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riassunto della pagina

Esposizione delle differenti tappe che portano alla liberazione dalla sofferenza, sotto ogni suo aspetto: la generosità, la virtù, lo stabilirsi dell'attenzione, ecc.

la via della liberazione

L'elemento principale della via di liberazione è il satipaṭṭhāna. Satipatthana è un termine pali, che si traduce come "applicazione dell'attenzione". Questa disciplina, scoperta soltanto da Buddha ed insegnata ancora, ai nostri giorni, dai monaci theravāda è la sola che possa condurre al nibbāna, la cessazione di ogni forma di sofferenza.

Le quattro Nobili Verità

Nel suo primo discorso, Buddha ci presenta le quattro Nobili Verità: La Nobile Verità di dukkha; cioè, che ogni cosa è soggetta all'insoddisfazione. La Nobile Verità della causa di dukkha; cioè, le impurità mentali: il desiderio, la collera, la gelosia, la paura, l'orgoglio, ecc. La Nobile Verità della cessazione di dukkha; cioè, il nibbāna, lo svanire delle impurità mentali. La Nobile Verità del cammino che porta all'interruzione di dukkha; cioè, dāna, sīla e bhāvanā.

E'indispensabile sviluppare questi tre elementi per liberarsi di dukkha. Le persone capaci di esprimere sīla e bhāvanā sono degli esseri che hanno obbligatoriamente praticato dāna nelle esistenze passate. Tutti possono esprimere dāna, che rappresenta veramente la base di ogni disciplina sulla via del distacco.

dāna

In pali, dāna vuole dire dono, offerta, generosità. Lo scopo di questa pratica è quello di distaccarsi, da un lato dai possessi, dalla nostra dipendenza verso le cose materiali, e, dall'altro, dalle impurità mentali grossolane, come il desiderio, l'avidità, la concupiscenza e la gelosia. Non si tratta del dare per dare, e neppure di offrire per fare del piacere agli altri, o a se stessi. Si tratta, piuttosto, di distaccarsi, di abituarsi a non più dipendere da qualcosa, o da qualcuno; di produrre delle azioni benefiche, sostenendo materialmente i monaci, che operano allo scopo di realizzare e di fare conoscere questo insegnamento (dono di abiti, di cibo, di medicine, di alloggio). Si tratta, pure, di donare a coloro che si trovano nel bisogno, onde ridurre le loro sofferenze. Si possono offrire degli oggetti, del nutrimento, delle cure; ma, anche rendere dei servizi, donare il proprio tempo, l'ascolto, la compassione, o la propria presenza. In generale, l'abitudine al dono, dāna, serve ad accordare meno interesse al proprio piccolo conforto personale, per meglio aprirsi all'ambiente, per meglio osservare e meglio comprendere il mondo che ci circonda.

Sul piano del kamma, tutto è una questione di stato spirituale. E', dunque, la qualità di uno stato spirituale, che spinge a fare un dono, a determinare il kamma futuro. Ecco perché importa praticare dāna con attenzione, senza meschinità, rimarcando accuratamente il proprio gesto, ed anche nelle situazioni in cui risulta più difficile farlo. Essendo lo scopo del dono quello di non possedere più alcunché, sì da consacrarsi alla via del distacco e di aiutare il prossimo a pervenirvi. Il dono supremo fra tutti è il dono del Dhamma, in pali: dhammadāna.

Ecco il primo elemento che porta alla liberazione da dukkha.

sīla

Il secondo, sīla, è rappresentato dalla condotta, dalla morale, dalla virtù. Si tratta di sviluppare una condotta pulita, di abituarsi ad acquisire ed a mantenere una tenuta accurata, di restare onesti in ogni situazione. Questo è indispensabile per l'accrescimento della saggezza. La condotta è il fondamento del cammino della liberazione. Chi si preoccupa di seguire unicamente un comportamento virtuoso, svilupperà con naturalezza una certa concentrazione ed una certa serenità. Il giorno in cui inizierà il suo allenamento al satipaṭṭhāna, non incontrerà delle grosse difficoltà e vi si troverà pienamente coinvolto.

Noi siamo molto fortunati, poiché, al fine di aiutarci ad osservare con facilità una buona condotta, per lo sviluppo di un buon sīla, Buddha ha tracciato per noi delle piste che ci basta seguire. Certune di esse sono più rapide di altre, ma vanno tutte verso la liberazione. La pista di base sono i cinque precetti. Astenersi dall'uccidere, dal rubare, dal commettere pratiche sessuali illegali, dal mentire e dal consumare sostanze intossicanti. Ciò può sembrare poco, ma coloro che giungono a seguire questi cinque precetti ottengono dei benefici inestimabili. Tra l'altro, sicuramente non rinasceranno nei mondi inferiori durante la loro prossima esistenza, saranno protetti da grossi pericoli e si troveranno ad avere percorso la metà del cammino per raggiungere la liberazione da dukkha! Seguendo questi precetti, la positività sviluppata nel piano del kamma è gigantesca, ed il benefico influsso sull'ambiente lo è altrettanto. Immaginiamoci un paese, ove tutta la popolazione rispetta la vita degli altri, non ruba, resta fedele nelle relazioni sentimentali, non mente e non consuma né alcool, né droghe. La risposta è fuori ogni commento...

A lato di ciò, vi è un'altra pista un po' più rapida; sono gli otto precetti: rispettare la vita, non rubare, evitare i piaceri sessuali, non mentire, non usare intossicanti, non mangiare il pomeriggio, non lasciarsi andare alle distrazioni, non profumarsi, non adornarsi di gioielli, non fare alcunché allo scopo di curare la propria estetica, non usare mobilio lussuoso, o confortevole. Che si tratti dei cinque, o degli otto precetti, è cosa estremamente buona seguirli, anche se non regolarmente. E' anche ottimo cominciare piano piano, osservando soltanto alcuni di essi, per esempio, salvo ad integrarvi i restanti, al momento opportuno. In ogni caso non è consigliabile sforzarsi penosamente di seguirne l'uno o l'altro; ciò non sarebbe, allora, positivo. A maggior ragione, non bisogna mai forzare nessuno a rispettare qualsivoglia di questi precetti. Tuttavia, è sempre un fatto positivo presentare i vantaggi di un simile sentiero; ma, riguardo all'osservanza, ogni persona deve fare come le sembra meglio.

Certamente, ognuno è libero, in seguito, di migliorare il suo sīla, lavorando sui numerosi punti non inclusi nei precetti; ma, che potrebbero completarli. Ciò accadrà, curando i propri comportamenti, astenendosi dalle cose futili, o evitando delle azioni suscettibili di innescare l'avidità, o il desiderio.

Per le altre piste, abbiamo la condotta delle monache, che si traduce nell'osservanza degli otto precetti, addizionata da una dozzina di regole supplementari. Infine, ci sono quelle dei novizi (sāmaṇera), che rispettano i dieci precetti, (si tratta, di fatto, degli otto precetti, dei quali il settimo si divide in due — il che li fa divenire nove, ai quali se ne aggiunge un decimo: non toccare, né possedere denaro). Oltre a questi dieci precetti, i novizi sono tenuti a rispettare più di un centinaio di regole disciplinari, delle quali sessantacinque figurano anche nella disciplina dei monaci. Infine, vi è la condotta dei monaci (bhikkhu).

Giustamente, la perfezione di sīla è interamente codificata nel vinaya, che tutti i monaci sono tenuti a onorare, meno le 13 pratiche ascetiche, le quali, benché facoltative, sono molto propizie al distacco. Quel che si chiama pātimokkha è l'assieme delle 227 principali regole del vinaya, che comprende, beninteso, i dieci precetti. Un laico può benissimo prepararsi al pātimokkha; ma, se giunge ad abbracciare un tale modo di vivere, ciò significherà che egli è divenuto monaco. In tal caso, sarebbe del tutto assurdo che egli non indossi la veste, poiché, come tutti sanno, è innanzitutto la condotta che fa il monaco e non l'abito. Diremo pure che quanto rende tale il monaco è la comprensione della realtà, la saggezza, le realizzazioni. Resta sempre il fatto che, senza sīla, è vano sperare lo sviluppo di questi elementi.

Ai tempi di Buddha, i primi monaci che si univano al saṃgha osservavano un'impeccabile condotta; il loro sīla era puro. Il pātimokkha non esisteva; non se ne aveva bisogno. Fu mano a mano che individui meno virtuosi entravano nel saṃgha e cominciavano a commettere delle azioni poco lodevoli, che Buddha stabilì delle regole consequenziali. Così, le parti del pātimokkha corrispondono alle negligenze, capaci di farci deviare dalla via giusta; quelle della liberazione.

bhāvanā

samatha

Una volta ben realizzati dana e sīla, siamo pronti a sperimentare bhāvanā, integralmente. bhāvanā significa letteralmente «cultura» ; ma, nel nostro contesto «sviluppo della concentrazione, poi della conoscenza diretta». Esistono, quindi, due tipi di culture dello spirito: samata e vipassanā. La prima è indispensabile per realizzare la seconda. Nel caso contrario, la cultura vipassanā risulta solo una «meditazione preparatoria» (fatto che si manifesta in tutti i metodi, chiamati di «vipassanā diretta»).

Il samādhī ottenuto grazie a samata è, in qualche maniera, una limpidità del mentale (causata da una concentrazione profonda). E' il risultato di una continua concentrazione su di un unico oggetto. Si tratta di un esercizio difficile, che esige una potente determinazione ed un silenzio completo. Questo tipo di meditazione può causare delle sensazioni estatiche e delle esperienze poco abituali, che possono tradursi in sensazioni di luminosità, di leggerezza e in una serenità rimarchevole. Quando reca i suoi frutti, essa può condurre lo yogī a sperimentare uno, o diversi jhana, che sono delle realizzazioni mentali di pura concentrazione, ove i fenomeni fisici possono momentaneamente sparire. Benchè indispensabili sulla Via della definitiva cessazione dell'insoddisfazione, non bastano.

vipassanā

vipassanā è la conoscenza, per esperienza diretta, dei caratteri di impermanenza, di insoddisfazione e di non sè (anicca, dukkha, anatta) di tutto ciò che costituisce lo spirito e la materia. In effetti, «vipassanā» è una giusta visione della realtà ultima, grazie ad una consapevolezza, la cui concentrazione è talmente acuta da essere capace di distinguere i momenti di coscienza, uno ad uno (a titolo indicativo, questi momenti appaiono, a milioni, nella durata di un battito di ciglia! Solo un jhana permette di pervenirvi). Ora, la «vipassanā» (sviluppata dal satipaṭṭhāna) esposta più avanti ed attraverso la sezione di questo sito (e che è la stessa, insegnata, più o meno, dappertutto, nel mondo, oggi) è una meditazione facilmente accessibile, per chi non ha mai praticato la meditazione.

La visione interiore

L'allenamento a satipaṭṭhāna consiste, come il suo nome lo definisce, nell' applicare la propria attenzione sui fenomeni fisici e mentali; cioè, sulle sensazioni tattili, uditive, visuali, gustative, olfattive e mentali che percepiamo. Dall'istante in cui la propria attenzione viene portata sull'oggetto di una di queste sensazioni, vi è la conoscenza diretta della realtà; e quest'ultima è posseduta per quello che essa è. Si parla, a questo punto, della "visione interiore", che, in pali, è chiamata: vipassanā.

Per chi non è ancora molto allenato al satipaṭṭhāna, o che comincia appena a seguirlo, esso può sembrare noioso, penoso, o difficile. Bisogna ben sapere che, qualunque sia il suo livello, il satipaṭṭhāna è sempre facile. La sola cosa difficile sono gli innumerevoli sforzi inutili che si ha la tendenza a sprecare, quando ci si trova agli inizi. Anche se la mente non può impedirsi di considerare tutte le goffaggini subite durante quella disciplina che è creduta vipassanā, bisogna ben sapere che non si tratta affatto di vipassanā. vipassanā è la conseguenza dell' avere applicato la propria attenzione su di un oggetto (fisico, o mentale). Si deve solo fare lo sforzo più piccolo che esista, quello giusto, bastevole a che l' applicazione della propria attenzione possa divenire possibile. Non esiste uno sforzo più piccolo, quando lo spirito è consapevole. L'intera difficoltà risiede, dunque, nel ridurre questi sforzi futili ed invadenti, che la mente è così abituata a fornire. Essi esistono semplicemente perché non siamo abituati a respingere questo intero flusso di pensieri e di vagabondaggio spirituale, che sgorga in effervescenza, né di vigilare su quanto accade nella nostra interiorità. In tal senso, satipaṭṭhāna è una reale rieducazione della mente.

Per raggiungere il nibbāna, l'esperienza finale di questo allenamento, conviene utilizzare con pazienza il metodo satipaṭṭhāna, abbandonando, per il tempo necessario, ogni altra attività. Ciò, onde permettere una sempre più frequente ripetizione ravvicinata degli istanti di vipassanā. Grazie al continuo sviluppo progressivo della concentrazione (khaṇika samādhi), questi istanti di visione interiore diverranno numerosi e profondi, tanto da offrire l'impressione di concentrazione continua. A partire da questo momento, il satipaṭṭhāna diverrà molto più stabile e proseguirà quasi con naturalezza, avendo ridotto in modo netto ogni sforzo inutile. Qualunque persona si alleni seriamente, rispettando le istruzione che le vengono date (in accordo con gli insegnamenti del Dhamma) e rifiutando ogni altra attività fisica, o mentale, raggiunge in qualche settimana (al massimo) un tale stadio di concentrazione.

Ciò detto, bisogna sempre badare alle eventuali sensazioni confortevoli, provate in certe fasi del satipaṭṭhāna, poiché si ha facilmente la tendenza a prenderle per degli obiettivi dell'allenamento, mentre esse sono soltanto delle conseguenze della concentrazione. Non hanno nulla a che fare con la conoscenza, né con lo sradicamento delle impurità, né con la saggezza; anche se, spesso, fanno nascere delle riflessioni filosofiche molto profonde. Se ci si attacca, non si progredisce più.

L'Ottuplice Sentiero

Quel che viene chiamato l'Ottuplice Sentiero è l'assieme degli otto elementi, che costituiscono la perfezione, ad ogni livello. Si può dire che si tratta della definizione della nota mentale; cioè, l'atto minimo della propria attenzione su di un oggetto. Appena appare una nota mentale, questi otto elementi sono automaticamente riuniti, e quando essi sono al completo, appare una conseguente nota mentale.

Nobili sono gli esseri che seguono questa via, poiché è quella giusta; la sola che conduca alla definitiva cessazione di ogni forma di insoddisfazione. Ecco, qui riassunti, gli otto passi che compongono l'Ottuplice Sentiero:

1o passo: la giusta comprensione

Comprendere bene le quattro Nobili Verità, le tre caratteristiche dell'universo, chiamate anicca — il carattere impermanente delle cose; dukkha: il carattere insoddisfacente delle cose; e anatta, il carattere mancante di un'esistenza propria delle cose.

2o passo: il giusto pensiero

E'avere il pensiero privo di gelosia, di cattiva volontà, e di crudeltà.

3o passo: giusta parola

Astenersi dalle menzogne, dalla maldicenza, da un linguaggio grossolano e astenersi dalle parole futili.

4o passo: la giusta azione

Non uccidere, non ferire, non rubare, non avere una cattiva condotta sessuale.

5o passo: giusti mezzi di sussistenza

Guadagnarsi da vivere in modo giusto, rimanendo completamente onesti ed evitando di esercitare il traffico di armi, di esseri viventi, o di carne, come anche la vendita di veleni, di droghe e di bevande inebrianti.

6o passo: il giusto sforzo

Lo sforzo di superare quanto è negativo, lo sforzo di evitare ciò che lo è, lo sforzo di sviluppare ciò che è positivo, e lo sforzo di mantenerlo.

7o passo: la giusta attenzione

La contemplazione del corpo, dei sentimenti, dello spirito e dei fenomeni.

8o passo: la giusta concentrazione

Fissare lo spirito su di un solo oggetto.

Così, non esiste atto più giusto, più onorevole e più benefico dell'annotazione mentale.

I vantaggi di satipaṭṭhāna

I vantaggi di satipaṭṭhāna sono tanto inestimabili, che numerosi...

Chi ha ascoltato degli insegnamenti dati dal saṃgha su satipaṭṭhāna, che ha dato fiducia ad essi e che si allena regolarmente, sviluppa in modo naturale un buon sīla. Durante la pratica del satipaṭṭhāna, anche se non vi prestiamo attenzione, terremo forzatamente una buona condotta. Colui che si addestra in tal modo è dunque meno incline a compiere delle azioni che siano malsane, o non profittevoli. E' alquanto sereno, calmo, tranquillo. Si lascia meno facilmente invadere da violente emozioni; è più tollerante. Quando appaiono la collera, la gelosia, o l'orgoglio, se ne accorge molto presto. In tal modo, possiede un approccio più giusto alla realtà. Ha acuito una comprensione più rapida, più facile e più sottile del Dhamma, per il quale può ottenere quotidianamente una conferma concreta della sua validità. Ha sovente delle prese di coscienza che, anche se possono, a volte, passare inosservate, sono molto profonde. Diventano un prezioso aiuto per riflettere sugli insegnamenti del Dhamma.

Ha compreso da solo che tutto ciò che può venire sperimentato dalla coscienza contiene ineluttabilmente dell'insoddisfazione; anche le sensazioni più gradevoli. Realizza in concreto che tutto ha una genesi, una durata ed una fine. Sapendo, da un punto di vista sperimentale, che ogni cosa cessa, da un giorno o l'altro, da un momento all'altro, si attacca molto meno alla realtà. Già sa che non esiste un io; quando sente ascoltare un uccello, sa che non è "lui" che ascolta e che non è un "uccello" che canta; ma, che si tratta semplicemente di un suono che appare, e null'altro. Sa questo non per averlo letto, ma perché la sua osservazione personale dei fenomeni gli ha permesso di percepire direttamente la caratteristica di mancanza di esistenza propria nel sé di ogni cosa.

Una persona che si allena regolarmente in satipaṭṭhāna è meglio concentrata nel proprio lavoro, nelle sue azioni in generale; ed è, di conseguenza, più competente, con una migliore memoria. E' più utile al prossimo ed influenza positivamente il suo ambiente. Così, verrà automaticamente più rispettata, più apprezzata. Possiederà una comunicativa molto più agevole. Praticando in tale maniera, una tal persona è naturalmente più distaccata dalle cose. Ed è, quindi, meno coinvolta nella preoccupazione quotidiana e incontra assai meno problemi in ogni genere di cose. La sua salute diventa migliore.

Non conosce più la noia, poiché i momenti di attenzione divengono delle buone occasioni per notare i fenomeni. Soprattutto, sa che la noia altro non è che un sentimento di impazienza, o di angoscia; momenti privi di distrazione. Sa, in ogni caso, che la noia è un'avversione verso un gruppo di fenomeni fisici e mentali, come qualunque altro. Tutto diviene più facile. Poco a poco, ella si coinvolge sempre meno negli affari del mondo. Naturalmente, diviene sempre più libera e beneficia, così, delle condizioni sempre più propizie per seguire la sua pratica.

Tutti coloro che integrano la pratica suddetta nella loro propria esistenza non avranno che vantaggi a loro favore. Più la loro pratica sarà regolare, più fioriranno i benefici, e più saranno motivati a seguire sempre meglio questo allenamento. Così, avranno tutte le chances di rinascere in condizioni favorevoli. Fatto che permetterà loro di rispettare la propria disciplina sulla via della liberazione, chiamata pure la giusta via di mezzo, con una facilità crescente.

Io faccio voti sinceri che ognuno possa seguire questa pratica nelle migliori condizioni possibili e raggiungere nel più breve lasso di tempo il nibbāna, la forma definitiva di ogni insoddisfazione.

sādhu! sādhu! sādhu!


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Origine:Insegnamento dato in Francia

Autore: isi Dhamma

Traduttore: Guido Da Todi

Data: novembre 2001

Aggiornamento: 29 settembre 2011