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riassunto della pagina

Informazioni sulle procedure da seguire per divenire monaco:

Condizioni, procedure di integrazione in seno alla comunità, e procedure di abdicazione.

come diventare un monaco buddista?

Il cammino

Per divenire bhikkhu basta volerlo! E' la prima delle condizioni. Una volta munito di una ciotola, di tre semplici vesti e di una cintura, il futuro bhikkhu prende i dieci precetti di sāmaṇera (se non lo ha già fatto), poiché solamente un sāmaṇera può venire incorporato dal saṃgha. Una volta superato questo livello. può cominciare la procedura di integrazione nel saṃgha.

I dieci precetti

I 10 precetti
In pali In italiano
1 «pānātipātā veramaṇi sikkhāpadaṃ samādhiyāmi.» «Mi asterrò di nuocere alla vita altrui.»
2 «adinnādānā veramaṇi sikkhāpadaṃ samādhiyāmi.» «Mi asterrò dal volere la proprietà altrui.»
3 «abrahmacariyā veramaṇi sikkhāpadaṃ samādhiyāmi.» «Mi asterrò da pratiche sessuali.»
4 «musāvādā veramaṇi sikkhāpadaṃ samādhiyāmi.» «Mi asterrò dal mentire.»
5 «surāmeraya majjapamādaṭṭhānā veramaṇi sikkhāpadaṃ samādhiyāmi.» «Mi asterrò dall'assumere alcool, o qualunque altro intossicante.»
6 «vikālabhojanā veramaṇi sikkhāpadaṃ samādhiyāmi.» «Mi asterrò dal mangiare tra mezzogiorno (solare) e l'alba.»
7 «nacca gīta vādita visukadassanā veramaṇi sikkhāpadaṃ samādhiyāmi.» «Mi asterrò dalla danza, dal canto, dall'ascoltare musica e dall'assistere a degli spettacoli.»
8 «mālā gandha vilepana dhārana mandana vibhūsanaṭṭhānā veramaṇi sikkhāpadaṃ samādhiyāmi.» «Mi asterrò dall'utilizzare dei profumi, dei cosmetici, degli ornamenti (e tutto ciò che attiene alla seduzione).»
9 «uccāsayana mahāsayana veramaṇi sikkhāpadaṃ samādhiyāmi.» «Mi asterrò dal pormi in collocazioni più alte di quelle in cui si trovino esseri nobili (bhikkhu, bhikkhunī, o sāmaṇera più anziani di me), oppure in posti riservati a questi ultimi.»
10 «jātarūpa rājata paṭiggahanā veramaṇi sikkhāpadaṃ samādhiyāmi.» «Mi asterrò dall'accettare, o dall'usare oro, o argento (metallo e moneta).»

Nel momento in cui entra nel saṃgha, il nuovo bhikkhu non deve possedere nulla, poiché tutto ciò che avrà gli dovrà essere offerto. Di conseguenza, appena prima di indossare la veste, dovrà abbandonare tutto ciò che possiede (salvo le cose necessarie alla sua salute, come gli occhiali, le medicine, o lo spazzolino da denti). Se usufruisce di oggetti che gli sono necessari, come dei sandali, dei libri, una sveglia, deve darli a qualcuno che potrà tornare ad offrirglieli, una volta bhikkhu. Avrà la possibilità di spiegare la situazione a tale persona, ma non dovrà domandargli di tornare a dargli tali oggetti, poiché un bhikkhu non può accettare qualsivoglia cosa abbia domandato per se stesso (salvo che non fosse malato), anche se era laico al momento di quella richiesta. Beninteso, viene tollerato che i bhikkhu temporanei conservino quanto posseggono; ma, queste proprietà dovranno essere accantonate, o affidate a qualcuno per l'intera durata della loro esperienza monastica.

La procedura di integrazione

La procedura di integrazione nel saṃgha consiste essenzialmente in qualche domanda. Esige la presenza di minimo dieci bhikkhu dal sīla puro (cinque bastano se si svolge al di fuori della regione del Majjhima), dei quali uno deve avere almeno dieci anni di anzianità. Il bhikkhu ed il sāmaṇera (futuro bhikkhu) prendono posto nel sīmā, che dovrà essere pulito. Il preambolo della procedura e le tre sezioni della kammavācā devono venire pronunciati in maniera chiara, rispettando scrupolosamente la pronuncia.

Vi sono dei bhikkhu che potrebbero entrare a far parte del saṃgha unicamente per beneficiare delle cure date dai medici, che assistono gratuitamente i bhikkhu. Altri, per sfuggire illecitamente dagli obblighi laici. Agli inizi della procedura, per evitare tali generi di problemi, vengono poste quindici domande al postulante, alle quali dovrà rispondere in modo soddisfacente per venire accettato.

Le 15 domande poste a colui che desidera entrare nel saṃgha
Domande: Risposte:
Avete la lebbra? No, Venerabile
Avete dei foruncoli? No, Venerabile
Avete degli eczemi? No, Venerabile
Avete la tubercolosi? No, Venerabile
Avete l'epilessia? No, Venerabile
Siete un essere umano? Sì, Venerabile
Siete un uomo? Sì, Venerabile
Siete un uomo libero? Sì, Venerabile
Siete privo di debiti? Sì, Venerabile
Siete esente da incombenze statali? Sì, Venerabile
Avete il permesso dei vostri genitori? Sì, Venerabile
Avete almeno 20 anni? Sì, Venerabile
Avete la vostra ciotola e la tua veste? Sì, Venerabile
Qual è il vostro nome? Il mio nome è Naga
Qual è il nome del vostro precettore? Il mio precettore è il Venerabile Tissa

Nota: Durante la procedura, il postulante ed il precettore prendono, per il momento, il nome (rispettivamente) di Naga e Tissa.

Se il postulante è in grado di rispondere come è, qui sopra, indicato, è adatto ad entrare nel saṃgha. Non è una cosa complicata. Dopo di ciò, la procedura di integrazione può continuare; il precettore darà le indicazioni essenziali al nuovo bhikkhu, tra cui i quattro errori che determinano la perdita dello stato di bhikkhu. Vedere "I 4 pārājika".

La durata dell'esperienza monacale

L'esperienza della vita monacale può essere vissuta sotto due forme: provvisoria, o definitiva. In tutti i casi, il bhikkhu può "rendere la veste" e riprenderla non importa quando. Tale scelta resta perfettamente libera e può venire fatta tutte le volte se ne presenti la necessità.

Vedere anche: come sospendere l'ufficio sacerdotale?

Il bhikkhu "temporaneo"

Egli prende la veste per qualche giorno, qualche settimana, o qualche mese, onde consacrare uno, o più periodi della propria vita alla pratica della realtà monastica. E' ancora occupato nelle attività diverse alle quali non si sente pronto a rinunciare. Tuttavia, ne sa sufficientemente prendere le distanze, per condurre un periodo di distacco. Se constata che una tale esperienza è profittevole per lui, potrà, eventualmente, considerare di prolungarla, sino alla fine della sua esistenza.

Il bhikkhu "definitivo"

E'colui che rinuncia; rinuncia al mondo ed a tutti i suoi piaceri. Di conseguenza, si disciplina con vigilanza e perseveranza ad osservare la realtà, a restare attento. Si allena, senza rilassarsi, a seguire la giusta via, quella che porta all'estinzione definitiva di ogni sofferenza; cerca, senza posa, di migliorarsi, di tenere un comportamento nobile di fronte ad ogni situazione, di aiutare gli altri nel Dhamma nella maniera più positiva, e la sua condotta è ineccepibile; così, rappresenta degnamente il saṃgha, che è il veicolo della parola del Buddha.

Come sospendere l'ufficio sacerdotale?

Per non essere più obbligato nelle regole di condotta vinaya, il bhikkhu che desidera abdicare, per tornare alla via laica, deve dichiararlo oralmente. Se, dopo di ciò, agisce come un pārājika, dato che non è più bhikkhu, non commette — per definizione — un pārājika. Un bhikkhu che ha invece commesso un pārājika, perde, di conseguenza, il suo stato di bhikkhu. Dunque, la questione di spogliarsi dell'abito non si pone più per lui. Affinché un'abdicazione sia valida, sei fattori debbono, imperativamente, trovarsi riuniti:

  1. il bhikkhu desidera realmente abdicare;
  2. le parole della dichiarazione sono giuste;
  3. la dichiarazione viene pronunciata nel momento in cui si abdica;
  4. la dichiarazione viene pronunciata oralmente e distintamente (con l'aiuto di gesta, o di scritti, essa non può venire riconosciuta, salvo che il bhikkhu non sia muto);
  5. la persona a cui la dichiarazione viene rivolta è un essere umano;
  6. la persona a cui la dichiarazione è rivolta è in grado di comprenderla.

Vi sono numerose maniere per abdicare dal saṃgha. Eccone qualche esempio: rigetto il Dhamma; rigetto la disciplina dei bhikkhu; non voglio più del pātimokkha; non voglio più un precettore; non voglio più dei bhikkhu con cui vivere; prendete nota che ridivento laico; prendete nota che divengo kappiya; desidero divenire sāmaṇera; desidero divenire discepolo di un'altra scuola; l'insegnamento di Buddha non mi reca alcun beneficio, me ne sono stancato; non ho più bisogno del Dhamma, me ne libero.

Per spogliarsi della veste sacerdotale conviene pronunciare una dichiarazione implicita del proprio desiderio di abdicare dal saṃgha, sia in pali, che in un'altra lingua. In tutti i casi, la persona a cui la dichiarazione è fatta deve comprendere la lingua utilizzata e il senso della stessa dichiarazione. Quest'ultima può eseguirsi solo al momento di lasciare le proprie vesti. Se viene annunciata prima, o dopo questo istante, essa non è valida. Essa può venire diretta sia ad un uomo, che ad una donna; ma, in nessun caso, ad una divinità, ad un animale, ad un albero, o ad una statua. Chi la ascolta deve comprenderne il significato, al momento. Se lo capisce più tardi (sia dopo riflessione, sia dopo che qualcuno glielo abbia spiegato), l'abdicazione non è valida.

Per questa ragione è necessario dichiarare che si lascia il saṃgha a chi comprende il vinaya. Altrimenti, è indispensabile dare le giuste spiegazioni, prima di compiere tale notificazione.

I bhikkhu temporanei debbono stare molto attenti a spogliarsi della veste in modo corretto. Altimenti, potrebbero commettere un pārājika senza saperlo — nell'indossare gli abiti laici — mentre si erano impegnati a non commetterne, durante la loro vita monacale. Così, essi rischierebbero di entrare di nuovo nel saṃgha, essendo, essendo pārājika. E'cosa estremamente negativa indossare la veste, mentre si è pārājika, anche se non lo si sa; come sarebbe pericoloso mescolarsi alla folla, quando si portatori di una malattia contagiosa, che se ne sia consapevoli, oppure no. Un bhikkhu pārājika, non essendo altro che un laico, con il cranio rasato, che porta una veste, farebbe commettere un numero incalcolabile di errori ai bhikkhu che vivono con lui.


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Origine: Testo scritto per il sito

Autore: Monaco Dhamma Sāmi

Traduttore: Guido Da Todi

Data: 2001

Aggiornamento: 29 settembre 2011