sano e ad ogni comprensione giusta della realtà.

La pratica laica (2)
(generosità, virtù, concentrazione)

ragazzina dal viso raggiante

La generosità

Come praticare il dono?

Se vogliamo che la nostra pratica di laico sia profittevole, è indispensabile praticare la generosità, e mostrarsi servizievoli e cortesi.

La generosità puo manifestarsi sotto differenti forme: effettuando un dono (dāna), nutrendo, ospitando, rendendo un servizio, offrendo il proprio tempo, la propria presenza, il proprio ascolto; dando consigli saggi, ecc.

Come per mettā e per la benevolenza è facile fare doni ad esseri che ci sono cari. Al contrario, è meno facile destinarne a chi ne ha più bisogno, ma che non conosciamo, soprattutto se non si sa che il dono proviene da noi. Ma, il fatto sarà molto più benefico verso noi stessi. Affinchè un regalo divenga occasione di un'atto positivo che ci permetta di sviluppare della pāramī, è obbligatorio che sia fatto in modo totalmente disinteressato e che sia motivato, sia dalla natura del bisogno del suo destinatario, che dal nostro personale distacco ad un oggetto. Eviteremo, così, di compierlo nella speranza di sviluppare delle buone pāramī.

Affinchè assuma tutto il suo valore, un dono deve venire effettuato in natura, da noi, e non dovrà essere dato da altri, salvo quando si voglia offrire sinceramente l'occasione a qualcuno di procurarsi un merito. E' perciò meglio che l'oggetto dell'offerta esiga da noi diversi sforzi positivi: cercheremo l'oggetto da offrire, lo troveremo, lo sceglieremo, lo acquisteremo, lo incarteremo, lo conserveremo in attesa, lo porteremo e, infine, lo doneremo. Se abbiamo un oggetto doppio, daremo preferibilmente quello di migliore qualità.il più grande, il più bello, il più nuovo, ecc.

Se il vinaya proibisce ai monaci di accettare alcunchè non sia offerto di mano propria, è, in parte, per scartare ogni rischio di ambiguità. Ma, è, anche perchè il donatore possa impiegare una certa attenzione. che. in quel momento, gli permetterà di sviluppare uno stato mentale molto positivo, offrendogli, allora, il più grande merito. Così, per moltiplicare i benefici della nostra pratica del dono, si raccomanda di porgere lentamente il regalo che si desidera fare, faccia a faccia, dandolo con le proprie mani, per ben marcare il proprio gusto, anche se il destinatario è un laico.

Quando un dono è ben fatto, avremo sviluppato, al momento del suo conferimento al destinatario: la generosità, il distacco, l'attenzione, la concentrazione, lo sforzo, il rispetto, l'amore e la benevolenza. Questo spiega l'importanza del fare correttamente un dono, chiunque ne sia il ricevente.

Naturalmente, la regola d'oro è di non attendersi mai un qualunque ritorno. In caso contrario, il dono non sarebbe più tale, e perderebbe, quindi, tutto il suo valore.

La definizione del dono

Così, quel che conta in un dono (quando si parla di merito), non è, evidentemente, l'oggetto del dono, ed ancora meno il suo prezzo. Soprattutto, sono le intenzioni e gli stati mentali che avrà suscitato; ma, è anche la riflessione. Le pāramī si sviluppano solo durante le fasi di volizione, che appaiono ad ogni istante della coscienza (aggregati delle formazioni mentali). E' durante questi corti periodi della coscienza, che ogni merito, o demerito di una azione è prodotto. La frase, così continuamente ripetuta: "E' l'intenzione che conta" risulta quindi, incompleta. In effetti, più dell'intenzione è la riflessione che fa un dono. Un dono propizio deve essere pensato correttamente. Anche con la migliore intenzione del mondo, un orologio offerto al proprio cane, o del denaro ad un ubriaco non costituirà un regalo tra i migliori. Ecco la ragione per cui risulta egualmente importante riflettere sull'utilità di un dono, prima di effettuarlo; ossia, informarsi, domandare alla persona a cui vogliamo fare la gratificazione ciò di cui ha bisogno.

Un dono viene fatto prima ancora che il destinatario lo riceva: se un dono viene spedito, ma non raggiunge mai il suo destinatario, chi lo ha mandato beneficierà comunque lo stesso del merito prodotto da questo regalo.

Al di fuori dell'utilità che può rappresentare per il suo ricevente, l'interesse del dono sta innanzitutto nel distacco. Il dono ideale è un dono effettuato con l'offerta di tutti i propri beni, poichè l'obiettivo della pratica del dono sta proprio qui: distaccarsi, disfarsi delle proprietà. Essendo, il dono perfetto,paradossalmente, non avere più nulla. Non si mette da parte più niente. Il fatto di non possedere alcunché è, in modo evidente, il miglior modo di lasciare agli altri delle proprietà: noi diamo al prossimo quel che non possediamo.

Abbiamo sempre qualcosa da donare. Quando non abbiamo più nulla, possiamo donare: delle conoscenze, l'esempio della propria condotta, degli insegnamenti, dei consigli, delle spiegazioni, dell'amore, della compassione, della benevolenza, della presenza, ecc.

A chi destinare i doni?

A tutti! Risulta sempre una cosa benefica fare dei doni ad ogni tipo di persone, evitando ogni volta di offrire delle cose che possano nuocere a qualcuno, o che possano provocare un rischio. Per compiere delle offerte privilegieremo chi ne ha bisogno. Potremo dare, in seguito, ha chi ha meno necessità e, finalmente, fare dei regali a degli amici. Noteremo che un dono è tanto più meritorio se il destinatario è evoluto lungo la via della liberazione, oppure è una persona che contribuisce alla diffusione del dhamma. Per questa ragione, molte persone offrono regolarmente ai monaci, ma, certuni, ahimé, hanno la tendenza a disdegnare i mendicanti che soffrono la fame, sotto il pretesto che non "producono" abbastanza pāramī.

Praticare la generosità verso chi dà molto al prossimo, grazie alla propria saggezza è, di certo, una cosa eccellente, ma dividere questa generosità, per quando è possibile, con altre persone che dipendono dal dono, che si trovano in uno stato di necessità, anche ciò è molto meritorio. L'importante è pensare a tutti, anche agli animali, tra i quali certi hanno difficoltà a nutrirsi.

Attenzione ai cattivi doni

Offrendo degli oggetti, la cui utilità essenziale ha degli effetti negativi (armi, droghe, ecc.) si accumula, piuttosto, del demerito.

Donando perchè ci si sente obbligati, perchè veniamo più o meno forzati, perchè ci sollecitano un presente, insistendo a che venga dato, o per un'intenzione malsana (per rendere gelosi, per fare uno scherzo cattivo, allo scopo di ottenere un servizio, o qualcosa in cambio, ecc.), ciò risulta senza un ritorno e può essere più o meno non meritorio, a seconda dei casi.

Parlando a molte persone del regalo che abbiamo fatto, vantandocene fieramente ed insistendo su quanto ci sia costato (per sforzi, o prezzo), si finisce per accumulare più demerito per l'orgoglio così mostrato, che del merito per l'offerta in se stessa.

Regalando un oggetto rubato (sia per sè che per qualcun'altro, e che noi lo si sappia) commettiamo un'azione non meritevole, anche se si tratta di nutrire un affamato. Un'azione non risulta in alcun modo meritoria, se necessita di uno stato mentale impuro, o di disonestà.

Se offriamo del denaro direttamente ad un monaco (bhikkhu), anche con un'intenzione eccellente, accumuliamo del demerito. Secondo le regole monastiche (vinaya), i monaci non debbono accettare soldi, nè possederne, nè utilizzarne. In tal modo, dando un biglietto bancario ad un monaco, produciamo del demerito, poichè lo incitiamo a trasgredire la sua condotta. Se gli, poi, accetta, il nostro demerito cresce, per il fatto che contribuiamo, in quel momento, alla violazione della sua regola. Per questo medesimo fatto, noi aumentiamo, eventualmente, lo sviluppo della sua avidità, e, inevitabilmente, la corruzione del saṃgha. Fatto che giustifica, d'altronde, in gran parte, la ragion d'essere di questa regola monastica. Il demerito viene leggermente ridotto, se noi ignoriamo la regola.

La purezza mentale

I cinque precetti

La condotta è un punto capitale, perchè sta alla base di ogni pratica laica.

Anche esagerando negli svaghi, i punti essenziali della condotta del laico si ritrovano in quelli che sono chiamati i cinque precetti. Si dice di colui che è giunto a disciplinarsi, senza sentire più il bisogno di violarli, che ha percorso la metà del cammino che porta alla liberazione totale. Tale persona non può immaginare il vantaggio che le si offre.

Ciascuno di questi precetti corrisponde ad uno stato spirituale ben preciso. Rappresentando dei punti di riferimento di un aiuto prezioso nella nostra quotidianità, ci permettono di sviluppare una condotta giusta e virtuosa.

1° precetto: Mi asterrò dal nuocere alla vita altrui". Cioè: non ucciderò, non ferirò nessuno, chiunque esso sia. Anche le zanzare che mi pungono.

2° precetto: "Mi asterrò dal rubare". Cioè: non mi approprierò delle cose altrui, nè di quello che non mi viene dato. Non prenderò neppure la metropolitana della stazione, senza pagare.

3° precetto: "Mi asterrò da pratiche sessuali inconvenienti." Cioè: non commetterò adulterio, non avrò dei rapporti sessuali illegali, nè attraverso la prostituzione, ecc.

4° precetto: "Mi asterrò da parole menzognere." Cioè: non dirò bugie, sarò onesto in ogni situazione. Qualunque cosa se ne pensi e qualunque sia l'intenzione, una menzogna avrà sempre un risultato negativo. Eviterò anche di sparlare, di giurare e di parlare inutilmente.

5° precetto: "Mi asterrò dal consumare alcool e qualunque altro intossicante." Cioè: Cioè: non assumerò sostanze suscettibili di intossicare il mio corpo e la mia mente, come l'alcool, le droghe, il tabacco, il bétel, ecc. Eviterò di bere troppi caffé. Per ragioni di salute i medicinali sono autorizzati.

Vedere anche:

Gli 8 precetti

La concentrazione e l'attenzione

Come per i punti precedenti, la concentrazione e l'attenzione sono molto importanti. Non si applicano solo nelle pratiche meditative. Possiamo allenarci ad esse anche in seno a tutte le nostre attività, pure professionali. Quando ci concentriamo su quello che facciamo, giungiamo molto più facilmente a disciplinarci. Le cose divengono più chiare, noi siamo più competenti, riflettiamo prima e più facilmente. Il semplice fatto di curare la propria condotta procura una concentrazione lungo l'intera giornata, e la vigilanza diviene un riflesso.

Esistono diversi momenti della giornata che sono delle occasioni di non omettere uno sviluppo facile della propria concentrazione ed attenzione. Un buon esempio è il pasto. Prendiamo la virtuosissima abitudine di restare in silenzio, quando mangiamo. Quel genere di abitudine che non costa nulla e che ci dà molto. Cerchiamo di stare presenti a quello che facciamo. Proibiamoci di pensare a cose diverse; o, non esisterà quasi alcuna differenza con il fatto di parlare. Accontentiamoci solo di restare attenti a quello che facciamo.

Mentre alcuni mangiano, discutono. Altri, guardano la televisione. Altri ancora, quando si nutrono, fanno dei calcoli mentali. Quando mangiamo, cerchiamo solo di mangiare! Se desideriamo metterci in sincronia con la realtà, prendiamo l'abitudine di rimanere attenti a quel che facciamo, quando lo facciamo. Che noi si agisca, oppure si esista, ci troviamo sempre nel momento presente. Certo, abbiamo numerosi pensieri che riguardano dei progetti; delle situazioni future, o che si collegano a dei ricordi; delle cose avvenute in passato. Il fatto è che, qualsivoglia siano questi pensieri e quale il loro contenuto, di tratta, in ogni caso, di pensieri che appaiono nell'istante presente. E' lì, dunque, e solo lì che conviene concentrare i propri sforzi.

Ciò detto, risulta estremamente profittevole per il laico applicare, di tanto in tanto, un allenamento sostenuto di completa attenzione. Stabilire l'attenzione sui fenomeni fisici e mentali (satipaṭṭhāna).

Il satipaṭṭhāna

Cosa è il satipaṭṭhāna?

Lo scopo del dhamma è la cessazione definitiva di ogni forma di insoddisfazione; cioè, la vera felicità, la felicità totale. O se no, come potrebbe esprimersi quest'ultima, se apparisse un solo seme di insoddisfazione? Per giungere a questo scopo bisogna che noi si faccia obbligatoriamente un'esperienza, che può durare una frazione di secondo, qualche secondo, o diversi minuti, durante la quale cessa ogni fenomeno mentale e fisico. Questa esperienza viene chiamata da Buddha "nibbāna". E' stato l'unico ad essere capace di raggiungerla da solo, ed ha avuto la bontà di darcene la ricetta. Il suo insegnamento ci rivela tutto quel che bisogna sapere per realizzarla, a nostra volta, ed anche più di quanto non ce ne sia bisogno. Esso copre tutte le tappe che costituiscono questa via alla liberazione. Potrebbe sembrare incredibile, ma anche se siamo, per la maggiore, dei grandi maestri nell'arte di trovare di continuo dei prestesti per non dedicarci a ciò - o, almeno, non in modo serio - si sappia bene che colui che esegue quanto Buddha ha indicato, realizzerà inevitabilmente e rapidamente nibbāna.

I fenomeni fisici e mentali sono gli elementi che costituiscono l'assieme delle nostre percezioni. In altri termini, tutto ciò che noi vediamo, ascoltiamo, tocchiamo, odoriamo, gustiamo e pensiamo sono dei fenimeni fisici e mentali. Quando noi sperimentiamo la cessazione dei fenomeni fisici e mentali, ciò significa che essi non appaiono più. Affinchè un fenomeno non appaia più, deve essere conosciuto, direttamente, nella sua natura. Quando è conosciuto per quello che è, perde ogni ragione di essere; ecco perchè non appare più. All'inverso, nella normale quotidianità, quando ci lasciamo assorbire dai nostri pensieri abituali, allora ci troviamo assai lontani dalla purezza della mente. Ci troviamo molto distanti da quella concentrazione che permette una sistematica applicazione dell'attenzione su tutti i feniomeni. Di conseguenza vedendoci fare costantemente i ciechi, i kilesā, le impurità mentali (desiderio, collera, ignoranza, gelosia, paura, orgoglio, ecc.) si scatenano nell'invaderci, da parte a parte, come una nuvola di zanzare, attraverso una rete da tennis, utilizzata come zanzariera.

Fino a che non abbiamo applicato satipaṭṭhāna, non possiamo essere coscienti dell'abbondanza di impurità che regna nella nostra mente. E' come una casa che ci sembra poco sporca. Solo quando cominciamo le pulizie, scopriamo, mano a mano, tutto ilsudiciume che essa ospita. Per sbarazzarci di questo infernale sozzume che ci incrosta sino al più profondo di noi stessi, non vi è che una soluzione. Conoscere i fenomeni; ossia, avere una giusta visione della realtà.

Che motivazione bisogna avere?

La prima cosa che ci occorre per sviluppare per la diretta conoscenza dei fenomeni fisici e mentali è di volerlo, di esserne motivati. L'origine di tale motivazione si traduce in un'insoddisfazione (più o meno), generica e crescente di tutto ciò che costituisce la nostra esistenza. E viene favorita da prese di consapevolezza, che possono manifestarsi in due maniere. Nascono da profonde riflessioni, a riguardo del senso che vogliamo dare alla nostra vita; ma, soprattutto, durante l'allenamento a satipaṭṭhāna. Per tale ragione, è essenzialmente e paradossalmente dopo essersi esercitati in modo corretto (e sostenuto) durante qualche giorno, che appare una vera motivazione. L'appetito viene mangiando. Ciò viene convalidato da comprensioni fondamentali, che possono sbocciare sin dai primi giorni di allenamento.

Una volta acquisita la spinta ad avanzare, comprendiamo che l'allenamento a satipaṭṭhāna non è un desiderio, ma un bisogno. Potremo, allora, passare alle cose serie. Ad esempio, con un ritiro di qualche giorno, che ci permetterà, almeno, di "metterci a bagno". Quindi, saremo in grado di fare dei piccoli periodi di meditazione seduta, a casa propria. Secondo le nostre disponibilità, effettueremo , più o meno spesso, dei ritiri lunghi e meno lunghi. La disponibilità si affianca alla motivazione, poichè, se abbiamo la sincera volontà di allenarci lungamente in satipaṭṭhāna, le situazioni della nostra vita si modelleranno in modo da offrirci le condizioni adeguate a questo cammino. In seguito, la rapidità dei nostri progressi dipenderà molto dalla nostra volontà. Ed anche dall'intenzione che ci spinge. Se agiamo in questa direzione, unicamente con l'idea di sviluppare delle pāramī, o con la speranza che il fatto ci procurerà, come per magia, delle esperienza mistiche, tutto ciò sarà inevitabilmente penoso e poco profittevole. Perchè l'esperienza sia, invece, fruttuosa dobbiamo abituarci, dall'inizio del trattamento, ad applicare al meglio le indicazioni che ci vengono personalmente date dall'istruttore. Per avanzare correttamente attraverso le tappe di questa disciplina, è indispensabile che un istruttore ci segua regolarmente. Poichè, a seconda delle informazioni che gli diamo oralmente, o attraverso il nostro modo di effettuare i movimenti, quando gli riportiamo la nostra esperienza del giorno, o dei giorni precedenti, egli ci darà le indicazioni precise e inevitabili di cui abbiamo bisogno per il seguito della nostra disciplina. Per questa ragione, è del tutto vano sperare di pervenire ad alcunché di valido, attingendo le proprie istruzioni esclusivamente dalla lettura.

Come sviluppare la giusta conoscenza della realtà?

Immaginiamo di volere guardare un film, registrato su di una cassetta video, per sapere com'è fatto. Lo potremo conoscere a fondo solo se vi portiamo la nostra attenzione in maniera sostenuta, man mano che le immagini appaiono sullo schermo,concentrandoci unicamente sul fotogramma letto, in quel momento, dal magnetoscopio, e senza pensare a null'altro. Resteremmo ignoranti sul film se cercassimo di studiare la banda magnetica, lì dove essa è stata già proiettata, o dove ancora non lo è ancora stata. Non conosceremmo nulla del film se ci arrestassimo su di una bella immagine. Potremmo solo estasiarci dal punto di vista estetico. Nè potremmo conoscere meglio il film, se ci contentassimo di apprenderne a memoria la trama, per decine di volte.

Se noi vogliamo impadronirci di una giusta conoscenza della realtà (fenomeni fisici e mentali) e sapere di cosa è fatta, il paragone calza... Potremmo conoscerla a fondo solo se vi portiamo la nostra attenzioone in maniera sostenuta, mano a mano che i fenomeni appaiono e spariscono, e restando concentrati unicamente su quello percepito nell'istante presente, senza riflettere su null'altro. Rimarremnmmo ignoranti sulla realtà se cercasssimo di studiare dei fatti passati, o da accadere. Non conosceremmo nulla di essa se fermassimo la nostra concentrazione su di un supporto unico; potremmo solo sperimentare delle estasi, a partire dalle quali immagineremmo delle alte realizzazioni dello spirito. Non conosceremmo meglio la realtà, se ci accontentassimo di imparare a memoria dei testi canonici sul satipaṭṭhāna, recitandoli decine di volte.

Possano tutti gli esseri giungere, nelle migliori condizioni possibili e nel più breve tempo, al nibbāna, la cessazione definitiva di ogni insoddisfazione.

Vedere anche:

Vedere anche: I principi di base per ogni buddhista


info su questa pagina

Origine: Insegnamento dato a Montbéon (Francia)

Autore: Monaco Dhamma Sāmi

Traduttore: Guido Da Todi

Data: 8 dicembre 2001

Aggiornamento: 29 settembre 2011