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da A a Z

l'intero cammino per rendere perfetto un ritiro vipassanā

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A

Analisi

La tappa iniziale che ci spinge ad iniziare un cammino capace di condurci alla realizzazione del dhamma è l'analisi. Rimettiamo tutto in questione: le nostre convinzioni, le nostre idee, le nostre credenze, i nostri principi, le nostre abitudini, la nostra maniera di vivere, di lavorare, ecc. Vuotiamo completamente il nostro sacco in terra e consideriamo ogni elemento in dettaglio.

Cerchiamo di riflettere concretamente su ciascuno dei nostri progetti, dei nostri desideri e delle nostre ambizioni; per i benefici o gli inconvenienti, l'utilità oppure l'inutilità che noi ne possiamo trarre, sia per noi stessi che per gli altri. In questa analisi, curiamoci di lasciare da parte tutto ciò che altri hanno passato nella nostra coscienza, anche persone di fiducia. L'essenziale è comprendere da soli, riguardo ad ogni cosa, se essa è di vantaggio, futile, o nociva.

Costringendoci ad osservare il mondo qual è, sapendo oggettivamente e regolarmente analizzare le situazioni, nascono naturalmente delle prese di coscienza; sempre con maggiore frequenza e più nel profondo.

Solamente un'analisi minuziosa sull'esistenza che noi trascorriamo ci permette di comprendere, da soli — senza poggiarci su dei "si dice" non verificabili — ciò che è giusto e ciò che non lo è. Qui, si manifesta l'inizio della saggezza. Un'altra conseguenza è di venire a conoscere veramente quel che noi vogliamo. In tal modo, ci è possibile impegnarci, in tutta confidenza ed efficacemente, su di un cammino ricco e benefico, a corto ed a lungo termine. Fino a che la benevolenza, la prudenza e l'analisi obiettiva — prive di ogni pregiudizio e di ogni credenza — sono attive, la via scelta è profittevole, poiché ineluttabilmente orientata verso lo sviluppo della giusta conoscenza della realtà.

Per una valida analisi, è importante abbandonare, rigettare, mettere una croce su tutte le nostre credenze, anche se siamo intimamente convinti (come generalmente accade) della loro veracità. Questo abbandono è il più difficile a compiersi, poiché le credenze sono gli attaccamenti più profondi che noi abbiamo.

Grazie all'analisi sulle condizioni della nostra esistenza, noi comprendiamo — tra l'altro — che il fatto di trarre piacere da una sensazione provoca attaccamento. La fine di questa sensazione piacevole provocherà inevitabilmente della sofferenza, nella stessa misura dell' attaccamento che avremo creato verso di essa. Per esempio, più noi ci leghiamo ad un essere, più proveremo della sofferenza alla sua morte (o separandoci da esso, in un modo o nell'altro). Naturalmente, accade la stessa cosa per ogni minima sensazione. Va da sé che questa afflizione nasce senza un minimo beneficio, ed è anche piuttosto nefasta. L'attaccamento è dunque funesto, stupido e senza beneficio. Separandoci da una persona verso la quale non abbiamo alcun attaccamento, non proviamo nessun dolore; la mente resta chiara. C'è forse bisogno di precisare che siamo molto più portati ad aiutare, in maniera sana, una persona verso la quale non abbiamo legami?

Comprendiamo anche quanto l'esistenza non sia che un flusso continuo di afflizioni, nel quale non possiamo fare altro che girare in tondo. A volte, ciò avviene in modo gradevole, a volte sgradevole. Quale soddisfazione può esserci in questo?

Per porre un termine al dispiacere, non esiste che un modo: sradicare l'avidità, l'avversione e l'ignoranza, che costituiscono la radice dell'attaccamento, di tutte le impurità mentali. Solo la pace del nibbāna è priva di dolore. Per conquistare questa pace, bisogna allora eliminare l'avidità, l'avversione e l'ignoranza; conviene educarsi allo sviluppo della giusta conoscenza della realtà.

Quando codesta conoscenza è pienamente raggiunta, l'ignoranza ne è sradicata, ed il resto delle impurità mentali non si manifesteranno mai più. Non essendo più attaccato alle sensazioni, la mente cessa di correre invano dietro i piaceri sensuali.

Con un'analisi profondo della realtà, dopo avere trovato da noi stessi la via giusta, dobbiamo stabilire le basi del nostro addestramento...

B

Base

I nostri atti fisici, verbali, ed anche mentali sono dominati dalla benevolenza e dalla beneficenza. Ci abituiamo alla generosità ogni volta che se ne presenta l'occasione. Concediamo dei doni, specialmente a persone che ne hanno bisogno. Il dono in natura è sempre nettamente migliore del dono in denaro, perché, da una parte richiede più sforzo, e dall'altra si è sicuri che rappresenterà un regalo sano, che non verrà trasformato in qualche cosa di negativo (cattiva distribuzione dei soldi, acquisto di alcool, ecc.)

Tuttavia, il dono non si limita agli oggetti. Noi offriamo anche il nostro tempo, la nostra presenza, la nostra saggezza. La pratica della generosità consiste a donare sempre ciò che noi possediamo di meglio, di nuovo, di bello, di qualità, tenendo per noi ciò che è meno bello, usato, brutto, di cattiva peculiarità; o, più semplicemente, sapersi contentare di poco, tenere per sé ciò che è strettamente necessario.

Oltre allo sviluppo di azioni meritorie, come la generosità, o la benevolenza, la base della via che costituisce la giusta conoscenza della realtà è costituita principalmente dalla virtù. Per stabilirci nella virtù non dobbiamo fare nulla! Al contrario, dobbiamo solo astenerci di produrre ciò che è malsano. Nulla è più facile di questo, salvo che noi non si abbia delle cattive abitudini, molto impregnate. In tal caso, è precisamente su questa debolezza che dobbiamo focalizzare il nostro allenamento di ogni giorno.

E'impossibile considerare un progresso nella concentrazione, o nella visione diretta della realtà, seguendo una cattiva condotta. Per sviluppare la conoscenza, la mente deve essere pura. Sé è contaminata dall'odio, dalla disonestà, dall'essere lubrici, dall'inganno, dall'intossicazione, o dall'eccessiva avidità come può vedere la realtà, tale quale essa appare? In queste condizioni, come può operare per accrescere la tranquillità, la concentrazione e la saggezza?

E' cosa prioritaria fare della nostra esistenza, di ogni situazione che essa ci propone — facile o difficile — un allenamento alla virtù, nel quale evitiamo ogni atto capace di mostrarsi nocivo, o inutile. Sforziamoci di possedere una mente sempre chiara, sempre più pulita, restando perfettamente onesti, in qualunque contesto.

Qualunque sia il nostro percorso, il minimo a cui dovremo tenere è l'osservanza dei cinque precetti.

Una volta ben stabili nella virtù, saremo pronti a cominciare la disciplina dello sviluppo di vipassanā...

C

Commencement = Inizio

L'allenamento alla visione diretta, che porta alla liberazione da ogni sofferenza e da ogni insoddisfazione, è come un'alta montagna. L'inizio è agevole, per la maggioranza di noi. L'ultima china, che porta alla sommità, molto ripida, esige tutta la nostra energia, l'intera concentrazione di cui disponiamo, tutta la vigilanza e la fiducia che sono in noi. Armati di queste buone piccozze e corde, saremo in grado di scalare la salita finale di vipassanā con la massima facilità.

Per fare questo, evidentemente, l'ideale è un ritiro di diversi mesi in un centro di meditazione. Ma, può accadere che non si abbia la possibilità di realizzarlo, almeno nell'immediato. Vi sono due cause principali a ciò: sia perché non siamo ancora pronti a condurre una vita simile, dove lo sforzo e la concentrazione vengono applicati senza rilassamento — dall'istante del risveglio a quello dell'addormentarsi la sera; sia perché vi sono ancora degli ostacoli che ci impediscono di partire (lavoro, bambini, responsabilità, mezzi insufficienti, ecc..)

In ogni caso nulla ci impedisce di allenarci all'osservazione delle percezioni in modo occasionale. Certamente insufficiente, questo modo di fare permette, tuttavia, di entrare pian piano in acqua. Contrariamente a samatha, che richiede una perfetta tranquillità, la disciplina che sviluppa vipassanā prede come obiettivo tutto ciò che appare alla coscienza, chiunque o qualunque cosa sia, in ogni occasione e ambiente. Di conseguenza, un luogo poco agitato e poco caldo si rivela nettamente non propizio per un debuttante.

Iniziamo, quindi, questa pratica con i mezzi di cui disponiamo.

Quindi, creiamo delle piccole sedute a casa nostra, durante dei momenti calmi e inattivi, attendendo il giorno in cui ci si potrà coinvolgere completamente in un centro, o in un monastero in Asia. Sino a che ci troviamo ancora in seno alla vita laica (in famiglia, all'università, al lavoro, ecc.) non potremo fare nulla di meglio che allenarci alla concentrazione, alla calma mentale, all'attenzione ed alla vigilanza ogni volta che si presenterà un momento libero: in treno, nell'autobus, nella sala di attesa, in un parco, alla coda delle casse di un supermercato, pranzando, la sera, prima di addormentarci, ecc.

Questo si accomuna all'allenamento di un alpinista, in palestra, su di un muro sparso di prese in resina, le corde attaccate ad una trave metallica. Cosi addestrato, l'alpinista si troverà più sicuro, più rapido e più abile il giorno in cui affronterà l'alta montagna. Accade la medesima cosa per il mentale.

E' questa piccola pratica di ogni giorno, che ci porterà a diminuire progressivamente il nostro attaccamento, sino a non avere che un desiderio: sviluppare vipassanā, sino allo sradicamento delle impurità mentali...

D

Distacco

Non è possibile ridurre il nostro attaccamento "lavorandoci" direttamente sopra, poiché il distacco è solo una conseguenza di vipassanā. Come mettiamo l'aratro dietro i buoi e come questi si limitano a concentrare i loro sforzi a tirarlo, senza preoccuparsi dei solchi del campo, noi iniziamo ad allenare l'attenzione al concentrarsi ed alla vigilanza, senza preoccuparci del distacco.

Da sola, la disciplina allo sviluppo di vipassanā si incarica di sciogliere gli attaccamenti come neve al sole.

Quando li avremo sufficientemente attenuati, almeno sino ad aspirare alla pace più che ai piaceri sensoriali, cercheremo un luogo che possieda tutte le condizioni generali ad un buon ritiro vipassanā.

E

Endroit = Ambiente

Il primo elemento che determina l'adeguatezza di un ambiente ove effettuare un ritiro vipassanā è l'istruttore. E' necessario un istruttore qualificato, e, preferibilmente, sperimentato. In mancanza di ciò, non è prevedibile nessun progresso.

Un altro elemento indispensabile di cui deve essere dotato questo luogo è la tranquillità. Cioè, esso non deve essere troppo rumoroso, e, soprattutto, non deve essere agitato (dobbiamo restare isolati dall'effervescenza abituale delle zone abitate). Un individuo pienamente realizzato riesce ad osservare le percezioni sensoriali con la stessa facilità, che vi sia o no del rumore. Non è il caso per gli altri.

Egualmente importante è il clima. Se fa eccessivamente freddo, oppure caldo, l'organismo ne soffre troppo per permettere alla mente di sviluppare convenientemente la concentrazione.

Naturalmente, i bisogno vitali dovranno essere ottenuti con agio e senza preoccupazioni: cibo, alloggio, vestiario, igiene (doccia, w.-c., detersivi...), cure mediche, ecc.

Il luogo dovrà essere libero da rischi (animali pericolosi, rapinatori, malattie tropicali...) e disporre di mezzi di protezione contro gli elementi nocivi (antizanzare, recinzioni, luoghi ombrosi...)

Non dovrà mancare posto sufficiente affinché ogni yogī possa convenientemente compiere la sua camminata (un viale — o un terreno — lisci, lunghi almeno otto o dieci metri).

Dei ritiri di una, o diverse settimane vengono a volte organizzati nei paesi occidentali, ove un istruttore competente viene invitato. Per dei ritiri lunghi il paese senza dubbio più raccomandabile è il Myanmar (in particolar modo, nei centri che applicano il metodo descritto in dettaglio su questo sito).

Oltre al fatto che non vi saranno persone accanto a noi per guidarci convenientemente, praticare a casa non ci condurrà mai molto lontano, anche se questo è meglio di nulla. Vi regnano un incalcolabile numero di impedimenti: la famiglia ci reclama, il telefono ci assilla, le visite ci strappano via brutalmente dalla tranquillità, i rumori ci possono sembrare inquietanti, abbiamo la mente assalita dal lavoro, le attività della giornata, o le cose da fare, ecc. Questa molteplicità di cose preoccupa immancabilmente lo spirito, che non giunge più a concentrarsi.

Se avremo veramente la volontà di seguire un ritiro in condizioni convenienti, realizzeremo i mezzi che ci permettano di recarci in Asia, poiché sapremo gestire intelligentemente i nostri redditi, anche se sono bassi.

Quando un luogo conveniente è stato rintracciato, prendiamo notizie sulle condizioni di ammissione...

F

Frais = Costi

Il ritiro, di per sé, non costa un soldo, se il monaco istruttore è comunque serio; egli non accetterà mai che l'insegnamento del Dhamma venga venduto. Un insegnamento che si paga ha tutte le caratteristiche di mostrarsi falso. Come potremmo immaginare lo stesso Buddha, prima che esponga un insegnamento, imporre una tariffa a tutto coloro che desiderano ascoltarlo? Ciò detto, certi centri non ricevono sufficienti doni (generalmente, le regioni prive di popolazione theravāda). In questi luoghi, potrà venire richiesta ad ogni yogī una partecipazione per coprire le spese (manutenzione, cibo, elettricità, ecc.). Tuttavia, ciò non deve tenere conto dell'insegnamento, o delle istruzioni di meditazione.

Ciò che costa, in questa situazione, sono essenzialmente le spese di viaggio e gli obblighi amministrativi: il biglietto aereo, le tasse doganali e di soggiorno, i visti. Nel Myanmar esiste una "meditazione visa", che può durare tre, sei o dodici mesi e che si rinnova tanto quanto dura il nostro allenamento in un centro di meditazione.

A seconda di qualche paese, il costo di certi vaccini (obbligatori, oppure consigliati) si può aggiungere alle spese.

Una volta coperte queste spese, con il passaporto timbrato ed il biglietto aereo in tasca, possiamo preparare la nostra valigia...

G

Guardaroba

Per effettuare un ritiro vipassanā, non abbiamo bisogno di quasi nulla: il vestito che abbiamo indosso ed un altro come ricambio, con un pullover di lana ed una maglia in caso di clima fresco. Nelle regioni calde, i tongs(oppure, i sandali) costituiscono l'ideale per i piedi.

Al di fuori dei vestiti e del nostro spazzolino per i denti, non abbiamo praticamente più bisogno di altro. Possiamo, eventualmente, munirci di una sveglia, di qualche medicina (contro la diarrea, i dolori...), degli oggetti igienici (sapone, detersivo, rasoio, taglia unghie ..), ecc. In ogni caso, gli oggetti di prima necessità si trovano in tutti i paesi del mondo. Come principio, la maggior parte di essi sono prestati (o forniti) dai centri di meditazione bene organizzati: zanzariere, coperte, cuscini di meditazione, ombrelli, candele, thermos, ecc.

Giungendo nel centro di meditazione scelto, prendiamo conoscenza degli orari...

H

Horaires = Orari

Al momento dell'iscrizione, o poco dopo, ci viene richiesto di osservare gli otto precetti; ci si fa conoscere il regolamento del luogo (che riguarda in speciale modo il rispetto dello stesso e verso gli altri yogī), e l'impiego del tempo. Gli orari variano poco da un centro all'altro. Ecco, a titolo di esempio, quello del "Mahāsī meditation centre" di Yangon (Myanmar)...

  • 03h00 Toilette e camminata
  • 04h00 Meditazione seduta
  • 05h00 Colazione e meditazione camminata
  • 06h00 Meditazione seduta
  • 07h00 Camminata
  • 08h00 Meditazione seduta
  • 09h00 Doccia e meditazione camminata
  • 10h00 Pasto
  • 11h00 Meditazione camminata
  • 12h00 Meditazione seduta
  • 13h00 Meditazione camminata
  • 14h00 Meditazione seduta
  • 15h00 Meditazione camminata
  • 16h00 Meditazione seduta, oppure colloquio di meditazione (un giorno su due)
  • 17h00 Meditazione camminata
  • 18h00 Meditazione seduta
  • 19h00 Meditazione camminata
  • 20h00 Meditazione seduta
  • 21h00 (sonno [o meditazione camminata e seduta sino alle 23h00, se possibile])

Per chiarire, l'allenamento comincia dal momento della sveglia, prosegue in ogni istante, qualunque sia l'attività (pasto, doccia, apertura di porta, ecc.) sino all'addormentarsi serale, cioè 24 ore su 24, meno che nel sonno, evidentemente.

Appena iniziamo il nostro ritiro abbiamo bisogno di una guida capace di fornirci le istruzioni indispensabili al nostro percorso...

I

Istruttore

E'indispensabile che si segua da presso un istruttore qualificato, perché si possa disporre delle informazioni necessarie al nostro progresso attraverso tutte le tappe della conoscenza. Altrimenti, il nibbāna resterà solo un sogno!

Solo Buddha ebbe la capacità di raggiungerlo da solo, grazie alle pāramī eccezionali che egli aveva sviluppato, da tempo incalcolabile.

Vedere anche: Le dieci parami del bodhisatta.

Se pratichiamo da soli, ci è impossibile evitare di disperderci su cammini errati, anche se abbiamo preso conoscenza del buon metodo ed in modo dettagliato. Privi di un dialogo regolare con un istruttore, noi prenderemo delle direzioni negative, senza neppure rendercene conto. Un istruttore qualificato è una guida indispensabile che ci assicura di restare solidamente ancorati sui binari della via che porta alla libertà.

Come trovare il proprio istruttore? Se siamo poco esperti sulla "via della conoscenza" non ci è facile capire a chi ci dovremo affidare. La sola cosa da fare è di sperimentare. Facciamo un ritiro presso un istruttore, poi presso un altro. Se il nostro ritiro ci sembra sterile, benché noi si abbia applicato alla lettera e con sforzo sostenuto le indicazioni dell'istruttore, cambiamolo. Al contrario, se constatiamo che il nostro ritiro risulta benefico, rimaniamo con l'istruttore.

In effetti, possediamo pochi criteri per valutare il grado di competenza di un insegnante. Il criterio più visibile è la sua condotta; ecco perché non dobbiamo esitare ad osservare il suo comportamento. Come può un istruttore poco virtuoso o avido di benessere e di lusso risultare un aiuto efficace sulla via dello sviluppo della saggezza?

Vedi anche: Il sermone ai Kālāma.

Se abbiamo un grande confidenza con le parole di Buddha (non perché i nostri genitori sono buddisti, o per una fede cieca, ma attraverso una comprensione personale, dopo un'analisi obiettiva), è essenziale che l'insegnamento dell'istruttore che ci guida sia in perfetto accordo con le parole di Buddha (cioè, le Scritture pali).

Il mondo è sempre stato, è e sarà sempre pieno di ignoranti che si auto proclamano istruttore (o maestro, professore, ecc.). Costoro sono pericolosi, perché ci impantanano in sentieri fangosi. Consacrano tutta la loro energia a darsi l'apparenza di un maestro, non pensando che ad accrescere la loro rinomanza.

Rifiutiamoci di sottometterci ad un istruttore invisibile. Certuni pretendono di guidare i loro discepoli, facendo ascoltare loro collettivamente delle registrazioni, mentre si trovano all'altro angolo del pianeta (se si tratta di istruzioni di base, non v'è problema, poiché queste sono le stesse per tutti). Nulla risulta più grottesco! Come possiamo sperare di beneficiare di informazioni indispensabili alla pratica che ci è propria senza dialogare personalmente con un istruttore? Restiamo molto prudenti!

Quando abbiamo scelto un istruttore, diamogli interamente la nostra fiducia, se non altro per valutare la sua competenza. Solo così ci sarà possibile sapere se il suo insegnamento è valido, oppure no; ed ancora, bisogna applicare convenientemente le sue istruzioni! Se il nostro allenamento continuerà a girare in tondo, penseremo di cambiare istruttore; ma, mentre eseguiamo un ritiro, bisognerà dare completamente credito alle sue indicazioni.

Una volta che avremo iniziato il nostro ritiro con un istruttore, la sola cosa che dovremo fare è di applicarne gli insegnamenti (che ci sono destinati personalmente), tali quali essi sono, senza cercare di cambiarli. Ciò facendo, dovremo dare prova di un minimo di determinazione, di volontà e di sforzo (che non affaticano assolutamente, quando sono correttamente applicati).

Tutte le persone che si sono accontentate di seguire in modo giusto le indicazioni di un serio istruttore sono giunte (in un tempo ragionevole) a sperimentare la cessazione dei fenomeni fisici e mentali, che Buddha chiama nibbāna.

Quando l'insegnante ci dà le giuste indicazioni, riferite al nostro allenamento, ci basta applicarle, in modo giusto...

Leggere anche: Le istruzioni di base.

J

Juste = Giusta

La via di vipassanā è quella giusta, nei due significati dei termini. Ciò significa che è la buona e la sola via che conduce alla liberazione da dukkha, e che conviene applicare lo sforzo, l'attenzione e la concentrazione in modo retto per svilupparla; cioè, in maniera ben dosata, giusta come si deve. Importa, soprattutto, mai forzare nulla. Incontriamo sovente le più grandi difficoltà, poiché noi spingiamo esageratamente le nostre energie, persuasi che più lo si fa, meglio è. Agendo così, ci sovra affatichiamo e non raccogliamo altro che stanchezza e scoraggiamento.

Lo sforzo necessario allo sviluppo di vipassanā non è quello "massimo", ma il "giusto". Detto in altre parole, si tratta di una spinta minima, che è opportuno dare là ove necessita, ed al momento buono. Il giorno in cui comprendiamo questo tipo di sforzo, prendiamo coscienza che non vi è nulla di esaurente in esso, che si compie automaticamente con un po' di abitudine, e che tutte le energie che spendevano prima erano tanto inutili, che nefaste al nostro allenamento. E' un peccato che molti yogī abbandonino questa disciplina unicamente a causa della loro errata comprensione di essa.

Ciò che vale per lo sforzo lo è altrettanto con l'attenzione e la concentrazione. "L'attenzione giusta" significa che conviene portare la propria attenzione sui fenomeni fisici e mentali, uno dopo l'altro. L'attenzione deve essere alla volta piena, durare l'intero tempo della fase osservata e limitarsi all'oggetto esaminato nell'istante. Se cerchiamo di portare la nostra attenzione su più oggetti alla volta, non distingueremo più nulla e la visione diretta non potrà avere luogo.

Allo stesso modo, "la concentrazione giusta" è una concentrazione adeguata, in retto equilibrio con l'energia. Durante l'allenamento di vipassanā noi alterniamo d'abitudine le camminate e le sedute in egual durata, poiché la camminata permette la crescita e la conservazione dell'energia indispensabile a progredire in questa via, e la seduta, quanto ad essa, permette la crescita dell'attenzione necessaria a questo progredire. Se le sedute sono lunghe ed essenziali nelle meditazioni di tipo samatha (ove la concentrazione pura è primordiale), la camminata ed il resto (le attività corporali, quando si mangia, ci si lava, ecc.) hanno tanta importanza quanto la seduta nello sviluppo di vipassanā. Se poniamo troppo l'accento sulla concentrazione a discapito dell'energia, lo squilibrio così creato ci impedirà di andare più lontano. La situazione inversa otterrà sicuramente lo stesso risultato.

Vedere anche: L'importanza dell'equilibrio in vipassanā.

Appena giungeremo ad equilibrare lo sforzo giusto, la giusta attenzione e la giusta concentrazione apparirà khaṇika samādhi...

K

khaṇika samādhi

Il khaṇika samādhi è il tipo di concentrazione proprio allo sviluppo di vipassanā. Contrariamente a samatha, si tratta di una concentrazione istante per istante. Questa concentrazione è estremamente profonda, ma "invisibile", poiché dura, ogni volta, solo un breve istante. Ci se ne può rendere conto soltanto quando essa si ripete un gran numero di volte, nello spazio di poco tempo. Grazie a vipassanā, noi raggiungiamo facilmente degli istanti di concentrazione d'una profondità equivalente al primo, o al secondo jhāna, ma non ce ne accorgiamo neppure.

Qui, è contenuta tutta la sottigliezza di vipassanā: che è invisibile, incolore, impalpabile, inodoro, insipido e silenzioso. La concentrazione può risultare molto acuta, le prese di coscienza molto importanti, le tappe della progressione ben elevate, ma noi continuiamo a non vedere nulla. Siamo persuasi di errare, di stagnare, di perdere il nostro tempo. Sovente, come per incoraggiamento, è quando siamo rilassati che "sentiamo" esservi un progresso. Inversamente, invece, possiamo sentirci molto persuasi di trovarci assai avanti nel processo di vipassanā, a causa di certi modi poco abituali di percepire le cose, o di sentire la mente chiara ed il corpo leggero; mentre, invece, si tratta di niente.

Ciò può apparire completamente sconcertante; soprattutto, se ci siamo messi in testa l'idea "samādhi = serenità, leggerezza, chiarezza mentale, lucidità, ecc.". Ecco perché vipassanā è particolarmente sottile. La migliore cosa da fare è, quindi, applicare al meglio le istruzioni che ci vengono date, senza sperare, senza nulla attendere; tanto più che il fatto di attendere qualcosa costituisce precisamente uno dei più grossi ostacoli.

Così, il khaṇika samādhi è una concentrazione multipla. Richiede uno sforzo doppio: uno sforzo di fissità nel profondo sull'oggetto, nel momento stesso in cui appare alla coscienza e proprio come viene percepito. Lo sforzo del mantenimento sta nel ripetere questa stabilità dell'attenzione sul suo oggetto, in ogni istante. Il khaṇika samādhi si sviluppa solo se viene ripetuto continuamente, per un periodo più o meno lungo. Ecco perché risulta imperativo che noi non si faccia niente altro che consacrare noi stessi a stabilire l'attenzione sui fenomeni fisici e mentali, durante il nostro allenamento. Se cominciamo a chiacchierare, a leggere, o a pensare, il processo viene rapidamente deteriorato.

Quando siamo dei debuttanti è fondamentale essere lenti nei nostri minimi movimenti, se speriamo di sviluppare il khaṇika samādhi...

L

Lentezza

Durante un ritiro vipassanā, la lentezza è un elemento indispensabile, che deve essere presente ad ogni istante, qualunque siano le nostre attività. Facciamo tutto al rallentatore: ogni passo, ogni gesto, ogni cambio di posizione. E' solo così che l'attenzione può correttamente stabilirsi, poiché essa ha il tempo di portare accuratamente la sua osservazione sul movimento effettuato durante l'intera sua durata, o su ogni altro oggetto. Se il nostro corpo è agitato, o noi ci spostiamo in fretta, come è possibile osservare in modo conveniente, in dettaglio, un solo fenomeno? Come possiamo ottenere la minima concentrazione?

La doccia ed il bucato fanno parte dei rari casi in cui non è proprio possibile restare molto lenti. Poco importa, cerchiamo di non essere troppo lenti nei nostri gesti e soprattutto di osservare tranquillamente i fenomeni che possiamo percepire, nella misura della nostra capacità (anche se sono poco numerosi). E' solo a forza di allenarci che finiremo a divenire abili nell'osservare di più e di più.

Mentre ci prendiamo cura di effettuare solo dei movimenti lenti, restiamo vigili ad osservarli tutti...

M

Movimento

Dall'inizio del nostro ritiro, dobbiamo essere determinati a portare la nostra osservazione su ogni movimento che effettuiamo durante la giornata, senza ometterne uno solo. I primi tempi, vi saranno forzatamente delle dimenticanze. Poco importa, non è che a forza di provare di continuo che potremo osservarne sempre di più, sino a non mancarne uno solo. Ecco, a titolo indicativo, qualche movimento (del nostro corpo, beninteso) che conviene osservare attentamente ed accuratamente:

Raddrizzamento del corpo (al risveglio), il rigirarsi dello stesso, il posare dei piedi al suolo, il mettersi in piedi del corpo, il passo durante il cammino, il vestirsi, lo svestirsi, l'inclinarsi della maniglia della porta, l'afferrare un oggetto, il contatto della mano con una cosa, il piegarsi ed il ripiegarsi di un asciugamani da bagno, il girare un rubinetto, il lavarsi il viso, discesa e salita di scale, passare dalla postura in piedi a quella seduta, servizio di nutrimento con l'aiuto di piatti, di cucchiai, preparazione di un boccone, lo sparecchiare dei coperti, inserimento del cibo nella bocca, masticamento, presa del bicchiere con la mano, sollevamento del bicchiere, posare il bicchiere, pigliare la salvietta, posarla sulle ginocchia, lavaggio del piatto (o della ciotola), applicare del dentifricio sullo spazzolino da denti, spazzolarsi i denti, risciacquo della bocca, il bucato, lo stenderlo, la doccia, il posizionarsi sul w.-c., il rasarsi, il prosternarsi davanti all'istruttore, ecc.

Naturalmente, la lista è più lunga.

Se giungiamo ad osservare attentamente, accuratamente e profondamente ogni nostro movimento ed ogni nostra sensazione, giungeremo ineluttabilmente alla meta suprema...

N

nibbāna

Quando si è sviluppata vipassanā sino alla piena maturità, occorre un solo istante di concentrazione (khaṇika samādhi), assai profondo, per sperimentare una cessazione dei fenomeni fisici e mentali. Allorquando i fattori necessari sono riuniti (i fattori di risveglio) ciò può succedere da un momento all'altro, qualunque sia la nostra postura. Ecco la ragione per la quale nessun momento deve essere negletto. Gli yogī che pongono l'accento solo durante la seduta e la camminata stagneranno solamente.

Nel momento della cessazione dei fenomeni fisici e mentali, la coscienza — che non può fare altro che agganciarsi alla realtà che le sta di fronte — prende ad oggetto la sola cosa che si presenta, in quel momento, ad essa: nibbāna. Del tutto particolare, questa realtà è vuota di ogni sensazione, di ogni percezione, di ogni materia e di ogni stato di coscienza. Non è sottomessa alle tre caratteristiche (anicca, dukkha ed anatta). A seconda della profondità con la quale noi "vediamo" nibbāna, esistono quattro maniere di sperimentarlo. Ecco perché vi sono quattro stadi di realizzazione magga phāla. In ciascuno di essi vengono sradicate per sempre delle impurità mentali. Nell'ultimo stadio (arahant) non ne rimane che una sola; tale è la piena realizzazione del dhamma.

Soltanto l'osservazione dei fenomeni fisici e mentali permette di giungervi...

O

Osservazione

L'allenamento allo sviluppo di vipassanā è fatto di osservazione, dall'inizio alla fine. Non c'è infine null'altro da fare: osservare, osservare, osservare. Osserviamo tutto quello che appare alla nostra coscienza, istante dopo istante. Non cerchiamo di considerare più fenomeni allo stesso tempo, poiché, in questo caso, nulla verrà preso in considerazione. Conviene osservare tranquillamente ogni fenomeno, uno dopo l'altro.

Nella maggioranza del tempo, diverse sensazioni appaiono contemporaneamente. Cosa, dunque, bisogna considerare? Osserveremo solo l'oggetto più distinto, senza preoccuparci degli altri. Tuttavia, eviteremo di prendere in considerazione le visioni (la vista), poiché esse sono troppo sottili da osservarsi in quanto tali ed anche molto favorevoli alla distrazione. Concentreremo la nostra osservazione sui movimenti, sulle sensazioni uditive, sulle sensazioni olfattive, sulle sensazioni gustative e sulle sensazioni mentali (i pensieri, le riflessioni, i progetti, le idee, i desideri, i sentimenti...)

Non dobbiamo soprattutto cercare di fare alcunché d'altro se non osservare tutte queste percezioni, poiché è proprio durante il tempo passato ad occuparci di cose diverse, o a riflettere, che non si progredirà. Non dobbiamo chiederci "Mi comporto bene, in questo modo? E lì, è corretto?" Non bisogna cercare nulla, non bisogna forzare nulla, non bisogna frenare nulla. Ci raffrontiamo solo con ciò che è presente, e c'è sempre qualche cosa!

Quando un monaco riceve del cibo nella sua ciotola, una volta rientrato nel monastero, come si comporta per mangiare il suo pasto? Va a cercare, o aspetta gli alimenti che non gli hanno dato? Getta quelli che gli sono stati offerti nella sua ciotola? Riflette a lungo sul modo di mangiarli, di mescolarli, di riscaldarli, di prepararli, di spezzettarli? Ne studia la natura, con l'aiuto di enciclopedie? Ne calcola il contenuto in proteine? Una cosa è certa: fino a che si comporterà in questo modo, non riconoscerà il gusto di uno solo di questi alimenti. Per mangiarli, questo monaco non farà sicuramente altro che metterseli in bocca e ingerirli; li mangerà senza porsi altre domande, senza riflettere a come nutrirsene. Mangerà quanto gli è stato versato nella ciotola, né più né meno.

Per sviluppare la conoscenza della realtà, la procedura è la stessa: ci accontentiamo di osservarla, come ci viene "proposta", nel momento in cui ciò accade, senza chiederci nulla, con vigilanza, attenzione e perseveranza. Questo, è un fatto di una semplicità sconcertante. Portiamo semplicemente la nostra attenzione sulle sensazioni, senza forzare alcunché. Ne restiamo coscienti. La concentrazione e l'energia necessarie al progredire di vipassanā cresceranno gradualmente, sa sole. Cosa si può immaginare di più semplice?

Un suono? Ci accontentiamo di conoscere questo suono (cioè, di osservarlo solamente, come viene percepito dalla coscienza auditiva). Un cane che abbaia? Non è un cane, è giusto un suono; accontentiamoci di conoscere questo suono. Durante l'abbaiare persiste ad apparire l'immagine di un cane? Accontentiamoci di conoscere questa visione della mente per il breve tempo in cui appare, avendo cura, tuttavia, di non coinvolgersi in alcun pensiero. Un dolore in una gamba? Accontentiamoci di conoscere questo dolore. Esso diventa forte? Appaghiamoci di conoscere questo vivo dolore, tale qual'esso è. Dura a lungo, ci infastidisce? Accontentiamoci di conoscere questo tormento, questa irritazione. Così, ogni oggetto deve venire osservato; ed anche gli oggetti causati da altri oggetti. Un odore acre? Contentiamoci di conoscere questo odore acre. Un gusto, causato da una goccia salata di sudore, che rotola e scivola nell'angolo della bocca? Contentiamoci di conoscere questo gusto. Un fuoco d'artificio di pensieri? Contentiamoci di conoscere questa agitazione mentale, mentre ne stiamo prendendo consapevolezza. Siamo oberati dalla fatica? Contentiamoci di conoscere questa sensazione di fatica. Vipassana non è stare bene, leggeri, o sentire il proprio spirito chiaro; ma, solo "conoscere".

Non ci troviamo a nostro agio? Ci sono delle formiche? Siamo assillati da insetti? Un bambino urla? Sentiamo un forte dolore alla schiena? Ci sentiamo pesanti? Nervosi? Siamo scoraggiati? Siamo stanchi di stare seduti su quel cuscino, con gli occhi chiusi, il dorso dritto, proibendoci di dare libero corso ai nostri pensieri? Moriamo dall'invidia per andare a raggiungere i nostri amici, o delle distrazioni diverse? Poco importa! Se tutte queste cose sono osservate, se giungiamo ad esserne pienamente consapevoli nel momento in cui esse si manifestano ed a conoscerle, così come vengono percepite, restando sufficientemente vigili per non impantanarci nelle riflessioni, allora vipassanā, la visione diretta della realtà, sarà stata applicata con successo.

Che esse siano gradevoli, sgradevoli, o neutre, le sensazioni debbono venire osservate ugualmente. Le consideriamo giusto come appaiono, senza seguirle, senza venirne coinvolti. Le forti sensazioni di gioia, o di leggerezza debbono pure essere considerate per quel che sono: un oggetto come un altro, che deve essere osservato con attenzione. Di rivalsa, le sensazioni minori debbono venire lasciate da parte, poiché esse non sono sufficientemente distinte perché se ne sviluppi una chiara conoscenza: i piccoli rumori di fondo, i leggeri pizzicori del corpo, ecc.

Per la maggior parte del tempo, non "accade" nulla di particolare. In questo caso, possiamo osservare qualcosa di molto evidente, che ha il vantaggio di stare sempre con noi, come il movimento del ventre, o lo spostamento dei passi. Durante la seduta, allora, osserveremo il moto del gonfiarsi e dello sgonfiarsi, prodotto dall'addome, durante la respirazione. Non prestiamo nessuna attenzione alla respirazione, ma soltanto al movimento dell'addome. Quando un altro oggetto preminente appare, osserviamolo, lasciando da parte il moto dell'addome. Allorché questo nuovo oggetto cessa, o diviene più debole, applichiamo nuovamente la nostra concentrazione sul muoversi dell'addome. Durante la camminata, potremo osservare il movimento di ogni nostro passo. Quando un oggetto molto evidente appare, come un brusco rumore, immobilizziamoci per portarci sopra tutta l'attenzione.

Ogni raccomandazione scritta su questa pagina in materia di osservazione è in accordo con il mahā satipaṭṭhāna sutta, nel quale Buddha dice, a proposito ci colui che si allena allo sviluppo di vipassanā:

Quando vi è un suono, egli non conosce che "l'ascoltare" (la coscienza auditiva).

Quando vi è un oggetto tattile, egli non consoce che "il tatto" (la coscienza tattile).

Quando vi è un odore, egli non conosce che "l'odorare" (la coscienza olfattiva).

Quando vi è un gusto, egli non conosce che "il gustare" (la coscienza gustativa).

Quando vi è una visione, egli non conosce che "il vedere" (la coscienza visuale).

Quando vi è un pensiero, egli non conosce che "il pensare" (la coscienza mentale).

Per osservare tutti i fenomeni nelle migliori condizioni, la nostra arma migliore sarà la pazienza...

P

Pazienza

La pazienza. Ecco probabilmente l'elemento principale di tutto il cammino che ci conduce sino al nibbāna. Un proverbio birmano dice: «La pazienza porta al nibbāna». La pazienza è la prima virtù che dobbiamo sviluppare se desideriamo acquisire la saggezza. Senza di essa, non è possibile alcun progresso.

La pazienza vuole dire saper attendere con tutta la tranquillità, ma è anche essere capaci di sopportare ogni contrattempo con costanza e rassegnazione (o, per lo meno, provarci). E'anche la tolleranza.

La pazienza è, dunque, primordiale, qualunque sia la durata del ritiro...

Q

Quantità e Qualità

Qual è la durata di un ritiro vipassanā? I fattori che definiscono il progredire di uno yogī sulla via di vipassanā sono talmente numerosi e così variabili da un individuo ad un altro che non è possibile stabilire una durata fissa. L'ideale è partire senza fissare la data della fine, e sentirsi liberi di rimanere il tempo necessario. Inoltre, il fatto di fissare un termine, o di fare dei progetti precisi per dopo il ritiro costituisce un ostacolo da non sottovalutare. In ogni caso, un periodo da quattro ad otto mesi può rappresentare un minimo ragionevole.

Naturalmente, la qualità di un ritiro vipassanā è infinitamente più importante che la quantità dei giorni. La qualità di un ritiro viene definita non soltanto attraverso il buon equilibrio sforzo/concentrazione e dalla frequenza di osservazione dei fenomeni fisici e mentali, ma anche dalla continuità dell'allenamento, , che rischia di subire più o meno delle interruzioni, secondo la qualità delle condizioni (ambiente, clima...). Tuttavia, la qualità non basta.

Per dare un ordine di idee, risulta nettamente più benefico effettuare un ritiro di vipassanā di una settimana ininterrotta, piuttosto che dedicarsi a vipassanā un'ora al giorno, per un intero anno.

La questione di quantità e di qualità si pone egualmente per il nutrimento...

R

Repas = Pasti

L'ideale sta nel limitarsi a fare un pasto al giorno; ciò è largamente sufficiente per la salute (fino a che le attività fisiche sono minori) e per ogni pasto soppresso, le occasioni di danneggiare la nostra concentrazione lo sono anche (in ragione ai gesti ed alle varie azioni, come il compiere un pasto, il vasellame, la pulizia dei denti...). Se giungiamo ad accontentarci di un solo pasto quotidiano, potremo fare una colazione mattutina supplementare, a guisa di rompi-fame, ma proibiamoci comunque di consumare del nutrimento il pomeriggio (e prima dell'alba).

In tal modo eviteremo di mangiare troppo male, o troppo bene. Se mangiamo del cattivo cibo, il nostro organismo soffrirà di carenze alimentari e, per le medesime ragioni citate prima, il nostro allenamento abortirà. Se mangiamo del cibo molto raffinato, rischieremo facilmente di sviluppare degli attaccamenti, come l'avidità. Non potremo più osservare semplicemente gli oggetti fisici e mentali durante il pasto, e la nostra mente verrà occupata da numerosi pensieri (riguardo al nutrimento) al di fuori del pasto.

Durante, o al di fuori del pasto, la sola cosa che conta è sviluppare i sette fattori di risveglio...

S

sambojjhaṅgā

I sette sambojjhaṅgā, che sono i "buoni fattori della conoscenza" devono tutti venire realizzati. Appena ciò avviene, noi sperimentiamo la cessazione dei fenomeni fisici e mentali, che, sola, ha il potere di sradicare definitivamente ogni kilesā.

Ecco i sette sambojjhaṅgā:

  1. sati (l'attenzione)
  2. Dhamma vicaya (l'investigazione nella realtà)
  3. vīriya (lo sforzo)
  4. pīti (la gioia)
  5. passaddhi (la calma)
  6. samhadi (la concentrazione)
  7. upekkhā (l'equanimità)

Durante il nostro allenamento, non riflettiamo soprattutto su questo, poiché codeste considerazioni — qualunque esse siano — non sono che dei concetti. Non dobbiamo preoccuparci di queste cose, né dei dieci vipassanā ñāṇa (le dieci tappe del progredire, sino al nibbāna), né degli otto maggaṅga, né dei quattordici kāyanupassanā, né delle numerose altre liste di questo genere.

Vedere anche: Il metodo Mahāsī.
Vedere anche: L'ottuplice sentiero.
Vedere anche: Il kāyānupassanā sampajañña. Durante il nostro allenamento, la nostra sola preoccupazione è di osservare attentamente gli oggetti fisici e mentali, con vigilanza. Non preoccupandoci di null'altro, tutte queste cose possono prodursi e, il più sovente, a nostra insaputa!

Così, per sviluppare i sette fattori di risveglio bisogna cominciare con il dimenticarli e focalizzare i propri sforzi, la propria concentrazione, la propria energia e fiducia sull'osservazione dei fenomeni fisici e mentali e null'altro.

Allorquando avremo raggiunto i sette sambojjhaṅgā nulla più riuscirà a turbarci...

T

Troubles = Problemi

A seconda delle pāramī di cui disponiamo, incontreremo più o meno problemi durante il nostro ritiro. Una mente che vive immersa in una società folle, ove la vita è perpetuamente effervescente, raccoglie inevitabilmente delle paure, dei dubbi e delle confusioni di ogni genere. Per tutto il tempo in cui essa errerà nel saṃsarā conoscerà dei timori. Se vogliamo sfuggire a questo ciclo infernale e senza fine, non aspetteremo di avere la mente chiara per affrontare un ritiro vipassanā, poiché è proprio questo ritiro che costituisce il migliore mezzo per ridurre le nostre paure ed il solo che le possa sradicare definitivamente.

Inizieremo, perciò, il nostro ritiro, senza troppi interrogativi, non dando importanza che al fatto di ottenere le migliori condizioni per questo allenamento. Solo in tal modo, poco a poco, i dubbi, i timori, ed ogni altro tipo di preoccupazione si dissiperà.

La sola cosa che rende difficile questo allenamento sulla conoscenza della realtà è la nostra mente, che non riesce ad impedirsi di concettualizzare ogni cosa, di porsi delle innumerevoli domande, di commentare tutto ciò che percepisce e di elaborare un numero spaventoso di pensieri, che hanno il solo risultato di annegare la visione diretta della realtà.

Non ci scoraggeremo, anche se ci sembra che la nostra disciplina stagni. Fino a che ci proviamo, noi avanzeremo, pur avanzando lentamente; ci avvicineremo lo stesso alla liberazione dai kilesā, che tanto agogniamo, poiché ad ogni nuovo giorno, oppure ad ogni nuovo ritiro gli errori diminuiscono e le cose vengono chiarite. Non è una questione di tempo. Tutti gli yogī che progrediscono sulla via di vipassanā con la massima disinvoltura e la più grande rapidità sono degli individui che, come gli altri, passarono obbligatoriamente dallo stesso punto. Cioè, si sono allenati a sviluppare le loro pāramī, durante numerose esistenze, durante le quali hanno seguito tanti ritiri.

In ogni caso non dobbiamo scoraggiarci, perché non perdiamo mai il nostro tempo durante un ritiro vipassanā (a meno di chiacchierare, leggere, o andare appresso a distrazioni, o futilità varie). Benché i progressi ci possano apparire deboli, o anche inesistenti, noi sviluppiamo molte pāramī, e potremo anche beneficiare del nostro allenamento, in seguito, nella stessa vita sociale, per esempio.

Fino a che alleniamo la nostra mente alla vigilanza, all'attenzione, alla concentrazione ed alla calma, anche se non raggiungiamo la conoscenza della realtà, la mente apprende a purificarsi dai vagabondaggi dello spirito, a sviluppare la tranquillità. Ne guadagneremo una vigilanza, un'attenzione, una concentrazione ed una calma accresciute. Tutto questo costituirà delle preziose basi che ci renderanno più facile il prossimo ritiro.

Quando raggiungeremo l'equanimità, non conosceremo più alcuna paura...

U

upekkhā

Se beneficeremo di buone condizioni e sapremo sforzarsi in modo giusto nell'allenamento per lo sviluppo di vipassanā, giungeremo con facilità ed in poco tempo all'equanimità delle formazioni mentali. Da lì, l'osservazione degli oggetti fisici e mentali diverrà automatica, e lo sforzo non sembrerà molto necessario, visto che i fenomeni verranno percepiti dalla loro prima apparizione e conosciuti come essi sono; l'osservazione diverrà un riflesso naturale. E'come se noi andassimo in bicicletta. Per assumere della velocità, dobbiamo pedalare duramente. Quando la bicicletta fila a buona andatura, basta solo un piccolo colpo di pedale, di tanto in tanto, per conservarla.

La concentrazione e l'energia sono così bene sviluppati che noi restiamo neutri, immersi totalmente nell'equanimità, sia di fronte alle sensazioni sgradevole, che a quelle gradevoli.

L'equanimità offre il vantaggio di procurarci molto entusiasmo e motivazione, ma paradossalmente, noi rischiamo di attaccarci alle sensazioni di soddisfazione e di potente lucidità che, nel contempo, essa ci offre. Se questo caso si presenta, non progrediremo di un pollice, fino a quando non vorremo ben considerare queste sensazioni e queste impressioni per quello che sono realmente: cioè, soltanto dei fenomeni mentali. Comprendendo questo, sforziamoci di osservarli, restando determinati a non rilassare più il nostro allenamento, sino al nibbāna, l'unica via di uscita da ogni sofferenza.

Non impadroniamoci di nulla, non rigettiamo niente. Restiamo come una foglia la vento; che non forza alcunché, non spera, non resta mai delusa dal luogo in cui plana.

Solamente la nostra vigilanza potrà impedirci di non cadere nella trappola viziosa dell'attaccamento alle esperienze...

V

Vigilanza e Vagabondaggi

Osservare in modo corretto gli oggetti fisici e mentali che percepiamo, con attenzione profonda, mantenendo un buon equilibrio tra l'energia e la concentrazione, è una cosa. Se la vigilanza non viene, però, tenuta viva, ci perderemo, l'istante seguente, nei vagabondaggi, e potremo perderci in essi, a lungo.

Per tutto il tempo in cui applicheremo la vigilanza, la nostra mente non potrà annegare nel mondo senza fine dei pensieri. Essa è come un direttore che obbliga i suoi impiegati fannulloni a lavorare. Quando non è più presente, nessuno lavora. Allo stesso modo, la vigilanza sprona al lavoro ogni elemento necessario al nostro progresso sul sentiero: l'attenzione, la concentrazione, lo sforzo, la pazienza, l'equanimità, ecc.

Non dobbiamo mai sottovalutare l'importanza della vigilanza. Basta essere vigili, per non perderci nei vagabondaggi, che costituiscono uno dei principali ostacoli a questo allenamento, poiché permette all'attenzione di fissarsi sull'oggetto che osserva. Fino a che è il caso, la coscienza non ha posto di ospitare dei vagabondaggi.

Il peggior nemico della vigilanza sono gli intossicanti...

W

Whisky

Non è raccomandabile bere del whisky, soprattutto se desideriamo progredire sulla via della conoscenza della realtà.

L'alcool spinge solo verso degli atti nocivi, o quanto meno inutili...

X

Xylophono

Non è raccomandabile suonare lo xylophono quando desideriamo progredire sulla via della conoscenza della realtà.

La distrazione uditiva disturba sia la concentrazione, che la distrazione visiva...

Y

Yeux = Occhi

La principale fonte di distrazione è causata dalla vista. Le sensazioni visive sono talmente sottili, che non possiamo osservarle per quel che sono, senza far nascere dei concetti, dei giudizi e dei commenti. Ecco la ragione per la quale teniamo gli occhi ben chiusi durante la meditazione seduta. Mentre, nella camminata e nelle attività comuni, li teniamo aperti, perché siamo obbligati a vedere dove andiamo, o ciò che facciamo. Tuttavia, anche in questi momenti, portiamo i nostri occhi costantemente diretti al basso (mentre, il capo resta alzato).

Pensando di offrirvi le migliori condizioni per progredire sulla via di vipassanā, dobbiamo essere determinati ad adottare questa regola d'oro per l'intera durata del ritiro: avere lo sguardo sempre piantato al suolo (a circa due metri da sé, quando ci troviamo in piedi); e mai alzare gli occhi per guardare attorno a sé (salvo che per evitare un pericolo, come durante l'attraversamento di una strada).

Sono numerosi gli yogī che alzano il capo ogni volta che si avvicina un veicolo, che vi è un rumore, che le persone discutono, o che nasce un qualunque movimento in un angolo del loro campo visivo. Costoro non esprimono alcuno sforzo per sviluppare la concentrazione e l'attenzione; essi non progrediranno mai, fino a che si comporteranno in questo modo.

Benché non sia facile, il fatto di guardare costantemente verso il basso può sembrare un dettaglio minimo; è tuttavia un punto primordiale. Guardare attorno a sé risulta probabilmente più distruttivo per la nostra concentrazione che il pettegolezzo. Se giungiamo ad impedirci di alzare lo sguardo su qualunque cosa accada, ci saremo assicurati l'essenziale della nostra attenzione. Al contrario, se alziamo gli occhi verso tutto ciò che avviene, degli essenziali fattori al nostro progresso — come la vigilanza, l'attenzione, la concentrazione o l'equanimità — verranno disintegrati come delle bolle di sapone che scoppiano.

Immaginiamo che un rumore nasca all'improvviso attorno a noi. Si stiamo guardando verso il basso, la vigilanza è automaticamente all'erta. In modo del tutto naturale, l'attenzione si fisserà su questo suono. E così, la mente conoscerà questa consapevolezza per quel che è, come è, al momento in cui appare, senza preoccuparsi di cosa lo abbia provocato. All'inverso, se noi ci giriamo e guardiamo subito nella direzione da cui proviene il rumore, osserviamo lo spettacolo che sta mostrandosi. Durante questi momenti, che possono essere lunghi e che sono generalmente frequenti, vipassanā si è completamente evaporata, e noi ci siamo disconnessi dallo sforzo, dall'attenzione, dalla concentrazione e dall'equanimità.

Ecco perché rimane prioritario, se vogliamo veramente progredire sulla via che porta al nibbāna, essere determinati a tenere sempre gli occhi verso il basso, quando siamo obbligati a tenerli aperti.

Per seguire questa determinazione, dobbiamo immancabilmente dare prova di zelo...

Z

Zelo

La volontà non basta per superare tutte le tappe di vipassanā, fino al prezioso nibbāna. Numerosi yogī sono pieni di buona volontà, che permette loro di applicarsi in pieno allo sviluppo di ogni fattore necessario alla via della liberazione dai kilesā. Sfortunatamente, si lasciano andare al sorgere delle difficoltà.

Abbiamo bisogno di zelo, poiché unicamente l'ardore verso il compito ci permette di sormontare i numerosi ostacoli, che, inevitabilmente, incontriamo su questa strada. Lo zelo è un amico potentissimo, che ci sbarazza radicalmente della pigrizia e dello scoraggiamento.

Finché lo alimentiamo, lo zelo ci aiuterà con efficacia a superare tutte le tappe della conoscenza, sino al nibbāna, la fine definitiva di ogni attaccamento, noia, seccatura e insoddisfazione.


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Origine: Testo scritto per il sito

Autore: Monaco Dhamma Sāmi

Traduttore: Guido Da Todi

Data: Gennaio 2004

Aggiornamento: 29 settembre 2011