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riassunto della pagina

Insegnamento dettagliato sullo sviluppo della visione diretta nella realtà e su ogni sentiero e disciplina che vi ci conducono.

Des explications précises sur les notions de "vipassanā", "satipatthāna", "nibbāna", telles que Buddha les exposait lui-même.

Che cosa è vipassanā? (1)

Il satipaṭṭhāna

Lo sviluppo di satipaṭṭhāna

Affinché si sviluppi vipassanā, che è la visione diretta nella realtà, che si compone di fenomeni mutevoli, insoddisfacenti,del tutto vuoti di sostanza, e non dominabili — bisogna portare la propria attenzione sulla discontinuità. Se osserviamo qualcosa di continuativo, non possiamo risvegliare satipaṭṭhāna. Non è possibile sviluppare satipaṭṭhāna — la presenza di spirito — se non quando poggiamo la nostra attenzione su quanto è discontinuo. Cioè, quando usiamo la nostra attenzione in modo puntuale.

Per un breve istante, siamo assorbiti da un fenomeno, giusto il tempo della sua durata. Quando appare un prurito, noi portiamo la nostra attenzione sul prurito e conosciamo solo il "prurito"; solo per il tempo della sua durata — non di più e non di meno. Se, appena dopo questo prurito, sopravviene un rumore, portiamo l'attenzione su questo rumore; o, piuttosto, sul fatto di ascoltare, sulla coscienza auditiva, sull'"ascoltare"e sull'ascoltato. E conosciamo semplicemente "l'udire". E la stessa cosa è per le visioni che appaiono ai nostri occhi; anche quando essi sono chiusi, vi sono delle immagini che si mostrano proprio come delle visioni. Noi possiamo allora conoscerle semplicemente quali "il vedere".

Di certo, vengono impiegate delle parole per giungere a comprendere l'idea; ma, al momento di farlo, è fuori luogo utilizzarle — né in modo verbale, né mentale, salvo, forse, per i debuttanti, che ne vengono aiutati. Bisogna interrompere questa abitudine, in breve tempo, e fermare la propria attenzione semplicemente sulla realtà, per conoscerla così come essa è.

Il solo dovere

Come ci diceva sovente il nostro istruttore, al centro vipassanā di Yangon, il solo dovere, la sola responsabilità da parte di chi si allena sono quelli di conoscere. Egli non ha null'altro da fare. Nel dichiararlo, il nostro istruttore ripeteva esattamente quanto lo stesso Buddha affermava 25 secoli fa:

"Quando appare un suono, fissate la conoscenza solo sull'ascolto. Quando vi è una visione, conoscete quanto è visto. Quando vi è un odore, conoscete unicamente l'odorato. Quando vi è un gusto, conoscete solo il gustato. Quando avete una percezione tattile, conoscete solo quanto è stato toccato. Quando appare un oggetto mentale, conoscete soltanto il pensiero." Questa è una delle rare volte, se non l'unica, in cui Buddha espresse con chiarezza in cosa consiste l'atto del conoscere, che porta al nibbāna.

A proposito del satipaṭṭhāna sutta

Nel satipaṭṭhāna sutta egli non ci fornisce queste informazioni, o piuttosto non lo fa in questo modo diretto. Nel satipaṭṭhāna sutta ci enumera la lista delle cose che possono venire osservate e conosciute, senza tuttavia dirci come conoscerle. Ci rivela semplicemente che se portiamo la nostra attenzione su tutto ciò che ci appare alla coscienza, potremo osservare e intendere quattro categorie di fenomeni, che si ripartiscono in tutto e per tutto in dodici oggetti.

Esistono, sfortunatamente, delle persone che commettono un errore di valutazione su questo sutta, e che credono che vipassanā sia una meditazione. Quanto volte si uniscono questi due termini (che non hanno nulla a che fare l'uno con l'altro) e (si afferma) che vipassanā è fare quanto sta scritto nel satipaṭṭhāna sutta. "Dunque (essi dicono), noi seguiremo quanto è scritto; come se fosse una ricetta, o tecnica". In effetti, le cose non stanno in tal modo.

Il satipaṭṭhāna sutta è piuttosto un sutta che ci rivela ciò che accade quando portiamo la nostra attenzione sulla realtà. Ci dice quel che capita. Non è, in effetti, una ricetta, o un insieme di istruzioni per farlo avvenire.

La saggezza non può essere ottenuta attraverso i libri

Non è un libro, non sono dei testi che possono indicarci come farlo. Solo un essere umano, se possibile perfettamente realizzato, può darci l'indicazione necessaria per sviluppare questa giusta visione nella realtà. I libri non lo possono fare.

Anche chi avesse meditato da solo ed avesse studiato a partire dai libri, per degli anni, delle decadi, in nessun caso potrà sviluppare quella che si chiama conoscenza, o saggezza, proprie di vipassanā. E' una cosa inconcepibile; non si è mai vista e non capiterà mai, anche se qualcuno purtroppo pretende che sia cos ì... Salvo, Buddha medesimo. Quanto differenzia un essere come Buddha dai suoi allievi è che lui ha scoperto tutto da solo. E' in proposito, nella natura stessa di questi allievi ed in quella di un essere come Buddha di esservi arrivato da solo, senza che nessuno gli dicesse come farlo.

Non dobbiamo, perciò, reinventare la ruota, né la polvere; dobbiamo semplicemente eseguire quanto il nostro istruttore ci dice di fare. Se il nostro istruttore afferma:" Quando qualcosa appare alla coscienza, qualunque cosa essa sia, osservatela e conoscetela per quello che è" egli ci fornisce delle buone istruzioni. Se il nostro istruttore ci insegna altro, quanto dice non è il satipaṭṭhāna, non è la parola di Buddha; egli si trova in un binario diverso.

La natura delle 3 caratteristiche

La visione che è vipassanā

samatha è una meditazione. Cioè, ritornare ancora ed ancora sul medesimo oggetto , sino a che esso finisce per divenire continuo, limpido. vipassanā è la visione che si sviluppa quando si porta la propria attenzione su tutto ciò che avviene, istante per istante, momento dopo momento. Il fatto stesso di fare questo ci condurrà in modo naturale a realizzare giustamente che tutte le cose appaiono in momenti successivi; esse appaiono e non durano. Faremo, così, l'esperienza di anicca, che è l'impermanenza. Vedremo anicca. La vedremo così, com'è.

Attenti alle concettualizzazioni

Attenzione; badiamo a quegli esercizi di meditazione che, a volte, vengono insegnati ed in cui ci si dice:"Bisogna contemplare l'impermanenza. E'un esercizio che consiste nel contemplare l'impermanenza nelle cose, nelle sensazioni, nei pensieri, ecc.." Una tale contemplazione sarebbe, di fatto, una concettualizzazione, uno sforzo intellettivo: una meditazione sulla non permanenza. Certo, ciò ha una sua utilità. Si tratta già di un fattore positivo, ma non di satipaṭṭhāna e tale azione non permette di sviluppare la visione diretta della realtà, e della sua caratteristica anicca.

Certuni diranno:" Bisogna ora meditare sull'aspetto di insoddisfazione, di dukkha; abbiamo un esercizio per la giornata, che consiste nell'osservare dukkha in ogni fenomeno". Qui non si tratta di satipaṭṭhāna. Questa è proprio una meditazione, un'investigazione intellettuale, che ci condurrà forse ad una certa comprensione intellettuale, o meditativa, di cosa sia dukkha. satipaṭṭhāna consiste semplicemente nell'osservare la realtà, nell'osservare i fenomeni e grazie a ciò permettere che si sviluppi la visione di dukkha. La stessa cosa avviene per la terza caratteristica, che è anatta.

Il fatto paradossale è che l'ultima cosa che ci deve preoccupare, in satipaṭṭhāna sono giustamente questi tre attributi (anicca, dukkha, anatta). Non debbono interessarci. Non sforziamoci di vederli, di contemplarli, di osservarli, di conoscerli, di comprenderli. La sola cosa su cui ci concentreremo sono la coscienza ed il suo oggetto. Dobbiamo cercare semplicemente di osservare, di rimanere attenti, raccolti su ogni momento della coscienza, in ogni istante. Appena qualcosa appare nella nostra coscienza, ebbene, è ciò che ci dovrà interessare.

La visione diretta a nostra insaputa

Il fatto di sostenere la nostra attenzione ci permetterà, a nostra insaputa, di possedere una visione diretta in queste tre caratteristiche. Dato che in certi testi viene descritto questo processo, secondo il quale, in vipassanā, si giunge a conoscere la caratteristica dell'impermanenza, certuni hanno immaginato che vipassanā fosse proprio questo. Hanno pensato che vipassanā consistesse nell'osservare le caratteristiche dell'impermanenza. Come se esistesse un metodo, un esercizio, o una tecnica per tutto ciò. D'altra parte, alcuni hanno, in effetti ,sviluppato delle tecniche precise, in proposito. Quale errore! Come Buddha dice egli stesso, quando appare un suono, non dovete conoscere che ciò che avete ascoltato. Parla di anicca in questa frase? Parla di dukkha? Parla di anatta? Ci espone delle grandi teorie su vipassanā? Non ne pronuncia neppure il nome.

E' precisamente quando portiamo la nostra attenzione sul'ascoltare, sul vedere, sul sentire,sul gustare, sul toccare, sul pensare che, in quel momento, automaticamente, si esprimerà, si stabilirà, si svilupperà la visione diretta. IN questo "vedere", IN questo "ascoltare", IN questo "gustare", "sentire", "toccare", ecc. La visione che essi sono cangianti, impermanenti, che appaiono e dispaiono, insoddisfacenti e del tutto vuoti di sostanza, si stabilirà.

E' grazie a ciò che giungeremo a percepire che questo mondo è disperatamente vuoto di sostanza e che non ha in sé un filo conduttore. Non esiste alcuna coscienza primordiale continua, o incondizionata.

Fino a quando non si è compiuto lo sforzo di portare la propria attenzione su quanto si presenta alla coscienza proprio nell'istante in cui esso appare, senza alcuna investigazione, senza analisi — semplicemente portare la propria attenzione, tenerla lì e sostenerla su ciò che si mostra per tutta la durata di tempo in cui persiste, fino a che non ci comportiamo in questa maniera non giungeremo mai ad una visione diretta, completamente spoglia delle tre caratteristiche.

Non possiamo capire

Fino a che avremo l'impressione di avere visto queste tre caratteristiche, vorrà dire che non sarà così. Fino a che penseremo di avere visto o compreso qualche cosa, significherà che non l'avremo né vista né compresa. Si tratterà di un edificio intellettuale. Coloro che hanno seguito il giusto allenamento con un istruttore qualificato e che hanno effettivamente sperimentato quanto nasce da ciò vi affermeranno di non avere compreso nulla. Alcuni vi diranno pure di non aver visto nulla e che non comprendono perché quanto era scritto nei loro testi non fosse stato sperimentato da loro. Giustamente! E' questa la cosa interessante...

Non possiamo VEDERE queste tre caratteristiche. Semplicemente, esiste una conoscenza diretta delle stesse che può effettivamente esteriorizzarsi, o esprimersi attraverso certi sintomi. Per esempio, durante il nostro allenamento al satipaṭṭhāna, potremmo risentire dei dolori insopportabili nel corpo, potremmo provare dei pruriti, delle sensazioni di estasi, di beatitudine. Si tratta di reazioni della coscienza, che sta apprendendo la realtà. Mentre queste esperienze si producono, non ci rendiamo conto che la coscienza sta apprendendo la realtà, ma ne vediamo i sintomi. Proprio come quando un foruncolo appare sulla nostra pelle noi non ci rendiamo conto che ciò è dovuto, per esempio, al fegato, oppure allo stomaco. Ma, osserviamo il foruncolo che è apparso sulla nostra pelle.

Quanto caratterizza satipaṭṭhāna è che noi non comprendiamo nulla di quel che accade. Più noi comprendiamo e meno siamo presenti!Ciò non vuol dire che il contrario sia vero; si può benissimo non comprendere nulla e, tuttavia, essere del tutto "in riga".

Immaginiamo che qualcuno si trovi veramente sulla via, sull'"ottuplice sentiero (maggayaga)", della giusta comprensione, del giusto pensiero, della giusta parola, della giusta azione, dei giusti mezzi di sussistenza, del giusto sforzo, della giusta attenzione (che è l'attenzione portata ad ogni istante) e della giusta concentrazione (che è la considerevole concentrazione che si puntella su ognuno di questi istanti). Mentre questi otto elementi sono raggruppati durante ogni momento della contemplazione. Questo qualcuno, poiché la sua attenzione e del tutto portata sulla realtà — cioè a dire su di un fenomeno — come, per definizione, può capire quel che accade? Non lo comprende, lo vede. Di conseguenza, gliene sarà difficile parlare.

Una mappa descrittiva

Le "scritture" si propongono, allora, di fornire una descrizione assai dettagliata dell'acquisizione della diretta conoscenza. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, non si tratta di un modo di utilizzo di vipassanā, ma, piuttosto, di una mappa descrittiva. E' dunque interessante occuparsi di questa letteratura dopo avere seguito questa pratica in vipassanā, durante un periodo assai lungo, per comprendere ciò che si è visto e sperimentato.

Esistono certuni, gli arahant, che sono giunti completamente alla fine, che hanno raggiunto il nibbāna, attraverso le quattro tappe, e che posseggono una straordinaria finezza a penetrare, ad osservare, a comprendere, a vedere. Di conseguenza, costoro prendono l'abitudine a continuare il loro allenamento in satipaṭṭhāna e di continuare ad osservare ancora ed ancora l'apparizione e la scomparsa della coscienza. Grazie alla loro straordinaria intuizione, alla loro eccezionale sagacia, alla loro fenomenale intelligenza sono stati capaci di vedere relativamente in dettaglio l'assieme dei fenomeni e dei meccanismi implicati.

Sono essi che hanno scritto i testi. Dei testi che oggidì ci ingannano. Dei testi che consideriamo delle istruzioni o quanto bisognerebbe studiare prima di cominciare l'allenamento, mentre sono stati redatti DOPO che quello era stato completato. D'altronde, Buddha stesso non ha dato il suo insegnamento dopo aver raggiunto la liberazione (lo scopo)?

Come raggiungere il nibbāna?

nibbāna non è affatto uno stato di coscienza, né una realtà trascendente, né una verità assoluta, né un luogo, un ambito, o una sfera di esistenza, né un modo di essere. Cioè, nibbāna non è la santità, la "buddhità", o la divinità.

nibbāna è una cosa, una realtà, un oggetto; è una realtà oggettiva, palpabile, conoscibile attraverso la consapevolezza, visibile dalla consapevolezza, la cui natura è di non essere manifesto.

Buddha insegna che esistono 4 realtà, che costituiscono l'universo:

  1. La coscienza, la cui facoltà è conoscere le altre tre
  2. I fenomeni materiali (le proprietà materiali), che noi chiamiamo, in senso generale, materia
  3. I fenomeni mentali (le proprietà mentali), che sono gli stati emozionali ed ogni altra percezione sul livello della mente
  4. nibbāna

Le idee sbagliate

L'idea di un continuum di coscienza, o di una coscienza primordiale fu rigettata all'origine dal monaco Gotama; dal risvegliato, che oggi chiamiamo Buddha. Gli attribuiamo molti insegnamenti, dei quali sembra che alcuni non siano mai stati dati.

Alle origini, nel suo esposto primordiale, tale quale oggi è riportato dalla tradizione theravāda, la "tradizione degli anziani", Buddha nega la presenza di un continuum di coscienza, di una continuità, di un'identità, o di una natura. Nega l'esistenza di una sostanza continua, immutevole, eterna, che sarebbe vergine, immacolata. Anche se, dopo, certe scuole buddhiste moderne, altamente speculative, hanno postulato il contrario. Queste ultime hanno postulato l'intera loro filosofia, tutta la loro dottrina nel fatto che esista, in quelli che chiamiamo i cinque aggregati, un continuum di coscienza, stabile, imperturbabile ed incondizionato, che sarebbe lo stato naturale dello spirito, che riposa in se stesso.

L'intero oggetto dei nostri sforzi è quello di vedere, con chiarezza, e sperimentalmente, che ciò è semplicemente FALSO. Esattamente questo il monaco Gotama ha scoperto. Si parla sovente della filosofia nietzchiana, come di una filosofia rivoluzionaria. Allora, cosa dire dell'insegnamento del monaco Gotama, che sommuove e rovescia tutti gli insegnamenti che sono stati dati nella storia dell'umanità? Compresi quelli proposti nel suo nome!

Ai suoi tempi vi erano dei monaci, che facevano parte della sua comunità, ed in essa erano ammessi, che insegnavano delle cose che non erano state mai dette. Ciò, quando lui era vivo. Immaginatevi 2.500 anni dopo...

Quanto il monaco Gotama ha scoperto di rivoluzionario e letteralmente contro corrente rispetto a ciò che ascoltiamo quotidianamente nei vari sistemi religiosi, filosofici, o mistici d'oriente e d'occidente, è che giustamente non esiste affatto la sostanza. Nulla esiste che sia continuo; non v'è UNA coscienza.

La via del Buddha

Ed ecco la via insegnata dal monaco Gotama per giungere a constatare con i propri occhi quel che sin qui abbiamo detto...

Il Buddha era un uomo, null'altro che un uomo, nato come un uomo, vissuto come un uomo ed è spirato come un uomo. Ha scoperto da solo ciò che ha scoperto. Ed è avvenuto senza l'aiuto di nessuno, senza la più piccola preghiera, senza la minima riflessione, senza la minima meditazione — pur se egli ha sperimentato tutto ciò che ha insegnato — senza il minimo mantra, senza il minimo atto devozionale a chiunque fosse (un maestro spirituale, una divinità, brahmā, o Dio). Questo uomo, che proclama di non essere un'emanazione, né un'incarnazione, né la manifestazione di un principio superiore, o intrinseco, né la rivelazione nel mondo umano di una realtà trascendente, ha precisamente scoperto che tutto ciò non esiste.

Ha scoperto che, tutt'al più, è reale quel che possiamo conoscere in un dato istante. Molto semplicemente: che non esiste alcuna altra realtà in questo universo se non quella che siamo capaci di captare con i nostri sensi.

La disciplina che egli suggerisce per giungere a ravvisare chiaramente, a nostra volta, questa visione si divide in tre fasi, che importa seguire in modo successivo. Prima, lo sviluppo della purezza dello spirito, della purezza dell'individuo, attraverso la condotta e l'educazione. In seguito, una volta acquisite questa condotta e disciplina, vi è lo sviluppo della concentrazione, della presenza di spirito. Infine, viene la visione diretta nella realtà.

La via che porta alla conoscenza diretta, che non è affatto una conoscenza trascendente, è quella della visione diretta della realtà. Dopo tutto, quanto noi cerchiamo nell'insegnamento di Buddha ed in quelli dei nostri maestri spirituali è di raggiungere una certa felicità. Così, per avanzare lungo il sentiero che porta alla felicità, molte persone immaginano che è necessario sottoporsi a degli esercizi, a dei rituali, a delle utilizzazioni di simboli, a delle recite, a delle visualizzazioni, a degli esercizi di controllo della postura del corpo, della postura della mente, di disciplina, attraverso il controllo stesso.

Si crede che attraverso tutti questi esercizi complicati, o semplici, si debba giungere ad una certa trascendenza. Pertanto, il monaco Gotama stesso afferma che è giunto alla fine di ogni insoddisfazione — ossia, alla sparizione di tutte le sue cause — senza avere mai recitato una preghiera, senza avere mai recitato un mantra, né avere congiunto le sue mani. Ma, soltanto osservando la realtà, e null'altro che essa.

I "blablayana"

Si parla spesso dell'"hinayana", del "mahāyāna", del "vajrayana", del "mantrayana", ecc. In effetti, tutti questi sono dei "blablayana"! Buddha, lui, ha pronunciato solo una volta il termine "yāna", pronunciando "ekayāna", che significa "la via UNICA". Qual è questo sentiero unico che conduce alla fine della sofferenza? E' la via dello stabilirsi dell'attenzione, che conduce alle quattro categorie dei fenomeni. Egli dice in numerose occasioni — lo si può verificare nelle sue parole, espresse nella propria lingua materna:"L'unica via che porta al nibbāna, che sta lì dove non esiste più alcun dolore, è la via dello stabilirsi della presenza di spirito e nella visione diretta della realtà: satipaṭṭhāna vipassanā bhaāvanā.

Se, per caso, avesse dovuto praticare uno yoga per raggiungere lo scopo, Buddha lo avrebbe fatto! Se, per caso, egli avesse dovuto recitare una formula, per entrare in comunione con non so quale divinità, per raggiungere l'obiettivo, Buddha lo avrebbe fatto! Se, per caso, ci fosse stato bisogno di certe preghiere, di certe cerimonie, di prosternarsi in una determinata maniera, di disporre le mani in quel modo, di collocare i piedi così o colà, Buddha lo avrebbe fatto!

Tuttavia, non ha eseguito nulla di quanto sopra. Ci ha, forse, provato durante la sua giovinezza; ma, quando è giunto al fine che egli indica, si è semplicemente seduto sotto un albero ed ha osservato, ha contemplato l'apparizione e la scomparsa dei momenti coscienziali; è tutto. Dopo di che, visto che fu per questa via che egli giunse alla fine della sofferenza, ciò fu quel che insegnò. Non avrebbe esposto un'esperienza che non avesse praticato. Come egli disse:" Non esiste che un insegnamento in cui si istruisce realmente su ciò che viene praticato e si pratica effettivamente quel che si insegna; ed è il mio. Di conseguenza, io insegno solo quel che pratico.

Ecco cosa ha insegnato il monaco Gotamo, uomo tra gli uomini, nato come uomo, vissuto come uomo e morto come uomo, per giungere alla cessazione completa dell'insoddisfazione.

Il sentiero

Una condotta perfetta

In primo luogo, insegna l'osservanza di una condotta, di un etica esistenziale più perfetta che sia possibile. Infiammati di compassione per il mondo, per tutti gli esseri che popolano l'universo, noi procediamo sulla via della non violenza, della non aggressività, della rinuncia; ci asteniamo. Non si tratta di proibirci, di frustrarci, di castrarci; non è proprio questa l'idea!Semplicemente, ci asteniamo. Si tratta solo di astenerci. Non è un'astinenza, in senso religioso; è un'astensione.

Partendo da uno spirito vigilante, animati da una compassione naturale, da una benevolenza spontanea verso tutti, ci asteniamo di comportarci in modo tale da nuocere loro.

Beninteso, Buddha elabora quanto diciamo suggerendo delle regole che, a volte, assumono il ritmo di metodi di comportamento, o di precise norme. Tuttavia, resta il fatto che, accesi di compassione, accesi di attenzione verso il mondo, verso gli esseri, noi ci asteniamo.

Ci asteniamo di fare del male attraverso i nostri gesti (attività fisica), di fare del male attraverso le nostre parole (attività verbale) e, se possibile, di concepire il male (nei nostri pensieri e nella nostra immaginazione). Ci asteniamo di fare violenza, di uccidere, di colpire chiunque sia, dalla formica all'essere umano, passando attraverso tutto ciò che vive. Ci tratteniamo anche di saccheggiare la vegetazione inutilmente. Ciò può disturbare molti esseri che vivono in essa (e se ne nutrono), anche se non li vediamo.

Ci asteniamo dalle menzogne, dal pettegolezzo, dalle parole che feriscono, che umiliano, dirette verso chiunque, piccoli o grandi, bambini o adulti.

Ci asteniamo dal prendere quanto non ci spetta legittimamente. Ci asteniamo di pigliare in prestito una cosa che non ci è stata data. Ci asteniamo dal furto, sotto una qualunque sua forma.

Ci asteniamo da una condotta sessuale azzardata. Cioè, da una condotta suscettibile di generare una qualunque sofferenza, sia per noi che per altri (adulterio, incesto, prostituzione, una relazione sessuale con qualcuno che si è impegnato ad astener visi, ecc.)

Ci asteniamo dall'assumere delle sostanze capaci di modificare le strutture abituali della nostra mente (alcool, droghe diverse, ecc.)

Chi?

Tutto ciò indica che dobbiamo frenarci, desistendo dall'agire con il corpo, e con la parola, in modo da non arrecare del male ad altri. Ci si può chiedere a chi ciò porta dolore. Chi agisce e chi riceve le conseguenze dei nostri atti?

In origine, il monaco Gotama afferma che non esistono le persone. Non ci sono esseri, né anime, né sostanza, né io, né ego. Dunque, se non esiste un sé, non vi sono neppure gli altri. Ecco la ragione per cui, all'origine, il monaco Gotama dice semplicemente che in questo mondo esiste la sofferenza. Asteniamoci di partecipare ad essa. Asteniamoci di portarvi il nostro contributo.

Se ignoriamo questo punto, forse avremo comunque un'attitudine benevolente a riguardo degli altri. Avremo un'attitudine altruista, penseremo al prossimo; ci sforzeremo di fare del bene agli altri, evitando di commettere del male nei loro riguardi. Ospiteremo questa natura in noi, puntellandoci sull'idea che esista qualcun altro. Ed è già una cosa molto buona. Poiché, secondo la legge che afferma che si raccoglie ciò che viene seminato, se si fa del bene al prossimo e ci si astiene di arrecargli danno, in futuro, gli altri ci dovranno ricambiarci con del bene ed esimersi di rivolgerci del male. Ma, tutto ciò, però, parte dalla concezione errata che vi sia qualchedun'altro.

Ecco perché Buddha dice che non si è nell'errore quando ci si astiene dal fare male a se stessi come se fossimo gli altri, visto che un sé non esiste. Così, se l'altruismo, nel senso convenzionale del termine, è, beninteso, un'ottima pratica, mentre l'egoismo, questo malsano interesse di soddisfare i propri desideri è una pratica dannosa, per Buddha, l'altruismo non rappresenta ancora la panacea. Poiché l'altruismo poggia ancora su di una concezione errata.

L'egoismo e l'altruismo

Sostituire l'egoismo con l'altruismo è bene; anzi, è molto bene. Sostituire l'altruismo con un'attitudine spontanea di benevolenza verso tutti è meglio. Senza preoccuparsi essenzialmente del destinatario, né dell'origine. Poiché, secondo Buddha non esiste né l'io, né gli altri. Allora, come potrebbe, il suo, essere l'insegnamento dell'altruismo?

E' semplicemente perché ne siamo coscienti, ed abbiamo una certa intuizione, una percezione di ciò che è naturalmente buono che noi lo facciamo. Non è per nostro figlio, che noi cerchiamo di educarlo, di prenderci cura di lui; e neppure perché è un bene per il figlio dei nostri vicini. E' perché tutto ciò è semplicemente giusto. Che si tratti dei nostri figli, dei figli dei nostri vicini, dei nostri parenti è cosa buona, naturale e sana dare loro del conforto e quanto essi abbisognano.

Si tratta di un valore universale, non centrato. Avviene ora, o mai più. Ecco, la concezione della benevolenza, secondo il monaco Gotama. Se nel suo insegnamento egli afferma che l'egocentrismo è malsano, per lui l'allocentrismo, cioè rivolgersi verso gli altri, non è molto meglio. E' meglio in termini di positività accumulata, ma non basta. Il problema è il "centrismo", che sia un egocentrismo, o un altruismo. Per Buddha non esistono trentasei modi di poter vivere in modo sano e di raggiungere un certo grado di purezza interiore se non desistere di fare del male. Di fare del male a chi? A tutti? A nessuno. Poiché questo mondo è vuoto ed è disperatamente disabitato.

Si tratta semplicemente di astenersi dal nuocere. Non è necessario pronunciare dei lunghi discorsi, scrivere degli spessi volumi per spiegare cosa significhi cessare di fare del male. Abbiamo in noi la capacità di comprenderlo, qualunque siano la nostra cultura, la nostra lingua materna, la nostra religione e le nostre credenze. Bisognerebbe essere pazzi per immaginare che la violenza possa portare del bene a chicchessia.

Una maniera di vivere sani

Avrete notato, sino a qui, dall'inizio dell' insegnamento, che questa sana maniera di vivere non si richiama a degli yoga, né a delle meditazioni, ed ancor meno a delle preghiere o a delle devozioni. Non ha neppure bisogno di maestri e la nozione di discepolo non esiste. Si tratta semplicemente di un'attitudine all'auto controllo: una self attitudine, come si dice. Cioè, si resta retti, onesti e chiari con se stessi in ogni circostanza e ad ogni momento, in modo naturale. Non esistono divinità, né dei Buddha. Nello stesso tempo è completamente inutile divertire il proprio spirito in recitazioni sterili, in mantras, o con delle preghiere. E' anche inutile fermarsi davanti ad un monumento e fare un inchino, poiché vi è una forma che indica l'immagine di Buddha, di Vishnu, di Shiva, o di chissà chi.

E' infinitamente più importante che ogni volta noi ci si confronta con una situazione, si "tenga la testa dritta" — come si dice; "si sia degni", ossia puri e chiari. E' molto importante questa idea di trasparenza, di verità, di essere reali, di trovarsi lì. Questo eviterà di giustificarci. Coloro che si giustificano di qualche cosa sono quelli che, mentre un dato episodio avveniva, non furono chiari, non si trovavano lì, non era "veraci". Poiché, in caso contrario non vi sarebbe stato alcun bisogno di giustificarsi.

"L'eutanasia è bene? In certi casi la si può ammettere? In certi casi la si può tollerare? Se si tratta di alleviare la sofferenza, bla bla bla, bla bla bla..." Libri, tramissioni televisive e radiofoniche sono consacrate a questo soggetto, mentre rasentano l'essenziale. Essere "veri", essere chiari, in ogni situazione, è con lungimiranza l'aspetto più importante.; che ci dispenserà da queste chiacchiere filosofiche.

Buddha h detto:" Togliere la vita ad un essere non può in NESSUN caso portare del bene a chicchessia". Non è propriamente per l'individuo in se stesso; una volta morto, non vi sono problemi per lui. E' soprattutto per il suo ambiente. Uccidere una persona porta una quantità di sofferenza e di pena — non tanto alla persona, che non sta più lì a sperimentarlo, quanto a coloro che lo attorniano. Ecco la cosa più importante. Qualunque stato dello spirito si abbia, anche se si crede di agire bene, o si ha una buona e sincera intenzione, nel medesimo istante in cui ci commette un gesto che mira a togliere la vita ad un altro essere, lo spirito ne resta macchiato, insudiciato, infettato.

La cosa più difficile e quella più facile

Bisogna diffidare di coloro che ci narrano delle belle parabole filosofiche, e che, di fronte ai fatti, restano del tutto impotenti ed incapaci di agire. Parlano, ma senza sapere cosa dicono. Astenersi è, alla volta, la cosa più difficile e la più semplice a farsi. E' la più difficile, poiché nel momento in cui ci confrontiamo con la situazione, le cose vanno molto in fretta e noi non abbiamo il tempo di riflettere. Bisogna possedere quella scintilla, quella lucidità straordinaria che permette di rimanere completamente "veri", di restare del tutto uniti a se stessi, con lo spirito aperto e disponibile e di procedere verso il buon senso, nella giusta direzione. Nello stesso tempo , è ciò di più facile a compiersi, poiché astenersi significa proprio non fare nulla. Non nel senso di restare indifferenti e di lasciar perdere; ma, di non far nulla, nel senso di non produrre alcuna azione. E'molto difficile astenersi. Tuttavia, in qualche modo, è la realtà più semplice. Vedremo più avanti com'è la via ed il SOLO sentiero che porta alla conoscenza.

Una volta giunti qui, abbiamo sviluppato ciò che viene chiamata la purezza della condotta, la purezza morale. Siamo chiari, siamo lucidi. Non esistono delle falle nella nostra quotidianità, con i nostri amici, con la nostra famiglia, con i nostri colleghi di lavoro. Non esistono dei punti deboli, né dell'ipocrisia e la realtà appare chiara. E' limpida ed è trasparente.

Viviamo in un mondo relazionale, non gerarchico. Solo a partire dal momento in cui siamo pervenuti a questo grado di purezza — che si chiama la purezza della condotta (sīlavisudhi) - possiamo sperare di raggiungere lo stadio seguente, ossia la purezza della mente (cittavisudhi). La purezza della mente (o della coscienza) si ottiene unicamente tramite la concentrazione. Per farlo, noi dobbiamo assorbire il nostro spirito soltanto in un punto. La parola in lingua pali è sati e indica l'idea di raccogliere gli elementi sparsi del proprio spirito, della propria coscienza, e di focalizzarli in un solo punto.

sati suggerisce l'idea di ricordarsi, di memorizzare. Suggerisce anche l'idea di concentrazione, di attenzione, di vigilanza e di presenza di spirito. Una volta raccolto lo spirito, e assemblatine i frammenti, esso raggiunge un certo grado di unificazione. Da quel momento, si applica all'oggetto con attenzione. Ciò conduce ad un grado di purezza tale che, quando ne è assorbito, non esiste più posto in esso per i desideri sensuali, né per i pensieri lubrici, né per la collera, né per l'avversione, né per la pigrizia.

La perdita dell'ignoranza

Ciò non basta. Una volta sviluppata la purezza del mentale, bisogna allora passare alla terza fase, che è molto importante. E' quella in cui avviene l'acquisizione della conoscenza; o, più esattamente, la perdita dell'ignoranza. Che ci porterà, per finire, all'esperienza del nibbāna. Questa terza fase è chiamata "ditthivisudhi", la purezza delle concezioni.

Ancora una volta, quel che è interessante è che per il monaco Gotama giungere alla comprensione corretta dei fatti avviene essenzialmente astenendosi dalle costruzioni mentali. Naturalmente, come si può giungere ad una giusta comprensione, se non astenendosi di comprendere, di analizzare, di concettualizzare, di verbalizzare? L'acquisizione della conoscenza attraverso la visione diretta è un processo del tutto naturale ed incontrollabile, come ogni cosa. E' solo quando si possiede uno spirito chiaro, non roso dai rimorsi di tutti i nostri errori passati, non agitato e perturbato dall'eccitazione dei nostri progetti, concentrato, calmo e disteso che è possibile avere quell'idea, quella intenzione, e porre la propria visione sulla realtà. Ciò viene chiamato lo sviluppo della visione attraverso lo stato della visione.

satipaṭṭhāna vipassanā bhaāvanā. sati significa l'attenzione, la presenza di spirito. "patthàna" significa lo sviluppo, la crescita, lo stabilirsi, la fondazione. La parola vipassanā si suddivide in questo modo:"vi", che significa superiore, e "passana", visione, visione superiore, visione diretta. Quanto al termine bhaāvanā, viene tradotto letteralmente come "la cultura"; cioè, addestramento, stabilizzarsi. Si tratta di un addestramento, nel senso di ripetizione.

L'idea, secondo il monaco Gotama, non è quella di ottenere la conoscenza, la saggezza trascendente, folgorante, che trafigge ogni cosa. Il problema, per il monaco Gotama sono proprio le nostre acquisizioni. Ogni situazione che ci accade, qualunque essa sia, nasce a causa delle nostre acquisizioni. L'accumulo di una certa conoscenza costituisce un problema proprio perché è un ammasso. Ecco la ragione grazie alla quale per il monaco Gotama la via che conduce alla pace, quella che porta a quanto lui chiama la felicità ed alla tranquillità perfette non viene presentata come il sentiero della cessazione dell'ignoranza.

Poiché nell'accumulo di conoscenza esiste sempre un po' di ignoranza, una forma di ignoranza. Ed è precisamente questa ignoranza che ci motiva. E' questa ignoranza che ci permette di sviluppare una certa conoscenza. Allora, piuttosto che accumulare, piuttosto che ampliare all'infinito e raggiungere questo "infinito", questa coscienza infinita, questa infinita conoscenza in cui divenire UNO con l'infinito universo, per il monaco Gotama l'idea è molto più semplice, molto più insolita, per non dire infantile! Basta semplicemente staccare la presa.

Ma, allora, come possiamo fare per giungere ad una visione completa la realtà, ove non esista alcuna traccia di ignoranza? Ciò che è alquanto paradossale è che non esiste NULLA che si debba fare in proposito. Dal momento in cui agiamo in qualche modo, restiamo implicati dentro dei meccanismi. D'abitudine e generalmente ci si richiama a dei fenomeni energetici. Si utilizzano delle energie, si utilizza la materia. Si vuole purificare una certa energia, sviluppare una qualunque forza per raggiungere l'ultimo risveglio. Questo, secondo il monaco Gotama, non è un buon metodo. Poiché lavorare nel campo delle energie ha esattamente lo stesso effetto, secondo lui, di un bèbè che agita le braccia nel suo bagnetto. Cioè, crea della schiuma. Null'altro che della schiuma.

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info su questa pagina

Origine: Insegnamento dato in Francia.

Autore: Bhikkhu Sāsana

Traduttore: Guido Da Todi

Data: 1999

Aggiornamento: 29 settembre 2011