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le 4 pārājika

pārājika 1

L'origine

La pārājika 1 venne stabilita a causa del Venerabile Sudinna, figlio di un ricco abitante del villaggio di Kalanda, accanto a Vesalì, che commise questo errore.

C'era una volta un figlio di ricca famiglia, armato di una fede incrollabile per il Dhamma, che si chiamava Sudinna. Egli utilizzò tutte le sue energie per sollecitare i propri genitori affinché gli dessero l'autorizzazione di unirsi alla comunità del Perfetto.

Una volta bhikkhu, il Venerabile Sudinna partì per alloggiare in un vihāra della foresta. A quei tempi indossava una veste composta da pezzi di tessuto scartati, mangiava solo il cibo che otteneva durante la sua ronda quotidiana, arrestandosi davanti ad ogni casa che si ergeva lungo il suo cammino. Così, osservando il dhutaṅga che Buddha ha insegnato, viveva in un villaggio del regno di Vajjī.

A seguito di una forte siccità che imperversò nel regno di Vajjī, ottenere del riso, o del carry era divenuta cosa molto difficile. Per questo, il Venerabile Sudinna fu costretto a tornare a Vesalī, per rivolgere la sua richiesta di cibo alla sua famiglia. A seguito di un invito di suo padre, quando andò a chiedergli del nutrimento, poté scorgere nella sala principale della casa un vaso d'oro ed uno d'argento, la cui altezza superava quella di un uomo. C'era anche la sua ex moglie, che indossava i suoi più bei gioielli.

Il padre del Venerabile Sudinna, indicando gli impressionanti vasi d'oro e d'argento, gli disse: "O, figlio! Una volta che sarete ritornato alla vita laica, nel pieno lusso e nella ricchezza, avrete la possibilità di fare dei doni, che vi permetteranno di raggiungere il mondo dei deva. " Il Venerabile Sudinna, allora, espresse il suo pensiero: "Bisognerebbe infilare questi vasi d'oro e d'argento in grandi sacchi e gettarli in mezzo al Gange. In tal modo, ci potremmo sbarazzare di numerosi preoccupazioni e problemi, che nascono dal dovere sorvegliare e proteggere questi possessi." L'ex moglie del Venerabile Sudinna, gettandosi ai piedi del suo ex marito ed usando ogni seduzione, tentò di persuaderlo, con queste domande: " Con la vostra veste del bhikkhu, tra le deliziose creature devì, che popolano il mondo dei deva, quanto sono belle quelle che contate di ottenere?"

La madre del Venerabile Sudinna non aveva dei figli piccoli a cui trasmettere l'eredità. Non volendo che la propria fortuna e i suoi gioielli finissero negli scrigni del re, pregò suo figlio di inseminare una donna, onde avere un erede (all'epoca del Buddha, i re di certi paesi seguivano la tradizione di impadronirsi dei beni di coloro che morivano, senza discendenza). Il Venerabile Sudinna accettò di fare il necessario per accontentare la madre. Allorché sua nuora si trovò nel periodo del flusso mestruale, la madre la mandò dal suo ex marito, il Venerabile Sudinna. Poiché la pārājika 1 non era ancora stata definita, a quei tempi, il Venerabile Sudinna non pensava di commettere un errore, copulando. Egli condusse la sua ex moglie nella foresta di Mahāvhana e praticò il coito, in tre riprese. Di conseguenza, l'ex moglie rimase incinta.

I deva che vivevano sulla terra e negli alberi, avendo assistito al fatto, potettero informare gli altri deva, dalla più bassa sfera sino a quelli che abitavano a quella più alta. L'atto del Venerabile Sudinna divenne, così, oggetto di un grande scandalo. Qualche tempo dopo, l'ex moglie partorì un bambino, che la madre del Venerabile Sudinna chiamò "Bhījaka", che significava: "Piccolo seme".

Passati alcuni anni, questo bambino e sua madre si recarono nella comunità del sāsana, raggiungendo lo stato di arahant. Il Venerabile Sudinna, pieno di rimorsi, se ne stava molto perturbato. Nella sua disperazione, venne sfigurato da una magrezza estrema e si indebolì in maniera considerevole. Poiché la sua azione passata non era ancora una proibizione del pātimokkha, egli non aveva commesso un pārājika. Tuttavia, provava molto tormento per il rimorso di quel fatto. Ciò, a tal punto, da immergerlo, in permanenza, nei propri pensieri. Di conseguenza, non poteva ottenere alcuna realizzazione, come gli jhāna ed i magga.

Un giorno, quando dei bhikkhu chiesero al Venerabile Sudinna notizie sul suo passato, costui rivelò loro quanto lo tormentava. I bhikkhu lo condussero, allora, da Buddha, per renderlo partecipe di questa storia. Dopo avere dato una lezione morale al Venerabile Sudinna, rimproverandolo, Buddha stabilì la pārājika 1.

pārājika 1 in pali

«yo pana bhikkhu bikkhūnaṃ sikkhāsājīva samāpanno sikkhaṃ appaccakkhaya dubbalyaṃ anāvikatvā methunaṃ dhammaṃ paṭiseveyya, antamaso tiracchāna gatāyapi, pārājiko hoti asaṃvāso.»

Definizione

Non avere rapporti sessuali. Se un bhikkhu inserisce il suo sesso nel sesso, nell'ano, o nella bocca di un essere umano, uomo, oppure donna — compreso il suo proprio ano, o la sua bocca - , di un animale (maschio o femmina), o di un cadavere, per la profondità anche di un grano di sesamo, perde il suo stato di bhikkhu (a vita).

Anche se lo fa, con il sesso ricoperto da un'imbottitura, da un preservativo, indossando degli abiti laici, stando nudo, oppure non avendone alcuna sensazione (a seguito di una deficienza della percezione tattile, a livello del sesso, ad esempio), egli perde il suo stato di bhikkhu.

Vi sono sei casi in cui il pārājika 1 non viene commesso:

  1. Quando il bhikkhu dorme, o in ogni circostanza nella quale egli non si rende conto dell'atto sessuale, nel momento in cui questo avviene;
  2. Quando il bhikkhu non è consenziente (e non prende piacere nell'atto);
  3. Quando il bhikkhu, essendo incosciente, è sotto l'effetto della follia;
  4. Quando il bhikkhu, posseduto da un altro spirito, non è in grado di controllarsi;
  5. Quando il bhikkhu è preda di un dolore insopportabile;
  6. Quando il bhikkhu ha commesso questo atto, prima che la regola sia stata stabilita

Considerazione: questa regola corrisponde, in parte, al terzo dei dieci precetti.

Sviluppo del pārājika 1

Vedere anche: I thullaccaya relativi ai pārājika

pārājika 2

L'origine

Il pārājika 2 venne stabilito a causa del Venerabile Dhaniya, figlio di un vasaio del reame di Rājagruha, che commise questo errore.

Il Venerabile Dhaniya viveva nel regno di Rājagruha, ai piedi della montagna Gijjhakuta, in una capanna dal tetto di paglia, che si era costruito. Un giorno, mentre lui stava facendo la ronda quotidiana al villaggio, dei tagliatori d'erba e dei raccoglitori di legna, dopo avere distrutto la sua capanna, si impadronirono della paglia e della legna con cui essa era fabbricata e portarono via tutto. Il Venerabile Dhaniya riedificò la sua capanna così come essa era, prima. Il fatto si ripeté tre volte, cosicché il Venerabile Dhaniya fu costretto a rifabbricare per tre volte la sua abitazione. Quando, poi, i tagliatori di paglia ed i raccoglitori di legna la distrussero nuovamente, per impadronirsi della paglia e del legno, il Venerabile Dhaniya, figlio del vasaio, ripristinò da solo il suo alloggio, facendone le mura ed il tetto con della terra. Quindi, accese un grande mucchio di erbe e di legna secca, accatastato nella dimora di terra, allo scopo di renderla solida. La nuova casetta era magnifica, di un bel rosso mattone. Le sue mura sembravano essere di velluto e, se vi si batteva sopra, ne usciva il suono di una campana.

Buddha, scorgendo questa casetta, spiegò che, per l'avvenire, i bhikkhu non avrebbero più dovuto costruire tali alloggi in terra, la cui costruzione comporta un gran fuoco, che va ad annientare numerosi esseri viventi. Per il bhikkhu che lo fa, ciò produce un dukkata. Stabilendo questa regola, Buddha decretò che la capanna del Venerabile Dhaniya dovesse venire distrutta. Rispettando la richiesta del Perfetto, i bhikkhu si misero all'opera.

Per farsi donare della legna, il Venerabile Dhaniya si recò presso l'alto funzionario incaricato di tutelare il legname. Il quale disse al bhikkhu: "Non v'è legna da donare. Il re possiede una sola foresta per garantire la costruzione delle città e dei villaggi. Se lui consente di darvene, potrete venire a cercarne". Il Venerabile Dhaniya replicò: "Il re ha acconsentito a darmene". Fidandosi, allora, delle sue parole, l'alto funzionario consegnò della legna al Venerabile Dhaniya; con la quale, questi, poté costruirsi una capanna.

Poco dopo, quando il bramino Vassakāra andò a fare un giro ispettivo in città, osservando una diminuzione del legname destinato alle costruzioni, si recò ad investigare presso l'alto funzionario, incaricato di badare al bosco del re. Questi spiegò che il re aveva donato della legna al Venerabile Dhaniya. Il bramino Vassakāra andò dal re Bimbisāra per chiederne la conferma. E, poiché il re non aveva regalato neanche un pezzo di legno al Venerabile Dhaniya, appena lo seppe, imprigionò l'alto funzionario. Quando il Venerabile Dhaniya ne fu messo al corrente, si recò al palazzo del re Bimbisāra. Il quale gli chiese: " Quand'è che vi ho autorizzato a prendere della legna, Venerabile?" Il Venerabile Dhaniya rispose: " Durante la vostra consacrazione, Sire, offrendo acqua, legname e paglia per le necessità dei bhikkhu e dei bramini, proclamaste che costoro potevano servirsene liberamente."

Allora, il re dichiarò: "I re posseggono le acque, le foreste, le montagne, tutto ciò che vive e che non vive. Per la ragione che non esiste alcun proprietario nella foresta e sulla montagna, è tradizione che i bhikkhu ed i bramini possano servirsi liberamente, senza disagio, né rimorso, di paglia e di legna. Non v'è, dunque, necessità di pagamento per legna che ha valore. Poiché voi indossate la veste del saṃgha, Venerabile, siete esente da errori penali e, dunque, libero da ogni sanzione.

Appena appreso quanto era avvenuto, dei bhikkhu si recarono a riportare il fatto a Buddha. Dopo avere convocato il Venerabile Dhaniya, Buddha proibì ogni appropriazione di un bene altrui e che non fosse stato donato. Così, stabilì la pārājika 2.

Nota: Tra il re Bimbisāra e Buddha correvano delle ottime relazioni. Per cui presero alcuni accordi; in particolare, riguardanti il fatto che Buddha prescriveva ai bhikkhu di non girare liberamente durante la stagione delle piogge, onde non rovinare le piantagioni (fatto che giustifica i tre mesi di ritiro del vassa). Per quanto riguarda Buddha, tra l'altro, egli chiese al re di non reclutare i bhikkhu in caso di guerra e di esentarli da ogni sanzione giuridica.

pārājika 2 in pali

«yo pana bhikkhu gāmā vā araññā vā adinnaṃ theyyasiṅkhātaṃ ādiyeyya, yathārūpe adinnādāne rājāno coraṃ gahetvā haneyyuṃ vā bandheyyuṃ vā pabbajeyyuṃ vā corosi bālosi mūḷhosi thenosīti, tathārūpaṃ bhikkhu adinnaṃ ādiyamāno ayampi pārājiko hoti asaṃvāso.»

pārājika 2 en pāḷi

" yo pana bhikkhu gāmā vā araññā vā adinnaṃ theyyasiṅkhātaṃ ādiyeyya, yathārūpe adinnādāne rājāno coraṃ gahetvā haneyyuṃ vā bandheyyuṃ vā pabbajeyyuṃ vā corosi bālosi mūḷhosi thenosīti, tathārūpaṃ bhikkhu adinnaṃ ādiyamāno ayampi pārājiko hoti asaṃvāso. "

Definizione

Non rubare. Se un bhikkhu, con l'intenzione di rubare, si impadronisce della proprietà altrui, che ha, in quel momento e sul luogo del furto, al minimo, il valore di un quarto della valuta utilizzata ai tempi del Buddha (1,06 g. di oro + 1,06 g. di argento + 2,12 g. di rame: circa dieci euro nel 2002) perde il suo stato di bhikkhu a vita.

Se un bhikkhu si impadronisce di un oggetto abbandonato dal suo proprietario, oppure che appartiene ad un animale, non commette il pārājika 2.

Nel momento in cui un bhikkhu sposta un oggetto, con l'intenzione di rubarlo (anche se lo muove soltanto di un capello, oppure non aveva ancora questa intenzione nel momento in cui se ne impadronì; o, anche, se , in seguito lo depone) egli commette il pārājika 2.

Se un bhikkhu spinge un'altra persona a rubare un oggetto, commette il pārājika 2.

Se, in base ad un accordo comune, qualche bhikkhu decide che colui che ne avrà l'occasione ruberà un oggetto, ma solo un bhikkhu lo trafuga, tutti costoro commettono il pārājika 2.

Se, con cognizione di causa, un bhikkhu trasporta, o fa trasportare, attraverso la dogana, un oggetto illegale (pietra preziosa, droga, ecc.); se mente per risparmiare denaro, o se viaggia senza biglietto; o se, per pietà, scioglie un animale per liberarlo, all'insaputa del proprietario, in ognuno di questi casi egli commette un pārājika 2.

Diversi bhikkhu rubano, assieme, qualche cosa, che si dividono. Ognuna delle parti divise è inferiore alla somma critica (il quarto della valuta utilizzata ai tempi del Buddha: ossia, circa dieci euro). Però, unendo tutte le componenti che costituiscono l'oggetto originale rubato, se ne ottiene un valore che supera la somma critica. Tutti questi bhikkhu, allora, avranno commesso il pārājika 2.

Sia quando preso da demenza, o con lo spirito completamente perduto, o sotto l'influsso di una malattia molto dolorosa, se un bhikkhu si impadronisce di quanto non è suo, egli non commette il pārājika 2.

Il pārājika 2 viene commesso se sono presenti questi cinque fattori:

  1. l'oggetto rubato appartiene ad un essere umano;
  2. il bhikkhu sa che tale oggetto appartiene a qualcun altro che non è lui;
  3. l'oggetto rubato ha il valore minimo di 1,06 g. d' oro + 1,06 g. d'argento + 2,12 g. di rame (nella regione interessata).
  4. il bhikkhu ha l'intenzione di rubare;
  5. il furto viene effettuato.

Nota: Questa regola corrisponde al secondo dei dieci precetti.

Sviluppo del pārājika 2

Vedere anche: I thullaccaya relativi ai pārājika

pārājika 3

L'origine

Mentre Buddha si trovava nella foresta di Mahāvhana, vicino a Vesālī, dei bhikkhu praticavano la contemplazione del corpo (disciplina, consistente nel concentrare l' attenzione sul proprio corpo, per prendere consapevolezza delle caratteristiche ripugnanti di tutti gli elementi che lo costituiscono). Pieni di disgusto, si dettero la morte. In seguito a questo episodio, Buddha stabilì la pārājika 3. Ecco come avvenne...

Buddha dette un insegnamento che spiegava i benefici della disciplina della meditazione sul corpo. Poco dopo, si ritirò, in solitudine, per la durata di quindici giorni. Durante questo periodo proibì a chiunque di visitarlo, al di fuori dei bhikkhu che gli portavano il cibo.

Praticando la contemplazione del corpo, i bhikkhu finivano per restare completamente disgustati da esso e, di conseguenza, dalla vita umana, per la quale provavano solo repulsione. Per cui, non avendo seguito in modo intelligente le istruzione del Perfetto, si fermarono a questa idea e si dettero la morte. Certuni si suicidarono, certi altri si uccisero reciprocamente; alcuni consegnarono la ciotola e le vesti a Migalaṇḍaka, "l'uomo con la grande crocchia di capelli", chiedendogli di abbatterli. Nello spazio di una giornata, Migalaṇḍaka massacrò, così, sino a sessanta bhikkhu.

I quindici giorni di ritiro solitario giunsero al termine. Quando Buddha ne uscì, poté notare la netta diminuzione del numero dei bhikkhu. Interrogò, allora, il Venerabile Ananda, che gliene spiegò le ragioni. Tali sinistri avvenimenti persuasero Buddha ad insegnare un altro modo di praticare, affinché i bhikkhu potessero giungere a sperimentare il nibbāna senza pericolo. Quindi, riunendo tutti i bhikkhu, Buddha li addestrò alla pratica della contemplazione sul respiro, spiegandone tutti i benefici e come ben svilupparla.

Poi, rimproverando i bhikkhu spariti di essersi dati la morte suicidandosi, o spingendo altri a farlo, stabilì la pārājika 3.

pārājika 3 en pāḷi

«yo pana bhikkhu sañcicca manussaviggahaṃ jīvitā voropeyya,sattahārakaṃ vāssa pariyeseyya, maraṇavaṇṇaṃ vā saṃvaṇṇayya, maraṇāya vā samādapeyya, "ambo purisa kiṃ tuyhiminā dujjīvitena mataṃ te jīvitā seyyo" ti, iti cittamano cittasiṅkappo anekapariyayena maraṇavaṇṇaṃ vā saṃvaṇṇayya, maraṇāya vā samādapeyya, ayampi pārājiko hoti asaṃvāso.»

Definizione

Non commettere omicidio. Se un bhikkhu uccide un essere umano, con intenzione di dargli la morte, o se pone — anche credendo sinceramente di rendere un servizio — deliberatamente a disposizione di una persona che voglia morire qualcosa suscettibile di ucciderla, tramite la quale essa possa darsi la morte; oppure, se parla di vantaggi della morte ad un ammalato che, sotto tale influenza, decede, per non avere preso le medicine, o il cibo che gli erano necessari, egli perde lo stato di bhikkhu a vita.

Allo stesso modo, se fa uccidere qualcuno da un terzo (anche con il solo scopo di attenuarne la sofferenza), o se incita ad un aborto, che riesce, un bhikkhu commette il pārājika 3.

Suicidandosi, un bhikkhu commette il pārājika 3; egli, di conseguenza, muore laico.

Se un bhikkhu chiede ad un secondo bhikkhu di uccidere una persona e se quest'ultimo la uccide, i due compiono il pārājika 3. Se il secondo bhikkhu uccide una persona diversa da quella che il primo bhikkhu aveva chiesto di sopprimere, quest'ultimo non commette il pārājika 3. Solo il secondo bhikkhu lo commette.

Se, mancando di uccidere la persona a cui mirava, un bhikkhu uccide accidentalmente un'altra persona, non commette pārājika.

Un primo bhikkhu chiede ad un secondo bhikkhu di uccidere (o di fare uccidere) qualcuno. A sua volta, questo secondo bhikkhu passa il compito ad un terzo bhikkhu, e così di seguito. Se la persona in questione viene uccisa, tutti questi bhikkhu, dal primo all'ultimo, commettono il pārājika 3.

Con intenzione di uccidere, un bhikkhu mette in atto un qualunque procedimento, destinato ad uccidere qualcuno (scavo, trappola, mina, ecc.). Se ciò provoca la morte di una persona, egli commette il pārājika 3.

Il pārājika 3 è commesso quando sono presenti questi cinque fattori:

  1. La vittima è un essere umano;
  2. Il bhikkhu sa che la vittima è un essere umano;
  3. il bhikkhu ha l'intenzione di uccidere;
  4. il bhikkhu commette, o fa commettere l'atto di uccidere;
  5. L'omicidio riesce.

Nota: Questa regola corrisponde in parte al primo dei dieci precetti.

Sviluppo del pārājika 3

Vedere anche: Les thullaccaya relatifs aux pārājika

pārājika 4

L'origine

Un giorno, una forte carestia si abbatté nel reame di Vajjī. I bhikkhu, che effettuavano il ritiro di vassa presso il fiume Vaggumhadā, trovavano parecchia difficoltà ad ottenere il cibo, durante la loro ronda quotidiana. Si misero, allora, d'accordo per trovare un metodo che facesse ottenere loro più facilmente del cibo. Alcuni dissero alla gente, riferendosi ad altri bhikkhu: "Untel ha realizzato tale jhāna, Untel è sotāpana, Untel è arahant, ecc." Le persone, accese da una venerazione eccessiva, si privarono essi stessi del cibo e delle bevande, per poterne offrire ai bhikkhu.

Appena Buddha venne messo al corrente dei fatti, rimproverando severamente questi bhikkhu, creò la regola che un bhikkhu il quale vantasse, o facesse vantare per delle realizzazioni non ottenute, avrebbe commesso una pārājika. Precisò, tuttavia, che un bhikkhu dal sīla puro, con un buon allenamento alla pratica di vipassanā, o di samatha e che sostenesse, a torto, una realizzazione che avrebbe creduto sinceramente di possedere non avrebbe commesso pārājika. Così, Buddha, stabilì la pārājika 4.

pārājika 4 en pāḷi

«yo pana bhikkhu anabhijānaṃ uttariranussadhammaṃ attupanāyikaṃ alamariyañāṇadassanaṃ samudācareyya "itti jānāmi, itti passāmī" ti, tato aparena samayena samanuggāhīyamāno vā asamanuggāhīyamāno vā āpanno visuddhā pekkho evaṃ vadeyya "ajānamevaṃ āvuso avacaṃ jānāmi apassaṃ passāmi, tucchaṃ musā vilapi" nti aññatra adhimānā, āyapi, pārājiko hoti asaṃvāso.»

Definizione

Non pretendere delle realizzazioni non sperimentate. Se, con intenzione di farsi valere, un bhikkhu si arroga, scientemente, di avere eliminato dei kilesā, o di avere ottenuto delle realizzazioni (uno dei quattro jhāna; uno dei quattro poteri psichici, o uno dei quattro stadi di ariyā) pur sapendo che ciò è falso; che glielo si chieda, oppure no, egli perde il suo stato di bhikkhu a vita.

Se, nel campo di queste realizzazioni, un bhikkhu afferma di conoscere quanto non sa, afferma di avere visto quanto non ha veduto, o pretende quel che è in relazione con ciò (esempio: "posso vedere le mie vite anteriori"; posso scorgere gli esseri degli altri mondi"; mi sono definitivamente sbarazzato del desiderio") egli commette pārājika 4.

In rivalsa, se la persona a cui si rivolge il bhikkhu non coglie il senso delle sue parole, questi non commette il pārājika.

Se un bhikkhu rivela una realizzazione che ha effettivamente sperimentata, non commette il pārājika 4 (ma, il pācittiya 8). E così, se un bhikkhu indica ad altri una falsa realizzazione, che egli crede sinceramente di avere ottenuto, non commette il pārājika 4. Se impiega un modo indiretto, come: "I discepoli del mio precettore sono degli arahant", non commette il pārājika 4.

Il pārājika 4 viene commesso quando sono presenti questi cinque fattori:

  1. Il bhikkhu pretende — in una maniera o nell'altra — di avere ottenuto una realizzazione del tipo jhāna, o quella di uno dei quattro stadi di ariyā, che non ha sperimentato;
  2. Il bhikkhu ha intenzione di vantarsi (sa di non avere raggiunto questa realizzazione);
  3. Il bhikkhu precisa che è lui a possedere questa realizzazione;
  4. La persona a cui si rivolge il bhikkhu è un essere umano;
  5. La persona a cui si rivolge il bhikkhu deve capire all'istante (se comprende molto tempo dopo, il bhikkhu non commette il pārājika 4)

Sviluppo del pārājika 4

Vedere anche: I thullaccaya relativi ai pārājika

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info su questa pagina

Origine: Textes en birman

Traduttore: Guido Da Todi

Data: 2000

Aggiornamento: 29 settembre 2011