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riassunto della pagina

Sentiamo sovente parlare de «l'insegnamento di Buddha», ma sappiamo, in verità. di cosa si tratta? Questo testo condensa le nozioni essenziali del Dhamma e ne presenta significato e scopo in qualche riga...

in qualche riga...
del monaco Dhamma Sāmi

Innanzitutto, dobbiamo sapere che l'insegnamento di questo monaco Gotama (alias, Buddha) è nettamente contraddittorio con tutti i nostri fantasmi spirituali e che non è sempre gradevole ad ascoltarsi. Bisogna conoscere quanto vogliamo; le medicine efficaci hanno sempre un gusto gradevole?

In ogni caso, il Dhamma è una cosa del tutto incolore, inodore, priva di gusto, senza suono e intangibile.

 

A cosa serve?

La Dottrina di Buddha ha un solo scopo e tutto ciò che la costituisce sono gli elementi che lo realizzano: condurre ognuno al fine ultimo, esortandolo a fare quel che ci vuole, per comprendere da solo i benefici di questo sentiero, e spiegando come fare.

La meta finale viene chiamata, in pali: nibbāna. Poiché Buddha ha espresso il suo insegnamento in pali, impieghiamo questo dialetto, le cui parole posseggono a volte delle definizioni molto diverse dai termini sanscriti che si fanno corrispondere ad esse. Per esempio, la parola "nibbāna" possiede un significato datole da altre scuole, che è in contraddizione con il termine "nibbāna".

Quanto, oggi, è conosciuto sotto il termine di "buddhismo" non rappresenta altro che una gigantesca insalata, nella quale ognuno aggiunge i propri ingredienti. Ciò accade a tal punto, che si finisce per dimenticare completamente cosa è necessario per ottenere la fine di ogni sofferenza, la comprensione della realtà, la pace — o, peggio ancora: non si sa neppure che esiste qualcosa da fare. Ecco quattro domande che tutti possono porre a se stessi:

  • La vita ci dona una felicità perfetta, imperturbabile e senza fine?
  • Perché incontriamo inevitabilmente dei problemi, delle insoddisfazioni ed altre molestie?
  • Esiste un'alternativa alla sofferenza, un mezzo per liberarsene in modo irreversibile?
  • Cosa bisogna fare per sfuggire al circolo vizioso, instabile e senza fine che governa ogni nostra esistenza?
  • Qual è la pratica che porta alla soluzione finale di ogni dolore e di ogni impurità?

Rispondere a queste domande è LA ragion d'essere dell'insegnamento di Buddha.

Nella grande insalata di buddhismo e di religioni, vi sono dei cosiddetti grandi maestri, i quali affermeranno che per comporre l'insalata perfetta occorre mettervi più pomodori che sia possibile. Di conseguenza, i loro discepoli si sforzeranno di ficcare il più gran numero di pomodori nella loro verdura, senza sapere, in verità, perché lo stanno facendo. D'altra parte, neppure il maestro di cui parliamo lo sa. Onde architettare la perfetta insalata, per altri bisognerà abbondare con le olive e le cipolle. Qualcuno, invece, suggerirà di gettare nella scodella tutto quanto è pensabile farci entrare. Ulteriori persone, al contrario, insisteranno sull'importante fattore di lavorare su un minimo numero di componenti per favorirne la qualità. E, ancora, certuni spiegheranno, invece, che l'insalata perfetta si ottiene utilizzando la totalità degli ingredienti in modo esattamente equo.

Tuttavia, secondo Buddha, il contenuto dell'insalata non ha... la minima importanza. Il solo fatto che conta è di conoscerla, osservandola attentamente, per sapere e comprendere da cosa è composta, qualunque natura essa abbia. Fa niente se è piccola, copiosa, fresca, appassita, dolce, aromatizzata, varia, scolorita, leggera, grassa... Non esiste un'insalata perfetta: solo la capacità di gestire tutto quel che può offrire, la rende più o meno tale. La cosa migliore che ci resta da fare è di lavorare con quanto è disponibile, senza volere, a tutti i costi, modificarlo. Chi gira in tondo, anche se accelera il passo, se cambia direzione, o se trasforma sé stesso, continuerà sempre a girare in tondo. Dobbiamo, allora, comprendere che non è aggiungendo delle foglie di lattuga per nascondere degli ingredienti che non ci piacciono che il problema di risolve.

dukkha

Chi pensa di vivere un'esistenza priva di dukkha non ha bisogno dell'insegnamento di Buddha. Dukkha è l'assieme delle sofferenze che vengono sperimentate nella vita: le sue imperfezioni, le sue continue insoddisfazioni, le sue difficoltà, i suoi tormenti, la sua non sostanzialità. Chi non ha bisogno dell'insegnamento di Buddha è colui che crede non gli sia necessario, poiché conduce un'esistenza che gli piace, saporita e priva di noie.

Inoltre, egli non sa che la vita che sta seguendo, per quanto gradevole essa sia, ha, come tutte le cose, una durata limitata. Il periodo gioioso che trascorre, anche se lungo, terminerà, un giorno o l'altro. Tuttavia, egli è tanto attaccato alla contentezza che può provare, che preferisce ignorare la realtà, piuttosto di sapere da cosa è veramente composta.

Non sa che la gioia altro non è che il risultato di azioni positive compiute da più, o meno, lungo tempo. Così, non conosce assolutamente quali conseguenze dolorose potrà subire in questa esistenza, o nella prossima. Al di fuori degli arahant (coloro che hanno raggiunto il totale distacco e, di conseguenza, eliminato ogni impurità mentale), nessun altro può indovinare veramente quel che l'attende dopo l'attuale vita, qualunque siano le sue credenze. Chi può dissentire da ciò?

L'insegnamento di Buddha, anche se gli uomini ne hanno fatto una religione integrale, non consiste nel compiere dei rituali, delle cerimonie, o nel pregare. E' semplicemente un metodo destinato ad eliminare i kilesā, che rappresentano le impurità della nostra mente. E che sono la radice di tutte le sofferenze che possiamo subire nella vita. Un metodo che è anche un modo di vivere e che può venire applicato da chicchessia, qualunque credenza abbia, o convinzione, o cultura, o principio, o idea.

Al fine di applicare l'insegnamento di Buddha e ottenerne dei risultati concreti sul sentiero che mena alla cessazione di dukkha, è importante e necessario seguirlo con una comprensione intelligente. Non conviene farlo con l'idea che sia un esercizio mistico, che condurrà alla felicità, quasi per magia, o solo perché lo si pratica in famiglia, o nel proprio paese. La motivazione personale non dovrà nascere dalla lettura di belle storie, che ne parlano in modo attraente. Per seguire una giusta pratica, bisogna comprendere perché lo si fa e come farlo.

Se si dovesse riassumere in una sola frase la disciplina che conduce alla cessazione di dukkha, insegnata da Buddha, si potrebbe dire, per esempio:" portare la propria attenzione in maniera vigile su tutte le sensazioni, tali quali le percepiamo; e ciò, in modo da conoscerle per quello che sono veramente". E'il fatto di vedere in profondità quanto costituisce l'assieme delle nostre sensazioni, che pone fine all'ignoranza che sta all'origine di ogni dolore. Ecco, maggiori dettagli...

Le quattro Nobili Verità

Nel primo sermone che ha predicato ai suoi cinque discepoli, Buddha ci ha esposto le quattro Nobili Verità, che costituiscono la base del suo intero insegnamento. Ossia: la Nobile Verità di dukkha; la Nobile Verità del nascere di dukkha; la Nobile Verità della cessazione di dukkha; e la Nobile Verità che porta alla cessazione di dukkha.

La prima Nobile Verità

Nella prima Nobile Verità viene presentata dukkha; il carattere insoddisfacente, instabile e penoso della vita. La gioia è una sofferenza. Non solo perché corrisponde alla giusta misura della pena che è stata necessaria per raggiungerla, ma anche perché è essa medesima perniciosa, in quanto assume un'apparenza gradevole.

La gioia è un po' come un riparo, nel quale noi amiamo ben rifugiarci, per sfuggire momentaneamente ogni spiacevolezza che, senza posa, riempie la nostra vita. Possiamo dire, infine, che il diletto è un sollievo. Un po' come la pacificazione che si può provare sospirando, dopo avere attraversato un periodo difficile.

Si crede che il piacere porti la felicità, poiché non si è conosciuto altro che questa forma di gratificazione. Il prigioniero che se ne sta chiuso nella sua cella da lunghi anni, finisce per farsene una ragione, per abituarsi, per avvezzarsi. La vita non è altro che una strada che avanza perpetuamente nel deserto ed ai bordi della quale dei cartelli molto colorati indicano dei paradisi di sogno, che sembrano la meta di questa strada. Ma, tali paradisi non esistono che nei pensieri dei viaggiatori e di coloro che hanno costruito i cartelli.

Ci troviamo talmente immersi nella sofferenza che non la vediamo neanche più. E' solo quando ne prendiamo veramente coscienza che possiamo procedere lungo la via della liberazione. Praticando il nuoto subacqueo riusciamo a vedere dei pesci, delle alghe e delle rocce... ma non scorgiamo l'acqua. Paradossalmente, è solo quando appaiono delle bolle d'aria che ci accorgiamo con chiarezza dell'acqua.

Per spiegare che il piacere è solo una forma di sollievo, immaginiamoci un bambino che sia rimasto solo per tutta la giornata. Venuta la sera, quando i suoi genitori torneranno a casa, salterà loro in braccio, gridando per la gioia. Mentre, se avesse passato quel tempo in loro presenza, non avrebbe mai provato, di sera, il subitaneo bisogno di piombare al loro collo, strillando per la contentezza. Ciò dimostra che l'euforia sentita dal bambino, rivendendo i suoi genitori, corrisponde alla giusta misura di sofferenza che la loro mancanza gli avrà causato.

Questo schema si applica in modo più, o meno, sottile ad ogni forma di piacere e di soddisfazione che è possibile conoscere. Il saggio che sperimenta un'esistenza di distacco e di pace non risentirà di alcun bisogno di godimento; che gli parrà, invece, qualcosa di pesante e di ingombrante.

La seconda Nobile Verità

E' quando appare dukkha. Quel che sta all'origine della sofferenza (e che provoca la rinascita) è taṇha. Il taṇha è la sete, il desiderio, l'avidità che cerca, senza posa, un nuovo godimento. Sono proprio questa sete, questo desiderio e questa avidità verso il piacere dei sensi che, esprimendosi in svariate maniere, danno nascita ad ogni forma di dolore.

La terza Nobile Verità

Nella terza Nobile Verità, la cessazione di dukkha è il nibbāna: cioè, la fine dell' afflizione. E' sempre una cosa delicata voler parlare del nibbāna, perché il fatto di tentare di spiegarlo, o di comprenderlo da un punto di vista teorico, rischia, il più delle volte, di complicare la questione, piuttosto che chiarirla. La cosa più importante è di osservare la realtà che noi percepiamo ad ogni istante della nostra vita, con la pratica dell'attenzione, della vigilanza e della concentrazione, senza fare domande. Sono proprio questi numerosi interrogativi, che ci poniamo senza cessa, che ci impediscono di progredire lungo la via della comprensione. Il linguaggio serve ad esprimere quanto percepiamo con i nostri sei sensi. L'esperienza assoluta sta al di là di ogni concetto e, a più forte ragione, delle parole. Sarebbe, dunque, presunzione vana il volere dare una giusta idea di quel che è il nibbāna.

Per un pesce è un'idea del tutto inconcepibile che un uomo possa fare altro che nuotare e vivere sotto l'acqua. Ciò significa che ogni idea da noi espressa su quanto ignoriamo sarà costruita al di fuori di quanto sta già nelle nostre nozioni. Prediamo un altro esempio: una persona nata cieca, a cui si spiega che la vista permette di conoscere la forma di un oggetto senza che lo si tocchi, non potrà impedirsi di immaginare che, comunque, qualche cosa dovrà pur palpare, in una maniera o nell'altra, questo oggetto. Se ritrovasse la vista, solo da quel momento prenderà coscienza di cosa significhi essere cieco. E' interessante sottolineare che se qualcuno visitasse una tribù isolata di ciechi, per parlare ad essi della vista, verrebbe preso per matto!

Ciononostante, possiamo dire che nibbāna è la completa cessazione di taṇha, o dell'avidità; che è l'estinzione del desiderio, dell'odio, dell'illusione. Mentre si sperimenta nibbāna, non esiste nessuna coscienza, né fisica e né mentale, e, da quel momento, ogni impurità (kilesā) viene irrimediabilmente eliminata. Chi ha realizzato il distacco totale è libero da tutte le ansie, dalle difficoltà e dai problema che tormentano gli altri. La sua salute mentale è perfetta. Non si preoccupa né del passato, né dell'avvenire, che non hanno ragion d'essere poiché sono condizionati dai pensieri. Egli vive nell'istante presente... Rende servizio agli altri nella maniera più pura, poiché non pensa minimamente a sé; non ricerca alcun guadagno: è libero da ogni impurità. Una volta il Venerabile Sāriputtarā, uno dei principali discepoli di Buddha, disse a Udāyī: "Oh, amico! nibbāna è la beatitudine!" Udāyī gli chiese allora:"Ma, come può essere, se non vi sono delle sensazioni?" Il Venerabile Sāriputtarā rispose:" Che non vi siano sensazioni, proprio questa è la felicità!"

La quarta Nobile Verità

E' la via che porta alla cessazione di dukkha, che viene pure chiamata la via della giusta moderazione. E si riepiloga in quel che è correntemente chiamato l'ottuplice sentiero, che è l'assieme degli otto fattori necessari per raggiungere il nibbāna. Essa evita i due estremi: la ricerca dei piaceri dei sensi, della ricchezza e del potere, da una parte e l'impoverimento forzato, la mortificazione o l'ascetismo eccessivi dall'altra; che sono dolorosi e senza profitto.

Questo cammino dalle otto condizioni (maggaṅga) si divide anche nelle seguenti parti:

1o passo: la giusta comprensione

Avere una buona comprensione delle quattro nobili verità, delle tre caratteristiche dell'universo, che vengono chiamate: anicca: la natura non permanente delle cose; dukkha: la natura insoddisfacente della realtà ed anatta: la natura priva di esistenza propria delle cose.

2o passo: il giusto pensiero

E' avere la mente libera dalla gelosia, dalla malevolenza e dalla crudeltà.

3o passo: la giusta parola

Astenersi dalle menzogne, dal pettegolezzo, dal linguaggio grossolano e dalle parole futili.

4o passo: la giusta azione

Non uccidere, non rubare, non avere una cattiva condotta sessuale.

5o passo: i giusti mezzi di sussistenza

Guadagnarsi da vivere in maniera degna, restando totalmente onesti ed evitando di esercitare il traffico d'armi, di esseri viventi, o di carne, come anche la vendita di veleni (e droghe), o di bevande inebrianti.

6o passo: il giusto sforzo

Lo sforzo di superare ciò che è sfavorevole; quello di evitare quanto è sfavorevole; lo sforzo di sviluppare ciò che è positivo, e di mantenere quanto è valido.

7o passo: la giusta consapevolezza

La contemplazione del corpo, dei sentimenti, dello spirito e dei fenomeni (vipassanā).

8o passo: la giusta concentrazione

E' il fissare la mente su di un unico oggetto. Gli otto passi si ritrovano tutti uniti in modo naturale, nell'istante in cui si porta la propria attenzione sulla realtà. E' il caso che riguarda la pratica di vipassanā, che è stata insegnata da Buddha, come il solo metodo che permetta di raggiungere l'esperienza del nibbāna.

Perché soffriamo?

Perché soffriamo? Soffriamo perché siamo ignoranti. Quando si raggiunge la verità, l'ignoranza non ha più ragione di esistere. E', dunque, perché non conosciamo la realtà, che noi soffriamo, visto che ci attacchiamo a diversi concetti che non hanno alcuna consistenza. Ci identifichiamo, così, a delle sensazioni, a delle emozioni gradevoli, o sgradevoli, che non fanno altro che apparire e scomparire, e per il valore che noi vogliamo accordare ad esse, si manifestano inutilmente. Vi diamo una tale importanza che finiamo per fabbricarci un'intera realtà artificiale, che non ha una esistenza vera.

Se conosciamo l'insoddisfazione è, anche, perché ci diciamo, senza posa, che le cose dovrebbero manifestarsi in tale, o in tal altro modo. Anche se i fatti non si svolgono mai (o raramente) come desidereremmo, restiamo ancorati al fatto che si sarebbero dovuti esprimere in quel dato modo, invece di accettare in pieno la situazione, approfittando delle ricche informazioni che essa avrebbe potuto veicolare sulla natura della realtà. Quando appare una circostanza imbarazzante, non si può fare nulla per eliminarla, poiché è oramai sorta! La sola cosa che resta da compiere è di osservarla, per conoscerla così com'è; affinché, in futuro, non abbia più alcuna ragione per mostrarsi. Rifiutare una sensazione imbarazzante è il miglior modo di nutrirla.

La comprensione della realtà non è un fatto che nasce di colpo. La comprensione della realtà si sviluppa, progressivamente, sul filo di un assieme di prese di coscienza, ottenute con il portare semplicemente la propria attenzione su di essa. Chi si abitua a restare vigile e concentrato nelle sue attività, svilupperà una capacità d'attenzione sempre più naturale e profonda. L'importante è praticare l'attenzione in modo disteso, senza mai forzare in nessuna direzione.

Ricordiamo che la via che porta al nibbāna è innanzitutto quella della moderazione. Non sta nel meditare molto la fine della sofferenza. Se si passassero dei lunghi anni sul cuscino della meditazione, senza applicare l'attenzione a ciò che viene percepito, si perderebbe il proprio tempo. Poco importa se noi consacriamo poco tempo a prendere consapevolezza; ciò che conta è di farlo bene.

Immaginiamo che due fratelli ereditino, ognuno, un piccolo ristorante. Il primo desidererà allargare la sua nuova impresa, per avere più clientela, per la volontà di ottenerne maggiori benefici. Mentre, il secondo fratello preferirà concentrare i propri sforzi, al fine di elaborare dei buoni piatti per i suoi clienti, senza preoccuparsi dell'affluenza al locale. Il primo fratello, preoccupandosi solo di riempire il suo ristorante sempre di più, perderà molto tempo nel gestire i debiti causati dai lavori di ingrandimento, dall'investimento pubblicitario e dal cucinare sempre più sveltamente. e con più ampia scelta; e ciò, a detrimento della qualità della cucina. Il risultato sarà che la clientela, delusa dal ristorante, finirà rapidamente per farsi sempre più rada.

Mentre, il secondo fratello, curandosi solo delle sue casseruole, darà maggiore soddisfazione al propri clienti, che verranno, ogni volta, più numerosi. A quel punto, egli potrà facilmente ingrandire il suo locale, grazie alla buona reputazione, che si sarà estesa senza sforzo inutile. Lo amplierà perché ci saranno molti clienti, e non nella speranza che essi vengano: il che fa una grande differenza!

La pratica dell'attenzione

La via che conduce al nibbāna consiste nel portare la propria attenzione sulla realtà e nel manifestare la pazienza in ogni situazione. Non ad acquisire qualcosa di nuovo, o di supplementare, poiché tutto è già lì. Piuttosto, si tratta di sopprimere quel che c'è di troppo. E, per sopprimere quel che c'è di troppo, cioè i kilesā (le impurità della mente) - che si manifestano come gelosia, desiderio, paura, collera, orgoglio, ecc.. — basta conoscere la realtà, così com'è; e vedere quel che costituisce ogni istante della nostra vita.

Per esempio, quando una sensazione di paura è conosciuta nella sua natura, per quello che veramente è, quando è così scrutata, essa non potrà più colpirci. Quando una paura, o un'angoscia ci fa soffrire è soltanto perché non sappiamo di cosa è fatta, e perché non la conosciamo. Ecco, cosa è l'ignoranza!

Conosciamo una sensazione soltanto osservandola proprio come ci appare, senza aggiungervi un giudizio, una riflessione, e senza porre la minima domanda: soltanto "nel guardarla" in faccia, con attenzione, per vedere di che si tratta. Se si desidera conoscere il gusto di un frutto, che cosa si fa? Lo si guarda? Lo si taglia? Lo si osserva al microscopio? Gli si fanno delle analisi chimiche? Si leggono dei libri che trattano di esso? Lo si tocca? Se ne inietta il succo nelle vene? O, ancora, ci si tuffa in una piscina, che ne è colma? Per conoscere il gusto di un frutto... lo si assapora e si porta la propria attenzione su questo sapore; è tutto! Accade esattamente la stessa cosa per quanto costituisce la realtà.

Cosa è la realtà?

Una domanda può venire fatta: cosa è la realtà? Risposta: è un assieme di fenomeni mentali e fisici, chiamati nāma e rūpa, che formano le sei coscienze, di cui ognuna corrisponde ad un tipo di percezione. La realtà è, dunque, l'assieme di ciò che viene percepito da queste sei coscienze, che sono:

  • la coscienza visiva
  • la coscienza uditiva
  • la coscienza tattile
  • la coscienza gustativa
  • la coscienza olfattiva
  • la coscienza mentale, che corrisponde a tutte le attività mentali: le riflessioni, i sentimenti, le emozioni, così come tutti i pensieri, anche i più sottili che esistono

Chi si allena a portare regolarmente la propria attenzione sulla realtà finisce, poco a poco, a staccarsi in modo naturale dalla sofferenza e dalle credenze errate, che inquinano la propria vita, come quelle dell'esistenza di un sé, o di una personalità. Per esempio, quando l'attenzione è portata su un dolore, mentre appare, ci si rende conto che non si tratta del PROPRIO dolore, ma semplicemente di UN dolore, che viene osservato.

Questo è il distacco: il non appropriarsi delle sensazioni. Il distacco non consiste nello spogliarsi di ogni possesso: ciò sarebbe l'attaccamento ad una pratica estrema.. Si può benissimo essere distaccati, pur avendo a propria disposizione molto materiale. Il povero derelitto che vive in mezzo alla strada, quanto a lui, non è, malgrado tutto, distaccato. Può benissimo aggrapparsi al poco che gli resta ed essere molto vincolato a delle idee, o a dei principi, come la dignità e la fierezza. Cercare di ottenere in modo rapido un distacco radicale è un errore, è il principio stesso dell'avidità: "più si vuole, meno si riceve!"

Più si lascia la presa e più le cose arrivano. Per chi si accontenta soltanto di portare la propria attenzione sulla realtà, senza fare altro, tutti i risultati appariranno da soli e il distacco sarà la conseguenza automatica.

Vivere nella realtà significa vivere in pace, vivere in pieno ogni sensazione, essere presente a ciascuna di esse in modo da allinearsi con i fenomeni fisici e mentali. Questi fenomeni non fanno che apparire e sparire, gli uni dopo gli altri, un po' come in un film: le immagini non si mostrano mai nello stesso tempo, qualunque sia la velocità di proiezione della pellicola. La pratica perseverante dell'allenamento per vipassanā è la fase finale che porta al nibbāna.

Coloro che seguono questa disciplina intensa per delle settimane, o per dei mesi, sono delle persone che hanno già acquisito un certo grado di distacco. Che si sappia bene una verità: la pratica che porta al nibbāna non è la meditazione spinta all'estremo, né il non fare nulla. Non appartiene ad una religione, ad una cultura, né ad un movimento di pensiero qualunque. Questa pratica si rivolge a tutti gli individui, chiunque essi siano, qualunque età ed opinione abbiano. E' una pratica universale.

Quando un bikkhu dà un insegnamento, non si tratta del suo, ma di quello che Buddha ha detto. D'altronde, quando noi diciamo"l'insegnamento del Buddha", non è che un modo di parlare, poiché lui non ha inventato nulla. Non ha fatto che esporre la realtà, che ha compreso in modo perfetto.

Il Dhamma

Il Dhamma è il cammino che conduce alla Conoscenza, alla giusta comprensione della realtà. Il Dhamma può venire percorso da ognuno, qualunque occupazione abbia, poiché si tratta di un'educazione progressiva. Quando si ha un voluminoso blocco di pietra davanti a sé e ci si accinge a realizzare una scultura non si comincerà ad utilizzare degli utensili fini. Ci si servirà di un bulino e di un martello grosso per levar via dei massicci pezzi di pietra, con lo scopo di dare le forme di base all'opera. Solo in seguito si potrà effettuare il lavoro di raffinamento.

Rispetto alla via che porta al nibbāna, è la stessa cosa: si approccerà il proprio allenamento, tramite diversi metodi, adatti alle proprie condizioni di vita e solo con lo sviluppo di una certa maturità, di una saggezza di base diverrà facile abbordare la fase finale, che è la disciplina intensa per vipassanā.

Se si desidera salire di un piano, arrampicandosi dal muro esterno, sarà impresa difficile ed imprudente; si potrà cadere e farsi molto male. Mentre, chi avrà utilizzato il suo tempo a salire, uno ad uno, i quindici livelli della scala che portano al piano, quando sarà giunto al quattordicesimo gradino si ritroverà facilitato ad superare l'ultimo di essi, che lo separa dalla fine.

Per montare gli scalini del Dhamma, quelli che conducono al nibbāna, Buddha ci insegna i tre elementi che sono LA pratica indispensabile alla definitiva liberazione della sofferenza. Si chiamano, dāna, sīla e bhāvanā.

dāna

E' la pratica del dono, della generosità verso tutti gli esseri, senza eccezione. Ciò che conta nel dono non è quanto si offre, né a chi si dà, ma come lo si fa. E'l'attenzione che suscita, ed anche il fatto di separarsi da qualche cosa, di distaccarsi, non già dall'oggetto in questione, ma dall'idea del possesso. Poiché la cosa importante non è donare molto, ma donare bene, con uno stato spirituale positivo e attento. E' anche molto benefico, per sé e per gli altri, dare il proprio tempo a chi ne ha bisogno.

sīla

E' la pratica della virtù; è intrattenere una giusta condotta e restare chiari ed onesti in ogni situazione. Contentarsi di astenersi di fare del male è già compiere del bene. Il solo fatto di rispettare i cinque precetti è cosa estremamente positiva, poiché ciò necessita di una certa attenzione, come anche di una certa vigilanza verso tutto ciò che ci circonda. I cinque precetti sono:

  1. Rispettare ogni forma di vita
  2. non rubare
  3. non mentire
  4. non adottare una cattiva condotta sessuale
  5. astenersi dal consumare alcool e altre droghe
Consultate anche:

"Gli 8 precetti"

bhāvanā

Si tratta dell'allenamento a sviluppare la concentrazione. Per ciò che riguarda vipassanā è la contemplazione stabile dei fenomeni fisici e mentali.

Consultate anche:

Sezione "vipassanā"

La giusta comprensione

Solo praticando il donare, allenandosi alla giusta condotta e sviluppando l'attenzione è possibile acquisire una profonda comprensione della realtà.

Quel che possiamo chiamare comprensione profonda non ha nulla a che vedere con la comprensione ordinaria, poiché essa non può in alcun modo essere ottenuta da spiegazioni — per quanto dettagliata esse siano — né dalla riflessione intellettuale, né dalla lettura. La comprensione profonda appare automaticamente, e quasi a nostra insaputa, ogni volta che vi è la conoscenza diretta della realtà. Si manifesta ogni volta che lo spirito vede una cosa nella sua vera natura; cioè, che la percepisce, senza apporvi un nome, o una etichetta.

Tuttavia, questo non impedirà alla mente di cogliere l'esperienza, per elaborare ogni sorta di concetti, i quali resteranno, per loro natura, nel campo della comprensione ordinaria; a rappresentare una costruzione di concetti, formati a partire da elementi memorizzati dalla nascita.

Conosciamo bene quanto sia impossibile trasferire la comprensione della realtà al prossimo. Ognuno, da solo, può accedervi, tramite la volontà. La sola cosa che si possa proporre agli altri sono delle informazioni che potranno permettere loro di dirigersi da soli sulla buona strada, quella della giusta comprensione. Quando vogliamo raggiungere la cima di una montagna a noi sconosciuta, non ci arriveremo senza venire accompagnati da una guida, che conosce la montagna. Tuttavia, lui non ci porterà sulle spalle; saremo noi a percorrere tutto il cammino, con l'aiuto delle nostre gambe, sino alla fine.

Una delle ragioni principali della nostra sofferenza è l'attaccamento che portiamo ai concetti. E in modo particolare al fatto che la realtà non si esprime come vogliamo noi e che noi stessi non siamo come vorremmo. Ci sentiamo anche tanto attaccati a quanto il prossimo pensa di noi. La cosa più importante sta nel concentrare i propri sforzi in quel che ci sembra essere buono, benefico e sano, evitando di nuocere a chicchessia. E' inutile preoccuparsi di altro, proprio come dice il proverbio:" Fare il bene e lasciar dire".

Quando ci servono un'insalata, qualunque sia il suo contenuto, il fatto di discutere non trasformerà i grani di mais in formaggio, né sopprimerà le olive nere, e non moltiplicherà la pancetta arrostita. La sola cosa che possiamo modificare in essa e che può recarci un risultato concreto e profittevole è la maniera di mangiarla. E' il fatto di stare presenti in ogni fase mentre la si ingerisce, portando la propria attenzione su tutte le sensazioni di gusto, di odore e di tatto (in rapporto alla composizione ed alla temperatura degli alimenti). Basterà, quindi, osservare tutto ciò, come esso appare alla nostra coscienza, e soprattutto.... senza esprimere delle domande!

Consultate anche:

La via liberatrice


info su questa pagina

Origine: Insegnato dato a Parigi

Autore: Monaco Dhamma Sāmi

Traduttore: Guido Da Todi

Data: 1999

Aggiornamento: 29 settembre 2011