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riassunto della pagina

Insegnaemento a proposito dello sviluppo della purezza della visione delle cose.

diṭṭhi visuddhi (la purezza della vista)

L'insegnamento di oggi verte su diṭṭhi visuddhi (la purezza della vista), che costituisce il terzo dei sette visuddhi. Proprio come ci si arrampica su di una scala, salendone uno dopo l'altro gli scalini, lo yogī deve cominciare con lo sforzarsi di purificare il suo sīla. Su questa base, che costituisce un fermo appoggio, egli può continuare ad inerpicarsi sulla via della liberazione. Contemplando i fenomeni fisici e mentali, grazie alla concentrazione, istante per i stante, giungerà a sbarazzarsi dei vagabondaggi e della dispersione dello spirito, ed acquisterà così la purificazione della mente. I suoi pensieri non evadendo più, la contemplazione diviene buona, la conoscenza di nama rūpa pariccheda ñāṇa (distinzione tra i fenomeni fisici ed i fenomeni mentali) potrà realizzarsi. Lo yogī che raggiunge questa esperienza constaterà con chiarezza che non esiste altro che dei nāma e dei rūpa (delle coscienze e degli oggetti materiali). Compreenderà, dunque, che non vi è atta (entità), nè personalità. Questa realizzazione diretta costituisce la purificazione della vista, chiamata diṭṭhi visuddhi in pāḷi.

Lo yogī verra sbarazzato da sakkāyadiṭṭhi, che è la credenza erronea nell'esistere di una propria personalità. Esistonoi 62 tipi di micchā diṭṭhi (punti di vista errati). I tre principali sono:

  1. 1. sassata diṭṭhi, credenza nell'eternità
  2. 2. uccheda diṭṭhi, credenza nell'annichilimento
  3. 3. sakkāya diṭṭhi, credenza nell'esistenza della personalità

1. sassata diṭṭhi — La credenza nell'eternità consiste a credere nell'esistere di un'entità durevole, di un'anima, o di una personalità, che esiste indipendentemente dal processo dei fenomeni fisici e mentali che costituiscono la vita, e che perduri dopo la morte. Secondo questo punto di vista l'anima non muore mai; ma, solo il corpo. Dopo la dissoluzione del corpo, l'anima trasmigra nel corpo della vita successiva, e così di seguito, MOlti adottano questo credo nella realtà di un'anioma eterna. Di conseguenza, invitano l'anima di un individuo morto di recente a condividere i propri meriti.

In realtà, non vi è nessuna anima; quando qualcuno muore, i suoi nāma e rūpa cessano di apparire per questa vita. Il luogo e le condizioni della sua prossima vita deriveranno dai kusala e dagli akusala che egli avrà prodotto nel passato. Sassata dittihi è un punto di vista errato.

2. uccheda diṭṭhi — La credenza nell'annichjilimento — opposta a quella dell'eternità — insiste sull'annullarsi di tutti i fenomeni, dopo la morte. Secondo questo punto di vista, il corpo fisico è l'anima si spengono definitivamente dopo la morte; il saṃsarā è, di conseguenza, del tutto inesistente. Forti di questa fede, tutti possono fare ciò che vogliono, senza alcuna paura, poichè gli atti restano senza risultato, nè favorevole, nè sfavorevole. Questo credere nell'annientamento nega egualmente anche degli altri mondi (al di fuori di quello animale). uccheda diṭṭhi è un punto di vista errato.

sakkāyadiṭṭhi — La fede nell'esistenza della personalità deve essere chiaramente e precisamente compresa, in particolare dagli yogī. Ciò è molto importante, poiché, fintanto che questo punto di vista esiste, esso costituisce un intralcio nel progresso in vipassanā. Credere nell'esistenza della personalità non è altro che la cattiva interpretazione dei nāma e rūpa (coscienza e materia) in quanto individuo, in quanto "me", in quanto "io". Un credere che può venire abbandonato, o scartato dallo yogī, appena egli realizza una distinzione fra nāma e rūpa. sakkāyadiṭṭhi è un punto di vista erroneo.

Il Venerabile Mahāsī Sayādaw ha detto: "Il credere al fatto che esistono solo dei fenomeni fisici (rūpa) e dei fenomeni mentali (nāma) viene definito come diṭṭhi visuddhi, la purezza della vista."

Per esempio, quando lo yogī contempla il movimento dei suoi passi, durante il cammino, egli distingue tale movimento come rūpa — materia — e la coscienza che lo conosce, come nāma — coscienza. Il fatto di realizzare la conoscenza che distingue nāma e rūpa costituisce la diṭṭhi visuddhi (la purezza della vista). QUando lo yochi contempla il movimento del gonfiarsi e dello sgonfiarsi dell'addopme, egli distingue questo movimento come rūpa e la coscienza che ne viene a conoscenza, come nāma. Allo stesso modo, contemplando una visione, lo yogī distinguerà l'occhio e la visione come rūpa, e la coscienza che conosce la visione come nāma. Contemplando un suono, egli distinguerà l'orecchio ed il suono come rūpa, e la coscienza che conosce il suono come nāma. Contemplando dei dolori, egli distinguerà ogni sensazione dolorosa come rūpa, ed ogni coscienza che conosce il dolore come nāma. Questo altro non è che nāma rūpa pariccheda ñāṇa.

La conoscenza ottenuta leggendo dei libri, o ascoltando degli insegnamenti è una conoscenza basata sullo studio, che si chiama sutta maya nāma. La conoscenza ottenuta con la riflessione, o con la presa di cognizione è una conoscenza basata sull'analisi personale, che si chiama cintā maya nāma. La conoscenza ottenuta con l'aiuto dello sviluppo mentale, attraverso vipassanā è una conoscenza basata sulla visione diretta della realtà, che si chiama bhāvanā maya nāma.

Fra questi tre tipi di conoscenza, lo yogī dovrà acquisire bhāvanā maya nāma. E' sviluppando effettivamente vipassanā che egli potrà vedere, naturalemtne e direttamente, da se stesso, che vi sono degli oggetti, osservati da una parte e le consapevolezza degli stessi oggetti da un'altra. Così ogni volta che egli nota, lo yogī non vede altro che nāma e rūpa. Di conseguenza comprende che non vi è atta, né "me", nè "uomo", nè "donna", ecc. Per potere conoscere gli oggetti tali quali sono percepiti dalla coscienza, lo yogī deve sforzarsi di sviluppare una vista giusta. Con l aiuto della concentrazione, se esamina in dettaglio, un essere, vedrà che esso non costituisce una personalità, ma soltanto un assieme di nāma e di rūpa, che appaiono e dispaiono. Avendo sviluppato una vista chiara e corretta della natura dei fenomeni fisici e mentali, egli è liberato dalla vista erronea dell'esistenza di un'anima eterna. La vista dibiene, allora,totalmente pura.

Il sakkāyadiṭṭhi necessita di una spiegazione ancora più accuarata. Il termine pāḷi sakkaya significa "assemblaggio chiaro di nāma e di rūpa", ed il termine diṭṭhi vuole dire "vista errata". Ecco perchè il fatto di credere nell'esistenza autonoma di un assemblaggio di nāma e di rūpa, che andrebbero a costituire un personaggio, un atta, un "me", un animale, ecc. può venire chiamato sakkāyadiṭṭhi. Abitualmente, le persone non dicono "questo è nāma e questo è rūpa"; ma, "questo è un uomo, questa è una donna, questo è un monaco, questo è un animale, ecc.", come se parlasse di atta; ma, in effetti, essi non sono reali. Possiamo interrogarci in questo modo: "E' lecito chiamare, dei capelli, "un uomo"?" La risposta evidentemente è no. "E' lecito chiamare le ossa "un uomo"" No. " e la carne? Il cuore, il cervello, il fegato?" Qualunque sia la parte del corpo enumerata, la risposta sarà sempre "No, non è lecito chiamare ciò "un uomo"" Secondo l'abhidhamma, nulla può venirfe definito comne "una persona", "un uomo".

Non esistono, dunque, degli "uomini", né delle "donne", né delle "persone", nè degli "esseri"; questi non sono che dei nomi. La sola cosa reale ed esistente è nāma e rūpa; cioè a dire, i fenomeni fisici e mentali. Alla domanda: " i capelli, la pelle, le ossa, gli intestini, ecc., sono nāma? Sono rūpa?" noi possiamo rispondere "sono rūpa". Alla domanda: " la coscienza che conosce queste cose è nāma? E' rūpa?", noi possiamo rispondere "è nāma". Così, se dobbiamo definire quanto è reale ed esistente, diremo che nāma e rūpa lo sono veramente.

Per comprendere chiaramente il Dhamma, è necessario distinguere le due sfere che sono paramattha (la realtà assoluta>) e pannatti (la realtà convenzionale). Buddha ci insegna che nell'universo esistono solo quattro rewaltàassolute:

    citta, la coscienza cetasika. il fattore mentale, fisico rūpa, la materia nibbāna, oggetto risparmiato da anicca, dukkha ed anatta.

Tutto il resto è irreale e relativo; si tratta di appellativi cvonvenzionali. IL fatto di prendere queste cose per delle realtà è causato dall'illusione, o dalla mancanza di conoscenza. Per avere una comprensione completa di queste realtà, Biddha ci propone di st56udiare accuratamente ogni cosa vivente e ogni cosa non vivente. Per esdempio, se esaminiamo da vicino un uomo, una donna, o uin animale, vedremo che non vi sono che dei nāma e dei rūpa.Sapremo, allora, che non esistono uomini, donne o animali; queste cose non rappresentano che dei nomi e non hanno sulla di solido.

Solo nella sfera della realtà convenzionale possiamo dire che esiste un essere, un monaco, un uomo, una donna, ecc. In questo caso non possiamo parlare di nāma, o di rūpa. QUando pranziamo, per esempio, non possiamo utilizzare rūpa per parlare disalsa, di riso, o del cucchiaio. Se diciamo: "Mettete un rūpa di rūpa nel rūpa", nessuno capirà. Quando si tratta di realtà convenzionali, non possiamo adoperare un linguaggio proprio al campo della realtà assoluta. Tuttavia, che si tratti di paramattha (realtà assoluta), o di pannatti (realtà convenzionale) non esiste altro che nāma e rūpa. Nel momento stesso in cui un oggetto viene percepito, appaiono simultaneamente l'occhio, l'oggetto percepito e la coscienza visiva. I primi due sono rūpa e l'ultima è nāma. Così, appena un oggetto viene distinto, le sole cose che possono essere chiaramente conosciute sono nāma e rūpa.

Il fatto di raggruppare i nāma ed i rūpa e di concepirli come "me", "il mio corpo", "il mio possesso", ecc. costituisce una vista falsa. Tutti gli esseri ordinari hanno questa errata credenza del sakkāyadiṭṭhi e dell'atta diṭṭhi. I puthujjana che non hanno veduto essi stessi chiaramente i cinque aggregati (materia, sensazione, percezione, volizione mentale, e coscienza) li concepiranno come "me, lui, lei, ecc..". Al contrario, gli āriya sono completamente liberi da questa falsa visione.

Affinchè lo yogī possa liberarsi da tale errore, egli deve curare lo sviluppo di vipassanā, sino a realizzare la distinzione tra i nāma e i rūpa, in accordo con le istruzioni date da Buddha, nel Satipaṭṭhāna sutta. Durante il cammino, deve notare: "passo sinistro, passo destro", o "alzare, avanzare, posare". Sedendosi, deve notare con grande attenzione tutti i movimenti che effettua, sino a raggiungere una posizione conveniente: "abbassare, piegare, distendere, posare, ecc.". Una volta seduto, deve notare il movimento dell'addome: "montare, discendere" e tutti gli altri oggetti che appaiono chiaramente: "vedere, ascoltare, sentire, gustare, toccare, pensare, ecc.". Tutti i fenomeni debbono venire contemplati tali e quali appaiono, indipendentemente e senza mancarli.

Notando in questa maniera, lo yogī sarà condotto a comprendere la distinzione dei fenomeni fisici e dei fenomeni mentali, che appaiono simultaneamente.

Notando i movimenti dell'addome, vedrà che il suo gonfiarsi e sgonfiarsi sono rūpa e che la coscienza che conosce questi movimenti è nāma.

Notando il fatto di stare seduto, vedrà che la postura seduta è rūpa e che la coscienza che la osserva è nāma.

Notando un suono, vedrà che l'orecchio ed il suono sono rūpa e che la coscienza che conosce questo suono è nāma.

Allo stesso modo constaterà che l'occhio e la visione, il naso e l'odore, la lingua ed il gusto, il corpo e il tatto sono dei rūpa e che le coscienze che conoscono tutti questi oggetti sono dei nāma. Tuttavia, notando le riflessioni ed i pensieri, vedrà che tutti questi oggetti mentali e la coscienza che li osserva sono ambedue nāma.

E' il fatto di vedere tutto ciò a costituire precisamente la conoscenza della distinzione tra i nāma ed i rūpa. Raggiungendo questa tappa, lo yogī adottare il punto di vista erroneo che consiste nel pensare che i gruppi di nāma e di rūpa formino dfelle entità solide, quali un individuo, un ME, il MIO possesso, ecc. Comprendenedo le cose così come esse sono in realtà lo yogī acquisisce la visione giusta, cioè la pura visione. Seguiendo il suo allenamento, lo yogī giungerà presto a realizzare lo stadio di sotāpana. Da quel momento, il sakkāyadiṭṭhi sarà definitivamente sradicato. Colui che si è completamente liberatoi del sakkāyadiṭṭhi non conoscerà più la rinascita negli apaya (i mondi inferiori).

Ecco la ragione per la quale Buddha ha detto, nel Satti sutta: " E' primordiale disfarsi del sakkāyadiṭṭhi. Con la stessa urgenza di chi ha i capelli in fiamme, o il petto forato da una una lancia cerca da tale pericolo, lo yogī, consapevole del pericolo incommensurabile del ciclo senza fine del samnsara, deve affrettarsi a fare il necessario per liberarsi del sakkāyadiṭṭhi".

I puthujjana sono coinvolti da un certo numero di incombenze; fatto che li appesantisce di diversi doveri. La maggior parte di essi pensa che questi doveri siano più importanti del resto. Dovrebbero, invece, sapere che la realizzazione del sotāpattimagga è il più importante tra di essi. Fino a che questo dovere non viene eseguito, non si è risparmiati dagli apaya. Per contro, appena lo stadio di sotāpana è realizzato, si ottiene la certezza di non conoscere mai più gli apaya. Allo stesso tempo il sakkāyadiṭṭhi è definitivamente allontanato.

Così, è estremamente importante che degli yogī quali voi siete — e che avete la magnifica fortuna di essere nel mondo umano e l'inestimabile occasione di beneficiare dell'insegnamento di Buddha — perveniate alla purezza della vista. Per giungervi, occorre eliminare il sakkāyadiṭṭhi alla radice, con l'allenamento sostenuto a vipassanā bhāvanā.

Auguro che ogni yogī possa contemplare con attenzione i nāma edi rūpa, nel momento preciso in cui essi appaiono, sino a sradicare topalemtne il sakkāyadiṭṭhi, con l'aiuto della realizzazione di magga ñāṇa, ottenendo così la purezza della vista. Possa ogni yogī giungere il più rapidamente possibile al nibbāna, alla cessazione definitiva di ogni sofferenza!

sādhu! sādhu! sādhu!


info su questa pagina

Origine: Insegnamento dato al centro Mahāsī di Yangon (Birmania)

Autore: Venerabile Jaṭila

Traduttore: Guido Da Todi

Data: Marzo 2003

Aggiornamento: 29 settembre 2011