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riassunto della pagina

Istruzione circa lo sviluppo della purezza della mente.

citta visuddhi, la purezza della mente

L'insegnamento odierno verte su citta visuddhi, che è il secondo dei sette visuddhi. Una volta che ha purificato il proprio sīla (la condotta), lo yogī deve dedicarsi alla purificazione della sua mente. In pali, la purificazione della mente è detta citta visuddhi. Per farlo, esistono diversi mezzi. In primo luogo, spiegherò quello che purifica la mente, con l'aiuto di vipassanā kammaṭṭhāna; che, a sua volta, si divide in due vie:

a. samatha yānika, l'applicazione della pratica che porta al nibbāna, dopo lo sviluppo di una base di samatha kammaṭṭhāna. Si tratta del metodo attraverso il quale lo yogī sviluppa, in primo luogo, l' upacāra samādhi e l'appanā samādhi, con l' aiuto di samatha kammaṭṭhāna.Acquisita questa base, egli prosegue la sua pratica con l'appoggio di vipassanā satipaṭṭhāna.

b. suddha vipassanā yānika, messa in atto della disciplina che porta al nibbāna, contemplando direttamente i fenomeni fisici e mentali, senza far nascere una base di samatha kammaṭṭhāna. suddha vipassanā yānika è la via insegnata nel metodo del Venerabile Mahāsī Sayādaw.

Vipassanā bhāvanā è la contemplazione dei fenomeni fisici e mentali, che nascono dalle sei porte sensoriali. Per farlo, lo yogī deve notare ogni percezione nel medesimo istante in cui essa appare, con l'aiuto di khaṇika samādhi (concentrazione sull'istante). All'inizio della pratica, il samadhi è ancora debole, i vagabondaggi dello spirito possono mostrarsi numerosi. In queste condizioni è molto difficile controllare la mente. Se lo yogī nota i pensieri erranti, in modo da conoscerli, il vagabondaggio dello spirito può cessare. Se osserva questi oggetti mentali ogni volta che appaiono, la peregrinazione dello spirito sparirà. La contemplazione dei pensieri vaganti è chiamata cittānupassanā; anche questo è Dhamma.

Ad un simile livello della contemplazione, ogni percezione notata aderisce strettamente alla coscienza che la osserva con fissità. Questa fissità della mente su ogni percezione è chiamata vipassanā khaṇika samādhi (conoscenza diretta attraverso la concentrazione istante per istante). Ogni volta che un oggetto è contemplato così, vi è citta visuddhi: purezza del mentale. Il Venerabile Mahāsī Sayādaw ha detto:" il mentale che, senza ciondolare verso altri oggetti, resta concentrato soltanto sull'oggetto osservato è definito citta visuddhi, la purezza della mente." Ogni yogī deve dunque sforzarsi di purificare la sua mente.

Generalmente, le persone si prendono la sola cura di purificare il proprio corpo. Che si tratti del mattino, della sera, o anche del pomeriggio, si lavano il viso, si puliscono i denti, si fanno la doccia, si pettinano, si truccano, si cambiano i vestiti, ecc. Sono rari coloro che si occupano della loro mente. E' impossibile rinascere nei mondi degli apāya (mondi inferiori) a causa delle impurità del corpo.

Solo le sporcizie della mente provocano le rinascite nei mondi inferiori. Gli animali che possiamo vedere con i nostri occhi, come i bufali, i tori, i cani, i maiali, le anatre, o i polli menano un'esistenza particolarmente miserabile e penosa. Se è così per questi esseri, non è perché non si sono fatti la doccia durante le loro esistenze passate, ma perché si sono abbandonati a degli atti akusala, tramite il corpo, la parola ed il pensiero.

A proposito della purezza mentale, Buddha dice, nell'introduzione del mahā satipaṭṭhāna sutta: "ekāyano ayaṃ bhikkhave maggo sattānaṃ visuddhiyā", che vuole dire:" Monaci, affinché gli esseri purifichino la loro mente, la pratica del sathipatthana bhāvanā costituisce la sola via possibile." Ecco la ragione per la quale lo yogī che desidera purificare la sua mente deve praticare con diligenza e perseveranza il satipaṭṭhāna.

Vi sono quattro satipaṭṭhāna:

  1. kāyānupassanā satipaṭṭhāna (porre l'attenzione sui movimenti e la materia del corpo)
  2. vedanānupassanā satipaṭṭhāna (porre l'attenzione sulle sensazioni)
  3. cittānupassanā satipaṭṭhāna (porre l'attenzione sugli stati di coscienza e sui pensieri)
  4. dhammānupassanā satipaṭṭhāna(porre l'attenzione sui fenomeni come la vista, i suoni, gli odori, i gusti e i tatti)

Se lo yogī si applica con assiduità, sforzo, determinazione, precisione e perseveranza al satipaṭṭhāna, in stretta sintonia con le istruzioni contenute nel paṭipatti sāsana,potrà raggiungere la purezza del mentale. Tutti i buddha, tutti i pacceka buddha,tutti gli arahant e tutti gli altri ariyā hanno ottenuto la purezza della mente grazie ad una pratica sostenuta con il satipaṭṭhāna. Ogni yogī che desideri raggiungere un simile risultato deve naturalmente adottare la stessa disciplina.

La mente è insudiciata da numerosi kilesa: lobha (l'avidità), dosa (l'avversione), mana (l'orgoglio), ecc. Essa è come un elefante selvaggio, che si trova a suo agio solo nella foresta. Accanto a delle zone abitate dagli uomini non si trova soddisfatto. Un tale elefante non è di alcuna utilità per gli uomini; se lo si spinge in un luogo popolato dagli uomini, rischia soltanto di essere un pericolo per loro. Tuttavia, se questo elefante è solidamente legato, lo si può addomesticare correttamente. In seguito, finisce per divenire docile e molto utile per aiutare gli uomini nel loro lavoro. Allo stesso modo, la mente selvaggia, abbandonata nella foresta dei kilesa, conduce agli apāya. Per questa ragione, dopo avere solidamente legato la mente con le corde di sīla, bisogna addomesticarla con l'aiuto di satipaṭṭhāna.

Buddha insegnò in questi termini:" Nulla è solido nella mente. Non vi sono che degli oggetti mentali che appaiono, uno dopo l'altro. La mente erra da sola e può perdersi molto lontano. Colui che giunge a controllarla si libera dei kilesā."

Un giorno, un monaco di nome Saṃgharakkhita mandò suo nipote, il Venerabile Bhagineyya a trascorrere il vassa nel monastero della foresta. Quando vassa terminò, il Venerabile Bhagineyya partì per fare una visita a suo zio. Augurandosi di fargli un regali gradito, portò con sé tutte le pezze di tessuto — destinato a confezionare degli abiti — che gli erano state offerte durante il vassa. Giunto al monastero ove si trovava suo zio, dopo essersi rispettosamente prosternato davanti a lui, gli chiese:

«Venerabile zio! Posso offrirvi questi tessuti, destinati alla confezione di abiti? Sareste così amabile da accettarli?"

— Declino questo dono, nipote mio. Ho sufficiente stoffa; dovreste utilizzarla per voi.

— Oh, no, Venerabile zio! Ho conservato questo tessuto specialmente per offrirvelo!»

Malgrado le insistenza, suo zio non accettò il suo dono. Scoraggiato, il giovane monaco pensò che suo zio non lo amasse, poiché rifiutava di accettare ciò che gli voleva offrirgli. Si mise allora a pensare in questo modo...

Immaginò che sarebbe stata la cosa migliore, per lui, lasciare il saṃgha a favore della vita laica. Ridiventando laico, doveva divenire ricco, perché — se povero — gli altri lo avrebbero allontanato. Vendendo i tessuti si sarebbe comprato una capra. La capra avrebbe avuto dei figli, con i quali poteva costituire un allevamento. Ci sarebbe stato molto lavoro per occuparsi degli animali e per cucinarsi i pasti. Per essere aiutato in questo c'era bisogno di una moglie. Appena vendute le capre avrebbe avuto sufficiente denaro per sposarsi. A sua moglie sarebbe nato un figlio, somigliante allo zio; che avrebbero deciso di portare al monastero per farglielo conoscere. Dopo avere acquistato una carretta e due tori egli avrebbe detto alla moglie:"Cara moglie! Vorreste venire con me, da mio zio, con del riso e del curry (legumi, carne, salsa, ecc..) per cucinargli?" E avrebbe fatto salire sua moglie e suo figlio nella carretta, per andare a visitare lo zio al monastero. Avrebbe imbrigliato i tori e messo il cibo nel carro. Durante il cammino, affaticando duramente i reni dei tori, avrebbe chiesto alla moglie:"Cara moglie! Potreste passarmi il bambino?" Lei avrebbe rifiutato:" Caro marito! Non datevi la pena di occuparvi del bambino. Pensate solo a condurre il carro." Egli avrebbe insistito, togliendoglielo dalla braccia. Ciò facendo, il bambino sarebbe caduto in terra, passando sotto la ruota del carro. E lui sarebbe divenuto così furioso da percuotere violentemente sua moglie a bastonate.

Immaginando tutto ciò, mentre faceva vento con un ventaglio a suo zio, lo colpì distrattamente alla testa. Dotato di poteri psichici, il Venerabile Saṃgharakkhita conosceva i pensieri del suo nipote. E gli chiese:"Caro nipote, non potendo battere vostra moglie, perché colpite quel vecchio monaco di vostro zio?" Stupefatto ed affranto dalle parole di suo zio, il venerabile Bhagineyya uscì dal monastero correndo e prese la fuga. Acchiappato da altri monaci e da dei novizi, venne condotto accanto a Buddha.

Quando l'intera storia venne raccontata al Beato, egli dichiarò:"La mente è capace di fissarsi su degli oggetti molto lontani. Questi possono apparire immediatamente e disintegrarsi in modo altrettanto rapido. Non è facile frenarli ed è difficile sradicarli. Bisogna giungere a domare la propria mente se si vuole che essa sia libera da lobhadosa, e moha.Coloro che riescono a controllarla non sono vittime di kilesā." Il giovane monaco si mise a contemplare la sua mente, sviluppando vipassanā. Potette allora osservare i numerosi stati e le attività di quella, riconoscendoli mentre apparivano: l'avidità, la collera, la gioia, la pigrizia, ecc. Grazie a questa pratica sostenuta ed intelligente di cittānupassanā satipaṭṭhāna, il Venerabile Bhagineyya divenne rapidamente un ariyā. Ecco perché ogni yogī dovrebbe, dopo avere purificato il proprio sīla, sforzarsi nello sviluppo della purezza della mente.

Le impurità del mentale appaiono a causa della mente. Per esempio, la pioggia trasforma la terra in fango. Ciò che si è sporcato con il fango deve essere pulito dall'acqua. Allo stesso modo, le impurità chiamate lobhadosa, e moha sono prodotte dalla mente. Esse debbono venire pulite con l'aiuto della mente che contempla. Un proverbio birmano dice:" barca rimessa a galla barca capovolta, denaro rovesciato denaro capovolto (si raddrizza una barca rovesciata con l'aiuto di un'altra barca; si rimette a galla del denaro perduto con l'aiuto del denaro; detto in altre parole, guarire il male con il male)". Parimenti, è con l'aiuto della mente che bisogna scorgere i vagabondaggi della mente. Procedendo in tal maniere, le distrazioni non si presenteranno più, lasciando il posto ad una mente pura e serena.

In proposito, il Venerabile Mahāsī Sayāda ha detto:" la mente che, senza vagabondare verso altri oggetti, resta concentrata soltanto sull'oggetto osservato viene definita citta visuddhi, la purezza del mentale."

Per concludere questo insegnamento, mi auguro che tutti gli yogī possano divenire capaci di osservare ogni percezione che appare, al fine di purificare la propria mente! Possa ognuno di voi pervenire a sviluppare la purezza della condotta, la purezza della mente ed il resto dei sette visuddhi, sino a realizzare, il più presto possibile, il nibbāna, la cessazione definitiva di ogni sofferenza!

sādhu! sādhu! sādhu!


info su questa pagina

Origine: Insegnamento dato al centro Mahāsī di Yangon (Birmania)

Autore: Venerabile Jaṭila

Traduttore: Guido Da Todi

Data: Marzo 2003

Aggiornamento: 29 settembre 2011