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riassunto della pagina

Descrizione del sentieri che conduce ai mondi inferiori.

i quattro sentieri della scelta (1a parte)

L'insegnamento di oggi indica il sentiero che ogni essere sceglie di seguire, a seconda della sua preferenza. Vi sono quattro sentieri:

  1. il cattivo sentiero
  2. il buon sentiero
  3. il sentiero superiore
  4. il sentiero migliore

Il primo sentiero conduce agli apāya; cioè, ai quattro mondi inferiori: il mondo animale, il mondo dei peta, il mondo degli asura ed il mondo degli inferni. Questo, è il cattivo sentiero.

Il secondo sentiero conduce al mondo umano, o al mondo dei deva. Questo, è il buon cammino. Il terzo sentiero conduce al mondo di brahmā — superiore a quello dei deva. Questo è il sentiero superiore.

Il quarto sentiero conduce al nibbāna, la fine definitiva di ogni sofferenza — la meta ultima di ogni buddista. Questo è il sentiero migliore.

Ognuno è libero di scegliere quale di queste quattro direzioni intraprendere. L'esistenza umana è come una montagna, piena di pietre preziose. In questa montagna vi sono dei rubini, dei zaffiri, dei topazi, degli occhi di gatto, dei quarzi e dei ciottoli ordinari. Recandosi su questa montagna, un essere umano potrà impadronirsi di una pietra di propria scelta: un rubino, uno zaffiro, un topazio, ecc. Secondo la sua preferenza, afferrerà una pietra preziosa, o un ciottolo ordinario. Allo stesso modo, un essere umano è libero di scegliere tra il cattivo sentiero, il buon sentiero, il sentiero superiore ed il sentiero migliore.

Il sentiero cattivo si traduce nella produzione di akusala (atti malsani); fatto che conduce ai mondi inferiori. Il sentiero buono sta nella produzione di kusala (atti sani: la generosità, la moralità, ecc.); fatto che conduce al mondo degli umani, o a quello dei deva.

Il sentiero superiore si esprime attraverso la pratica intensiva e perseverante di sīla (virtù), samadhi (concentrazione) e vipassanā bhāvanā (sviluppo della visione interiore); ciò che porta alla pace del nibbāna, cessazione definitiva di ogni sofferenza. Questo è il migliore dei quattro sentieri.

Tra le quattro vie della preferenza, vorrei esortare ognuno a seguire solo quella buona, la migliore. Oggi spiegherò chiaramente il meccanismo degli akusala, che conducono agli apāya. Il termine pali "akusala" può venire tradotto in italiano come "atti sbagliati, che generano dei cattivi risultati". Si tratta, dunque, di karma maligno.

E' impossibile dissimulare un atto malsano. Anche se qualcuno commette segretamente un'azione perversa, malgrado nessuno lo sappia, lui ne resta testimone. Di conseguenza, assume la consapevolezza del suo atto. Ciò potrà trasformarsi in ossessione ed egli si disprezzerà per i propri misfatti; si accuserà d'essere un impostore, mentre lascia credere di essere una nobile persona, ed è un immorale. Un simile auto accusarsi è chiamato parānuvāda, in pali. Se una persona vede, oppure viene a conoscere il suo atto cattivo, certo della cattiva condotta, gli indirizzerà dei rimproveri. In pali, questo viene chiamato parānuvāda. Se ha commesso un crimine, potrà essere riconosciuto colpevole e sarà condannato alla prigione, oppure a pagare un'ammenda, oppure ad altra pena. Questo è chiamato daṇḍa, in pali. In questo caso giungono subirsi anche delle rappresaglie con le armi.

Dopo la morte, egli può entrare nei mondi apāya, disgrazia chiamata duggati, in pali. Tutto questo è l'effetto che nasce dagli akusala.

I diversi tipi di akusala

I tre malvagi atti prodotti dal corpo:

  1. pānātipātā; l'uccisione
  2. adinnādānā; il furto
  3. kamesumiccacara; la cattiva condotta sessuale

I quattro atti malvagi prodotti dalle parole:

  1. musāvāda: la menzogna, con lo scopo di causare del torto
  2. pisunavācā: la maldicenza, con lo scopo di dividere gli altri
  3. pharusavācā: il linguaggio grossolano, come le parole violente, insultanti, oscene, rabbiose
  4. samphappalāpavācā: il pettegolezzo futile, come le parole frivole, senza beneficio

I tre atti malvagi prodotti dal pensiero:

  1. abhijjā: la gelosia, l'avidità caratterizzata dal fatto di volere per sé i beni altrui
  2. byāpāda: la malevolenza, l'odio caratterizzato dal desiderio di distruggere la felicità altrui
  3. micchā diṭṭhi: i punti di vista errati, la credenza — in particolar modo — che le azioni sane non causino delle condizioni favorevoli e che le azioni malsane non promuovano delle condizioni sfavorevoli

Esistono dunque tre tipi di akusala. Qualunque siano i cattivi atti prodotti, essi non portano che dei risultati sfavorevoli.

Una volta, il giovane Subha domandò a Buddha: "Venerabile Buddha, certuni beneficiano di una lunga vita, altri di una vita corta (ecc.). Perche gli esseri non godono degli stessi vantaggi?" Il Beato rispose al giovane:" Giovane Subha, certe persone commettono l'omicidio. Al termine della loro esistenza, costoro rinasceranno nei mondi infernali, e quando ritorneranno nel mondo umano, la loro vita sarà corta. Altri si astengono dal nuocere al prossimo. Costoro beneficeranno di una vita lunga."

Allo stesso modo, coloro che rubano otterranno dei cattivi risultati. Otterranno una compensazione che si manifesterà attraverso i cinque tipi di inimicizia, che sono: l'acqua (inondazione, ecc.), il fuoco (incendio, ecc.), i re (i capi) senza scrupoli, i ladri ed i figli cattivi.

Chi sceglie una cattiva condotta sessuale otterrà egualmente delle conseguenze sinistre, come l'odio degli altri, numerose inimicizie, la miseria, la povertà, ecc. Può anche divenire omosessuale, o trovarsi sprovvisto di sesso. Chi si dedica alle menzogne potrà rinascere muto, o con delle difficoltà ad esprimersi: potrà anche avere una cattiva dentizione, una bocca maleodorante, o essere dotato di un'apparenza laida. Avrà tendenza ad un linguaggio grossolano ed il suo mentale sarà agitato. Gli effetti che nascono dalla calunnia possono giungere alla separazione brutale dagli esserti amati, o alla rovina economica.

Così, delucidando il complesso processo del karma, Buddha ci insegna che le conseguenza derivanti dalle azioni sane sono molto differenti da quelle che nascono dalle azioni malsane. Un agire sano causerà degli effetti felici, mentre quello insano, dei risultati sfortunati, come la rinascita in mondi inferiori.

Certi commentatori pretendono che Buddha non abbia esplicitamente indicato che gli akusala conducano nei mondi degli apāya. Non è vero. Nel Devadūta sutta, Buddha è molto chiaro:" O monaci! Proprio come qualcuno dalla buona vista può chiaramente vedere l'andare ed il venire delle persone che vivono nella casa situata accanto alla propria, il mio "occhio di deva" (yūjanā,la conoscenza che permette di vedere tutto) e la mia onniscienza mi permettono di osservare perfettamente la situazione di ogni essere. Io vedo molto bene coloro che commettono azioni malsane, coloro che pronunciano delle parole malsane, coloro che creano pensieri malsani, coloro che nuocciono agli ariyā, coloro che propagano delle false credenze. Al termine di questa attuale esistenza, so esattamente chi rinascerà nei mondi inferiori; nel mondo animale, in quello dei peta, in quello degli asura, o agli inferi."

Dobbiamo dunque comportarci molto prudentemente per fare in modo di non commettere degli atti negativi, per quanto piccoli essi siano. Possiamo pensare che delle leggere negligenze nella parola, o nel pensiero siano insignificanti. Tuttavia, come le gocce di pioggia finiscono per riempire dei grossi recipienti, i minuscoli atti immorali, accumulati, possono giungere a provocare dei risultati sfavorevole di grossa estensione. Ai tempi di Buddha accadde un avvenimento che può venire considerato quale prova di questa teoria.

In quei tempi, il Venerabile Moggalāna — reputato essere il più competente nel campo dei poteri psichici — ridiscendeva dalla montagna Gicchakuta, accompagnato dal Venerabile Lakkhaṇa. Cammin facendo, egli vide qualche cosa che lo fece sorridere. Quando il suo compagno gli chiese le ragioni del suo sorriso, il Venerabile Moggalāna gli rispose di formulargli questa domanda in presenza di Buddha. Giunti davanti al Beato, il Venerabile Lakkhaṇa domandò nuovamente al Venerabile Moggalāna la ragione del suo sorriso. A quel punto, questi spiegò: "Mio caro Lakkhaṇa, discendendo la montagna, ho scorto un serpente lungo 25 yūjanā (equivalente alla distanza percorsa in una giornata di marcia, un yūjanā equivale alla distanza tra 9 e 12 Km. Quel serpente misurava, dunque, tra i 225 ed i 300 Km di lunghezza. Questo grande serpente era ricoperto di fuoco, bruciava dalla testa alla coda, e dalla coda alla testa. Si torceva dal dolore sotto il calore del fuoco, ma non moriva. Era stato immerso in questa vita di atroci dolori, perché, lasciando la sua esistenza precedente, non aveva subito ancora i risultati di tutti i suoi akusala. Non ho sorriso sul suo conto, ma perché ho realizzato che noi — gli arahant — siamo per sempre liberi da queste sofferenze.

Confermando quanto detto dal Venerabile Moggalāna, Buddha dichiarò:"I miei grandi discepoli, che hanno realizzato lo stato di arahant, hanno il potere di vedere quanto gli esseri ordinari non possono vedere. Quando ho raggiunto l'onniscienza, io stesso ho avuto simili visioni, ma non le ho mai rivelate. Dato che, adesso, i miei grandi discepoli le hanno egualmente viste, vi racconterò la storia del grande serpente, devastato da un fuoco bruciante.

Molto tempo fa, durante l'avvento del Buddha Kassapa, un ricco uomo, di nome Sumaṅgala, fece costruire un imponente e magnifico monastero, per offrirlo al Buddha Kassapa. Il suo rispetto verso il buddha Kassapa era tale che egli si recava quotidianamente in questo monastero per mantenerlo in buono stato, da solo, pulendolo, spazzandolo. Un giorno, mentre rientrava a casa sua, scorse un uomo che dormiva sotto un rifugio, ricoperto di una veste ocra (abito di monaco). Quando Sumaṅgala sollevò la veste, vide un uomo villoso e con i piedi infangati. Esclamò ad alta voce che doveva trattarsi di un ladro che, dopo aver commesso una cattiva azione durante la notte, si era nascosto sotto un abito da monaco per farsi prendere per un religioso. Avendo ascoltato questa osservazione, il ladro di irritò e giurò di vendicarsi. Pieno di rancore dette fuoco alle terre coltivate del ricco Sumaṅgala e tagliò le vene di tutto il suo bestiame. Nello stesso tempo, Sumaṅgala considerò la situazione con saggezza: fu cosciente che quanto subiva non era che il risultato di cattive azioni commesse in una vita passata e che nulla e nessuno poteva fermare quanto avveniva. Quindi, non ne soffrì. Poiché egli non espresse alcun lamento, il ladro non poté placare la sua vendetta. Apprese, allora, che la cosa che aveva più valore agli occhi del ricco uomo era il monastero che aveva donato al Buddha Kassapa. Un giorno, mentre il Beato (Kassapa) ed i suoi monaci era andati a raccogliere il loro cibo quotidiano, il ladro bruciò il monastero, sino a che non ne rimasero che le ceneri.

In seguito a questo atto grandemente immorale, il ladro rinacque all'inferno, per una lunga durata. Dopo di ciò, considerato che i risultati dei suoi akusala non erano ancora affiorati, prese nuova nascita sotto forma di un lunghissimo serpente, infuocato dalla testa alla coda e dalla coda alla testa. Questa sofferenza, che si estese per un lungo periodo di tempo, fu la conseguenza degli akusala karma, prodotti dall'incendio del grande monastero del buddha Kassapa."

Così, conviene evitare ogni atto akusala, commesso tramite il corpo, la parola, o il pensiero. Se questi atti non possono essere evitati, la prossima esistenza avrà luogo nel mondo animale, presso gli asura, tra i peta, o all'inferno. L'esercitarsi in modo intensivo e perseverante nel satipaṭṭhāna vipassanā bhāvanā è il solo mezzo che permette di sfuggire ai risultati dolorosi —come le rinascite negli apāya — dovuti alla produzione di akusala, grazie alla realizzazione di maggaphala ñāṇa.

Concluderei questo insegnamento, augurando agli yogī di essere capaci di seguire il migliore sentiero con sforzo e perseveranza, giungendo così a realizzare il più facilmente possibile il nibbāna, la fine definitiva di ogni sofferenza.

sādhu! sādhu! sādhu!


info su questa pagina

Origine: Insegnamento dato al centro Mahāsī di Yangon (Birmania)

Autore: Venerabile Jaṭila

Traduttore: Guido Da Todi

Data: Marzo 2003

Aggiornamento: 29 settembre 2011