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riassunto della pagina

Consigli agli yogī seri per un ritiro vipassanā nelle migliori condizioni.

consigli agli yogī seri
per un ritiro vipassanā nelle migliori condizioni

I consigli di questa pagina si addicono allo stesso modo, sia a coloro che portano la veste monastica, che agli altri.

Prima di cominciare

Per vivere un ritiro in condizioni ottimali, la prima tappa consiste a rendersi del tutto pronti. Ciò implica il disimpegno in buona e dovuta forma da ogni responsabilità (in ogni caso, per la durata del ritiro, ma di preferenza in modo definitivo), in maniera da evitare più che sia possibile ogni rischio di pensieri perturbatori.

Lo spirito di uno yogī serio che intraprende un ritiro vipassanā è vuoto come lo spazio stesso. Ha prodotto tutto il necessario per disfarsi del minimo oggetto di preoccupazione, e lasciato da parte l'assieme delle conoscenze che ha potuto acquisire durante lo studio.

Ha sistemato tutto ciò che doveva, prendendosi cura di cancellare ogni traccia cattiva dietro di lui, un po' come se si apprestasse a morire il più serenamente possibile, oppure a traslocare su di un altro pianeta.

Prima del ritiro è anche molto importante preparare bene il terreno rendendosi più libero possibile e allenandosi con una o due ore di vipassanā al giorno.

Scelta del luogo

Benché i criteri di un luogo di ritiro prendano sempre meno importanza man mano che lo yogī avanza, certuni non sono da negligere:

  • Presenza di un istruttore qualificato: una guida capace di fornire le buone indicazioni al momento giusto, per un rapido progresso dello yogī.
  • Facile ottenimento delle necessità: beneficiare sul posto e senza restrizione si tutto quanto ci permetta di restare al riparo dal bisogno (tetto, cibo, acqua, medicine, sapone, w.-c, ecc.)
  • Posto per la camminata: un viale, o qualunque altra porzione di suolo piana, lunga almeno otto o dieci metri. Affinché una camminata sia efficace in vipassanā essa deve venire effettuata su di un piano, né troppo corto, né troppo lungo.
  • Tranquillità: Se i rumori fanno parte integrante dell'allenamento allo sviluppo della visione nella realtà, è tuttavia più propizio dedicare il proprio ritiro ad un luogo relativamente silenzioso. E' anche preferibile evitare ogni agitazione.

Oggetti personali

Quando andiamo ad assorbirci in un ritiro, non abbiamo praticamente bisogno di niente altro al di fuori di tutta la nostra attenzione. Portiamo con noi solo il minimo necessario.

  • Qualche indumento leggero e pratico (da mettere e da portare), adatto al clima. Sicuramente, l'estetica è il nostro ultimo problema. L'ideale: t-shirt, con pantalone dal tessuto leggero, o jogging, o longy, o una veste monastica.
  • Dei sandali (o delle calzature) molto facili da indossare e da togliere, dunque senza lacci. L'ideale: restare a piedi nudi.
  • Gli articoli da toeletta necessari, come uno spazzolino da denti, del dentifricio, del sapone, un asciugamani, un taglia unghie, un rasoio, ecc. Ma, nulla di superfluo, come prodotti profumati, creme per la cura, o dei prodotti per la natura capillare. L'ideale: solo gli articoli citati nella prima frase.
  • Un ombrello per proteggersi dalla pioggia o dal sole.
  • Una sveglia, o un orologio (con qualche pila di ricambio), per conoscere i propri orari di marcia, di seduta, dei pasti, di intervista con l'istruttore, ecc.
  • Le cose obbligatorie, come il proprio passaporto, il proprio biglietto del treno, o dell'aereo, o delle carte amministrative necessarie.
  • Ed ogni altro oggetto utile, a seconda delle condizioni: ciotola, lucchetto, adattatore della presa elettrica, medicine per un trattamento, cuscino, o panchetta di meditazione, ecc.

In definitiva, è sufficiente un minimo di cose, che possono largamente mettersi in un piccolo sacco ( o una ciottola monastica). Anche se si raccomanda di ingombrarsi di un minimo di oggetti, gli aspetti esteriori sono lungi dall'essere considerati importanti.

La determinazione

Ecco quanto conta di più: avere una buona determinazione e mantenerla per quanto sia possibile!

  • Adottare e mantenere una condotta quanto pura sia possibile. Conviene sforzarsi di mai abbandonare l'osservanza degli otto precetti. Se questo rappresenta per noi un compito difficile, dovremo tentare di allenarci ad esso per il meglio durante il ritiro. Più il nostro sīla (la virtù) è grande, più il nostro ritiro sarà propizio. Il rispetto di una condotta irreprensibile è un fattore assolutamente indispensabile al successo di un ritiro vipassanā.
  • Mantenere costantemente il proprio sguardo diretto in basso (al di fuori di casi eccezionali, come verificare l'ora su un orologio, o guardare, prima di attraversare una strada), senza mai girare il capo, anche se un aereo si schianta dietro di noi. Se viene correttamente applicata, questa determinazione ha da sola il potere di trattenere e di accrescere la vigilanza e l'attenzione, che noi sviluppiamo durante il ritiro.
  • Osservare attentamente quanto percepiamo, qualunque cosa succeda. Anche durante i più grandi dolori, le più grandi sensazioni di sconforto (troppo caldo, divorati dalle zanzare, da indolenzimenti e da pruriti insostenibili...), i più grandi scoraggiamenti, le più grandi paure, i più grandi torpori e le più forti tristezze, ogni cosa deve venire accuratamente osservata, senza muoversi durante la meditazione seduta, senza agitarsi, con pazienza. E'qui, senza dubbio, la prima qualità di uno yogī: la pazienza. Nei momenti più difficili, basta, per ritrovare un po' di motivazione, pensare a Buddha che, durante un numero pauroso di esistenze, provò delle situazioni molto più penose (ed a volte ad un punto inimmaginabile), pur restando perfettamente paziente e benigno; tutto ciò per giungere ad essere capace di scoprire da solo il prezioso Dhamma ed elargirci, "ben cotto", l'insegnamento.
  • Rimanere in maniera continua nell'osservazione attenta. Mai cessare un solo istante, anche nei più intensi momenti di fatica, salvo ad avere la fronte posata sulle ginocchia. L'importante non è la postura, ma il fatto di osservare gli oggetti che appaiono alla coscienza, tali come si mostrano e dal momento in cui sorgono. Consideriamo che l'osservazione attenta è tanto capitale al successo del ritiro, quanto la respirazione è indispensabile alla vita.
  • Proibirsi di parlare, di leggere o di ricevere delle visite, anche per un solo istante. Ci permettiamo di parlare soltanto quando ciò è direttamente legato al nostro ritiro, come le interviste con l'istruttore. Se qualcuno ci indirizza la parola, lo si ignora puramente e semplicemente, salvo, beninteso, se si tratta di un motivo obbligatorio, o legato al proprio ritiro. Nei centri di meditazione, gli yogī seri costituiscono in genere una infima proporzione in mezzo agli altri partecipanti. E' dunque primordiale, se desideriamo un ritiro fruttuoso, non prestare attenzione agli altri yogī; specialmente, di non pensare che non v'è proprio nulla di nocivo a lasciarsi andare un po', con il pretesto che gli yogī che stanno attorno a noi si rilassano largamente. Naturalmente, ogni yogī serio rifiuta tutte le comunicazioni esterne, durante il suo ritiro, compreso il telefono.

Il conforto

Un eccesso di conforto fisico nuoce alla concentrazione, un po' alla maniera di un sonnifero. Abituarsi ad un minimo di conforto è dunque profittevole alla vipassanā, ma permette anche di trovarsi a proprio agio ovunque, contentandosi di poco. In più, l'abitudine all'austerità favorisce l'agio mentale.

Non si tratta di sedersi su dei chiodi (ciò significherebbe cadere nell'estremo opposto); ma, semplicemente, di disfarsi di — o almeno di ridurre — tutto ciò che è molle, morbido, dolce, lì dove ci sediamo, o ci sdraiamo. Se siamo abituati a dormire su di un materasso morbido, dovremmo, poco a poco, togliere via l'imbottitura, sino a potere dormire e sederci su della durezza, senza costrizione.

Con o senza cuscino, con o senza sgabello, dovremo scegliere una postura che ci è comoda, per i periodi di meditazione seduta. In ogni caso, importa essere simmetrici e tenere il dorso dritto e non appoggiato.

Lo sforzo

Quante volte conosciamo lo scoraggiamento, anche se siamo degli yogī avanzati! Esistono due possibili cause per questa perdita di motivazione. Da una parte, il fatto di credere (a torto) che "questo dovrebbe accadere in modo diverso"; o che "sto prendendomi male, perché appaiono troppi dolori"; e dall'altra parte, un cattivo dosaggio di sforzo. In generale, quando abbandoniamo il nostro allenamento è perché ci sforziamo troppo.

Molto sovente crediamo che più mettiamo energia, più progrediamo. E' falso. Lo sforzo richiesto in vipassanā è uno sforzo giusto; cioè, quella dedizione minima, che consiste ad essere presenti a quanto accade. E' uno sforzo che conviene ripetere senza posa, per permettere un'attenzione che riguardi ogni istante, ma che diviene naturale con l'abitudine; quasi automatica.

L'alimentazione

Come per l'allenamento a vipassanā, la nostra alimentazione deve, anch'essa, essere ben sviluppata, in qualità come in quantità.

L'ideale è di limitarsi ad un pasto quotidiano; questo è largamente sufficiente per la salute (nella misura in cui le attività fisiche sono minori) e riduce numerosi freni alla concentrazione, come il pasto serale in se stesso, la digestione, il lavaggio dei piatti, o lo spazzolarsi i denti.

Il nutrimento è abitualmente la più grande fonte di piacere dei bisogni vitali. In più, i pasti rappresentano il momento in cui la vigilanza viene facilmente perduta. Per dare alla nostra attenzione le migliori chances di sviluppo, evitando di creare in quei momenti delle interruzioni non augurabili in un ritiro intensivo di vipassanā, si raccomanda di mangiare una sola volta (gli alimenti zuccherati con il resto, senza tuttavia mescolare il tutto). In tal modo non ci dobbiamo preoccupare d'altro che del nostro recipiente.

E'opportuno avere una bottiglia d'acqua sempre accanto a sé, per evitare di andare lontano, o in un luogo sorgente di distrazione. L'ideale è di limitarsi a dell'acqua al di fuori dei pasti. Il fatto di desiderare, di attendere e di consumare qualche cosa d'altro, di lavarci i denti una volta di più, sono tante occasioni di danneggiare la concentrazione.

Il sonno

Dormire una sola volta. Detto in altre parole, dormiamo bene, ma evitiamo ogni siesta. La cosa più importante non è il numero di ore del sonno, ma restare pienamente attenti ad ogni istante della nostra coscienza (cioè, svegli, poiché il sonno è incosciente). Evitiamo, pertanto, di dormire più del necessario; alziamoci dal primo risveglio mattutino. Con l'allenamento, le ore di sonno si riducono in modo naturale. Come per la posizione seduta, nella misura del possibile, dovremo cercare di dormire sul duro. Così, saremo meno preda della pigrizia.

Conclusione

Uno yogī serio non si fa mai sfuggire l'opportunità di offrirsi le migliori possibilità per la riuscita del suo ritiro. E' pronto a tutto, se ciò è propizio allo sviluppo di vipassanā. Segue scrupolosamente e del suo meglio le istruzioni erogategli dall'istruttore.

Fa in modo di risolvere ogni problema prima del ritiro, per ridurre al minimo i rischi di preoccupazione. Sceglie un luogo propizio, ove sia possibile immergersi liberamente nell'osservazione della realtà, senza doversi preoccuparsi di alcunché. Si ingombra solo dello stretto necessario che serva al suo ritiro. Assume la ferma determinazione di osservare una condotta irreprensibile, di non fissare il suo sguardo se non verso il basso, si osservare quanto percepisce e cosa avviene, in maniera continua. Rifiuta di comunicare con gli altri, al di fuori dei casi eccezionali. Evita il conforto. Mangia solo quanto è necessario, servendosi il meno possibile, Non rilassa mai la sua vigilanza.


info su questa pagina

Origine: Testo scritto per il sito

Autore: Monaco Dhamma Sāmi

Traduttore: Guido Da Todi

Data: 28 Giugno 2006

Aggiornamento: 29 settembre 2011