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riassunto della pagina

Esposizione delle 13 pratiche ascetiche (dhutanga):

Loro origini: come, perchè e per chi Buddha le ha stabilite; le ragioni che motivano l'adozione di una, o di diverse tra di esse; le condizioni che il praticante deve rispettare; la procedura di adozione per individui esperti in queste pratiche...

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le 13 pratiche ascetiche

Bol de moine, dans lequel des aliments salés sont mélangés à des aliments sucrés

L'origine

Prima che apparisse Buddha, esistevano delle pratiche destinate ad opprimere il corpo, in vari e numerosi modi. Quelli che le adottavano credevano che avrebbero loro permesso di liberarsi dalle sofferenze, inerenti ad ogni essere vivente. In maniera opposta, altri erano convinti che lo scopo dell'esistenza fosse di approfittarne al massimo e che si doveva concentrare ogni sforzo a soddisfare al meglio i piaceri sensoriali.

Dall'origine dei suoi insegnamenti, Buddha rigettò categoricamente queste due vie, che qualificò come "estreme". IN queste istruzioni, ci spiega che solamente la via moderata, la "via mediana", è in grado di condurre allo sviluppo della saggezza, della giusta conoscenza della realtà. I due sentieri estremi, per quanto li concerne, sviluppano gli attaccamenti e i punti di vista errati, contrariamente alla via moderata, che permette di ridurli e di rafforzare il via retta.

La linea di condotta, stabilita dal Beato per i monaci e le monache (il pātimokkha), per i novizi (i 10 precetti) e per i laici (i 5, o gli 8 percetti) è sufficiente per condurre alla liberazione, benché ci si impegni nel sathipattana. Per coloro che desiderano pervenire molto più rapidamente, o più facilmente al nibbāna, egli ha egualmente insegnato un assieme di pratiche ascetiche non obbligatorie (i 13 dhutaṅga non sono inclusi nel vinaya), che permette di ridurre i propri bisogni allo stretto necessario, preservando, così, chi le adotta dall'orgoglio, dall'avidità, e dall'avversione, che costituiscono i principali veleni sulla via della liberazione (soltanto adottando certi dhutaṅga quotidianamente lo si può comprendere veramente; i risultati sono impressionanti).

I dhutaṅga non sono fatti per gli esseri superiori, nèper quelli inferiori. Risultano benefici per tutti coloro che sono in grado di metterli in pratica. Un dhutaṅga non è una pratica estrema; ma, solo un'azione che permette rapidamente e facilmente di raggiungere la purezza mentale, base indispensabile allo sviluppo dell'attenzione e della concentrazione. Essa riduce delle inutili congestioni, come il cibo in eccesso, il possedere numerosi abiti, l'agitazione delle zone abitate e altri diversi attaccamenti. A condizione di venire praticato in modo giusto, nessun dhutaṅga produce fatica, oppure un'oppressione qualunque del corpo e della mente. Se un dhutaṅga rappresenta una grande difficoltà, oppure uno sforzo per una persona, questa non dovrebbe praticarlo, poiché, per essa, diverrebbe una pratica estrema.

Tutti sono liberi, secondo le proprie capacità ed i propri desideri, di adottare uno, o più dhutaṅga, ognuno dei quali ha tre livelli di restrizione. Lo scopo di questi tirocini è di offrire un aiuto tra i più propizi alla rinuncia.

Così, i 13 dhutaṅga, che significano "rinuncia" (abbandonare [dhuta]; stato mentale [aṅga]) sono un assieme di azioni, destinate a ridurre radicalmente i propri attaccamenti, per giungere al più presto al nibbāna, come un uccello, che attraversi in linea retta un cielo, privo di nuvole.

I 13 dhutaṅga

Esistono 13 pratiche ascetiche: due per le vesti, cinque per il cibo, cinque per il luogo di residenza, ed una per la postura (conosciuta come il dhutaṅga dello sforzo). Per accedere alla definizione dettagliata di un dhutaṅga, basta cliccare sul link corrispondente, nella lista successiva:

  1. paṃsukūla: vesti abbandonate
  2. tecīvarika: tre vesti
  3. piṇḍapāta: colletta, tramite la ciotola
  4. sapadānacārika: colletta senza saltare una sola abitazione
  5. ekāsanika: un solo pasto
  6. pattapiṇḍika: tutto nella ciotola
  7. khalupacchābhattika: non accettare più del cibo, una volta finito il pasto
  8. āraññika: abitare nella foresta
  9. rukkhamūla: abitare sotto un albero
  10. abbhokāsika: abitare sulla terra nuda, senza un riparo
  11. susānika: abitare negli ossari
  12. yathāsantatika: dormira al posto che è stato attribuito
  13. nesajjika: rinunciare alla postura sdraiata

I cinque tipi di motivazione

Nella pratica dei dhutaṅga entrano in gioco molteplici tipi di motivazioni. Certuni possono adottarne una con cattiva intenzione, come quella che ha lo scopo di attrarre verso di loro della venerazione; altri, invece, la adottano con intenzione pura , per guarirsi da dei kilesa, con lo stesso atteggiamento mentale, tramite il quale si assume un medicamento. Ecco, qui di seguito, i cinque motivi che distinguono coloro che praticano uno, o più dhutaṅga:

  1. Senza saperne nulla, e senza neppure conoscerne i vantaggi; avendo solo sentito dire che i praticanti dei dhutaṅga godono di buona reputazione, e per potere dire: "io pratico i dhutaṅga", ecc.
  2. Per ottenere dei benefici, e nutrire la propria avidità; ossia, per ricevere molti doni, per essere ben visto dagli altri, per ottenere una grande venerazione, per attirare dei discepoli a sé, ecc.
  3. Per follia pura, senza possederne nessuna cognizione, senza ricercare alcunché.
  4. Perché Buddha e gli ariyā fanno l'elogio di queste pratiche.
  5. Per averne dei sani risultati, come: la capacità di accontentarsi di pochissime cose, la debolezza della propria avidità, la facilità di ottenere le proprie necessità esistenziali, la tranquillità, il distacco, ecc..

Buddha disapprovava le prime tre motivazioni, trovandosi d'accordo solo sulle due ultime. Un individuo non dovrebbe, perciò, adottare la quarta, o la quinta di questi cinque tipi di motivazioni. Tuttavia, un dhutaṅga è nettamente più profittevole, se viene praticato per la quinta causa, più che per la quarta.

I cinque fattori che debbono venire contemplati da chi pratica dei dhutaṅga

Un praticante dei dhutaṅga, che si trova in grado di eseguire questi tirocini (è in buona salute, ecc..), ed è onesto, avendo come scopo finale il nibbāna, diviene degno di essere venerato dai brahmā, dai deva e dagli uomini.

Ecco i cinque fattori che deve seguire tutti coloro che osservano dei dhutaṅga:

  1. Non essere avido.
  2. Sapersi contentare di poco.
  3. Volere seriamente sbarazzarsi dei kilesa.
  4. Rimanere in un luogo tranquillo.
  5. Non desiderare esistenze supplementari, in un qualunque mondo e condizione (in altre parole, desiderare il parinibbāna).

La due prime voci sono contro l'avidità. Contribuiscono all'eliminazione dei desideri sensoriali. Il desiderio, che è l'oggetto dell'ultima di queste voci, può essere ottenuto dalla saggezza.

Con alobha si eliminano le azioni che tendono allo sviluppo dei desideri sensoriali (kāmasukhallikā nuyoga), e con amoha si spengono tutte quelle che mirano ad opprimere il corpo (attakilamathā nuyoga).

Buddha si felicita con coloro che adottano i dhutaṅga, possedendo i cinque fattori appena citati.

Secondo un altro commentario, le qualità necessari alla pratica dei dhutaṅga sono:

  1. saddhā, la fede, la fiducia.
  2. hirimā, avere paura, oppure vergogna delle cattive azioni.
  3. dhitimā, essere calmo, posato e concentrato nei propri atti.
  4. akuha, disinteressarsi della notorietà, della fama, della considerazione da parte altrui.
  5. atthavasī, avere come unico scopo la realizzazione del Dhamma.
  6. alobha, la franchezza.
  7. sikkhākāma, essere naturalmente e costantemente virtuoso
  8. hasamādāna, il non rompere le proprie pratiche.
  9. anujjhānabahula, non criticare il prossimo, anche se è colpevole.
  10. mettāvihārī, trovarsi sempre colmo di benevolenza.

Un serio praticante di dhutaṅga deve sempre ritrovarsi convenientemente stabile in questi dieci fattori. Colui che può dirlo è in grado di pervenire al nibbāna.

Gli elementi da evitare:

  1. pāpiccha, desiderare delle cose nocive
  2. icchāpakata, opprimere la mente con desideri
  3. kuhaka, cercare la considerazione altrui
  4. luddha, la brahmā, la cupidigia
  5. odarika, occuparsi innaturalmente della propria alimentazione.
  6. lābhakāma, occuparsi di molteplici affari.
  7. yasakāma, volere molti discepoli; volere la venerazione di tante persone.
  8. kittikāma, desiderare la notorietà, una grande fama.

Se un bhikkhu pratica i dhutaṅga, coinvolto in uno, o in diversi di questi otto punti, sarà certamente oggetto di critiche e di disprezzo da parte del prossimo. Rischia anche di avere degli handicap durante la sua vita successiva. Come la bruttezza, una malformazione, un membro sezionato; o, addirittura, gli inferi. Ecco la ragione per cui dobbiamo sforzarci zdi sviluppare i fattori necessari e di evitare quelli che sono nocivi.

La procedura per adottare dei dhutaṅga

Per adottare i dhutaṅga che si desidera praticare, l'ideale è di farlo alla presenza di Buddha.

Se Buddha è lontano, o non lo si può raggiungere, è bene iniziare i dhutaṅga con un aggasāvaka (appellativo dato ai due più nobili discepoli di un Buddha).

Se gli aggasāvaka sono lontani, o non li si può raggiungere, si può procedere accanto ad un mahāsāvaka (denominazione data agli 80 più nobili discepoli di un buddha).

Se i mahāsāvaka sono distanti, o non sono più accostabili, si inizi ai piedi di un arahant.

Se non si ha quest'ultima possibilità, si agisca accanto ad un anāgāmi.

Se si è privi di tale occasione, lo si faccia presso un sakadāgāmi.

E se manca anche un sakadāgām, si può agire accanto ad un sotāpana.

Se anche ciò non è possibile con qualcuno che conosca alla perfezione le tre parti del tipiṭaka, si agisca all'ombra di chi sappia perfettamente una delle tre parti del tipiṭaka.

Mancando quest'ultimissima possibilità, si intraprenda la disciplina con qualcuno versato sui aṭṭhakathā (i commentari).

Mancando quest'ultima occasione, si inizi con chi pratichi già i dhutaṅga.

Se non si trova proprio nessuno, ci si può esercitare davanti ad un cetiya.

E preferibile adottare uno, o più dhutaṅga con un individuo dal sīla puro. Questo fatto esorta a prendersi cura dei propri dhutaṅga, evitando di disperderli. Tuttavia, se si desidera adottare dei dhutaṅga, senza che nessuno lo venga a sapere, possibile fare tutto da soli. Alcuni monaci, d'altronde, giungono alla determinazione di non fare trapelare nulla della loro pratica, garantendosi così la certezza di non eseguirla, in ragione di una motivazione nociva.

Una volta, un bhikkhu praticava da quarant'anni, senza che nessuno lo fosse mai venuto a sapere, il dhutaṅga che consiste nel mangiare una sola volta al giorno (ekāsanika). Un giorno, qualcuno lo vide terminare il suo pasto, alzarsi e andarsi a sedere in un altro posto. Allora, costui gli propose una fetta di torta. Poiché il veneranìbile rifiutava gentilmente, il donatore ne indovinò la ragione, esclamando: "Voi praticate il dhutaṅga ekāsanika!"Al fine di non mentire e di non svelare la sua pratica, il bhikkhu preferì interromperla, accettando e mangiando questa pezzo di dolce. Appena, poi, lo ebbe ingerito, adottò nuovamente il dhutaṅga.

I dhutaṅga praticabili, secondo statuto

Solo un bhikkhu può seguire tutti e 13 i dhutaṅga. Le bhikkhunī possono farne 8, le sāmaṇera 12, i sāmaṇerī 7 ed i laici 2, visto che lo statuto e la disciplina che li riguardano, non permettono di accedere ai restanti.

I bhikkhu

Un bhikkhu può scegliere non importa quale dei 13 dhutaṅga. Se lo desidera, un bhikkhu praticherà i 13 dhutaṅga, alla volta. Perché ciò sia possibile, sarà meglio che egli abiti in un ossario, che possiede, contemporaneamente, le caratteristiche di una zona forestale — lontana da quelle abitate — e quelle di un luogo sprovvisto di ripari e di vegetazione. Di conseguenza, potrà dimorare nella foresta, durante il primo terzo della notte; in uno spiazzo privo di riparo e di vegetazione, durante il secondo terzo della notte; ed in un ossario, mancante delle caratteristiche proprie di una foresta e senza rifugi, per l'ultimo te4rzo della notte.

Ci si può chiedere come sia possibile praticare contemporaneamente il dhutaṅga, che consiste nel dimorare sotto un albero (rukkhamūla) e quello che impone di abitare in un luogo sprovvisto di rifugio e di vegetazione (abbhokāsika). Benchè, se si traduce l'espressione "abitare sotto un albero", il concetto di dhutaṅga rukkhamūla non è tanto di adottare un albero, quanto piuttosto, di rinunciare al conforto — suscettibile di indurre la pigrizia- di ogni situazione che richieda l' abitare in uno stabile. Così, il dhutaṅga abbhokāsika include il dhutaṅga rukkhamūla. Allo stesso modo, il dhutaṅga che consiste nel rinunciare ad abitare in una costruzione (rukkhamūla) e quello per cui si evitano le località con vegetazione e ripari (abbhokāsika) non impediscono la disciplina di abitare "in foresta" (āraññika), poiché quest'ultima non obbliga ad adottare un monastero situato nella piena vegetazione. La sua logica è, di fatto, l'allontanamento dalle zone abitate, ed il dimorare in un luogo isolato, recluso. Per contro, è possibile seguire il dhutaṅga abbhokāsika, oppure il dhutaṅga rukkhamūla, senza osservare il dhutaṅga āraññika, per esempio, abitando sotto un albero, situato in zone abitate.

Le bhikkhunī

Gli 8 dhutaṅga che le bhikkhunī possono praticare sono: paṃsukūla, tecīvarika, piṇḍapāta, sapadānacāri, ekāsanika, pattapiṇḍika, yathāsantatika et nesajjika.

Il dhutaṅga khalupacchābhattika risulta obsoleto per le bhikkhunī, perché il vinaya che le riguarda proibisce di rifiutare del cibo che viene loro servito, anche dopo avere cominciato a mangiare (secondo il pavārito, vedere il pācittiya 35). Esse non possono praticare il dhutaṅga āraññika, perché il vinaya che seguono proibisce loro di abitare in un luogo isolato, senza rimanere prossime ad un monastero di bhikkhu (secondo la regola ohīyana [autorizzazione di abitare in foresta, unicamente in prossimità di bhikkhu — per le bhikkhunī). Per quanto riguarda i hutaṅga rukkhamūla, abbhokāsika e susānika, Buddha non le autorizza a seguirli, poiché, essendo donne, tali pratiche sono troppo difficili e troppo pericolose. In più, una bihkkhuni non può recarsi da sola all'esterno. Ammettendo, poi, che venga permesso ad una bhikkhunī di restare unica, in un luogo isolato da un monastero di bhikkhu, ed accompagnata da un'altra bhikkhunī, le sarebbe difficile trovare una bhikkhunī che sia d'accordo nel praticare lo stesso dhutaṅga con lei, senza parlare del fatto che l'intero interesse dei dhutaṅga è di rimanersene soli.

I sāmaṇera

I sāmaṇera possono praticare 12 dhutaṅga; tutti, ad eccezione della pratica che consiste a l imitarsi nel possesso di tre vesti (tecīvarika), poiché, al contrario dei bhikkhu e delle bhikkhunī, non dispongono di una veste doppia. Beninteso, nulla proibisce da un sāmaṇera ad abituarsi nel non adoperare che un numero limitato di vesti, scialli, o coperte. Tuttavia, questo non sarà un dhutaṅga tecīvarika.

I sikkhamāna ed i sāmaṇerī

I 7 dhutaṅga che le sikkhamāna ed i sāmaṇerī possono praticare sono: paṃsukūla, piṇḍapāta, sapadānacāri, ekāsanika, pattapiṇḍika, yathāsantatika e nesajjika.

Esse non possono eseguire i dhutaṅga khalupacchābhattika, āraññika, rukkhamūla, abbhokāsika e susānika per le medesime ragioni dei bhikkhunī ed i dhutaṅga tecīvarika per quelle dei sāmaṇera.

I Laici

I 2 dhutaṅga che i laici — tra cui le suore — possono seguire sono: ekāsanika (un solo pasto al giorno) e pattapiṇḍika (un solo pasto al giorno, assunto in un singolo recipiente). Tuttavia, un laico, dotato di una forte disposizione alla pratica della rinuncia, della purezza mentale e di una grande fede nel Dhamma, può, come i bhikkhu, adottare, in più, due dei dhutaṅga precitati: i dhutaṅga khalupacchābhattika, āraññika, rukkhamūla, abbhokāsika, susānika, yathāsantatika e nesajjika; fatto che porta ad un totale di 9 dhutaṅga.

Cionondimeno, i laici non possono seguire i quattro primi dhutaṅga, poiché non indossano la veste monastica e non ottengono il cibo quotidiano con l'aiuto di una ciotola.

Gli ariyā ed i dhutaṅga

Gli ariyā sono individui che hanno obbligatoriamente praticato i dhutaṅga; in questa, oppure in una precedente esistenza. Per possedere le pāramī sufficientemente mature per la realizzazione del Dhamma, il tirocinio dei dhutaṅga è, dunque, inevitabile. Per tale ragione, possiamo affermare che "la pratica dei dhutaṅga èla via degli ariyā". I dhutaṅga costituiscono anche una disciplina particolarmente propizia alla realizzazione del nibbāna, dato che essi offrono le migliori condizioni per la formazione degli 8 maggaṅga — la base del satipaṭṭhāna (la via che conduce al nibbāna) — da una parte, e per il distacco da tutti gli ostacoli a questa formazione, dall'altra.

Vi sono numerosi bhikkhu, celebri per la loro pratica dei dhutaṅga. Tra gli altri, ai tempi del Buddha, era particolarmente conosciuto per i dhutaṅga āraññika e paṃsukūla: il Venerabile Mahā Kassapa (dì altronde, riconosciuto da Buddha, come il migliore praticante dei 13 dhutaṅga del suo sāsana); erano particolarmente noti, per il dhutaṅga āraññika: Il Venerabile Revata (nella foresta di Khariravaniya), il Venerabile Tissa ed il Venerabile Nāgita; era precipuamente conosciuto per i dhutaṅga legati all'ottenimento ed alla conumazione del cibo: il Venerabile Mitta; erano noti per il dhutaṅga nesajjika: il Venerabile Sariputta, il Venerabile Mahā Moggalāna, le Venerabile Cakkhupāla, ecc.

Questi arahant — come tutti gli arahant che praticano i dhutaṅga — non hanno sopportato le difficoltà di queste pratiche per il loro propriop beneficio, poiché non avevano nulla da ottenere per se stessi (un arahant, per sua natura, non ha più alcuna ambizione, né motivazione). Hanno praticato i dhutaṅga allo scopo di servire favorevolmente da esempio, di incitare a questa nobile pratica gli altri bhikkhu, che li vedevano, oppure sentivano parlare di essi.

Tutti i buddha hanno egualmente osservato i dhutaṅga in maniera rimarchevole, in uno, o diversi momenti della loro ultima vita. Così, le persone sagge, imitando Buddha, applicano uno, o più dhutaṅga.


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Origine: Opera in birmano

Autore: Monaco Devinda

Traduttore: Guido Da Todi

Data: Gennaio 2004

Aggiornamento: 29 settembre 2011