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riassunto della pagina

I punti che debbono venire rispettati (cose da fare e cose da evitare) per uno yogī, se egli desidera avere successo nel suo addestramento.

cio' che uno yogī deve fare e cio' non deve fare

Il soggetto dell'insegnamento odierno è:"Ciò che uno yogī deve fare e ciò che non deve fare"; altrimenti detto, la pratica che ogni yogī è tenuto a seguire e come deve evitare di comportarsi. Lo scopo dell'allenamento a vipassanā è di raggiungere il nibbāna. Grazie alla saggezza di vipassanā, il sotapanna ha definitivamente sradicato i seguenti tre attaccamenti:

  1. sakkāyadiṭṭhi (credere nell'esistenza della personalità)
  2. vīcikicchā (dubbio scettico sulla validità del Dhamma)
  3. sīlabbataparāmāsa (fede nell'efficacia dei riti e della recitazioni di preghiere)

Per raggiungere lo stadio di sotapanna sono richieste queste quattro condizioni:

1. La prima è di avere un istruttore di vipassanā competente e sperimentato. L'obiettivo dell'allenamento a vipassanā non è semplicemente quello di essere felice per una o due vite, ma di liberarsi dal dolore di tutte le esistenze del saṃsarā; e, dunque, di affrancarsi dallo stesso saṃsarā. Ecco perché diviene essenziale, per raggiungere lo stadio di sotapanna, godere del beneficio di un istruttore qualificato in paryatti (studio del Dhamma) e in paṭipatti (pratica del Dhamma), il quale sia competente a guidare sulla via di vipassanā.

2. La seconda condizione è di ascoltare rispettosamente e seguire con determinazione e tenacia le istruzioni e gli insegnamenti che vengono dati, al fine di sviluppare la saggezza di vipassanā. Se lo yogī ascolta rettamente le istruzioni che riceve e le mette in pratica con serietà, la sua sadhha (fede verso il Dhamma) non cesserà di crescere. Di conseguenza, egli non imboccherà delle vie sbagliate. In ogni buon insegnamento vi è una parte teorica ed una pratica.

Riguardo a quella pratica, lo yogī deve sforzarsi di contemplare ogni fenomeno fisico e mentale che appare mentre sta seduto, mentre cammina e mentre è attivo. Deve avere anche una buona comprensione teorica di quel che fa. Per esempio, Buddha insegna che tutto è unicamente materia e coscienza, prodotte da una serie di cause ed effetti. Lo studio, da solo, non può condurre ad una comprensione chiara del fatto. Unicamente sviluppando i due aspetti (teorico e pratico) se ne raggiunge una chiara cognizione. Per comprendere il Dhamma, in profondità, lo yogī deve ascoltare con attenzione gli insegnamenti che gli vengono dati e metterli convenientemente in pratica. Allora, la saggezza di vipassanā potrà svilupparsi.

3. La terza condizione è di restare semplice ed onesto verso l'istruttore, nel relazionargli le proprie esperienze, durante gli incontri. Con esse, lo yogī ha dei buoni e dei cattivi momenti. Negli incontri con l'istruttore deve descriverli tutti. Non relazionando che i fatti da loro approvati, certi yogī si guardano bene dallo svelare le proprie sperimentazioni negative. Quanto uno yogī crede sia errato e senza interesse può risultare un segnale di progresso, o la realizzazione di una conoscenza; dunque, può rappresentare un'informazione molto utile all'istruttore, per poter guidare in modo conveniente lo yogī.

L'allenamento a vipassanā non è mai costante e privo di momenti aspri. Poiché si tratta di un'esperienza del tutto non abituale per ogni debuttante, esso presenta inevitabilmente delle difficoltà. E' soltanto dopo un certo tempo, una volta che la concentrazione si sia ben stabilita, che osservare i fenomeni diviene un fatto snello. Dopo di ciò, tuttavia, le esperienze negative sono in grado nuovamente di riprodursi; fatto che può rendere lo yogī pessimista. In effetti, solo alla fine della disciplina ogni cosa rientra nell'ordine. Quando lo yogī si trova in una fase di difficoltà, l'istruttore attende che questi gli si confidi, con l'intento di cercarne l'incoraggiamento. E' così che potrà dargli forza e guidarlo nel modo giusto e retto sulla via della conoscenza. Ecco perché è importante che lo yogī riporti con esattezza le sue esperienze, tanto positive che negative.

4. La quarta condizione è di allenarsi con sforzo e diligenza. Sin dall'istante del risveglio, lo yogī deve mettersi di continuo a notare, senza rilassarsi, con coraggio ed energia. Durante la seduta, durante la marcia, e durante ogni attività del corpo, il solo dovere dello yogī è di osservare i fenomeni fisici e mentali. Egli deve esaminare attentamente ed in dettaglio ogni fenomeno che si presenta alla coscienza, anche i più piccoli. Deve farlo con attenzione, per non mancarne uno. In qualunque cosa faccia e in qualsiasi suo spostamento, lo yogī deve applicare satipaṭṭhāna; mentre mangia, mentre defeca, mentre urina, mentre si veste, mentre si lava, mentre si asciuga, ecc. Non dovrà omettere alcun movimento. Tutti i fenomeni mentali e fisici dovranno venire osservati, senza rilassamento.

Se le precedenti quattro condizioni vengono osservate scrupolosamente, mediante uno sforzo sostenuto, lo stadio di sotīpana può essere raggiunto senza difficoltà. Per aiutare gli yogī nel loro allenamento intensivo, oltre alle condizioni principali da doversi rispettare, il Venerabile Mahāsī Sayādaw ha stabilito dei punti rispettivamente da seguire e da evitare:

1. Il primo punto è quello di ridurre al minimo il parlare, il consumo del cibo ed il sonno, durante l'allenamento a vipassanā. L'ideale è di non usare mai la parola. Quando ciò è inevitabile, prima di parlare bisognerà prendere nota dell'intenzione di parlare. Nel parlare, converrà limitare le proprie parole allo stretto necessario, rimanendo vigili.

Parimenti, sarà opportuno non mangiare sino a riempirsi completamente lo stomaco. Buddha raccomanda di interrompere il proprio pasto a quattro, o cinque bocconi prima del riempimento completo dello stomaco e di finire di saziarsi con l'aiuto di liquidi (acqua, minestra, the, caffè, ecc.). Lo yogī dovrà sempre dare prova di prudenza nel mangiare con ragionevolezza, poiché questo favorisce molto la qualità del suo allenamento in vipassanā.

Anche il sonno dovrebbe venire ridotto al minimo. Gli yogī seri si accontentano di quattro ore di sonno per notte, e consacrano il resto del tempo allo sviluppo di vipassanā. Alcuni contestano il fatto, perché nocivo alla salute. Poiché gli yogī restano metà del tempo seduti e respirano sempre regolarmente, tranquillamente, mentre risparmiano le attività pesanti, ciò può venire considerato come tempo di riposo. Quando la loro seduta meditativa è buona, certi yogī arrivano anche a recuperare (energie) tanto quanto per una siesta benefica. Ecco perché non v'è ragione di preoccuparsi per la salute limitando le proprie notti a quattro ore di sonno solamente.

Nel periodo del mio allenamento intensivo a vipassanā mi è successo , comunque, di restare esattamente quindici giorni di fila, senza dormire. Il fatto mi ha convinto che, con l'aiuto di un samadhi (concentrazione) ben eseguito, è possibile restare più di dieci giorni senza dormire e senza che vi sia alcun danno per la salute. Qui, al centro Mahāsī, si possono incontrare diversi yogī che sono rimasti molti giorni senza dormire (godendo di una piena energia), nel loro allenamento intensivo.

2. Il secondo punto è lo sforzo. Nella sua preparazione intensiva, lo yogī deve possedere una determinazione incrollabile, ed assumere con fermezza la seguente risoluzione:"Possa io perseverare senza assenze in questo esercitarmi al satipaṭṭhāna, anche se la mia carne ed il mio sangue dovessero seccarsi, sino a lasciare i tendini e la pelle sulle ossa!"

Lo yogī che desidera disciplinarsi nello sviluppo di vipassanā bhāvanā con successo deve rinunciare ad ogni forma di attaccamento al proprio corpo. Se, al contrario, accorda troppa cura, o sviluppa dell'attaccamento al suo corpo, il progresso verso le conoscenze superiori sarà molto lungo e difficile.

Alla vigilia della sua liberazione, quando Buddha ebbe terminato di mangiare il pastone di riso che la figlia del ricco Sujātā gli aveva offerto, egli prese una ferma decisione. Accanto al fiume Nerañjarā, sotto l'albero di Bodhi, il Beato assunse questa risoluzione:" Qualunque cosa avvenga a questo corpo, che la carne ed il sangue secchino, sì da non far rimanere che le ossa, la pelle ed i tendini, possa io non alzarmi da questo luogo fino a che non avrò raggiunto lo stato di Buddha!"

Allora entrò in uno stato di introspezione intensa. Nella prima parte della notte egli realizzò pubbenivāsa ñāṇa (la conoscenza suprema che permette di conoscere le esistenze passate). Nella parte centrale della notte, conseguì yūjanā (la conoscenza suprema che permette l'onniveggenza). Infine, nella terza parte della notte realizzò āsavakkhaya ñāṇa, che corrisponde allo stato del definitivo sradicamento dei kilesā (impurità mentali). Avendo raggiunto lo stato di Buddha, divenne un Buddha onnisciente.

Ecco perché gli yogī che desiderano mettere in pratica l'insegnamento di Buddha, con il seguire la strada che ha scoperto, devono allenarsi rispettando le quattro condizioni essenziali, esposte in precedenza.

3. Il terzo punto risiede nell'essere determinato con forza a vivere ogni momento in satipaṭṭhāna (l'instaurazione dell'attenzione). Lo yogī deve esprimere una prova di applicazione e di volontà continui per rimanere sempre attento, di sorta a non lasciare alcuna occasione di emergere ai kilesā. Per esempio, quando non si fa attenzione ad un suono, verrà a svilupparsi l'attaccamento se esso viene percepito come gradevole; mentre nascerà un'avversione, se lo si avverte come spiacevole. Lo yogī, dunque, deve contentarsi, in accordo con le indicazioni fornite dall'istruttore, di annotare il suono esattamente come viene percepito, nel momento stesso in cui è sentito. Così, né l'attaccamento, né l'avversione potranno apparire, in quanto che il suono verrà conosciuto per ciò che è realmente; cioè, un suono, e nulla più.

Nello stesso modo, notando le sensazioni percepite dalle sei porte sensoriali, i kilesā non possono apparire nel corpo e nella mente. A questo punto, lo yogī viene considerato come un essere dal cuore nobile e dallo spirito puro, come Buddha e gli arahant. Merita di beneficiare delle "quattro necessità" (l'alloggio, il nutrimento, il vestiario e l'igiene) che i benefattori offrono con rispetto. Per mantenere questo stato, lo yogī è tenuto ad osservare di continuo i fenomeni fisici e mentali, in profondità e con perseveranza.

Se lo yogī, a volte è attento, e a volte non lo è, anche la concentrazione a volte cresce, ed a volte cade. Durante gli incontri, l'istruttore giunge con facilità a valutare lo yogī (prima ancora che quello esponga le sue esperienze). Un medico esiterà a sforzarsi di curare un malato che da lungo tempo, continuando a non rispettare le sue prescrizioni, continua a non assumere le sue medicine. Nello stesso modo, un istruttore di vipassanā perderà ogni motivazione a guidare uno yogī, che è negligente verso le sue istruzioni.

Perciò, tutti gli yogī dovrebbero osservare meglio che possono i fenomeni fisici e mentali, sforzandosi di farlo dall'istante del risveglio, senza rilassarsi mai, a quello in cui si addormentano, la sera.

4. Il quarto punto è di comportarsi sempre come un malato. Qualunque sia il movimento che sta facendo, lo yogī dovrebbe essere molto lento; quando mangia, quando si sposta, quando cambia posizione, quando parla, ecc. Solo in questo modo giungerà a cogliere ogni fenomeno fisico e mentale, senza omissioni.

All'inizio della disciplina, lo yogī che ha la facile tendenza a fare dei gesti rapidi, non noterà tutti i fenomeni. Ma, in capo a qualche giorno, una volta assunta l'abitudine all'osservazione attiva, non incontrerà più delle difficoltà ad osservarli. All'esterno, esistono numerosi fattori, come la circolazione stradale, o il lavoro, che ci spingono, a volte, ad agire in fretta. D'altra parte, durante un ritiro vipassanā, in un centro di meditazione, il fatto di osservare con attenzione ed in dettaglio ogni cosa che viene percepita è l'essenziale. In queste condizioni, lo yogī deve agire come se fosse un ammalato. Con attenzione, i suoi gesti minimi, le parole, gli spostamenti ed i moti debbono essere prodotti con calma, lentezza e dolcezza. E' solo a prezzo di una simile disciplina che le conoscenze di vipassanā potranno venire sviluppate.

5. Il quinto punto è di osservare in modo continuo, evitando ogni interruzione. Lo yogī deve decidersi ad annotare le cose, senza varchi e senza tregua, dall'istante della sveglia, sino a quando si addormenta, la sera. Deve sforzarsi, sino a quando ci riesce. Di conseguenza, conviene rimanere attenti in ogni istante, durante l'intera giornata, sia mentre si sta seduti, o quando si cammina, o nelle diverse attività quotidiane.

Persistendo, il khaṇika samādhi (la concentrazione ripetuta momento dopo momento; cioè, quella richiesta per vipassanā) presto diverrà valido. Lo yogī sarà capace di sviluppare le conoscenze di vipassanā con successo, in un ragionevole lasso di tempo.

Per concludere l'insegnamento di oggi, invito tutti gli yogī a seguire le istruzioni del benefattore e molto Venerabile Mahāsī Sayādaw. Affinché possiate metterle in pratica, auguro di tutta mettā che possiate divenire capaci di soddisfare le quattro condizioni che conducono allo stato di sotīpana.

Così, possano tutti gli yogī educarsi con volontà e perseveranza, in accordo con i punti che abbiamo esposto, per liberarsi dalla sofferenza e dalla miseria al fine di pervenire alla pace di nibbāna, il più facilmente e rapidamente possibile!

sādhu! sādhu! sādhu!


info su questa pagina

Origine: Insegnamento dato al centro Mahāsī di Yangon (Birmania)

Autore: Venerabile Jaṭila

Traduttore: Guido Da Todi

Data: Marzo 2003

Aggiornamento: 29 settembre 2011