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riassunto della pagina

Sermone che pone l'accento sull'urgenza di un tentativo, teso a disfarsi delle impurità mentali.

I propositi si basano sui testi dell'abhidhamma e sono illustrati da piccole storie.

la cosa più importante che ci sia nella vita

Il soggetto dell'insegnamento odierno è: «La cosa più importante che ci sia nella vita».

Normalmente, ognuno ha dei compiti e degli obblighi diversi, nella vita. Certi doveri sono rilevanti; altri lo sono ancora di più e, infine, esistono quelli che sono i più rimarchevoli. L'insegnamento di oggi verte sull'impegno fondamentale della vita; o, potremmo dire anche: sul dovere più essenziale. Ogni essere vivente ha degli impegni da seguire. E, per tutti, i propri compiti sono basilari.

Se esaminiamo la situazione nel mondo, potremo constatare che certi paesi si attivano a favore della riunificazione, considerato che sono stati divisi a seguito di una guerra; questa, è la loro priorità. Altre nazioni lavorano per la riforma del loro sistema politico; questa, pure, è la loro priorità. Altri ancora si sforzano di consolidare i loro eserciti per ottenere maggiori possibilità di vincere il nemico in caso di guerra; questa è un'altra priorità. Delle nazioni si obbligano a negoziare dei patti di alleanza con paesi stranieri; ed abbiamo un'ulteriore priorità. Infine, dei paesi si impegneranno a fare prosperare la propria economia; ed ecco una nuova priorità.

Nella società, ogni capo famiglia a diversi obblighi verso quest'ultima, come l'educazione, la salute, l'alimentazione, l'alloggio e il vestirsi. Per ciascuno di essi ciò è importante.

In uno dei suoi insegnamenti, Buddha illustra, così, il compito più importante per ogni essere umano:

"O monaci! Per una persona il cui petto sia trafitto da una lancia, la cosa basilare sarà quella di estrarla e di ricevere, al più presto, delle cure. Per chi ha i capelli in fiamme, il fatto più urgente è di spegnere questo fuoco e di curarsi il cranio, al più presto".

Si può affermare che questi aspetti di vita o di morte siano le cose più importanti nell'esistenza.

Tuttavia, se consideriamo l'esperienza di nuove rinascite, attraverso la continuità di saṃsarā, il compito più vitale è di sradicare il sakkāyadiṭṭhi. Il sakkāyadiṭṭhi è la credenza errata che consiste nel credere nella personalità.

Se, in una famiglia dovessero sorgere dei problemi educativi, di salute o di dimora, il capo della famiglia li considererà come il fatto più notevole da risolvere. Tuttavia, se i suoi capelli prendono fuoco, o se una lancia gli attraversa il petto, lascerà sicuramente da parte i problemi di famiglia, stimando che non siano la cosa più rilevante. Spegnere il fuoco, o estrarre la lancia, e ricevere le cure conseguenti diverranno, per lui, la priorità. Si tratta dell'aspetto effimero della vita.

Buddha disse: "Ciò che esiste di più essenziale nella vita è di sbarazzarsi del sakkāya diṭṭhi, che trascina senza cessa gli esseri nel turbine continuo delle nascite e delle morti, che è il saṃsarā."

La definizione del termine "sakkāya" deve essere qui chiarita. Esso si divide in due particelle:" sa", che significa" in sé proprio" e "kāya", che vuol dire "gruppo di nāma e rūpa. In altre parole, "sakkāya "vuol dire "esistenza propria in sé dei fenomeni fisici e mentali". Ciò detto, cosa è l'esistenza non propria in sé di nāma e rūpa? Quanto noi chiamiamo "essere umano" non possiede un'esistenza propria in sé. Per esempio, posiamo dire che i capelli siano un essere umano? Possiamo affermare che le ossa siano un essere umano? Possiamo dire che la carne sia un essere umano? Nessuna parte del corpo può essere rappresentata in tal modo. Ecco perché non si può affermare che un essere umano possegga una propria esistenza.

Da quanto ci insegna Buddha non esiste un essere umano. V'è solo un assieme di fenomeni fisici e mentali, che appaiono e spariscono, per conto loro. Alla domanda:"I capelli sono rūpa (materia)?" la risposta è "sì". Alla domanda: "le ossa, la carne, le vene, il cuore, e gli altri organi sono rūpa" la risposta è "sì, tutto è rūpa".

La coscienza che percepisce queste cose è chiamata nāma. Si può anche dire "lo spirito". Così, analizzando una persona con la logica del Dhamma, non si affermerà che là vi è un uomo o una donna; ma, che ci sono solo dei nāma e dei rūpa.

Da quel che ci insegna Buddha non esiste atta — ossia, non vi è personalità, ne "io", né "me", né "mio/a". Non esistono altro che degli aggregati di materia e degli aggregati di coscienza. Non v'è dunque nessuna entità propria, nessuna anima individuale (né, tanto meno, collettiva). Non possiamo, perciò, dire che un essere umano abbia un'anima, che sia un "ME", oppure che questo sia il MIO (o la mia).

Nelle relazioni umane indichiamo, tuttavia, la gente come persona, me, lui, uomo, donna, ecc., al fine di permetterne l'identificazione. Codesta è una maniera convenzionale di parlare. Tuttavia, dal punto di vista del Dhamma, non esiste alcun ME, né LUI, né di uomo, né di donna. Non vi è altro che dei nāma e dei rūpa.

Quando la parola sakkāya si combina con il termine "diṭṭhi" diviene "sakkāyadiṭṭhi", la credenza errata nell'esistenza della personalità; cioè, il supporre che vi sia un "me", un entità, un atta. Infatti, quando si sa che il nostro corpo e la nostra mente non sono che dei nāma e dei rūpa non si può affermare che siano dei "me" e dei "MIEI, o che "mi appartengano". Senza seguire la volontà di nessuno, questi aggregati ( i nāma ed i rūpa) appaiono e spariscono per conto loro. Se veramente essi fossero nostri, secondo la nostra propria volontà, potremmo dire:"Che il mio corpo non invecchi mai, che non si ammali mai, che non muoia mai!"Ma, loro non si piegheranno in alcun modo alla nostra volontà. Noi non controlliamo nulla. Ecco perché non possiamo dire che questo è il nostro corpo, la nostra anima, o la nostra propria entità.

Coloro che non accettano di credere, o che non comprendono questo naturale processo degli aggregati, saranno convinti, allora, di essere il loro corpo. Di conseguenza, non temeranno rischi. Non preoccupandosi che del conforto dei loro corpi, del loro profitto personale e della loro famiglia, potranno essere spinti a commettere ogni tipo di akusala, cioè degli atti non razionali, insani, malevoli, generatori di sofferenze altrui. A causa di codesti akusala, nati a seguito dell'errata concezione di un "me", costoro potranno incontrare una moltitudine di problemi in questa medesima vita, come andare in prigione, oppure cadere in miseria. In più, attraverso il ciclo di saṃsarā potranno rinascere nei mondi inferiori, ove troveranno delle situazione ancora peggiori e più miserevoli.

Ecco la ragione per la quale Buddha ci ha insegnato che sbarazzarsi di sakkāyadiṭṭhi è, per chiunque, ed alla lunga, il dovere più importante.

L'unico modo di potersi disfare di sakkāyadiṭṭhi è di fare attenzione! Detto in altre parole, è proprio quanto fanno, qui, gli yogī, mentre si disciplinano in satipaṭṭhāna, lo sviluppo di vipassanā. Quando essi osservano il rigonfiarsi e lo sgonfiarsi dell'addome, durante le sedute; il sollevarsi, l'avanzare e il posarsi del piede, durante la marcia, ecc., questo allenamento ha per scopo essenziale lo sradicamento di sakkāyadiṭṭhi.

La prima scelta da fare per dissipare la credenza errata del "me" è giungere a distinguere chiaramente tra nāma e rūpa. Quando iniziano la loro disciplina, gli yogī suppongono che il rigonfiamento e lo sgonfiarsi dell'addome siano "MIEI", siano "me". Pensano: "IO alzo, IO avanzo, IO poso, IO mangio, IO ascolto"; cioè, sono IO che faccio questo, questo è MIO, questo è ME".

Solo quando la sua concentrazione si sviluppa e lo yogī comincia ad essere un poco esperto egli realizzerà da sé che non vi è alcun "io", nessuna anima, nessun atta. Accetterà, dunque, il fatto che ogni cosa non è altro che coscienza e materia (nāma e rūpa).

La spiegazione è semplice: Quando uno yogī pone la sua attenzione sul piede sinistro, vede che il movimento dello stesso piede è sinistro; cioè, rūpa, e si rende conto che chi lo nota è la coscienza; cioè, nāma. Di conseguenza, egli constata direttamente , da solo, che non esiste un "me", non esiste un ego, non esiste un atta. Parimenti, durante la seduta, i moti del gonfiarsi e dello sgonfiarsi dell'addome sono rūpa, mentre il fatto di notare questi movimenti, come "montare", "scendere" sono nāma. Così, lo yogī realizzerà che non vi sono altro che dei nāma e dei rūpa.

Il movimento del gonfiarsi dell'addome viene prodotto dall'aria, la quale, mentre è inspirata, preme sulla pelle dello stesso. Ciò è rūpa. Se questo movimento è notato, è a causa della coscienza che l'osserva. Ciò è nāma. Appaiono, quindi, due realtà diverse: il moto del rigonfiamento dell'addome, che è un evento fisico; e la coscienza che lo rileva, che è un fatto mentale. Una volta che lo yogī ne ha realizzato la differenza riuscirà a distinguere fra nāma e rūpa.

Perché lo yogī possa notare "ascoltare" sono necessari tre elementi: l'orecchio, il suono e la coscienza auditiva (la coscienza che conosce il suono). L'orecchio ed il suono sono rūpa, la coscienza auditiva è nāma. Quando lo yogī è in ritiro vipassanā, quando osserva le percezioni che provengono dalle sei porte sensoriali realizzerà che non esistono che nāma e rūpa; e vedendo che non v'è un essere, né alcun altro, né un "io" si potrà sbarazzare di sakkāyadiṭṭhi. Ciò detto, va aggiunto che la convinzione non basta per dissipare completamente sakkāyadiṭṭhi. E' solo nel realizzare il sotāpatti magga phala (lo stadio di sotīpana, ottenuto grazie ad una buona disciplina nell'osservanza dei fenomeni fisici e mentali) che il sakkāyadiṭṭhi sarà totalmente e definitivamente sradicato.

Non appena Buddha cominciò ad essere conosciuto, un bramino venne a fargli visita. Dopo avergli reso omaggio, si rivolse a lui così:"Venerabile Buddha, come in modo veloce chi ha avuto il petto appena trapassato da una lancia deve, al più presto, estrarla, e come in modo veloce colui i cui capelli prendono fuoco deve spegnerli al più presto e curarsi, così gli esseri dovrebbero al più presto liberarsi del kāmarāga (il piacere dei sensi). E, per riuscirci, dovrebbero fare come noi, i bramini: sforzarsi di sviluppare gli jhāna."

Esistono due modi per liberarsi del kāmarāga. Quello provvisorio, che è l'esperienza di jhāna samāpatti; e quello definitivo, che è la realizzazione dello stadio di anāgāmi, ottenuto con l'addestramento a vipassanā. Il modo che riguarda jhāna non impedisce, in seguito, la produzione di akusala e, di conseguenza, la rinascita negli apāya (mondi inferiori). Per contro, il sistema che si riferisce a sotāpatti magga, quando sakkāyadiṭṭhi è sradicato, impedisce ai grossi akusala di prodursi. Di conseguenza, la porta di apāya resta definitivamente serrata. Per questa ragione Buddha ebbe compassione verso questo bramino, il cui ragionamento si teneva ben lontano dalla verità del Dhamma.

Pur essendo un bramino, non era un ariyā, ma soltanto un puthujjana. Per cui era sempre suscettibile di commettere dei kusala e degli akusala; e di conseguenza sottoposto alle cause che questi producono. Poteva, dunque, una volta estinto il risultato dei suoi kusala, ricadere in uno dei quattro mondi inferiori (gli animali, i peta, gli asura, e gli inferi), subendo tutta la miseria e tutta la sofferenza ad essi inerenti. Come l'abbiamo spiegato, solo quando avrà eliminato il sakkāyadiṭṭhi, grazie al sotāpatti magga, verrà definitivamente salvato dagli apāya.

Buddha rispose allora al bramino che fino a quando il sakkāyadiṭṭhi non fosse stato soppresso, nessuno poteva sperare di vivere in felici condizioni nel mondo umano, o in quello dei deva, o in quello dei bramini. Per dissipare integralmente ed irrevocabilmente il sakkāyadiṭṭhi è indispensabile disciplinarsi in satipaṭṭhāna , onde sviluppare vipassanā.

La prima conoscenza che lo yogī sviluppa durante il suo allenamento è nāma rūpa pariccheda ñāṇa, che è la distinzione tra coscienza e materia. Proseguendo la propria disciplina, lo yogī può giungere a superare i vipassanā ñāṇa, gli uni dopo gli altri, sino alla realizzazione di sotāpatti magga.

Durante il suo ritiro, lo yogī nota:"salire, scendere, ecc." durante la seduta; "passo sinistro, passo destro, alzare, avanzare, posare, ecc." durante il cammino, e "stirare, contrarre, cogliere, tirare, spingere, abbassare, ecc." durante le attività. Tutti questi movimenti corporali sono rūpa, e tutte le osservazioni di questi atti sono nāma. E' osservando questi movimenti che lo yogī raggiunge la conoscenza che distingue tra i nāma ed i rūpa.

Esistono tre tipi di conoscenza:

  1. La conoscenza libraria
  2. La conoscenza generale
  3. La conoscenza sperimentale (che è la conoscenza ottenuta con l'aiuto dello sviluppo pratico)

La conoscenza libraria è ottenuta con la lettura di testi, come il fatto che esistano 28 rūpa, 89 coscienze, 52 cetasika, ecc.

La conoscenza generale è ottenuta per sentito dire; cioè, da ciò che ascoltiamo dagli altri, come il fatto che le cose sono rūpa e che la conoscenza è nāma.

La conoscenza sperimentale si ottiene, come è stato spiegato precedentemente, dal fatto di puntare la propria attenzione sui fenomeni fisici e mentali; cioè, quel che fanno i monaci e gli yogī, qui, utilizzando l'osservazione, durante le sedute, il cammino e le attività.

E'nel medesimo istante in cui un' analisi viene eseguita che si sperimenta come l'oggetto percepito e la coscienza che osserva appaiono in coppia. Ogni volta che le percezioni nascono dai sei organi sensoriali — l'occhio, l'orecchio, il naso, la lingua, il corpo e la mente; ogni volta che una tra di esse è messa a fuoco, il fatto che il fenomeno fisico ed il fenomeno mentale si esprimano sintonizzati viene percepito chiaramente.

Sulla base di questa conoscenza, quando lo yogī osserva le visioni, i suoni, gli odori, i gusti, i tatti (di cui i dolori fanno parte) egli non esprime più dell'attaccamento (taṇhā upādāna) a queste sensazioni. Di conseguenza, manifesta la comprensione diretta della realtà, che non ha un "io", né un "mio, mia", né una persona, né un'anima, né atta. Comprende che non vi sono che dei rūpa e dei nāma, e, progredendo attraverso i vipassanā ñāṇa, giunge a liberarsi del tutto e definitivamente dell'errata credenza rappresentata da sakkāyadiṭṭhi. Sbarazzandosi di sakkāyadiṭṭhi giunge a sperimentare la cessazione dei fenomeni fisici e mentali. Di conseguenza, raggiunge il sotāpatti magga.

Possano gli yogī allenarsi, con risoluzione e perseveranza, alla "cosa più importante che esista nella vita", come Buddha ce l'ha insegnata. Disciplinandosi così, possano liberarsi dalla sofferenza e dalla miseria, per giungere alla nobile pace del nibbāna, in un intervallo di tempo più breve che sia possibile!

sādhu! sādhu! sādhu!


info su questa pagina

Origine: Insegnamento dato al centro Mahāsī di Yangon (Birmania)

Autore: Venerabile Jaṭila

Traduttore: Guido Da Todi

Data: Marzo 2003

Aggiornamento: 29 settembre 2011