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riassunto della pagina

Insegnamento a proposito delle 5 qualità di uno yogī:

la fiducia; la salute; l'onestà; lo sforzo; la capacità di sviluppare una giusta conoscenza della realtà.

le cinque qualità di uno yogī

L'insegnamento di oggi verte sugli elementi padhāniyaṅga; cioè, sulle qualità di uno yogī. Esse, sono cinque:

  1. saddhā (fede verso Buddha, il Dhamma ed il saṃgha)
  2. la salute
  3. l'onestà e la sincerità
  4. lo sforzo e la perseveranza
  5. la capacità di conoscere l'apparizione e la scomparsa dei fenomeni fisici e mentali
  6. 1. saddhā (fede verso il Buddha, il Dhamma ed il saṃgha)

Affinché uno yogī si educhi allo sviluppo di vipassanā è molto importante che egli abbia fede in questa disciplina; fatto che implica una credenza irremovibile verso il satipaṭṭhāna. Se non è così, i dubbi rischieranno di prendere il sopravvento in ogni momento.

Nel mahā satipaṭṭhāna sutta, vengono esposti i benefici che si ottengono grazie alla crescita della vipassanā sathipatthana:

  • 1) pulizia dei sudiciumi mentali
  • 2) superamento dell'inquietudine
  • 3) superamento delle lamentele
  • 4) superamento delle sofferenze fisiche
  • 5) superamento delle sofferenze mentali
  • 6) realizzazione della via e del suo risultato
  • 7) realizzazione del nibbāna

Nella parte centrale del sutta, Buddha insegna in maniera molto dettagliata la procedura della contemplazione mentale. Egli dice:" Colui che vuole progredire nel satipaṭṭhāna deve contemplare tutti i movimenti e tutti i gesti che vi sono implicati. "Passo sinistro, passo destro", oppure "Alzare, avanzare, posare", ecc. Deve così osservare ogni movimento effettuato. Se sta in piedi, deve osservare:"in piedi".

Quando lo yogī si siede, oppure si allunga, deve osservare l'azione del sedersi, o quella di allungarsi, così come tutti i gesti implicati in questi atti. Il gonfiarsi e lo sgonfiarsi dell'addome, il piegarsi e lo stendersi delle braccia e delle gambe sono tutti fenomeni fisici. Conviene osservarli nel dettaglio così come sono percepiti. Nel sutta è indicato che bisogna contemplare tutto, senza omettere nulla.

Nella parte conclusiva del sutta, Buddha dà una garanzia; fatto che aiuta le persone a sviluppare la fede. Egli sottolinea che lo yogī che si esercita nel satipaṭṭhāna, in accordo con le indicazioni incluse nel mahā satipaṭṭhāna sutta, può raggiungere lo stadio di arahant in un periodo di sette anni, al più tardi. Buddha precisa pure che se restano ancora degli upadāna (scontri, avidità), lo yogī potrà, comunque, pervenire allo stato di d'anāgāmi. Vi sono quattro upadāna:

  1. kāmupādāna (avidità per i piaceri sensuali)
  2. diṭṭhupādāna (avidità per le macchinazioni)
  3. sīlabbatupādāna (avidità per le regole e per i riti)
  4. attavādupādāna (avidità nel credere nell'esistenza propria dei fenomeni)

Gli yogī che si trovano qui possono pensare che sette anni costituiscano un lungo periodo. E si interrogheranno:" come possiamo prepararci intensamente, senza abbandono, durante sette anni?". Queste cifre sono soltanto indicative. Naturalmente, Buddha assicura che seguendo con sforzo e perseveranza questa disciplina, in sintonia con quanto viene detto nel mahā satipaṭṭhāna sutta, è possibile raggiungere lo stato di arahant, se non di anāgāmi, nel periodo di sei anni, di cinque anni, di quattro anni, di tre anni, di due anni, di un anno, di qualche mese, o anche di qualche giorno. Se le parami sono ben sviluppate, possono essere sufficienti solo sette giorni. In tempi normali, possono bastare due, o tre mesi per realizzare con successo le stabili conoscenze di vipassanā.

Buddha ha insegnato solo quanto ha potuto sperimentare, tramite la sua pratica personale. Di conseguenza, possiamo essere sicuri del benefici che il tirocinio da lui insegnato ci procurerà.

Nella parte iniziale del mahā satipaṭṭhāna sutta vengono elencati i vantaggi di questa disciplina; nella parte centrale appare il metodo della contemplazione e in quella finale si indicano i risultati garantiti.

Anche gli insegnanti sono delle persone che hanno sviluppato una solida esperienza, grazie alla loro pratica. Non si basano, dunque, solo sulla teoria.

Lo yogī deve avere una totale confidenza nelle proprie capacità. Certuni pensano di non possedere sufficienti parami, o di non potere raggiungere la liberazione in questa stessa esistenza. Questi, sono dei pensieri disfattisti.

Il fatto di incontrare il buddha sāsana è un raro privilegio. Ancor più raro è quello di avere l'occasione e la capacità di sviluppare vipassanā, in accordo con gli insegnamenti dati da Buddha. Per questo, sono necessarie delle buone parami. Gli yogī che, interessati a praticare il Dhamma, giungono qui — nel centro Mahāsī, ove sono ben conservati gli insegnamenti originali del Buddha — per applicarsi al satipaṭṭhāna con sforzo e coraggio, provano di possedere delle buone parami.

Durante la sua pratica, uno yogī non deve dubitare della competenza di un istruttore di vipassanā. Quando comincia a domandarsi se l'istruttore possiede, o meno, una buona esperienza di vipassanā, oppure se trae le sue conoscenze solo dai libri, ciò non gli sarà di alcun aiuto per completare il cammino. Gli istruttori del centro sono competenti sia negli aspetti teorici, che nella pratica di satipaṭṭhāna.

Per parlare dell'origine del "metodo Mahāsī", bisogna risalire all'epoca del re Mindon, cioè agli anni 1850. In quel tempo viveva un bikkhu molto rinomato, che si chiamava Thilon Sayādaw, conosciuto come ariyā.

Successivamente, il suo discepolo e braccio destro, il Venerabile Mañjūsā (Thathon Mingon Jetavana Sayādaw) ha continuato ad insegnare il famoso metodo. Il fondatore del centro di meditazione, il Venerabile Aggamahāpaṇḍita Mahāsī Sayādaw, fu un diretto discepolo del Venerabile Thathon Mingon Jetavana Sayādaw. Gli istruttori del centro — che hanno oggi il dovere di guidare gli yogī nel loro ritiro — sono stati formati molto da presso dal venerabile Mahāsī Sayādaw (U Sobhana), che fu il maestro di vipassanā (e di meditazione) più eminente del XXo secolo.

Di conseguenza, gli yogī che si trovano qui non dovrebbero dare nascita a dubbi circa la competenza dei loro istruttori. Non è così che avranno la possibilità di progredire nella loro istruzione.

Per potere avanzare nel Dhamma, i fattori essenziali sono: la fede verso Buddha, la fede verso il suo insegnamento, la fede verso gli istruttori, e la fede verso le proprie capacità.

2. La salute

Vi sono degli yogī nel ritiro che non sanno prendersi cura della loro salute. Alcuni restano troppo a lungo in posizione seduta ed altri mangiano molto poco, immaginando che questo contribuisca a dare una buona capacità di sviluppo dell'attenzione. Tali pratiche causano il detrimento della salute e, di conseguenza, non incoraggiano lo sviluppo di vipassanā. Ecco perché ogni yogī deve prendersi cura della propria salute, fornendo al corpo tutti i valori nutritivi di cui ha bisogno ed equilibrandone le attività fisiche.

3. L'onestà e la sincerità

La franchezza è una delle qualità che si esigono da uno yogī in ritiro vipassanā. Certi yogī raccontano solo le loro buone esperienze all'istruttore, guardandosi bene da descrivergli quelle negative. In tal caso, l'istruttore non dispone degli elementi che gli sono indispensabili per poter guidare convenientemente lo yogī sulla via del satipaṭṭhāna. Nella sua pratica, lo yogī a volte sperimenta la tristezza, la paura, il disgusto, l'esasperazione, e diverse altre cattive esperienze. Ognuna di queste deve venire rivelata con chiarezza. Solo così l'istruttore potrà conoscere il livello dello yogī e dargli, di conseguenza, le istruzioni adeguate. Affinché l'insegnante possa fornire le indicazioni giuste ed appropriate allo sviluppo dello yogī, quest'ultimo deve essere molto franco, evitando di dilungarsi sulle buone esperienze, e non omettendo di riportare in modo corretto le cattive esperienze.

4. Lo sforzo e la perseveranza

Buddha spiega che la realizzazione del nibbāna non è una cosa facile. E'necessario dispiegare un vīriya (sforzo) molto sostenuto. Lo scopo dell'esercitare il satipaṭṭhāna è liberarsi dal ciclo di saṃsarā. Per giungere a ciò, è indispensabile — durante il periodo della disciplina — restare attenti ai fenomeni fisici e mentali, in maniera ininterrotta, dal momento del risveglio, sino all'istante in cui ci si addormenta, la sera.

Prendendo nota delle cose tutte, lo yogī giungerà a conoscere con precisione l'apparizione e la scomparsa dei fenomeni fisici e mentali. Utilizzando l'osservazione, mentre cammina, si accorgerà che il fatto di notare il passo sinistro, o quello destro è nāma (coscienza) e che il movimento di ognuno di questi passi è rūpa (materia). Nello stesso modo, osservando "ascoltare, ascoltare", si renderà conto che l'udito ed il suono sono rūpa, e che la coscienza che realizza il suono è nāma. Stando attento al movimento dell'addome, durante la seduta, realizzerà che il movimenti del gonfiarsi e dello sgonfiarsi dell'addome sono rūpa, mentre la coscienza che conosce questo movimento è nāma. Quindi, conviene osservare con attenzione, in modo da riconoscere l'apparizione e la sparizione dei fenomeni, nel momento stesso che essi vengono prodotti.

5. La capacità di conoscere l'apparizione e la sparizione dei fenomeni fisici e mentali

Osservando i fenomeni fisici e mentali nell'attualità, lo yogī giungerà a conoscere con precisione le caratteristiche di formazione e di scomparsa dei fenomeni. Vedendo che tutto ciò che appare sparisce, comprenderà allora la caratteristica di anicca, cioè che nulla è permanente. Realizzerà, pure, che non esiste atta; ossia, che nulla nasce, secondo la propria volontà. Notando, così, l'apparizione e la sparizione dei fenomeni percepiti, lo yogī raggiungerà la conoscenza di sammasana (il fatti di percepire anicca, dukkha ed anatta attraverso i fenomeni).

La successiva conoscenza di vipassanā — che sarà sperimentata dallo yogī — è udayabbaya ñāṇa. In questa fase, l'osservazione dei fenomeni può rivelarsi leggera, confortevole, priva di sensazioni sgradevoli. Il corpo apparire leggero e delle sensazioni di estasi e di forte entusiasmo sopravvenire (pīti). Accade pure che lo yogī percepisca delle luci provenienti da ogni parte. Tutti questi fenomeni devono venire annotati così come sono percepiti:"confortevole, confortevole", "leggero, leggero", "estasi, estasi", "luce, luce", ecc. Omettendo di osservarli, se lo yogī si compiace di sensazione gradevoli, svilupperà l'attaccamento nei loro riguardi e verrà frenato fortemente nel suo progresso, attraverso le conoscenze vipassanā.

Certi yogī si sentono come delle pietre, con il corpo interamente invaso da un'intensa sensazione di calma e di tranquillità; si tratta di passaddhi. Se simili sensazioni si manifestano, bisogna fare attenzione e non attaccarvisi, perché non sono altro che dei fenomeni condizionati, proprio come ogni altro fatto. In caso contrario, il progresso nello sviluppo di vipassanā rischia di assorbire molto tempo. In seguito, lo yogī potrà sperimentare adhimokkha, che può tradursi come una forte determinazione. Ciò indica che egli è giunto a delle buone conoscenze di vipassanā.

Durante questa fase, può darsi che lo yogī si appassioni con grande ardore a dhammadāna. Potrà provare il desiderio di propagare l'insegnamento del Dhamma, di spiegare i vantaggi di satipaṭṭhāna, o condividere le proprie esperienze con i suoi amici; o con l'intera comunità. In questo caso, si dovrà concentrare sull'osservazione dei fenomeni con perseveranza, considerando il suo ardore, nei seguenti termini:" In questo momento, il mio compito è di sforzarmi di raggiungere la liberazione dal ciclo senza fine delle malattie, delle vecchiaie e delle morti. Devo rimandare i miei ardori ad insegnare il Dhamma ed allo sviluppo di altri kusala in un ulteriore momento."

Dopo avere conosciuto dei lunghi e penosi periodi e dei momenti di agitazione mentale, lo yogī avrà la tendenza ad apprezzare fortemente le sensazioni di grande tranquillità e di grande leggerezza. A volte, colmo di entusiasmo e di una forte energia, accade che lo yogī provi una intensa soddisfazione, o che pensi di avere raggiunto degli alti stadi di vipassanā. In effetti, si tratterà di sukha, uno dei cinque fattori "gianici". Ogni volte ed appena questi sentimenti appaiono, lo yogī dovrà notarli:" soddisfazione, soddisfazione", leggerezza, leggerezza", ecc..

Di tanto in tanto, potrà esprimersi una forte acutezza di sati (l'attenzione). Poiché ciò sarà dovuto soltanto alla maturità della concentrazione, lo yogī non sviluppi la vanità. Un'altra realtà che può presentarsi sarà nikanti. Si tratta dell'avidità sottile, della sufficienza nella propria realizzazione del Dhamma. Per lo yogī che omette di accorgersi di questi sentimenti di presunzione quando si presentano, le conseguenze possono essere le stesse che per i fatti precedenti. Se lo yogī interpreta questi fatti come una realizzazione, si allontanerà dal sentiero, ritrovandosi fuori di vipassanā. Tutte queste esperienze particolari e piacevoli sono passibili di condurre lo yogī verso delle vie errate.

Di conseguenza, per evitare di deviare dalla retta via, lo yogī deve venire seguito strettamente e regolarmente da un istruttore qualificato. Solo in tal modo gli sarà possibile giungere alla comprensione dell'apparire e dello sparire dei fenomeni fisici e mentali — caratteristica che costituisce la quinta qualità di uno yogī — e di pervenire, allora, alle conoscenze di vipassanā.

Ecco quali sono le cinque qualità di uno yogī.

Concluderò questo insegnamento augurando che ogni yogī possa essere capace di realizzare le cinque qualità, tali quali sono state appena descritte. Possano tutti gli yogī essere capaci di evitare le vie errate, restando su quella giusta, e arrivare il più facilmente e rapidamente possibile al nibbāna, la fine definitiva di ogni sofferenza.

sādhu! sādhu! sādhu!


info su questa pagina

Origine: Insegnamento dato al centro Mahāsī di Yangon (Birmania)

Autore: Venerabile Jaṭila

Traduttore: Guido Da Todi

Data: Marzo 2003

Aggiornamento: 29 settembre 2011