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le 13 saṃghādisesa

saṃghādisesa 1 (sukkavissaṭṭhi)

L'origine

Quando Buddha dimorava nel monastero di Jetavana, nel regno di Sāvatthi, un venerabile, di nome Seyyasaka, era insoddisfatto ed infelice della propria esistenza, nella comunità. Mostrava una magrezza estrema ed era molto debole. Quando il suo precettore, il Venerabile Udāyī, venne a conoscenza dei suoi disturbi, gli dette qualche consiglio circa il suo modo di vivere per rendere più felice la sua esistenza monastica: " Mangiate come vi piace. Dormite come vi piace. Lavatevi come vi piace. Quando sentite delle pulsioni sessuali, masturbatevi, fino ad avere una buona eiaculazione."

Seguendo i suggerimenti del Venerabile Udāyī, il Venerabile Seyyasaka si mise a mangiare senza ritegno le migliori vivande che potesse farsi offrire e a dormire per tutto il tempo che desiderava. Quando, poi, il suo spirito diveniva lubrico, carezzava il suo sesso, sino alla fuoriuscita dello sperma.

Il Venerabile Seyyasaka divenne, quindi, contento, con il corpo ben messo in carne e dall'apparenza radiosa. Quando gli altri bhikkhu appresero le ragioni di questa trasformazione, lo rimproverarono aspramente e andarono ad esporre tutti i fatti a Buddha. Il Quale, chiamando il Venerabile Seyyasaka con l'aggettivo di moghapurisa (buono a nulla), lo criticò con severità e stabilì il saṃghādisesa 1.

saṃghādisesa 1 in pāḷi

"sañcetanikā sukkavissaṭṭhi aññatra supinantā saṃghādiseso."

Definizione

Non emettere volontariamente dello sperma. Se un bhikkhu si masturba, o si fa masturbare, sino ad emettere dello sperma, ciò provocherà una riunione del saṃgha.

Un bhikkhu non deve volontariamente carezzare il suo sesso con la mano, né con un utensile qualsiasi, né muoverlo in aria. Se, facendo così, dello sperma, quand'anche nella quantità che una mosca è capace di bere, si sposta dal suo luogo originario, nei testicoli, questo bhikkhu commette il saṃghādisesa 1.

Eccezioni

  • Se, dormendo, dello sperma fuoriesce, durante un sogno, non viene commesso alcun errore;
  • Se dello sperma fuoriesce, senza alcuna intenzione, defecando, non viene commesso alcun errore;
  • Se dello sperma fuoriesce, mentre si lava, o si cura il proprio sesso (a seguito di un'infiammazione, una lesione, una puntura, ecc.), e ciò accade senza desiderio, non viene commesso alcun errore.

Se, al momento di coricarsi, in previsione di un'eiaculazione, un bhikkhu preme il suo sesso tra le cosce, o lo serra fortemente nel pugno e, durante il sonno, fuoriesce dello sperma, egli commette il saṃghādisesa 1.

Se dello sperma erompe naturalmente, senza che il bhikkhu abbia fatto nulla in proposito — anche se il fatto gli dà piacere — egli non commette errore. Tuttavia, se, durante questa eiaculazione, coglie l'opportunità per fare uscire lo sperma con una mano, egli compie il saṃghādisesa 1.

Se, osservando con insistenza il corpo di una donna, un bhikkhu ha un'eiaculazione, a causa di un piacere veemente, egli non commette il saṃghādisesa.

Nota: Questa regola, corrisponde, in parte, al terzo dei dieci precetti.

Vedere anche: I thullaccaya relativi ai saṃghādisesa

saṃghādisesa 2 (kāyasaṃsaggasi)

L'origine

Quando Buddha dimorava nel monastero di Jetavana, nel regno di Sāvatthi, il Venerabile Udāyī abitava un vihāra nella foresta. Questo vihāra nella foresta era splendido. Al centro c'era una camera e, ad ognuna delle quattro mura,una veranda, in modo da potere fare il giro dell'intera dimora. Delle sedie e dei letti, con guanciali e cuscini, stavano sistemati in modo accurato ed elegante. Una volta che l'acqua per bere e quella per lavarsi i piedi era attiva e la pulizia dell'alloggio effettuata, il vihāra era di un' attrazione magnifica. E numerosi, quelli che venivano ad ammirarlo. Un giorno una coppia di bramani giunse per visitarlo. Durante il giro nel vihāra, il Venerabile Udāyī stava davanti, il bramano al centro e sua moglie seguiva i due. A quel punto, chiudendo le finestre e aprendone delle altre, il Venerabile Udāyī si scansò dal gruppo, per mettersi, poi, dietro a tutti. Ed abbordò la donna del bramano, carezzandole le zone erogene.

Alla fine della visita, prima di andarsene, il bramano volle felicitarsi con il Venerabile Udāyī per il suo prestigio. Vedendo, allora, il bramano mostrare una così alta stima per il Venerabile Udāyī, ed inquieta all'idea che potesse divenire bhikkhu, la donna gli raccontò: " Il Venerabile Udāyī mi ha carezzata come se fossi sua moglie." Il bramano, allora, criticò i bhikkhu in generale, affermando che non era cosa conveniente che le donne si recassero nei loro monasteri. Appena Buddha seppe cosa era avvenuto, rimproverando severamente il Venerabile Udāyī, stabilì la saṃghādisesa 2.

saṃghādisesa 2 in pāḷi

"yo pana bhikkhu otiṇṇo vipāriṇatena cittena mātugāmena saddhiṃ kāyasaṃ saggaṃ samāpajjeyya hatthaggāhaṃ vā veṇiggāhaṃ vā aññatarassa vā aññatarassa vā aṅgassa paramasanaṃ saṃghādiseso."

Definizione

Non toccare una donna. Se, con un desiderio lubrico, un bhikkhu tocca una donna — sia pure nata nello stesso giorno — o il capello di una donna (non tagliato), ciò porta come conseguenza una riunione del saṃgha.

Toccando una abito, o un gioiello indossato da una donna, un bhikkhu commette un errore, ma non un saṃghādisesa (a condizione che la donna non venga sfiorata con questo vestito, o con questo gioiello). E, così, anche, toccando una donna della sua famiglia, come la madre, o una sorella, ma con uno stato spirituale rispettabile, egli commette un errore, ma non un saṃghādisesa.

Rasentando incidentalmente una donna, non esiste un errore. Tuttavia, se una donna tocca un bhikkhu, quest'ultimo non deve lasciarla fare, poiché, se prende piacere al fatto, sia pure per un breve istante, egli commette immediatamente un saṃghādisesa 2.

Toccando una donna con l'aiuto di un oggetto, un bhikkhu commette un thullaccaya.

Nota: Questa regola corrisponde in parte al terzo dei dieci precetti.

Vedere anche: I thullaccaya relativi ai saṃghādisesa

saṃghādisesa 3 (duṭṭhullavācā)

L'origine

Quando Buddha dimorava nel monastero di Jetavana, nel regno di Sāvatthi, il Venerabile Udāyī occupava un fastoso vihāra della foresta. Per la maggior parte del tempo, delle ragazze venivano a visitare questo vihāra. Dopo avere mostrato il suo alloggio a queste femmine, il Venerabile Udāyī distribuiva dei complimenti a quelle che possedevano delle belle forme e dei bei fianchi, mentre criticava negativamente quelle che non erano belle. Si rivolgeva ad esse, senza chiamarle per nome, e con fare ineducato: " Ehi, tu! Filami, questo!" — reclamava." Poi, tu... quand' è che tua madre verrà a venerarmi? Quando mi venererà, io ti salterò!" — diceva con un tono frustrato. E domandava a loro se sapevano in quale modo un uomo ed una donna copulassero, mentre descriveva la maniera per farlo.

Nell'ascoltare queste parole pesanti di grossolanità e di lubricità, le donne senza pudore ridevano, ed approvavano. Mentre, quelle dignitose e morali se ne andarono, recandosi a narrare quanto succedeva ad altri bhikkhu, e dicendo ad essi: " I nostri mariti non apprezzeranno affatto queste cattive parole." I bhikkhu andarono a rimproverare il Venerabile Udāyī e lo condussero da Buddha, per comunicargli il problema; in seguito al quale venne stabilito il saṃghādisesa 3.

saṃghādisesa 3 in pāḷi

"yo pana bhikkhu otiṇṇo vipariṇatena cittena mātugāmaṃ duṭṭhullāhi vācāhi obhāseyya yatha taṃ yuvā yuvatiṃ methunupasaṃhitāhi, saṃghādiseso."

Definizione

Non avanzare delle proposte grossolane ad una donna. Se, con spirito lubrico, un bhikkhu fa delle proposte grossolane, concernenti la copulazione, o la sodomia, ciò porta come conseguenza una riunione del saṃgha.

Vedere anche: I thullaccaya relativi ai saṃghādisesa

saṃghādisesa 4 (attakāmapārisariya)

L'origine

Quando Buddha dimorava nel monastero di Jetavana, nel regno di Sāvatthi, stabilì questa regola, a causa del Venerabile Udāyī. Nel regno di Sāvatthi viveva una vedova, che era una donna splendida. Recandosi da essa, il Venerabile Udāyī si sedette in un posto adeguato.

Una volta che il Venerabile Udāyī si fu accomodato, la vedova si prosternò rispettosamente verso di lui e si collocò in un punto conveniente. Avendo, poi, il Venerabile Udāyī elargito un insegnamento di Dhamma, lei gli propose, con atteggiamento pieno di venerazione: "Venerabile, per qualunque cosa abbiate bisogno, rivolgetevi a me. Vi offrirò del cibo, delle vesti, un alloggio, delle medicine."

Allora, il Venerabile Udāyī le replicò: " Per noi, è cosa facile ottenere gli oggetti delle quattro necessità. Donatemi, piuttosto, il vostro corpo; cosa che, per noi, è molto più arduo procurarci. " Dicendogli: "Venite, Venerabile, vi prego" ed entrando nella camera da letto, la donna si tolse il suo lonji e si allungò sul talamo, disponendosi sul dorso. Ma una volta che il Venerabile l'ebbe seguita e lei poté scorgerne il sesso, gli disse: "Che odore pestilenziale! E' una cosa ignobile! Chi la vorrebbe mai toccare!" E se ne fuggì dalla casa.

In seguito, questa vedova fece dei vivi rimproveri al Venerabile Udāyī. Quando, poi, Buddha venne messo al corrente della domanda sconcia del Venerabile, lo disapprovò e criticò; quindi, stabilì il saṃghādisesa 4.

saṃghādisesa 4 in pāḷi

"yo pana bhikkhu otiṇṇo vipariṇatena cittena mātugāmassa santike attakāmapāriyāya vaṇṇaṃ bhāseyya "etadaggaṃ bhagini pāricariyānaṃ yā rādisaṃ sīlavantaṃ kalyāṇadhammaṃ brahmacāriṃ etena dhammena paricareyyā" ti methunupasaṃhitena, saṃghādiseso."

Definizione

Non proporre rapporti sessuali ad una donna. Se, con atteggiamento licenzioso, un bhikkhu propone indecentemente ad una donna di copulare — con lui, oppure con un altro - ciò porta, come conseguenza, una riunione del saṃgha. Un bhikkhu, che dice ad una donna che le femmine le quali vogliano rinascere in buone condizioni debbano offrirgli il corpo, commette il saṃghādisesa 4.

Vedere anche: I thullaccaya relativi ai saṃghādisesa

saṃghādisesa 5 (sañcaritta)

L'origine

Quando Buddha dimorava al monastero di Jetavana, nel regno di Sāvatthi, stabilì questa regola, a causa del Venerabile Udāyī. Quest'ultimo si era adoperato, affinché degli uomini e delle donne si potessero incontrare.

Nel regno di Sāvatthi c'era un astrologo che aveva una figlia superba. In un villaggio, viveva un certo Ájīvaka, discepolo della setta Takkatvana. Quando costui venne presentato alla figlia, in vista di un matrimonio, la sua domanda venne rigettata. In seguito al fatto, facendo gli elogi del discepolo della setta Takkatvana, il Venerabile Udāyī convinse la ragazza ad accettare il matrimonio. Passato qualche tempo, questa venne ridotta in schiavitù, e la madre si rivolse al Venerabile Udāyī, dicendogli che voleva riavere presso di sé la figlia. Poiché il Venerabile non poteva fare nulla, la madre lo insultò, maledicendolo. Quando gli altri bhikkhu furono messi al corrente di questa storia, rimproverarono il Venerabile Udāyī e andarono a riferire il fatto a Buddha; che stabilì, a quel punto, la regola saṃghādisesa 5.

saṃghādisesa 5 in pāḷi

"yo pana bhikkhu sañcarittaṃ samāpajjeyya ittiyā vā purisamatiṃ purisassa vā ittimatiṃ jāyattane vā jārattane vā, antamaso taṅkheṇikāyapi, saṃghādiseso."

Definizione

Non unire delle coppia. Se un bhikkhu organizza degli incontri tra un uomo ed una donna, allo scopo di creare un legame amoroso, oppure sessuale, ciò porta come conseguenza una riunione del saṃgha.

Se i seguenti tre fattori sono riuniti, è commesso il saṃghādisesa 5:

  1. accettare di andare a cercare delle informazioni (in vista di un incontro tra un uomo ed una donna);
  2. assumere delle informazioni;
  3. esporre le informazioni.

Vedere anche: I thullaccaya relativi ai saṃghādisesa

saṃghādisesa 6 (kuṭikāra)

L'origine

Quando Buddha dimorava nel regno di Rājagaha, nel monastero di Veḷuvana, dei bhikkhu del regno di Áḷavī si erano fatti prestare numerosi attrezzi dai paesani, per costruirsi da soli i loro vihāra. Poiché questi vihāra avevano delle dimensioni esageratamente grandi, essi non riuscivano a terminarli. Di modo che, si recavano continuamente nelle città e nei villaggi, per ottenere della mano d'opera, farsi prestare dei carri, dei buoi, delle scuri, dei coltelli, degli scalpelli, delle forbici da carpentiere; farsi regalare della legna, delle corde, della paglia e del cemento.

Le richieste di questi bhikkhu erano divenute così eccessive, che la gente giunse spaventarsi ogni volta che scorgeva dei bhikkhu, fuggendosene di corsa, per evitarli. Oppure, fingeva di non conoscerli, girando la testa in altra direzione, e serrava gli usci delle proprie case.

Mentre viaggiava attraverso il regno di Aḷavī, appena venne messo al corrente su questi fatti, Buddha rimproverò severamente questi bhikkhu e stabilì il saṃghādisesa 6.

saṃghādisesa 6 in pāḷi

"saññāsikāya pana bhikkhunā kuṭiṃ kārayamānena assāmikaṃ attuddesāṃ pamāṇikā kāretabbā, tatridaṃ pamāṇaṃ, dīyaso dvādasa vidattiyo sugavidattiyā, tiriyaṃ sattantarā, bhikkhū abhinetabbā vattudesanāya, tehi bhikkhūhi vattu desetabbaṃ anārambhaṃ saparikkamanaṃ, sārambhe ce bhikkhuvatthusmiṃ aparikkamane saññācikāya kuṭiṃ kāreyya, bhikkhū vā anabhineyya vatthudesanāya, pamāṇaṃ vā abhikkāmeyya, saṃghādiseso."

Definizione

Non costruire alloggi che superino 2.70 metri per 1,60, senza il consenso del saṃgha, e che nocciano a degli esseri, o che non permettano di girarvi attorno. L'alloggio che un bhikkhu si costruisce deve avere una superficie che non superi dodici spanne di lunghezza e sette di larghezza — ossia, circa 2,70 metri per 1,60. Prima di innalzare un alloggio, il bhikkhu deve chiedere il consenso del saṃgha, indicando il luogo dove si progetta la costruzione. La quale non deve erigersi in un posto in cui esista la possibilità di nuocere agli esseri viventi (notoriamente, gli insetti). Deve avere sufficiente spazio attorno a sé, affinché un carro, attaccato a dei buoi, possa farne il giro. Se una sola di queste condizioni non esiste, ciò porterà, come conseguenza, una riunione del saṃgha.

Esistono alcuni luoghi dove il bhikkhu non può fabbricarsi un alloggio: spazi abitati da animali, campi coltivati, zone carcerarie, spazi ove si venda alcool, territorio di mattatoi, strade trasversali, incroci.

Un bhikkhu che va ad abitare in una grande grotta non commette alcun errore.

saṃghādisesa 7 (vihārakāra)

L'origine

Quando Buddha dimorava nel regno di Kosambī, al monastero di Ghositāruṃ, c'era un certo Venerabile Chanda, che aveva un ricco dāyakā. Quest'ultimo invitò il bhikkhu a scegliere un posto, sul quale avrebbe fatto costruire un vihāra per offrirglielo.

Cercando una località per il suo futuro vihāra, il Venerabile Chanda fece abbattere un albero che tutti riverivano, considerato che si trattava di uno stupa, nel quale vivevano degli deva. Molti, allora, criticarono pesantemente il Venerabile Chanda, affermando che egli sapeva perfettamente che quell'albero aveva una grande importanza per la gente. Quando gli altri bhikkhu conobbero questi fatti, a loro volta, lo criticarono vivamente e lo portarono da Buddha. Dopo avere conferito una ferma lezione morale al Venerabile Chanda, Buddha stabilì il saṃghādisesa 7.

saṃghādisesa 7 in pāḷi

"mahallakaṃ pana bhikkhu, vihāraṃ kārayamānena sassāmikaṃ attuddesaṃ bhikkhū abhinetabbā vatthudesanāya, tehi bhikkhūhi vatthu desetabbaṃ anārambhaṃ saparikkamanaṃ. sārambe ce bhikkhusmiṃ aparikkamane mahallamane mahallakaṃ vihāraṃ kāreyya bhikkhū vā anabhineyya vatthudesanāya, saṃghādiseso."

Definizione

Non farsi costruire un monastero senza l'accordo del saṃgha, che noccia agli esseri, o che attorno al quale non si possa fare il giro. Se un bhikkhu, a cui un dāyakā chiede di scegliere una zona, per potergli costruire un grande alloggio, o un monastero, non rispetta uno dei seguenti punti, ciò comporterà una riunione del saṃgha:

    Il bhikkhu è tenuto ad invitare gli altri bhikkhu per mostrare loro la futura costruzione, affinchè diano il loro consenso;

    La zona della futura costruzione non dovrà presentare alcun pericolo per gli esseri viventi e non dovrà essere situata in un campo coltivato;

    un carro a quattro buoi deve avere spazio sufficiente per potere girare attorno all'alloggio

Vedere anche: I thullaccaya relativi ai saṃghādisesa

saṃghādisesa 8 (duṭṭhadosa)

L'origine

Fu quando Buddha dimorava nel regno di Rajahìgaha, al monastero di Veluvana, che egli stabilì il saṃghādisesa 8, a seguito dell'accusa della bhikkhunī Mettiya. I bhikkhu di Mettiyabhumaja avevano inviato questa bhikkhunī ad accusare in modo falso il Venerabile Dabba di avere commesso una pārājika.

Il Venerabile Dabba era un arhat dall'età di sette anni.Gli era stato assegnato il compito di disporre i bhikkhu invitati e gli altri bhikkhu nella sala da pranzo, e di organizzare l'estrazione a sorte della ronda quotidiana dei monaci (nelle zone a forte concentrazione di bhikkhu, le strade nelle quali si compie la ronda per andare a cercare il cibo possono venire estratte a sorte).

Tra un gruppo di bhikkhu molto amici, i bhikkhu Mettiya e Bhumajaka avevano pochi vassa (poca anzianità) e deboli paramita. Perciò, durante l'estrazione a sorte non ottenevano che delle strade, in cui la ronda quotidiana era difficile. Una volta, essendo stata estratta la casa di Kalyanabhattika, un personaggio ricchissimo, i monaci Mettiya e Bhumajaka si misero a sognare, sperando che avrebbero avuto del buon riso e del buon carry. Quando si recarono a disporsi, fermi, davanti alla casa del ricco uomo, costui, ben sapendo di che monaci si trattasse, non venne di persona ad offrire il cibo. E non si degnò che di dare della rottura di riso, innaffiata da un aceto acido, mandando una schiava a versarlo nelle loro ciotole.

I bhikkhu Mettiya e Bhumajaka si dissero che se Kalyanabhattika non aveva dato loro del cibo raffinato, era colpa del Venerabile Dabba. Ed ingiunsero al loro discepolo, la bhikkhunī Mettiya, di andare ad accusarlo di avere commesso un pārājika.

Recatasi al monastero di Buddha, la bhikkhunī Mettiya dichiarò:"Signore, il Venerabile Dabba mi ha violentato." Ben sapendo che si trattava di una menzogna, il Perfetto organizzò una riunione per mettere le cose al loro posto. E domandò al Venerabile Dabba di esporre la sua versione dei fatti. Costui affermò:" Non ho mai rivolto alcun pensiero al sesso, da che sono nato."

Il Venerabile Dabba era una nobile persona, di buona reputazione, realizzata nella pratica e nella condotta.La bhikkhunī Mettiya un essere senza preoccupazioni e scrupoli. Era conosciuta come una persona senza virtù.

In accordo con i fatti relazionati da una persona, realizzata nella sua pratica e scrupolosa nella propria condotta, applicando la giurisprudenza del vinaya, Buddha decretò che il Venerabile Dabba aveva un sīla puro. Quindi, invitò la bhikkhunī Mettiya ad abbandonare la sua veste di monaca; poi, si rivolse ai bhikkhu Mettiya e Bhumajaka, che spinsero la bhikkhunī a proferire quell'accusa. Accusandoli apertamente di avere calunniato, senza fondamenta, un monaco d'avere commesso un pārājika, esortò anch'essi a lasciare il saṃgha.

Biasimando i bhikkhu Mettiya e Bhumajaka, il Perfetto stabilì il saṃghādisesa 8.

saṃghādisesa 8 in pāḷi

"yo pana bhikkhu bhikkhuṃ duṭṭhā doso appahīto amūlakena pārājikena dhammena anuddhaṃseyya "appeva nāma naṃ imahmā brahmacariyā sāveyya" nti, tato aparena samanuggāhīyamāno vā asamanuggāhīyamāno vā amūlakañceva taṃ adhikaraṇaṃ hoti, bhikkhu ca dosaṃ patiṭṭhāti, saṃghādiseso."

Definizione

Non accusare falsamente un bhikkhu di avere cmmesso un pārājika. Se, allo scopo di nuocere alla reputazione di un altro monaco, un bhikkhu afferma, iniquamente, di avere vsto, o inteso, quest'ultimo commettere un paraija, e, così lo diffama senza basi, questo fatto provocherà una riunione del saṃgha. Il saṃghādisesa 8 viene commesso ugualmente, sia che si esprima spontaneamente questa accusa falsa, sia a seguito di interrogazione, da parte altrui.

saṃghādisesa 9 (dutiyaduṭṭhadosa)

L'origine

Quando Buddha dimorava nel regno di Rajagaha, nel monastero di Veluvana, dopo avere subito una disfatta, in seguito alle false accuse che avevano perpretato contro il Venerabile Dabba, i bhukkhu Mettiya e Bhumajaka progettarono di rilanciargliene un'altra, che avrebbero dato loro una rivincita, al momento voluto. Una volta, nel discendere il monte Gijihakuya, scorsero una coppia di capre, mentre copulavano. Chiamarono la capra maschio:"Dabba", la capra femmina "Mettiya"ed affermarono:"Dabba e Mettiya giacciono assieme." In tal modo, accusarono una seconda volta il Venerabile Dabba di pārājika. Quindi, dichiararono agli altri bhikkhu:"La prima volta, avete ascoltato indirettamente l'accusa di pārājika fatta al Venerabile Dabba. Stavolta, possiamo garantirvi che abbiamo, noi stessi, veduto il Venerabile Dabba e la bhikkhunī Mettiyam, unirsi assieme."Udendo queste parole, i bhikkhu andarono ad informare Buddha, che organizzò, di nuovo, una riunione.

Durante questa riunione, interrogato da Buddha, il Venerabile Dabba dichiarò:"Signore, dalla mia nascita, sino ad oggi, non ho pensato neppure una volta alle relazioni sessuali. "Di conseguenza, criticando e rimproverando i monaci Mettiya e Bhumajaka, Buddha stabilì il saṃghādisesa 9.

saṃghādisesa 9 in pāḷi

"yo pana bhikkhu bhikkhuṃ duṭṭho doso appatīto aññabhāgiyassa adhikaraṇassa kiñci desaṃ lesamattaṃ upādāya pārājikena dhammena anuddhaṃseyya "appeva nāma naṃ imahmā brahmacariyā sāveyya" nti, tato aparena samayena samanuggāhīyamāno vā asamanuggāhīyamāno vā aññabhāgiyañceva taṃ adhikaraṇaṃ hoti kocideso lesamatto upādinno, bhikkhu ca dosaṃ patiṭṭhāti, saṃghādiseso."

Definizione

Non lasciar credere che un bhikkhu abbia commesso un pārājika, accusandone volontariamente un secondo, che presenti una similitudine con questo primo. Se, per fare credere ad altri che un bhikkhu ha commesso un pārājika, uno di essi accusa, coscientemente, un'altra persona, che presenta un'affinità con la prima, tale fatto provoca una riunione del saṃgha.

Per esempio, un bhikkhu scorge un individuo di piccola e forte corpulenza, mentre ruba una scatola di dolciumi. Se coglie l'occasione di fare accusare di pārājika il monaco piccolo e grosso che vive nel monastero, e che non è da lui amato, espandendo la voce di avere visto un "piccolo grosso rubare una scatola di dolciumi", egli commette un saṃghādisesa 9.

Si contano dieci tipi di similitudini: la casta (il rango sociale); il nome; il gruppo etnico (la nazionalità); l'apparenza fisica; l'errore; la ciotola; la veste: il precettore; l'istruttore e la località dell'alloggio.

saṃghādisesa 10 (saṃghābhedaka)

L'origine

Quando Buddha dimorava nel regno di Rājagaha,nel monastero di Veḷuvana, il bhikkhu Devadatta riunì i suoi amici Kokālika, Kaṭamodakatissa e Samuddadatta per trovare un sistema che permettesse di corrompere l'autorità di Buddha, dividendo, così, il saṃgha. E andò a chiedere a Buddha, di stabilire cinque restrizioni:

  • I bhikkhu debbono trascorrere l'intera loro esistenza in un monastero della foresta. Assegnate una punizione ai bhikkhu che vanno ad abitare in un monastero di villaggio
  • I bhikkhu debbono, per tutta la loro vita, fare la ronda per andare a cercare il cibo. Assegnate una punizione ai bhikkhu che accettano un invito a pasto.
  • I bhikkhu debbono, per la loro intera vita, indossare delle vesti, fatte con tessuti gettati via. Assegnate una punizione ai bhikkhu, che portano delle vesti offerte dai dāyakā
  • I bhikkhu debbono, per tutta la vita, vivere sotto gli alberi (rukkhamū dhutaṅga). Assegnate una punizione ai bhikkhu che abitano dentro un monastero
  • I bhikkhu non debbone, per la loro intera esistenza, mangiare carne, oppure pesce. Assegnate una punizione ai bhikkhu che mangiano carne, o pesce.

Il bhikkhu Devadatta indicò, quindi: "Queste cinque restrizioni producono una riduzione dei kilesa; si diventa capaci di soddisfarsi con poco, ed il desiderio si riduce." Rispondendo che non conveniva imporle all'insieme del saṃgha, Buddha rigettò la richiesta.

Intuendolo ed augurandosi che Buddha rifiutasse la sua richiesta di creare le cinque restrizioni, egli fece sapere a tanta gente:"il bhikkhu Gotama non accetta la messa in pratica delle cinque restrizioni che gli ho chiesto. Noi, però, le adotteremo!"

In seguito a questa dichiarazione, le persone con una fede gracile, con una intelligenza ristretta e quelle con tendenza ad essere risparmiatrici, o abituate a vivere con poche cose, approvando il bhikkhu Devadatta, si misero a criticare negativamente Buddha ed i suoi nobili discepoli del saṃgha. Mentre, chi era più intelligente ed aveva una fede salda disapprovarono il bhikkhu Devadatta, deducendo: "Devadatta fa di tutto per demolire l'autorità di Buddha, dividendo il saṃgha". Appena giunto a conoscenza del fatto, Buddha convocò Devadatta. Lo rimproverò aspramente e stabilì il saṃghādisesa 10.

saṃghādisesa 10 in pāḷi

"yo pana bhikkhu samaggassa saṃghassa bhedaya parakkameyya, bhedanasaṃvattanikaṃ vā adhiraṇaṃ samādāya paggahya tiṭṭheyya, so bhikkhu bhikkhūhi evamassa vacanīyo " māyasmā samaggassa bhedāya parakkami, bhedanasaṃvattanikaṃ vā adhikaraṇaṃ samādāya paggahya aṭṭhāsi, sametāyasmā saṃghena, samaggohi saṃgho sammodamāno avivadamāno ekuddeso phāsu viharatī " ti, evañca so bhikkhu bhikkhūhi vuccamāno tatheva paggahṇeyya, so bhikkhu bhikkhūgi yāvatatiyaṃ samanubhāsitabbo tassa paṭinissaggāya, yāvatatiyañce samanubhāsiyamāno taṃ paṭinissajjeyya, iccetaṃ kusalaṃ, no ce paṭinissajjeyya, saṃghādiseso."

Definizione

Non creare divisioni in seno al saṃgha. Se un bhikkhu tenta di rompere l'equilibrio, o l'armonia che esiste tra i membri del saṃgha, questi ultimi debbono dirgli:"Venerabile, non tentate di nuocere all'armonia del saṃgha, non tentate di fare deliberatamente qualcosa che sia suscettibile di togliere la concordanza del saṃgha; il saṃgha è solidale; e solo quando esso è solidale regna la tranquillità, senza litigi, in cui ci si accorda su di un pātimokkha unico, e si vive nella felicità". Se, dopo avere enunciato per tre volte questa morale, che dovrà essere presentata al bhikkhu secondo un formulario specifico, quest'ultimo continua a sostenere il suo punto di vista, ciò provoca una riunione del saṃgha.

Tra i bhikkhu che fanno un tentativo di determinare una divisione del saṃgha, coloro che rigettano il loro punto di vista errato, coloro che sono colpiti da insanità mentale, coloro che sono incoscienti e coloro che si trovano in grande sofferenza fisica, non commettono il saṃghādisesa 10.

Ecco le diciotto maniere di creare una divisione del saṃgha: affermare che...1) quanto non è Dhamma è Dhamma;2) ciò che è Dhamma non è Dhamma;3) ciò che non è vinaya è vinaya;4) ciò che è vinaya non è vinaya;5) Ciò che Buddha non ha insegnato, Buddha lo ha insegnato;6) Ciò che Buddha ha insegnato Buddha non lo ha insegnato; 7) Ciò che Buddha non ha continuato a ripetere lo ha continuato a ripetere;8) Ciò che Buddha ha continuato a ripetere non lo ha continuato a ripetere; 9) Ciò che Buddha non ha stabilito lo ha stabilito;) 10) Ciò che Buddha ha stabilito non lo ha stabilito; 11) Un errore non commesso è stato commesso;12) un errore commesso non è stato commesso;13) un errore minore è un errore grave;14) Un errore grave è un errore minore;15) L'eccezione ad un errore non lo è;16) La non eccezione ad un errore lo è;17)un errore grossolano (sgarbato) non lo è; 18) un errore non grossolano lo è.

Vedere anche: I thullaccaya relativi ai saṃghādisesa

saṃghādisesa 11 (bhodānuvattaka)

L'origine

Quando Buddha dimorava nel reame di Rājagaha, numerosi bhikkhu crearono un gruppo attorno al bhikkhu Devadatta, rimproverandolo del suo tentativo (riuscito) di divisione del saṃgha. I bhikkhu che erano dalla parte di Devadatta espressero dei desideri di risposta per sostenerlo. Buddha, allora, li convocò, per criticarli, come si deve, e, così, stabilì il saṃghādisesa 11.

saṃghādisesa 11 in pāḷi

"tassova khopana bhikkhussa bhikkhū honti anuvattakā vaggavādakā eko vā dve vā tayovā, te evaṃ vadeyyuṃ " māyasmanto etaṃ bhikkhu kiñci avacuttha, dhammavādī ceso bhikkhu, vinayavādi ceso bhikkhu, ahmākañce so bhikkhu chandañca ruciñce ādāya voharati, jānāti, no bhāsati, ahmāka' mpetaṃ khamatī " ti', te bhikkhū bhikkhuhi evassu vacanīyā " māyasmanto evaṃ avacuttha, na ce' so bhikkhu dhammavādī, na ce' so bhikkhu vinayavādī, māyasmantānampi saṃghabhedo ruccittha, sametāyasmantānaṃ saṃghena, samaggohi saṃgho sammodamāno avivadamāno ekuddeso phāyu viharatī " ti, evañca te bhikkhū bhikkhūhi vuccamānā tatheva paggahṇeyyuṃ, te bhikkhū bhikkhūhi yāvatatiyaṃ samanubhāsitabbā tassa paṭinissaggāya, yāvatatiyañce samanubhāsiyamānā taṃ paṭinissajjeyyuṃ, iccetaṃ kusalaṃ, no ce paṭinissajjeyyuṃ, saṃghādiseso."

Definizione

Non incoraggiare un bhikkhu, che agisce per dividere un saṃgha. Se un (o diversi) bhikkhu sostiene un altro bhikkhu, che agisce per dividere un santha, i monaci che lo vedono debbono dirgli:"Venerabile, non parlate così.QUesto bhikkhu non è d'accordo con il vinaya. Venerabile, non è una cosa corretta favorire una divisione del saṃgha. Venerabile, siate in armonia con il saṃgha; solo quando il saṃgha è solidale vi regna la gioia, senza litigi, nella quale ci si accorda su di un pātimokkha unico, e si resta nella felicità". Se quello non obbedisce a tale interdizione, i bhikkhu testimoni debbono, allora, rifarla, dandole una morale,ed impiegando una specifica formula. Se, dopo averlo nuovamente interdetto (a sostenere il bhikkhu che sta provocando una divisione all'interno del saṃgha) con l'aiuto di una formula, per una seconda, e, poi, una terza volta, il bhikkhu persiste a non rigettare il suo punto di vista, il fatto provocherà una riunione del saṃgha.

Vedere anche: I thullaccaya relativi al saṃghādisesa

saṃghādisesa 12 (dubbaca)

L'origine

Quando Buddha dimorava nel regno di Kosambī, vi era un venerabile, chiamato Channa, che aveva un'abitudine scovenienge. Per fargli migliorare la sua pratica, i bhikkhu che abitavano con lui gli dettero la lezione morale necessaria. Rifiutando di ascoltare queste rimostranze, il Venerabile Channa mahāthera rispose vivacemente. Per il fatto che questo venerabile era nato lo stesso giorno di Buddha e si era ritirato nella foresta, assieme a lui, i bhikkhu con i quali conviveva erano tutti arrivati dopo di lui. Così, il Venerabile Channa replicava alle loro rimostranze, dicendo: "Non ho alcuna lezione da ricevere da coloro che sono giunti dopo di me!" Appena Buddha venne a conoscenza di ciò, diresse i suoi rimproveri al Venerabile Channa e stabilì il saṃghādisesa 12.

saṃghādisesa 12 in pāḷi

"bhikkhu paneva dubbacajātiko yoti uddesapariyāpannesu sikkhāpadesu bhikkhūhi sahadhammikaṃ vuccamāno attānaṃ avacanīyaṃ karoti " māmaṃ āyasmanto kiñci avacuttha kalyāṇaṃ vā pāpakaṃ vā, ahampāyasmante na kiñci vakkhāmi kalyāṇaṃ vā pāpakaṃ vā, viramathāyasmanto mama vacanāyā " ti, so bhikkhu bhikkhūhi evamassa vacanīyo " māyasmā attānaṃ avacanīyaṃ akāsi, vacanīyamevā – yasmā attanaṃ karotu, āyasmāpi bhikkhū vadatu sahadhammena, bhikkhūpi āyasmantaṃ vakkhanti sahadhammena, evaṃ saṃvaddhā hi tassa bhagavato parisā yadidaṃ aññamañña vacanena aññamaññavuṭṭhāpanenā " ti evañcaso bhikkhu bhikkhūhi vuccamāno tatheva paggahṇeyya, so bhikkhu bhikkhūhi yāvatatiyaṃ samanubhasitabbo tassa paṭinissaggāya, yāvatatiyañce samanubhāsiyamāno taṃ paṭinissajjeyya, iccetaṃ kusalaṃ, no ce paṭinissajjeyya, saṃghādiseso."

Definizione

Non rifiutare le correzioni fatte sulla propria condotta. Se un bhikkhu non rispetta dei punti del vinaya, se agisce in disaccordo al vinaya, coloro che lo vedono, o lo ascoltano, tra i bhikkhu che vivono con lui, sono tenuti a fargli rimarcare che i suoi comportamenti, o le sue azioni, non sono corrette e che deve astenersene. Se risponde, rifiutandosi di obbedire, gli altri bhikkhu debbono, allora, fargli la morale, con l'aiuto di una formula specifica. Se, dopo averlo rimpioverato una seconda volta, e,poi, una terza volta, egli rifiuta di abbandonare il suo punto di vista, ciò provocherà una riunione del saṃgha.

Un bhikkhu non deve rifiutare i rimproveri fatti sul suo comportamento, anche se è il più rispettato del monastero ed anche se i rimproveri vengono da un bhikkhu meno anziano; poiché, se essi sono gustificati ed egli li rifiuta, merita di ricevere la procedura che può portare al saṃghādisesa 12.

Vedere anche: I thullaccaya relativi al saṃghādisesa

saṃghādisesa 13 (kuladūsaka)

L'origine

Mentre Buddha dimorava nel regno di Savatti, nel monastero di Jetavana, i bhikkhu mediocri e senza principi, chiamati Assajipunabbasuka, che abitavano Kīṭāgirajanapuda offrivano dei fiori e della frutta ai dāyakā, mangiavano e dormivano con delle femmine, mangiavano di sera, bevevano alcool, si abbandonavano ad ogni sorta di giochi, danzavano, cantavano, si profumavano, stendevano le loro vesti al suolo, per farvi danzare sopra le ballerine, ecc. La loro condotta si esprimeva solo attraverso delle azioni capaci di corrompere la fede delle persone di ogni casta, a danneggiare la loro certezza nel Dhamma. Vedendo, di conseguenza, in quale maniera i bhikkhu utilizzavano i doni che essi facevano loro per sostenerli, i dāyakā finirono ben presto a non avere la minima venerazione per il saṃgha.

C'era un nobile e rispettabile bhikkhu realizzato che, dopo avere trascorso il vassa nel regno di Kasi, si recava a Savatti per incontrare Buddha. Nel corso del cammino era giunto a Kīṭāgirajanapuda. Avvicinandosi l'ora del pasto, si era messo a fare la sua ronda, in tutta dignità, con gli occhi rivolti al basso (come il pātimokkha impone), ma nessuno gli versava alcunchè nella ciotola. Gli abitanti di Kīṭāgirajanapuda avevano perduta la fiducia nel Dhamma. Scorgendo il bhikkhu virtuoso, la gente proferiva verso di lui delle critiche negative, proprio come faceva con i monaci Assajipunabbasuka, privati di ogni accoglienza e di ogni ospitalòità.

Un dāyakā, provvisto di una fede autentica,vedendo questo bhikkhu realizzato, pieno di dignità, lo invitò ad entrare a casa sua, per offrirgli da mangiare. Dopo avergli rispettosamente dato del cibo, il dāyakā lo sollecitò a riferirea Buddha gli avvenimenti che concernevano la fede degli abitanti di Kīṭāgirajanapuda e la cattiva condotta dei bhikkhu Assajipunabbasuka. E, quindi, quando giunse da Buddha, l'onorevole bhikkhu gli relazionò ogni avvenimento. Il Perfetto, allora, mandò i Venerabili Sariputta e Moggalana ad espellere i bhikkhu parassiti di Kīṭāgirajanapuda.

Poichè i bhikkhu Assajipunabbasuka rischiavano di mostrarsi brutali verso i due aggasāvaka, Buddha chiamò numerosi monaci per aiutarli a portare a termine questo compito. Giunti a Kīṭāgirajanapuda, i due aggasāvaka, accompagnati da altri bhikkhu, cacciarono, con fermezza, dalla città, gli indesiderabili Assajipunabbasuka. Certuni di essi lasciarono il saṃgha, altri partirono per una regione diversa, altri ancora risposero, accusando i due aggasāvaka e gli altri monaci di corrompere il Dhamma. Così, proibendo le azioni ed i comportamenti che potevano corrompèere la fede verso il Dhamma, Buddha stabilì il saṃghādisesa 13.

saṃghādisesa 13 in pāḷi

"bhikkhu panena aññataraṃ gāmaṃ vā nigamaṃ vā upanissāya viharati kuladūsako pāpasamācāro, tassa kho pāpakā samācārā dissanti ceva suyyantica, kuvāni ca tena duṭṭhāni dissanti ceva suyyanti ca. so bhikkhu bhikkhūhi evamassa vacanīyo " āyasmā kho kuladūsako pāpasamācāro, āyasmato kho pāpakā samācārā dissanti ceva suyyanti ca, kulāni āyasmatā duṭṭhāni dissanti ceva suyyanti ca, pakkamatāyasmā imahmā āvāsā, alaṃ te idha vāsenā " ti, evañca so bhikkhu bhikkhūhi vuccamāno te bhikkhū evaṃ vadeyya " chandagāmino ca bhikkhū, dosagāmino ca bhikkhū, mohagāmino ca bhikkhū, bhayagāmino bhikkhū, tādisikāya āpattiyā ekaccaṃ pabbājenti ekaccaṃ na pabbājenti " ti. so bhikkhu bhikkhūhi evamassa vacanīyo " māyasmā evaṃ avaca, na ca bhikkhū chandagāmino, na ca bhikkhū dosagāmino na ca bhikkhū, mohagāmino na ca bhikkhū, bhayagāmno, āyasmā kho kuadūsako pāpasamācāro, āyasmato kho pāpakā samācārā dissanti ceva suyyanti ca, kulāni cāyasmatā duṭṭhāni dissanti ceva suyyanti ca, pakkamatāyasmā imahmā āvāsā, alaṃ te idha vāsenā " ti, evañca so bhikkhu bhikkhūhi vuccamāno tatheva paggahṇeyya, so bhikkhu bhikkhūhi yāvatatiyaṃ samanubhāsitabbo tassa paṭinissaggāya, yāvatatiyañce samanubhāsiyamāno taṃ paṭinissajjeyya, iccetaṃ kusalaṃ, no ce paṭinissajjeyya, saṃghādiseso."

Definizione

Non alterare la credenza e la considerazione che la gente ha per il Dhamma. Vedendo, oppure ascoltando delle azioni, o dei comportamenti di un bhikkhu, che corrompone la fede nel Dhamma, gli altri bhikkhu sono tenuti a dirgli: "I vostri modi di agire alterano la fiducia e la considerazione che le persone hanno per il Dhamma. La vostra condotta è mediocre. Abbiamo visto ed ascoltato le vostre maniere di agire. Dovete andarvene da qui. Non restate in questo monastero."Se costui rifiuta di ottemperare alle esortazioni di lasciare il monastero, i bhikkhu che lo vedono, oppure lo ascoltano reagire così, devono espellerlo, facendogli la morale una seconda volta. Se, alla fine di una terza volta, egli rifiuta ancora di obbedire, bisogna condurlo in seno al saṃgha e pronunciare, di nuovo, nei suoi riguardi, il discorso di espulsione, tre volte di seguito. Dopo di ciò, se egli insiste a non abbandonare il suo punto di vista, conviene fargli la morale, con l'aiuto di una formula specifica. Se dopo un secondo, e, poi, un terzo discorso di morale, fatto con l'aiuto di questa formula, egli persiste a restare sulla sua posizione, ciò provoca, da questo istante, una riunione del saṃgha.

La corruzione

I bhikkhu che offrono dei regali ai dāyakā, fanno vacillare la fede e la fiducia che queste persone hanno per il Dhamma. Buddha non accetta questo tipo di doni. Egli rimane solo favorevole ai doni che i dāyakā fanno ai bhikkhu, credendo al beneficio del loro sīla, della loro saggezza. Allo stesso modo si oppone agli scambi ed ai doni pratici tra laici e bhikkhu, che sono motivati da relazioni di beneficiario e di obbligato.

Il fatto che dei bhikkhu offrano delle cose ai dāyakā, rischia facilmente di alterare la considerazione di questi ultimi verso il saṃgha; dunque, la loro fede nel Dhamma. La gente che frequenta i bhikkhu e che fanno loro delle offerte non avranno più interesse a continuare. Di conseguenza, non ne faranno più a coloro che posseggono un buon sīla e sono realizzati. Tuttavia, un bhikkhu può donare della frutta che possiede ai membri della sua famiglia.Dei bhikkhu possono donare del cibo, o dei prodotti di igiene, che eccedono loro, ai laici che fanno il lavoro di spazzatura, di lavaggio piatti, di spazzola, ecc. In questo caso, non esiste corruzione della fede; quindi. nessuno sbaglio. Per essere certi che i bhikkhu non commettano errori, è preferibile che i laici effettuino, prima, i compiti e ricevano,subito dopo, da mangiare e da bere. Una volta preso il loro pasto, i bhikkhu dovrebbero, per evitare ogni pettegolezzo, donare la loro eccedenza di nutrimento ai kappiya ed ai bisognosi.

Il bhikkhu che ha commesso un'atto di corruzione deve venire espulso dal villaggio, o dal quartiere in cui si è stabilito. Se dà dei trattmenti medici in tutta la città, sarà espulso dalla stessa. Senza lasciare il luogo, se si mette a criticare il saṃgha, lo si condurrà nel sīmā, in seno al quale il saṃgha procederà al pronunciamento della formula adeguata. Dopo di ciò, se egli rifiuta di obbedire, il saṃgha dovrà rimproverarlo. Al termine del terzo pronunciamento di questa formula, se questo bhikkhu non si è rassegnato a lasciare il luogo, commette il saṃghādisesa 13.


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Origine: Testi in birmano

Traduttore: Guido Da Todi

Data: 2000

Aggiornamento: 29 settembre 2011