Cliccate qui per visualizzare normalmente la pagina (in configurazione e grafica). Se non ci riuscite, controllate che il vostro navigatore accetti JavaScript e supporti i CCS. Vi raccomandiamo un navigatore, che rispetti gli standard, come: Google Chrome, Firefox, Safari...

Vi trovate qui: home > vipassanā > insegnamenti > equilibrio
riassunto della pagina

Importanza dell'equilibrio tra la concentrazione, lo sforzo, come anche tra la saggezza e la fiducia, durante l'addestramento allo sviluppo della visione diretta della realtà.

Diversi esempi raccontati in piccole storie, che avvengono ai tempi di Buddha.

l'importanza dell'equilibrio delle facoltà in vipassanā

L'insegnamento odierno verte sull'importanza dell'equilibrio delle facoltà, in vipassanā. Le cinque facoltà essenziali sono: sati (l'attenzione), samādhi (la concentrazione), vīriya (lo sforzo), saddhā (la fede) e pañña (la saggezza). Tra queste facoltà importa molto che saddhā e pañña, come anche samādhi e vīriya siano in buon equilibrio durante il satipaṭṭhāna. Non è ben fatto mettere esageratamente l'accento su saddhā, su vīriya, o su samādhi. Per contro, non esiste limite possibile per sati; più lo yogī sta attento e meglio è.

Nell'esercizio al satipaṭṭhāna esistono quattro posture: in piedi, in cammino, seduti e allungati. Fra le quattro posture, il camminare e la posizione in piedi tendono a sviluppare vīriya. Anche il samādhi viene intensificato durante queste due posizioni; ma, lì, l'accento cade soprattutto su vīriya. Per rimanere in piedi, senza cadere, viene fornito obbligatoriamente uno sforzo. Parallelamente, lo sforzo diviene necessario durante il camminare, per compiere i passi, uno dopo l'altro. Ecco la ragione per la quale queste due posizioni sono necessarie onde permettere lo sviluppo di vīriya, durante l'esercitazione al satipaṭṭhāna.

Le stare seduti e la postura allungata tendono a sviluppare il samādhi. Il vīriya viene anche risvegliato durante l'adozione di queste posizioni , ma l'accento cade in primo luogo su samadhi. Il samadhi è la tranquillità dello spirito. Stando seduti, o allungati, anche il corpo è calmo. Gli occhi se ne stanno chiusi e viene osservato il movimento regolare dell'addome durante la respirazione; ciò incoraggia la tranquillità della mente. Ecco la ragione per cui queste due posizioni sono indispensabili, onde permettere lo sviluppo del samadhi, durante l'esercizio del satipaṭṭhāna.

Infine, bisogna che saddhā e pañña siano in equilibrio. Una volta che tutte queste facoltà si trovano correttamente in sintonia è possibile progredire in satipaṭṭhāna. Per questa ragione i testi canonici elogiano sempre gli ariyā, il cui satipaṭṭhāna si compensa bene tanto tra saddhā e pañña, che tra samādhi e vīriya.

La disciplina è corretta solo se saddhā e pañña sono in armonia e se lo sono anche samādhi e vīriya. Se solo una di queste facoltà non è armoniosa, la disciplina risulta errata. La camera d'aria di ognuna delle due ruote di una bicicletta deve essere gonfia come l'altra per potere correre in modo corretto. Lo stesso accade con gli occhi e con le orecchie; ogni paio di questi organi deve risultare intatto per offrire una buona vista, o per ascoltare in modo corretto. Se un orecchio, oppure un occhio sono difettosi, l'udito o la vista non risulteranno validi. Nello stesso modo, una persona che abbia una gamba, oppure un braccio difettosi non potrà condurre delle attività normali del corpo, come le persone che hanno le loro due gambe, o le loro due braccia ben sane.

Per gli yogī che si allenano in satipaṭṭhāna, nello stesso modo, il progresso può essere buono e rapido solo se saddhā e pañña sono sintonizzati, come anche samādhi e vīriya. Nei testi canonici si indica che coloro che sviluppano una forte saddhā, negligendo pañña, hanno la tendenza a prestare fede a tutto ciò che viene loro detto, senza riflettere; anche se ascoltano le cose più false. Nei tempi di Buddha, certuni credevano che coloro che stavano sempre nudi pervenissero alla liberazione. Altri veneravano chi adottava il modo di essere dei cani, o delle vacche; oppure chi indossava dei vestiti fatti di capelli umani, o di altre sostanza particolari.

Esiste tutta una sorta di credenze stravaganti. Se abbiamo solo la fede, non disponiamo della saggezza necessaria per distinguere ciò che deplorevole da ciò che non lo è, e quanto è nocivo, da quel che non lo è. Non sapendo riconoscere un' istruzione giusta da una scorretta, le persone che credono e mettono in pratica gli insegnamenti errati possono incontrare gravi problemi; e, anche, trovare la morte.

Ecco la ragione per cui colui che possiede solo saddhā, sprovvisto di pañña, è inabile a riflettere con considerazione. Di conseguenza, giunge a venerare cose totalmente inesatte; può idolatrare dei falsi Buddha, un falso Dhamma, dei falsi monaci. Come dice un''espressione birmana:" Colui che ha fede, ma è senza saggezza, capita su un cattivo sentiero".

Parallelamente, le persone che hanno realizzato pañña, ma in cui è assente saddhā, possono essere malvagie ed insane. Vi sono individui molto abili nello studio e nella conoscenza dei testi. Ciononostante, sprovviste di saddhā per la generosità, non ne praticano il dono. Sprovvisti di saddhā per la condotta, non ne vivono la virtù. Carenti di saddhā per la concentrazione, non praticano né samatha, né satipaṭṭhāna. Inoltre, ostacolano gli altri, mentre questi stanno applicandosi nella pratica di dāna, sīla e bhāvanā.

Esprimono loro dei commenti sfavorevoli come:" se praticate dāna (il dono), ciò prolungherà la vostra esistenza nel saṃsarā", "dāna è una cosa troppo facile", "se gettate quanto resta del vostro cibo nella natura, le formiche ne approfitteranno; e questo anche è dāna", ecc. Naturalmente, nutrire gli insetti ( se, comunque, lo si fa con questo atteggiamento spirituale) è pure una pratica di dāna; ma, la minore che esista.

Così, questa gente non si esercita in sīla (la virtù), per se stessa. E per di più spingono gli altri a distogliersi dalla propria pratica di sīla. Recandosi nei monasteri, dicono:" non vale la pena prendere i precetti da un monaco, poiché si può comunque possedere uno spirito puro, rimanendo a casa propria". Non bisogna mai ascoltare i consigli inopportuni di questi individui, che, da parte loro, non hanno alcuna virtù.

Assumendo i precetti davanti ad un monaco (o ad uno specialista in sīla) in maniera solenne, rimaniamo ansiosi nella cura di rispettarli. Mentre se ci impegniamo in questi precetti in solitudine, a casa propria, ed in modo non formale, per il fatto di accordare ad essi poca attenzione, veniamo molto facilmente spinti a trasgredirli, seguendo i nostri abituali riflessi, come uccidendo un insetto, o mangiando una leccornia, la sera. Ecco perché viene raccomandato di prendere i precetti con un monaco competente in materia.

Per finire, queste persone non praticano bhāvanā (la concentrazione), nei loro riguardi. E, ancora, influenzano gli altri a distogliersi dalla disciplina. Essi dicono:" poiché Buddha ha affermato — "Chi cerca il Dhamma lo trova nel proprio corpo" — perché mai recarci in un centro di meditazione? Non vale la pena cercare altrove. La cosa migliore è starsene tranquillamente a casa propria". Questi consigli sono pericolosi, in egual modo.

La disciplina alla meditazione, o al satipaṭṭhāna, richiede imperativamente un istruttore competente, atto a dare il giusto metodo e le informazioni indispensabili alla nostra educazione. E' necessario pure un luogo conveniente, tranquillo, ispirante e dove ci si senta bene. E, acciocché le condizioni propizie ad una tale preparazione siano piene, è bene avere, oltre all'istruttore, degli "amici del Dhamma" , con i quali ci si possa incoraggiare mutualmente. Qui, in questo centro di meditazione, vi sono delle persone del tutto adatte ad insegnare il Dhamma ed a guidare nel satipaṭṭhāna. Vi sono anche degli yogī che si possono incoraggiare l'un l'altro. Tutto ciò non può esistere a casa propria. Ove accadono numerose attività che impediscono lo sviluppo della meditazione, o di vipassanā, nelle quali ci troviamo inevitabilmente coinvolti, in una maniera, o nell'altra. Le persone che esaltano l'inutilità dei centri di meditazione, raccomandando di rimanersene a casa per allenarsi in bhāvanā, non hanno, per definizione, alcuna inclinazione ad istruirsi di per sé.

Come dice l'espressione birmana:" Colui che ha la saggezza, ma che manca di fede, sviluppa la scaltrezza malsana". Ecco perché saddhā e pañña debbono stare in equilibrio. Dobbiamo credere in ciò che sia ragionevole. Non dobbiamo offrire una fiducia cieca a nessuno ed a nulla. In procinto di credere in qualunque cosa, è bene analizzare prima; conviene, in questo caso, pesare il pro ed il contro, esaminando i benefici di qualunque situazione.

E' un fatto estremamente benefico e salutare il frequentare persone dotate di un buon pañña e di una buona saddhā. Queste rappresentano un appoggio ed un aiuto inestimabile in seno alla società. Ecco perché è fondamentale che pañña e la saddhā siano in perfetto equilibrio.

Anche samādhi e le vīriya debbono trovarsi in buona sintonia. Il samādhi è la tranquillità della mente ed il vīriya rappresenta lo sforzo e l'energia. Come viene spiegato all'inizio di quest'insegnamento, le posture seduta ed allungata tendono, in essenza, allo sviluppo di samādhi. Al fine di permettere un buon incremento della concentrazione è necessario il beneficio di un vīriya corretto. Ecco perché bisogna effettuare la camminata per il tempo necessario. Questa è la ragione per cui gli yogī che si trovano qui alternano la camminata e la seduta ogni ora. Se soltanto la seduta fosse propizia al progresso in vipassanā, gli istruttori ingiungerebbero agli yogī di starsene adagiati per l'intero tempo; ma, non è così. Rimanendo soltanto seduti, nasce un eccesso di samādhi.

Nei testi canonici è scritto che gli yogī che sviluppano troppo il samādhi, ma in modo insufficiente il vīriya, producono pigrizia e torpore. Quindi, lo yogī che privilegia le sessioni di seduta e la postura allungata, facendo poca camminata, sviluppa la pigrizia, la sonnolenza, dei frequenti pizzicori alla testa, la noia, il languore e l'oppressione. Se appariranno questi sintomi, lo yogī si renderà conto che sta mettendo troppo accento sul samadhi. Riconoscerà, perciò, che deve rinforzare vīriya. Per rinforzare vīriya, lo yogī potrà aumentare i punti del toccare (del tocco) da uno a tre, da tre a cinque, ecc., ed aumentare il tempo della camminata. Una volta che vīriya e samādhi saranno stati correttamente equilibrati, il torpore e la sonnolenza non appariranno più.

In senso inverso, se attiva molto la sua camminata e poco la sua seduta, il vīriya sarà eccessivo e il samadhi deficiente. Di conseguenza, i vagabondaggi dello spirito diverranno frequenti, durante la seduta, e lo yogī solo dopo molto tempo prenderà coscienza che egli si trovava perso nei propri pensieri. Anche durante la camminata, ce ne vorrà per notare l'inizio di un passo; lo spirito potrà facilmente evadere prima ancora che il passo termini e restarsene immerso nei pensieri prima della fine della sessione della camminata. In questo caso, la soluzione sarà quella di aumentare il tempo della seduta e di ridurre un po' il tempo della camminata, in modo da riequilibrare il samādhi e il vīriya.

Ai tempi di Buddha viveva un certo Sona. Figlio di un uomo ricchissimo, era estremamente delicato e sensibile. Si dice che avesse persino dei peli sulla pianta dei piedi, tanto fosse di carne tenera. Dopo avere ascoltato le parole di Buddha, il ricco Sona desiderò raggiungere la comunità del Beato. Entrato nel saṃgha riflesse in questo modo:" ho trascorso sino ad oggi un'esistenza molto delicata; debbo, da ora in poi, praticare il Dhamma con un ardore ed una perseveranza ininterrotti, senza più accordare il minimo interesse al conforto". Determinato a sviluppare un intenso vīriya, si mise a camminare, per ore ed ore. Data la sua delicatezza, i piedi gli si coprirono di bolle. A forza di marciare sulla terra rugosa, finirono pure a ricoprirsi di sangue. Non polendo più camminare, egli continuò il suo satipaṭṭhāna avanzando a quattro zampe, sulle ginocchia e sulle mani. Continuò in tal modo, sino ad avere le ginocchia e le mani insanguinate.

Il Venerabile Sona si mise a pensare così:" Malgrado i miei sforzi sostenuti, rimango sempre allo stesso posto; evidentemente non sono fatto per il Dhamma." Avendo persa ogni fiducia in se stesso arrivò al punto di mettere fine alla sua disciplina. Proprio in quel momento passò il Buddha, lì vicino, accompagnato da un gruppo di monaci. Il Beato domandò ad uno dei monaci:" quel monaco che sta esercitando la sua camminata ha appena finito di fare un lavoro da macelleria? Chi è?" Un monaco gli rispose:" Si tratta di Sona, Venerabile Buddha. E' figlio di un ricco ed ha i piedi molto delicati. Avendo praticato troppo la marcia, i suoi piedi si sono ricoperti di bolle e, infine, di sangue." Buddha esclamò:" poiché è così, vado a dargli un insegnamento." Detto questo, si mosse verso il Venerabile Sona.

Arrivato presso di lui, Buddha iniziò il dialogo:

«— Mio caro Sona, durante la vostra vita avete mai suonato l'arpa?

— Sì, Venerabile Buddha; anzi, ero piuttosto dotato per l'arpa.

— Come disponevate le corde del vostro strumento per ottenere un buon suono?

— Le corde non debbono essere né troppo lente, né troppo tese, per ottenere un buon suono. Se sono troppo lente, il suono sarà smorzato; se troppo tese, esse si spezzeranno.

— E' esattamente la stessa cosa con il satipaṭṭhāna, Sona; il samādhi ed il vīriya debbono risultare in corretto equilibrio. Perciò, conviene compiere tanta marcia, quanta seduta. Riguardo al cibo ed alla medicina vi è un'identica situazione; per restare in buona salute bisogna mangiare regolarmente — né troppo, né troppo poco —, e consumare le medicine in un dosaggio conveniente, quando è necessario.»

Il nuovo monaco obbedì alle istruzione del Buddha. Curò i suoi piedi, i suoi ginocchi e le sue mani. Mangiò in modo corretto e seguì la sua disciplina, sviluppando in egual maniera samādhi e vīriya, grazie ad un dosaggio equilibrato tra le sedute e le camminate. Poco tempo dopo divenne ariyā.

Nella sua disciplina al satipaṭṭhāna, ogni yogī può, a sua volta, se giunge ad equilibrare saddhā e pañña, come anche samādhi e vīriya, realizzare maggañāṇa e phala ñāṇa. Possa ognuno essere capace di educarsi così, in modo equilibrato, e raggiungere, in tal modo, nel più breve tempo possibile, il nibbāna, la cessazione definitiva di ogni sofferenza. E' così che si conclude questo insegnamento.

sādhu! sādhu! sādhu!


info su questa pagina

Origine: Insegnamento dato al centro Mahāsī di Yangon (Birmania)

Autore: Venerabile Jaṭila

Traduttore: Guido Da Todi

Data: Marzo 2003

Aggiornamento: 29 settembre 2011